Dopo segnalazione dell'andamento delle prove biologiche (esami del sangue),
cercavo di acquisire con sollecite richieste, notizie dei prodotti in uso
e dei componenti che li costituivano.
Feci richiesta delle schede informative dei prodotti usati: mi pervennero
(non tutte) e qualcuna era imprecisa e con sostanze diverse espresse nei
termini del gruppo alle quali facevano parte.
Precisai che mi fossero meglio definite.
Un mattino di affannosi controlli clinici e visita medica di personale
esposto, approfittando della presenza del direttore di un istituto di analisi
per medicina del lavoro (munifico nelle offerte di permettere di dimostrare
i segni di "riconoscenza"), di un responsabile degli impianti dell'azienda
e dell'addetto all'ufficio del personale, mi espressi in modo chiaro ed
esplicito sulla necessità di avere tutte le informazioni alle quali
dovevo accedere.
Aggiunsi che non accettavo oltre questa prassi di totale irresponsabilità
alla quale venivo esposto, altrimenti avrei provveduto con RRR: in due
mi diedero ragione.
Cominciai con i controlli e le conclusioni meritavano attenzione. L'inizio
di effetti contaminanti era stato sollecito e si configurò in uno
schema che poi dimostrò ripetersi ed estendersi.
Le alterazioni che gli esami di laboratorio avevano prontamente dimostrato,
con l'evidenziazione di settori nella produzione, persistevano e peggioravano
alle scadenze successive.
C'era l'aumento numerico dei casi interessati.
Era un meccanismo a tenaglia di non esile conto.
Proponevo un gruppo di studio, l'allontanamento temporaneo degli operai
che, in questi termini, avevano dimostrato esposizione probabile a una
qualche sostanza (o gruppo di sostanze), con l'individuazione delle fonti
di inquinamento.
Occorreva applicare la protezione fisica dalle diverse possibilità
di penetrazione organica quali tute leggere e idonee a sostanze di tipo
solvente (dal contatto cutaneo e dall'inalazione nelle fasi di dispersione
volatile ambientale), per sostanze penetranti con assorbimento
epidermico; maschere per polveri e nebulizzazioni, fumi e tutto ciò
che veniva aerodisperso.
Niente di tutto questo fu fatto.
Qualcuno, che la sopportava, usufruiva, per mio esplicito invio dell'interessato
al capoturno e all'ufficio, di una "mascherina" inutile di carta, e quanto
meno insopportabile per la durata del turno lavorativo.
Si aggiungevano problemi di respirazione ed ossigenazione dei quali
molti si lamentavano per giustificare che la buona volontà non bastava
a tollerare.
Un "adagio lavorativo" di un docente di medicina del lavoro asseriva:
"Dove c'è odore c'è sostanza."
Definendo così la questione della presenza o meno nell'ambiente
di lavoro, di sostanze risultate "assenti" al monitoraggio esterno.
Questo era ben avvertito dagli operai per tutta la durata del turno:
non solo, ma precisavano di sentirselo addosso anche dopo la doccia, e
"nel naso", di notte mentre dormivano. Mi chiesi se potesse essere suggestione,
ma avevo constatato che non avevano torto, poiché, passando nei
reparti, ne avevo rilevato io stesso un odore disgustoso di "putrescine
o cadaverine" che persisteva a lungo (sono sostanze chimiche con particolare
odore aromatico, che si sviluppano da ciò che non è più
vivo: da questo, il nome); era, naturalmente, un riferimento.
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