Vincenzo Luciano Di Puma
La fabbrica e i diritti umani dei lavoratori

Capitolo 1°

Il presente documento dovuto all'esperienza di medico di fabbrica, non è un saggio e tantomeno un racconto di facile lettura, ed è rivolto ad Autorità di rappresentanza e controllo.
E' un tentativo di capire se sia utopistico pensare che alle parole possano sostituirsi i fatti, e che onestà e rettitudine operino per il rispetto dei diritti e l'osservanza dei doveri dell'uomo.
La pubblicazione è dedicata alla Commissione Internazionale della CEE per la tutela dei diritti dell'uomo (L.I.D.H.) nello Spirito della Carta Costituzionale dell'ONU per i diritti fondamentali di chi lavora.
E' stata scritta con il proponimento che sia anche un documento di riaffermazione dell'universalità dell'Uomo di ogni nazionalità e condizione sociale.
Quanto è riferito non si discosta da giustizia ed etica.
La relativa documentazione in mio possesso è garanzia di imparzialità ed obiettività per i fatti ivi riportati.
Non ho  citato il nome dell'azienda o gruppo, perché non possa accadere che la "Società per la Storia degli Affari" all'Università di Harvard o il "Centro per la Storia degli Imprenditori", della medesima Università, abbia un diverso inizio: specularmente opposto agli elogi e ai plausi per un insuccesso manageriale e un così disdicevole esempio di civiltà latina ed italica.
L'inosservanza dei diritti fondamentali dell'Uomo in fabbrica è aggravata dalla indifferenza per la tutela della salute di chi vi è esposto.
Nella struttura del mondo del lavoro siamo una mattonella che isolatamente può contribuire ad un pavimento pulito, sul quale dovrebbe poter camminare chiunque.
Le cose che ho scritto non concedono compiacimenti in un'area di difesa che ha l'emiciclo vuoto: ed è per questo che osservare l'obbligo di difendere il debole e proteggerlo da una patologia da esposizione lavorativa, è fare semplicemente il nostro dovere.
Nell'industria l'operare  non secondo certi obblighi, ma dietro frazioni di globalità politico-economica, è vanto e forza per ingiustizie e colpe.
Noi, istituzioni ed enti siamo responsabili, diretti e indiretti, sul terreno di gioco di una partita avvilente.
L'uomo è immerso in un ecosistema.
Il grande è minacciato dal piccolo e il tanto dal poco: le rocce si sfaldano e le piogge sono acide.
Siamo ormai sottomessi a quanto abbiamo inventato e prodotto.
I veleni sono sotto di noi, a fianco, sopra, ovunque.
A questi, molti sono più esposti di altri; come chi opera in ambienti con lavorazione a forte rischio.
La categoria di "appartenenza al rischio" dovrebbe essere, fin dal principio, definitiva.
Si dovrebbe pretendere il diritto a due cose: essere difesi da ogni pericolo, ed avere un salario più congruo o differenziato per l'accettazione del rischio specifico (che non possa essere evitato) e l'anzianità di lavoro, nulla comunque omettendo alla maggior sicurezza e protezione.
Il gioco delle mansioni imprecisate e variabili, o la loro definizione di "generiche", il gioco sulla temporaneità, la diversa turnazione, le astensioni, le dimenticanze, i rifiuti , le sottrazioni dagli elenchi e le manipolazioni di questi, l'assenza per "malattia" (da infortunio), una strategia del momento con la regia di qualcuno, fanno parte di un sistema di utilizzo che frappone interruzioni vantaggiose e rappresentano un'arte manageriale in spregio ai principi universali ed ai diritti umani.
Per tutto ciò in fabbrica c'è la propensione ad accettare l'amarezza di subire e vedere colpe impunite.


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