--EPILOGO--
Lunedì, 24 Dicembre 2001
Le dieci di sera.
Rally Vincent fissava il cielo tramite il lucernario sopra il letto. Era una notte strana, per essere la vigilia di Natale a Chicago. Niente neve, niente grandine. Niente nuvole. Una splendida notte stellata, con una grande luna luminosa.
Certo, una notte gelida.
Una bella vigilia di Natale. Una bella cazzo di vigilia di merda di un Natale del cazzo.
Kyle McKnight uscì dal suo studiolo a passi piccoli. Lento come un cagnolino ferito. Indossava un paio di pantofole ed una vestaglia di seta verde a losanghe blu. Lei, nemmeno quello. Non erano stati otto bei giorni, per loro. Nessuno dei due riusciva a dormire senza farsi tornare in mente la domenica precedente. Non era umanamente possibile.
Rally fissò Kyle con uno sguardo profondo, pieno d'amore. Non si era mai resa conto prima, e forse non lo sarebbe mai stata, di quanto lui fosse la sua vita, e lei quella di lui. Nel tardo pomeriggio di domenica, quando era stato loro permesso di tornare a casa, finalmente, lui non aveva detto una parola per tutto il tragitto. Non che lei non avesse provato a comunicare; Kyle era semplicemente rimasto assente, lo sguardo fisso in avanti, come un catatonico. Rally aveva seriamente iniziato a temere che gli fosse accaduto qualcosa, che qualche piccolo circuito nella sua fragile mente fosse andato definitivamente e irreparabilmente in corto. Invece, una volta rientrati a casa, lui aveva trovato Minnie May e Misty Brown ad aspettarli nel salottino. Si era inginocchiato davanti a loro ed era esploso. Non aveva smesso di piangere praticamente per tutto il resto della giornata, e loro avevano dovuto prendersi cura di lui. Era stato dolce e penoso, e quando alla fine lui si era addormentato tra le sue braccia, con Misty e May lì vicine, le tre ragazze si erano guardate a vicenda, un lungo sguardo privo di parole e più pregno di un libro intero, e forse solo allora si erano rese conto di quale splendido e fragile tesoro si erano portate a casa.
Rally aveva capito subito la sua reazione. Misty e May erano la cosa più vicina a Mary Ann Perkins che Kyle conoscesse. Stava chiedendo loro perdono per non essere riuscito a salvarla. E nonostante su quella diga lui facesse tanto il duro, avrebbe voluto salvarla esattamente quanto l'avrebbe voluto lei.
Non era colpa sua, certo. Ma non sembrava comunque disposto a farsi entrare in testa questo semplice concetto. Rally aspettò che Kyle si sedesse sul bordo del letto, si spogliasse e scivolasse sotto il piumone per cercare una speranza di sonno tranquillo tra le sue braccia. Invece lui restò per un istante di troppo a guardare il muro, le mani sotto il mento. In silenzio.
« Rally, perché l'hai fatto?» chiese infine, a voce molto bassa.
« Cosa...?». Rally si tirò leggermente su, inginocchiandosi infine sopra il letto.
« Lo sai». Kyle si girò a guardarla. Non sembrava arrabbiato, né turbato particolarmente... certo, questo a parte l'ovvio turbamento che si stava mangiando il cuore di lui come quello di lei da otto giorni. « May mi ha detto che hai preso una cassa di Kerosine da quel laboratorio. Perché l'hai fatto, Rally?».
Rally emise un sospiro. Allungò una mano e l'accarezzò dolcemente.
« Per lo stesso motivo per cui uno si compra una pistola da tenere a casa, Kyle. Perché spero di non doverla mai usare, ma temo che possa venire il giorno in cui mi servirà un'arma».
« Contro Goldy...? O contro quelli della Sicurezza Nazionale?».
Rally represse un sorrisetto. Kyle non era affatto stupido. No, proprio per niente. Non riusciva a smorzare la sua capacità di ragionamento e il suo intuito nemmeno quando era confuso e istupidito dalla stanchezza e dalla tristezza.
« Non lo so, Kyle. Credimi, non lo so proprio. É una precauzione contro entrambi, ma in questo momento non è Goldy che temo di più».
Kyle annuì piano. Era consapevole, tristemente consapevole. Quelli della Sicurezza
Nazionale li avevano trattenuti per ore, separatamente, nel retro di due furgoni
parcheggiati vicini alla diga, dopo che tutto era finito. Due diversi agenti
avevano fatto loro domande generiche sugli avvenimenti di tutta la settimana
passata; dopodiché erano stati riuniti, ed un agente donna,
una bionda in tenuta da combattimento, aveva fatto loro un bel pistolotto,
molto chiaro e molto poco rassicurante, sul Dipartimento per
« Rally...?». La voce di Misty Brown dietro la porta, poi tre colpetti timidi. Rally si dipinse in viso un sorrisetto. Ormai era praticamente abbonata a quel genere di interruzioni. Si alzò lentamente, indossò la camicia da notte che era posata sulla spalliera del letto, ed andò ad aprire. Misty la squadrò nervosamente: « C'è qualcuno alla porta, Rally. Per te».
Rally si voltò un istante a guardare Kyle, che ricambiò lo sguardo ed annuì. Rally si strinse nelle spalle e seguì Misty giù per le scale. Il piano terra era buio, fatto salvo per le luci intermittenti dell'albero di Natale; un alberello di plastica modesto e spelacchiato, che Misty e May avevano addobbato tutto da sole. Non che Rally o Kyle ne sentissero il bisogno, in effetti.
La porta di casa era aperta, e uno spiffero malefico s'incanalava lungo il corridoio; Rally si strinse istintivamente la camicia da notte. Per quel poco di calore che poteva darle.
Misty si fermò a metà strada. Guardò a terra.
« Io... è meglio se resto qui...».
Rally emise un sospiro.
La riconobbe prima ancora di arrivarle davanti. Era illuminata dalle luci sul cortile anteriore; non avevano piazzato addobbi natalizi sulla facciata di casa. E probabilmente erano gli unici in tutto il quartiere. Un altro punto a favore dei vicini rompiballe.
« Goldy...!» salutò Rally, gelida.
Goldy alzò la testa. I suoi lunghi capelli rossi ricadevano sulle spalle, ed indossava un grosso cappotto di un rosso ancora più intenso. Sotto la luce della lampadina piazzata sopra la porta, sembrava avvolta dalle fiamme. I suoi begli occhi verdi scintillarono.
Rally si appoggiò allo stipite, respingendo lo smeraldo di lei con un solo tocco della sua acqua blu.
« Che vuoi, Goldy?».
« Parlare».
« Hai sbagliato indirizzo. La chiesa è a due isolati da qui».
Goldy abbassò di nuovo lo sguardo. Emise un gemito.
« Rally, l'ultima cosa che volevo era che finisse così».
« Ma è finita così, Goldy. A causa tua. A causa dei tuoi crimini, dei tuoi sbagli, dei tuoi errori. Di quello che tu hai fatto». Rally scosse la testa con severità. « Tu pensavi di aver dato un bel colpo di spugna sul passato? Mi fai ridere, Goldy. Mi faresti ridere, se non fosse che non c'è proprio un bel niente da ridere. La morte non dimentica. Mai».
Goldy annuì, piano. Non alzò lo sguardo. Non avrebbe osato. Almeno quello.
« C'è una cosa, ancora, che non capisco. Perché l'ha fatto, Rally? Perché Mary Ann si è fatta sparare in quel modo?».
« E poi tu saresti la psicologa...». Rally la squadrò da capo a piedi, come se stesse per sputarle in faccia. « L'ha fatto per batterti, Goldy. Era disposta a tutto per batterti».
Goldy alzò finalmente la testa, la fissò con espressione smarrita ed interrogativa, e Rally strinse le labbra:
« Tu le hai detto di vivere. Le hai detto che per te era importante che lei vivesse. Praticamente gliel'hai telefonata, Goldy. Lei era disposta a tutto per sconfiggerti. Se la sua vita era la tua vittoria, allora per sconfiggerti lei doveva morire. E l'ha fatto».
Goldy fece un passetto indietro. Le tremarono le labbra.
« E adesso...». Rally scosse di nuovo la testa. « Adesso tu vorresti qualcosa da me? Cosa? Perdono? Non sono un prete, Goldy, te l'ho detto. Se cerchi la tua redenzione immorale la notte di Natale, non venirla a chiedere a me. Sono abbastanza occupata a badare a Kyle».
« Sta...». Goldy soffocò una lacrima. « Sta molto male?».
« É ferito a morte».
Goldy alzò lo sguardo al cielo e sospirò, cercando ancora di reprimere le lacrime. Sotto la luce della lampadina, Rally poté vedere chiaramente i segni che le aveva lasciato quel giorno sulla diga. Aveva uno zigomo ancora gonfio, e un occhio visibilmente annerito. Non li aveva visti prima, ma del resto Goldy aveva tenuto lo sguardo a terra per tutto il tempo. Non che le dispiacesse; Rally voleva soltanto troncare la discussione. Subito.
« Goldy, io ti ho promesso che pagherai per quello che hai fatto. Per Mary Ann, per Luanne e per Sarah. E te lo prometto di nuovo. É la notte di Natale, e te lo prometto davanti a Gesù Cristo: pagherai. Mi sono spiegata?».
« Avrei voluto che l'avessi fatto sulla diga...» gemette Goldy, annuendo convulsamente.
« No. Sarebbe stato troppo facile».
Due grosse lacrime rigarono il volto di Goldy. Se le asciugò con la mano bendata, ancora dolorante dalla sparatoria al Milton Lee Olive Park, e finalmente si sforzò di guardare Rally dritta negli occhi.
« Mi dispiace, Rally. Io... io chiedo scusa».
« Mary Ann ormai non ci si può più nemmeno pulire il sedere, con le tue scuse. Vattene, non voglio che tu muoia di freddo sul mio prato».
Rally chiuse la porta di colpo, con un botto secco come quello di uno sparo. Si voltò, maledicendo mentalmente Goldy e tutta la sua stirpe.
Misty Brown e Kyle l'aspettavano in fondo al corridoio. Cristo, pensò Rally, avrebbe proprio voluto che Kyle non scendesse. Ma chi prendeva in giro? Kyle sentiva la puzza di Goldy lontana chilometri.
Misty e Kyle si tenevano per mano. Forte. Rally provò una fitta di tenerezza. Si stringevano come fratello e sorella.
« Per cortesia Misty, faresti una camomilla...?» chiese lui, timidamente. Misty annuì e sparì nel cucinino.
Rally lo raggiunse nel salottino, a passi piccoli. Lo guardò. Lui cercò di abbozzare una smorfia. Riuscì solo a sembrare brutto e stupido. Scosse la testa.
« Posso chiederti una cosa, Rally?».
Rally annuì, sedendosi sul divano.
« Pensi di mantenere quella promessa?».
Rally Vincent si guardò attorno. Si sentì svuotata all'improvviso. Percepiva i suoi movimenti come guidati da lontano. Come quelli di un automa.
Il fuoco nel camino era acceso. Amy, la piccola ermellina albina di Kyle, si era accucciata sul tappeto il più vicino possibile. Dormiva emettendo sibili. Non aprì gli occhietti, ma Rally sapeva che, se l'avesse fatto, lei ci avrebbe potuto leggere al massimo piena compassione per tutte le disgrazie del mondo.
Scosse la testa.
« No».
Kyle andò verso di lei.
- - -
Goldy camminò lentamente, in silenzio, lungo il marciapiede giù per la strada deserta. Ringraziò Iddio di aver chiesto a Roy Coleman, che l'aveva accompagnata con un'autopattuglia della Polizia, di aspettare dietro l'angolo. Non avrebbe sopportato che assistesse a quello spettacolo. Era una brava persona, Roy Coleman. Se l'era presa in casa, all'inizio, solamente perché vi era stato costretto da un giudice federale. Poi le cose avevano iniziato a prendere un'altra piega. Era stata principalmente colpa sua, Goldy di Ferro giocava con le persone, con le loro emozioni e i loro sentimenti, da quando era una ragazza, e non aveva perso certo il vizio solo perché l'avevano allocata temporaneamente a casa di uno sbirro.
Ma allora, che cosa le era accaduto? Da una parte, si sentiva in trappola. Dall'altra, non le dispiaceva riempire il vuoto che la moglie di Roy Coleman aveva lasciato in quella casetta monofamiliare quando se n'era andata.
E adesso?, pensò, scoprendo di non avere la risposta. Voltò l'angolo. Le sarebbe piaciuto che fosse così facile farlo anche in senso esistenziale.
Aveva ucciso. E neanche una volta sola. Nella sua vita, del sangue di quante persone di era macchiata? Più o meno direttamente e giustificatamente, certo?
Aveva ucciso Mario Sica e i suoi accoliti, per vendicare l'uccisione della
sua famiglia, e il suo tentativo di scalare i vertici della Cosca. Poi
Sangue sulle sue mani. Riusciva a vederlo, e non era l'unica a poterlo vedere. Rally Vincent lo vedeva. Kyle McKnight, quel ragazzo che sarebbe potuto morire a causa sua, e che lei in realtà aveva fatto quanto più possibile per salvare, poteva vederlo. Misty Brown, May Hopkins, Mark Kincaid e Roy Coleman potevano vederlo. In quanti altri potevano?
Era brutto essere sporchi di sangue. Nessuno avrebbe voluto starle vicino, fintanto che lei avesse potuto sporcarlo toccandolo. Ma Goldy di Ferro non poteva lavarsi. Per castigo divino, forse. Lo stesso castigo divino decretato per i suoi peccati, che aveva fatto sì che le cose andassero dall'inizio alla fine lungo un binario prestabilito, condannandola a sentirsi coinvolta e a cercare disperatamente di cambiare il corso di ciò che non si poteva cambiare, coinvolgendo altre persone, rovinando le loro vite, cercando aiuto per svuotare il mare a cucchiaiate.
Salì sull'auto della Polizia, sul lato del passeggero. A bordo c'era solo Roy Coleman, al posto di guida. Le rivolse appena uno sguardo, mentre metteva in moto.
« Com'è andata?».
Goldy scosse la testa. L'auto della Polizia si mosse lentamente giù per la strada, e Goldy reclinò la testa di lato, sull'intelaiatura della portiera.
Guardò fuori dal finestrino. Il cielo nero la fissava coi suoi mille occhi di luce cristallina. La luna era alle sue spalle. Non voleva sostenere lo sguardo di una creatura impura.
Goldy pensò che quella notte aveva molte più cose in comune col maestoso e con l'infinito di quanto non ne avrebbe avuto mai.
Il cielo, il sangue sulle sue mani e la sua anima avevano decisamente lo stesso colore.
FINE