Vincenzo Luciano Di Puma
La fabbrica e i diritti umani dei lavoratori

Capitolo 3°

Così gli operai e i dipendenti erano vincolati da pregiudizi, e li sentivo "accorti", abituati com'erano in precedenza a "beneficiare" dell'opera di persona senza veste professionale
Procedevo intanto in schemi di valutazione delle cartelle sanitarie, prive di valore clinico, con dati imprecisi e saltuari: erano dimostrative di un'approssimazione di lavoro spiccio e affrettato delle "catene di montaggio" dei laboratori di medicina del lavoro sulla piazza del mercato industriale.
Devo, però, anche dire che qualcuno di questi operava in modo responsabile, con la collaborazione di giovani colleghi "prelevatori", alle loro dipendenze (anche se con un indennizzo spese da offendere e avvilire).
E' singolare che tali "istituti", con un lavoro organizzato e un'attività colma e programmata, lamentino sempre crisi economiche e difficoltà di dare  quel poco al sanitario, che non ha uguali altrove, nel mondo professionale
Come se il lavoro fosse solo un pegno di onore o un voto religioso.
Non ho mai visto un tenore di vita privata nella medicina manageriale confinato in rinunce e gesti altruistici di tipo etico e umanitario.
Eppure, taluni titolari di questi istituti hanno una garbata convinzione, finalizzata a suggestionare un contraente il rapporto di lavoro, a sentirsi più degno di rispetto, se rinunciasse ad ogni sua "competenza".
Abbiamo troppe cose che lo permettono.
E se l'Ordine professionale o un sindacato annesso si adoperassero per un'equità remunerativa degna della professionalità?
Questo è un altro degli aspetti della medicina del lavoro che complica un'attività che potrebbe essere di maggior serietà e utilità.
Osservando referti ed analisi nelle cartelle cliniche risultò un elenco di soggetti con sordità dovuta a presumibile trauma di natura lavorativa: ciò mi obbligava alla denuncia sanitaria.
Lo comunicai all'azienda che per lungo tempo mi costrinse con varie motivazioni a soprassedere "temporaneamente".
Spostamenti non era possibile farne e ottenni una planimetria fonometrica (misurazione dell'intensità della rumorosità ambientale),  era tranquillante, e il problema di partenza restava uguale.
Per l'azienda altro motivo di vanto era che l'assunzione di quella mano d'opera era avvenuta nel novero dei cassintegrati che, a lungo, avevano atteso una ripresa del lavoro.
Proposi esami audiometrici di controllo, per riscontro di peggioramento ed eventuale  rimozione da mansione inquinata da motori, turbine, parti rotanti, valvole a "sfiato", dove potevano esservi "picchi" di rumorosità.
Ne parlai molte volte e le risposte erano nei modi cordiali della condotta palesemente ambigua.
Infine, dopo anni, mi dissero di fornire un elenco con il referto audiometrico giacente, dall'assunzione, in cartella: l'avrebbero, d'intesa con il funzionario di ente pubblico, consegnato nella sede di questo.
Il problema infine sembrava aver ottenuto soluzione, ma, seppi poi, che tale soluzione non mi sollevava dalla responsabilità  penale; mentre era di scarso rischio per l'azienda.
L'amnistia successivamente concessa per queste inadempienze sanitarie mi fu di aiuto; però constatai, nella circostanza, una politica attuata secondo uno schema che non era di collaborazione e leale rapporto di lavoro.


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