Il presente documento dovuto all'esperienza di medico di fabbrica, non
è un saggio e tantomeno un racconto di facile lettura, ed è
rivolto ad Autorità di rappresentanza e controllo.
E' un tentativo di capire se sia utopistico pensare che alle parole
possano sostituirsi i fatti, e che onestà e rettitudine operino
per il rispetto dei diritti e l'osservanza dei doveri dell'uomo.
La pubblicazione è dedicata alla Commissione Internazionale
della CEE per la tutela dei diritti dell'uomo (L.I.D.H.) nello Spirito
della Carta Costituzionale dell'ONU per i diritti fondamentali di chi lavora.
E' stata scritta con il proponimento che sia anche un documento di
riaffermazione dell'universalità dell'Uomo di ogni nazionalità
e condizione sociale.
Quanto è riferito non si discosta da giustizia ed etica.
La relativa documentazione in mio possesso è garanzia di imparzialità
ed obiettività per i fatti ivi riportati.
Non ho citato il nome dell'azienda o gruppo, perché non
possa accadere che la "Società per la Storia degli Affari" all'Università
di Harvard o il "Centro per la Storia degli Imprenditori", della medesima
Università, abbia un diverso inizio: specularmente opposto agli
elogi e ai plausi per un insuccesso manageriale e un così disdicevole
esempio di civiltà latina ed italica.
L'inosservanza dei diritti fondamentali dell'Uomo in fabbrica è
aggravata dalla indifferenza per la tutela della salute di chi vi è
esposto.
Nella struttura del mondo del lavoro siamo una mattonella che isolatamente
può contribuire ad un pavimento pulito, sul quale dovrebbe poter
camminare chiunque.
Le cose che ho scritto non concedono compiacimenti in un'area di difesa
che ha l'emiciclo vuoto: ed è per questo che osservare l'obbligo
di difendere il debole e proteggerlo da una patologia da esposizione lavorativa,
è fare semplicemente il nostro dovere.
Nell'industria l'operare non secondo certi obblighi, ma dietro
frazioni di globalità politico-economica, è vanto e forza
per ingiustizie e colpe.
Noi, istituzioni ed enti siamo responsabili, diretti e indiretti, sul
terreno di gioco di una partita avvilente.
L'uomo è immerso in un ecosistema.
Il grande è minacciato dal piccolo e il tanto dal poco: le rocce
si sfaldano e le piogge sono acide.
Siamo ormai sottomessi a quanto abbiamo inventato e prodotto.
I veleni sono sotto di noi, a fianco, sopra, ovunque.
A questi, molti sono più esposti di altri; come chi opera in
ambienti con lavorazione a forte rischio.
La categoria di "appartenenza al rischio" dovrebbe essere, fin dal
principio, definitiva.
Si dovrebbe pretendere il diritto a due cose: essere difesi da ogni
pericolo, ed avere un salario più congruo o differenziato per l'accettazione
del rischio specifico (che non possa essere evitato) e l'anzianità
di lavoro, nulla comunque omettendo alla maggior sicurezza e protezione.
Il gioco delle mansioni imprecisate e variabili, o la loro definizione
di "generiche", il gioco sulla temporaneità, la diversa turnazione,
le astensioni, le dimenticanze, i rifiuti , le sottrazioni dagli elenchi
e le manipolazioni di questi, l'assenza per "malattia" (da infortunio),
una strategia del momento con la regia di qualcuno, fanno parte di un sistema
di utilizzo che frappone interruzioni vantaggiose e rappresentano un'arte
manageriale in spregio ai principi universali ed ai diritti umani.
Per tutto ciò in fabbrica c'è la propensione ad accettare
l'amarezza di subire e vedere colpe impunite.
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