Qualche informazione breve e forse "filtrata" riusciva a pervenire da
altra sede, dove parve essersi rappresentata un'eccessiva conseguenza sui
danni per esposizione al punto di far dare, ad un docente universitario,
in una relazione sul problema, una risposta con queste parole:
"...sarebbe molto arduo per l'azienda sostenere, in sede di responsabilità
civile e/o penale che la neoplasia non sia in qualche modo connessa con
l'ambiente di lavoro.": precisando anche di escludere l'adozione
di un prodotto "contenente in percentuale significativa un'ammina aromatica".
Nel giugno del 1992 dovendo provvedere alla denuncia di 14 casi
scelti con valori degli esami di laboratorio alterati (non nella
norma), 3 con mansione lavorativa detta al "tunnel", riassunsi la
situazione in una relazione che ne dava informazione.
Alla situazione aveva certo contribuito il fatto che nessun rappresentante
sindacale in fabbrica fosse intervenuto e avesse speso una parola a favore
della tutela della salute dei "disgraziati" esposti: sorprendeva anche
il fatto di non rendersi conto che l'esposizione era un rischio anche per
loro, salve circostanze di vario genere e impegno.
Era sotto gli occhi di tutti che il lavoro era fatto senza alcun mezzo
protettivo individuale o altro che potesse effettivamente, quanto meno,
fare da barriera alla penetrazione delle sostanze tossiche nell'organismo.
Feci la relazione della quale dissi precedentemente (è alla
pag. 163 della documentazione precedentemente depositata ).
Constatavo anche che mai fu sottoposto ad un esame ECG (elettrocardiografico)
alcun dipendente a rischio (e i rischi non erano di un solo tipo).
Nei trimestri del 1993 furono più di 100 gli operai con valori
delle prove biologiche superiori alla norma, e questi stavano ad indicare
un effetto alterativo causato da fattori presenti nell'ambiente della fabbrica
e alla postazione di lavoro dell'operaio.
Nel 2° trimestre dello stesso 1993 ve ne furono 25.
Verso la fine dell'anno 1993 accertai una diminuzione per esclusione
di 68 nominativi, secondo la "vera mansione" lavorativa: 27 di un sesso
e 41 dell'altro.
C'era da considerare il fattore stagionale che poteva avere influenza
per il diverso grado termico e diversità del clima, ma dovevo anche
avere risposta a miei rapporti sull'inefficiente funzione aspirativa sotto
le cappe, a parte la rumorosità eccessiva alla quale nessun operaio
poteva resistere, come esplicitamente mi fu detto da alcuni di essi.
Per concludere, segnalai i 14 casi .
Ma erano ammontati a numerose decine.
Prossima la scadenza di cinque anni, ebbi un'incidenza di soggetti
con segni di esposizione, del 30%, tenendo conto di tutti gli operai in
fabbrica; ma, la percentuale saliva se la riferivo ai diretti ascritti
ad una delle mansioni a rischio, quindi escludendo il personale occupato
in altro settore.
In un riepilogo nel 1990 la situazione dei risultati anormali degli
esami di laboratorio (segno di una rilevazione di perturbamento di organi
ed apparati con probabile danno), non permise l'utilità della suddivisione
inizialmente fatta, in oltre quattro decine di soggetti caratterizzandole
in sei gruppi di valori plasmatici patologici.
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