Vincenzo Luciano Di Puma
La fabbrica e i diritti umani dei lavoratori

Capitolo 12°

Dopo segnalazione dell'andamento delle prove biologiche (esami del sangue), cercavo di acquisire con sollecite richieste, notizie dei prodotti in uso e dei componenti che li costituivano.
Feci richiesta delle schede informative dei prodotti usati: mi pervennero (non tutte) e qualcuna era imprecisa e con sostanze diverse espresse nei termini del gruppo alle quali facevano parte.
Precisai che mi fossero meglio definite.
Un mattino di affannosi controlli clinici e visita medica di personale esposto, approfittando della presenza del direttore di un istituto di analisi per medicina del lavoro (munifico nelle offerte di permettere di dimostrare i segni di "riconoscenza"), di un responsabile degli impianti dell'azienda e dell'addetto all'ufficio del personale, mi espressi in modo chiaro ed esplicito sulla necessità di avere tutte le informazioni alle quali dovevo accedere.
Aggiunsi che non accettavo oltre questa prassi di totale irresponsabilità alla quale venivo esposto, altrimenti avrei provveduto con RRR: in due mi diedero ragione.
Cominciai con i controlli e le conclusioni meritavano attenzione. L'inizio di effetti contaminanti era stato sollecito e si configurò in uno schema che poi dimostrò ripetersi ed estendersi.
Le alterazioni che gli esami di laboratorio avevano prontamente dimostrato, con l'evidenziazione di settori nella produzione, persistevano e peggioravano alle scadenze successive.
C'era l'aumento numerico dei casi interessati.
Era un meccanismo a tenaglia di non esile conto.
Proponevo un gruppo di studio, l'allontanamento temporaneo degli operai che, in questi termini, avevano dimostrato esposizione probabile a una qualche sostanza (o gruppo di sostanze), con l'individuazione delle fonti di inquinamento.
Occorreva applicare la protezione fisica dalle diverse possibilità di penetrazione organica quali tute leggere e idonee a sostanze di tipo solvente (dal contatto cutaneo e dall'inalazione nelle fasi di dispersione volatile ambientale), per sostanze penetranti   con assorbimento epidermico; maschere per polveri e nebulizzazioni, fumi e tutto ciò che veniva aerodisperso.
Niente di tutto questo fu fatto.
Qualcuno, che la sopportava, usufruiva, per mio esplicito invio dell'interessato al capoturno e all'ufficio, di una "mascherina" inutile di carta, e quanto meno insopportabile per la durata del turno lavorativo.
Si aggiungevano problemi di respirazione ed ossigenazione dei quali molti si lamentavano per giustificare che la buona volontà non bastava a tollerare.
Un "adagio lavorativo" di un docente di medicina del lavoro asseriva:
"Dove c'è odore c'è sostanza."
Definendo così la questione della presenza o meno nell'ambiente di lavoro, di sostanze risultate "assenti" al monitoraggio esterno.
Questo era ben avvertito dagli operai per tutta la durata del turno: non solo, ma precisavano di sentirselo addosso anche dopo la doccia, e "nel naso", di notte mentre dormivano. Mi chiesi se potesse essere suggestione, ma avevo constatato che non avevano torto, poiché, passando nei reparti, ne avevo rilevato io stesso un odore disgustoso di "putrescine o cadaverine" che persisteva a lungo (sono sostanze chimiche con particolare odore aromatico, che si sviluppano da ciò che non è più vivo: da questo, il nome); era, naturalmente, un riferimento.


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