-QUARANTADUESIMA SINOSSI: GOLDY DI FERRO-

            Nessuno parlò, per tutta la durata del viaggio. Guidò Jeff Shepherd, che sembrava il più lucido dei tre, mentre Roy Coleman rimase a guardare il mondo esterno attraverso il parabrezza, seduto al posto del passeggero. Aveva il viso tirato e gli occhi gonfi e arrossati; stava lottando per restare sveglio, e Goldy poteva vederlo, anche se l'avevano relegata sui sedili di dietro, premuta contro uno degli sportelli con la cintura di sicurezza allacciata stretta, come una bambina che si è comportata male. Avevano l'aria di star cascando dalla stanchezza, tutti e due, ma stavano tenendo duro con stoica rassegnazione, davano fondo a quelle riserve di energia che tutti i poliziotti sembravano avere proprio per i momenti in cui l'evolversi della situazione non lasciava spazio al riposo. Quando stava dall'altra parte della barricata, Goldy aveva notato spesso questa loro capacità di non mollare nei momenti peggiori, anche se erano in piedi da due giorni e non mangiavano da uno. Si era chiesta spesso come facessero, e neanche adesso aveva la risposta precisa, ma sapeva che i poliziotti che non avevano quella capacità erano novellini, che l'avrebbero sviluppata col tempo se volevano continuare per quella strada, oppure erano passacarte, burocrati e cattivi poliziotti, che non avevano la minima idea di cosa fosse effettivamente il lavoro dello sbirro o di quale fosse il modo esatto di farlo; gente che non aveva un futuro tra i ragazzi in blu.

            Fuori dall'auto riscaldata artificialmente, Chicago era ricoperta da un manto bianco irregolare ed effimero. I giardini e i tetti delle case erano carichi di neve, ed era una domenica mattina di festa per i bambini che giocavano. I marciapiedi e le strade invece erano sgombre, salvo pochi mucchi ghiacciati e sporchi di nero accatastati ai lati, ed inoltre da un paio d'orette aveva iniziato a piovere. Non un gran temporale, solo qualche goccia che cadeva con poca intensità e si fermava ogni tanto per poi riprendere dopo una decina di minuti. Ma a guardare il cielo, non c'era molto da sperare. La temperatura esterna era leggermente aumentata, Goldy poteva percepirlo semplicemente toccando i finestrini gelati che erano l'ultima barriera tra i sedici gradi all'interno dell'abitacolo e i quattro all'esterno; i nuvoloni neri che oscuravano il sole erano carichi di pioggia, non più di neve, e se si fosse scatenato un'acquazzone, Chicago avrebbe dovuto salutare il manto candido per ritrovarsi nel fango fino alle ginocchia.

            Goldy aprì la bocca, come per dire qualcosa, poi lasciò perdere; stavano viaggiando su un'auto-pattuglia della Polizia di Chicago, non sull'auto di uno dei due, e per parlare avrebbe dovuto avvicinarsi al divisiorio in plexiglass blindato che separava il vano anteriore del veicolo da quello posteriore. In realtà, persino le portiere non potevano essere aperte dall'interno, e incassati i lati del sedile posteriore c'erano dei vani per le manette, in maniera che il prigioniero potesse essere immobilizzato al suo posto. Visto come la stavano trattando, in effetti, a Goldy suonava strano persino che non l'avessero ammanettata.

            L'auto-pattuglia attraversò la periferia sonnacchiosa e innevata in una domenica in cui Chicago sembrava morta. Era come se il maltempo fosse in realtà una nube tossica sviluppata da una delle tante industrie che parassitavano il Lago Michigan, e che avesse già fatto ricadere sulla terra il suo contenuto in forma di fiocchi bianchi ammazzando la maggior parte della popolazione. Certo, contrastava con i giubbottini colorati dei bambini che si intravvedevano qua e la in gruppetti a giocare con la neve. Solo in lontananza Goldy poteva vedere i grattacieli della Downtown; per essere Chicago, una delle città più gelide ed inquinate d'America, e per essere un'uggiosa domenica pre-natalizia, la giornata era insolitamente luminosa. Non c'erano nubi basse, e nonostante la cappa grigia che si frapponeva tra loro e il cielo si poteva vedere per miglia, come dicevano gli Who.        Tutt'attorno a loro c'erano casette a due piani normali, con giardini normali, in strade normali. Non sembrava esserci molta differenza tra quel quartiere e quello dove abitava Rally, salvo che forse le case del quartiere di Rally erano un tantino più moderne, mentre casa Coleman sembrava quella di Otto sotto un tetto. Quando l'auto-pattuglia si fermò davanti al vialetto, Goldy ebbe il tempo di dare un'occhiata all'orologio: erano quasi le undici.

            Roy Coleman scese, le aprì la portiera e l'aiutò a sganciarsi la cintura di sicurezza, con movimenti freddi e automatici. Era stanco e arrabbiato.

            « Chiudi a chiave, una volta che sei dentro», mugugnò.  « E attiva l'allarme, già che ci sei».

            Goldy fece per dire qualcosa, ma Coleman scosse la testa perentorio. Non c'era da discutere. L'accompagnò alla porta e si accertò che si chiudesse dentro ed attivasse l'allarme; poi lei si spostò in salotto e lo guardò da dietro le tende, risalire sull'auto-pattuglia che si allontanò stavolta a sirene accese. Poi cadde a sedere su una delle poltrone, respirando velocemente per non addormentarsi.

            Sembrava che la giornata non fosse ancora finita per Coleman, ma di sicuro era finita per lei. Sentiva tutto il mondo attorno a sé come attutito, e lo vedeva leggermente annebbiato. Non le sembrava stranissimo, visto che non dormiva da ventiquattro ore ed erano almeno dodici che non mangiava niente né beveva neppure una tazza di caffè. Gli sbirri avevano imparato a resistere, ma lei no. Tutte le volte, prima, che aveva avuto bisogno di vegliare così tanto, si era aiutata con la cocaina; stavolta, invece l'unica cosa che aveva preso per bocca dopo la sparatoria era stata una mezza birra a casa di Rally, che non aveva migliorato le cose. Adesso non riusciva nemmeno a pensare. E, tra parentesi, non che la giornata fosse stata pregna di traguardi, sul campo delle relazioni interpersonali. Era già tanto se Coleman non tornava con un paio di federali per farla risbattere da dove l'aveva tirata fuori, senza contare che il suo Exploit a casa di Rally avrebbe potuto fruttarle un buco in mezzo agli occhi.

            Qualcosa dentro di lei rispose con un impulso irrefrenabile di sbattere la testa contro il muro per auto-punizione. Era la sua coscienza, Goldy lo sapeva bene. Era rimasta anestetizzata, sepolta sotto la merda per un sacco di tempo, ed ogni tanto ci ritornava. Ma quando veniva fuori, oh, quando alzava la testa, erano veramente cazzi per il culo. Adesso aveva voglia di vomitare. Ma la cosa che non riusciva a smettere di rimproverarsi era di stare pensando a , soltanto a sé stessa, mentre fuori dalla sua porta stava succedendo un gran casino, che ruotava tutto attorno a Mary Ann Perkins. Erano morte delle persone, e probabilmente ne sarebbero morte delle altre prima che qualcuno mettesse la parola “fine” a tutto. Il come sarebbe stato il finale, poi, era tutto da vedersi. Ed ovviamente, era tutta colpa sua. Una volta, non poté fare a meno di pensare con un sorriso triste, non gliene sarebbe fregato un cazzo di quanti erano già morti, o di quanti dovevano ancora morire. Una volta, e forse anche adesso, se Rally aveva ragione, cosa che Goldy sinceramente sospettava, visto il modo automatico in cui pensava prima di tutto solo a sé stessa.

            Ma allora, perché si stava rodendo così? Avrebbe voluto assecondare quella pulsione, alzarsi e sbattere la testa al muro finché il rosso fuoco dei suoi capelli non si fosse confuso col rosso acceso del suo sangue spiaccicato contro la parete bianca. Forse avrebbe avuto il privilegio di vedere una parte del proprio cervello, prima di crepare, cosa che non è da tutti. Ed almeno così quel tarlo sarebbe stato zitto, mannaggia il battesimo. Invece chiuse gli occhi e reclinò la testa all'indietro.

            Cominciò subito, prima ancora che Goldy sospettasse di essersi addormentata.

            Sentì la porta aprirsi e chiudersi quasi immediatamente, sbattendo come spinta dal vento. Alzò la testa e spalancò gli occhi. Il rumore riecheggiò per la casa come un colpo di grancassa, come nel peggior film dell'orrore, mentre la luce si affievoliva come per un eclissi di sole.

            Ecco, pensò Goldy con una smorfia. Sto sognando. Mi sono addormentata e sto sognando. Non era strano, Goldy se ne accorgeva sempre, dall'età di dieci anni.

            Seguirono i passi. Pochi, lenti, quanti separavano l'ingresso dal salottino. Passi lenti, leggeri, intervallati dal battito del suo cuore. Goldy fece una smorfia, e questo glielo fece accelerare, il battito del cuore, perché si era non sapeva come resa conto che il suo sorriso le aveva stravolto la faccia in un'espressione agghiacciante. Non si guardò attorno; aveva paura che da qualche parte fosse magicamente apparso uno specchio, o che la sua immagine potesse riflettersi sullo schermo spento del televisore.

            Il visitatore misterioso, chiunque fosse, si fermò sulla soglia del salottino. La porta era semiaperta in una maniera spettrale. Ed un tono di musica cupo, improvviso, da film Horror, arrivò alle orecchie di Goldy leggermente in lontananza, come sparato a tutto volume da uno stereo nel vicinato.

            HAH! MOOOOLTO originale!, pensò Goldy, mentre il suo ghigno si faceva sempre più largo, i muscoli del suo viso sfuggivano al suo controllo e tiravano fino a far male. Immagino che i Cliché non siano finiti, esatto?

            L'ombra del visitatore misterioso si stagliò sulla soglia del salottino, allungandosi nera e densa come una chiazza fuoriuscita in pieno oceano dallo scafo di una petroliera. Goldy riconobbe, trattenendo il respiro, che era la sagoma di una ragazzina.

            Di più non avrebbe potuto dire, perché si trattava solo di un ombra. Nondimeno, era eccezionalmente chiara e nitida. Era stilizzata, come in un fumetto, o in una pubblicità-progresso contro gli abusi sui minori. Era la figura di una ragazzina che, a giudicare dall'estensione dell'ombra, doveva essere a malapena adolescente. Una ragazzina coi capelli lunghi fino alle spalle che indossava una camicetta ed una gonna alle ginocchia, ed aveva in mano una bambola di pezza.

            Esatto... pensò Goldy.

            Il visitatore misterioso, o meglio la visitatrice misteriosa, iniziò a ridere. Era una risata cristallina, bambinesca. La risata di una ragazzina senza pensieri che gioca in cortile, e...

            Oh, ma fammi il favore!

            La risata cominciò ad aumentare d'intensità in modo sinistro. E man mano che la risata cresceva, l'ombra nera si allungava oltre la soglia, lungo il pavimento del salottino. Senza che la cupa, distante musica di sottofondo cessasse. La parte superiore dell'ombra si stagliò sulla porta chiusa che separava il salottino dalla cucina, e la risata si acutizzò all'improvviso in una maniera stridula, da far scoppiare i timpani. A quel punto, Goldy aveva perso completamente il controllo dei muscoli del suo viso. Erano completamente contratti. Sapeva che se si fosse vista allo specchio, sarebbe morta di spavento.

            « Ciao...», salutò dall'esterno con un trillo di voce la sua visitatrice misteriosa. E sorrise, Goldy lo sapeva, perché un ghigno si aprì sul nero dell'ombra stagliata sulla porta della cucina. Era perfetto e terribile come se fosse disegnato. Un ghigno a mezzaluna, uno strappo bianco sul volto nero allungato dell'ombra, punteggiato di lunghi denti, tutti canini, tutti appuntiti come spade.

            La visitatrice misteriosa fece un passo in avanti. Goldy vide chiaramente il piedino calzato in una scarpa da tennis di tela rossa, ed una calza bianca, spuntare da dietro la porta aperta.

            Ma DACCI UN TAGLIO!

            Con un rapido gesto, Goldy alzò la mano destra e si afferrò i capelli, dietro la nuca, con tale violenza da piantarsi le unghie nel cuoio capelluto. Si tirò il capo all'indietro fino a forzarsi a guardare il tetto, che brulicava di scarafaggi e millepiedi e grasse larve di mosca, e poi, prima che a quell'orripilante visione se ne sostituisse un'altra, ancora peggiore, quella del volto della sua visitatrice misteriosa il cui ghigno soprannaturale si rifletteva persino sulla sua ombra, diede forza al bicipite e si scaraventò il volto sul tavolino di cristallo davanti a sé. Il tavolino andò in frantumi all'impatto, polverizzandosi in schegge affilate ed appuntite che le trapassarono le guance, le si conficcarono nelle gengive e nel naso, le fecero esplodere i bulbi oculari col solo, soffocato rumore di un nuovo passo sulla Moquette della sua visitatrice misteriosa che entrava nella stanza.

            Goldy rialzò la testa di scatto, sbatté gli occhi, e fu di nuovo sveglia. Non perse tempo a ragionare su come aveva sconfitto l'incubo usando la sua arma segreta, la stessa che aveva usato per ogni incubo da quando aveva compiuto undici anni; scattò in piedi, ancora intorpidita, col rischio di cadere davvero faccia in avanti sul tavolino di cristallo, afferrò il telecomando nero ed accese la TV, che esplose ad alto volume e con la sua rassicurante lucentezza sufficiente a far rallentare quasi immediatamente la corsa del suo cuore. Una bella bionda in Tailleur, con una carta geografica animata del Midwest sullo sfondo, spiegava cordialmente e con voce pacata e con l'aiuto di una bacchetta come gli abitanti del centro-nord degli Stati Uniti, dalla zona dei Grandi Laghi fino ai due Dakota e alle montagne rocciose, avrebbero dovuto aspettarsi tempeste ancora per una settimana, con neve soprattutto a Chicago e pericolo di tornado nell'Indiana e nel Nebraska.

            Goldy si sentì sciogliere. Mollò il telecomando della TV, afferrò quello del condizionatore e lo accese, ed un soffio subitaneo di aria calda arrivò da un angolo della stanza ad accarezzarle il collo e la testa. Poi ciabattò lentamente sulla Moquette, verso la cucina. Un bicchiere d'acqua con tre o quattro cubetti di ghiaccio, una Coca-Cola fredda di frigo, o magari all'inverso un bel caffè caldo, qualsiasi cosa. Pur di non addormentarsi di nuovo fintanto che era sola a casa.

            Si fermò solo un istante davanti alla porta della cucina. Era chiusa, come nel sogno; e, esattamente come nel sogno, la porta che dal salottino dava sull'ingresso, era aperta. Finite le previsioni del tempo, il televisore rimase in silenzio per due lunghissimi secondi che sospesero ogni attività. La mano destra di Goldy si congelò sulla maniglia della porta, lei trattenne il respiro e voltò piano la testa, girando gli occhi il più possibile per guardarsi alle spalle. L'idea di una ragazzina dal sorriso mostruoso che si apriva sulla sua ombra era ancora viva e vivida nella sua mente, scintillante come argento; ed ebbe un brivido ad immaginare quel sorriso da lupo stagliarsi su di lei.

            Aprì la porta con un gesto brusco ed entrò in cucina, accompagnata nuovamente dalla voce squillante del televisore; c'erano due uomini che parlavano, adesso, e Goldy lo riconobbe come un dialogo del film Baby Killer - It's Alive. O era un Trailer o le previsioni Meteo erano state collocate strategicamente tra primo e secondo tempo. Si avvicinò al frigo, accanto al quale c'erano il piano da lavoro e gli scaffali della dispensa. La macchinetta del caffè era accesa, la spia verde segnalava che l'acqua era calda; a lei faceva schifo il caffè all'americana, lo preferiva fatto all'italiana, con la moka, ed era anche piuttosto brava a farlo. Ma adesso aveva solo bisogno di berne un sorso abbondante ed amaro. Sistemò una cialda nel caricatore della macchinetta e vi piazzò sotto una grossa, dozzinale tazza di porcellana bianca decorata col simbolo della Polizia di Chicago; accese l'apparecchio ed il suo ronzio la rassicurò, mentre il suo sguardo e il suo olfatto venivano catturati dal caffè che scendeva giù a riempire la tazza emanando un odore tutto sommato non da buttar via.     Prese la tazza appena fu piena, e ne bevve un sorso abbondante; era caldissimo, bruciò a contatto con le labbra e continuò a bruciare anche a contatto col palato e scendendo giù per la gola, e lei dovette staccarsene all'istante e tirar fuori la lingua respirando velocemente per raffreddarsi la bocca. Era comunque un caffè sorprendentemente buono, anche se amaro e caldo come l'inferno. Ma del resto, un assetato nel deserto trova buono da bere anche il piscio.

            Nell'altra stanza, dal televisore esplose un urlo femminile di terrore e di dolore sorprendentemente lungo ed acuto, tanto che Goldy trasalì e quasi la tazza colma di caffè le cadde a terra. Nel sobbalzo, ne schizzò fuori un goccio rovente che andò a bruciarle la pelle sul dorso della mano, e Goldy soffiò di dolore, premendoci sopra la mano bendata, ancora malandata dalla sparatoria del Milton Lee Olive Park, per darsi una ripulita. Bestemmiò a ripetizione, mentre nell'altra stanza l'urlo scemava nel lamento delle sirene della Polizia di Los Angeles. Ci mise un po' a capire che quello strano eco che continuava a fischiarle nelle orecchie non veniva dalla TV, ma era il trillo del telefono.

            Tornò velocemente in salotto, con la tazza di caffè sempre nella mano buona e quella bendata a premere sul punto in cui si era ustionata, ripassando mentalmente, a denti stretti, tutte le bestemmie che conosceva. Zampettò sulla Moquette bevendo il caffè bollente a piccoli sorsi, mentre alla TV l'abominevole creatura del film It's Alive si nascondeva dai colpi di pistola e di fucile dei poliziotti di Los Angeles. Dovette armeggiare un po' per non perdere la presa sulla tazza di caffè e nel contempo per mettere in muto il televisore, ma almeno, giudicò Goldy, tutta quella serie di movimenti convulsi doveva servirle a tenerla sveglia. Sapeva che, se si fosse addormentata, non avrebbe potuto far altro che ricadere in quell'incubo orribile. Armeggiando con la mano ferita, afferrò la cornetta del telefono e se la piazzò tra la testa e la spalla.

            « Pronto?» fece con voce squillante, alzando la mano buona per portarsi alla bocca la tazza.

            « Ciao».

            Goldy si sentì istantaneamente mancare. La mano buona le tremò, al punto da far cadere metà del caffè sulla Moquette. Lasciò lentamente la tazza sul tavolo per afferrare il ricevitore del telefono, e piombò a sedere sul divano. Respirava lentamente. Alzò la testa verso il televisore, muto, e fu come rivivere l'ultima parte dell'incubo. Per un attimo, oh, solo per un attimino, vide il sorriso diabolico dell'infernale visitatrice aprirsi sullo schermo della TV come uno strappo nella superficie di carta della realtà, come una manifestazione della Nuova Carne del film Videodrome.

            « Ci sei ancora, Goldy?».

            No, non era un sogno. Era tutto maledettamente reale. La voce era quella, e Goldy dovette aumentare progressivamente il ritmo del respiro per evitare di svenire.

            « Immagino che tu ci sia ancora, Goldy, quindi cercherò di essere breve».

            « Mary Ann», mormorò Goldy, inghiottendo a vuoto tra un respiro e l'altro.

            « Sta zitta». La voce di Mary Ann Perkins era insolitamente distorta, come se parlasse ad un cellulare da un ambiente pieno di disturbi ambientali, ma non c'era inflessione ella sua voce. Parlava con un tono piatto e gelido, come se parlasse un computer. No, peggio. Come se parlasse una persona senz'anima.

            « Stammi bene a sentire, Goldy. C'è una diga idro-elettrica nella contea di Rock Island. Si chiama diga del Rock River. Non c'è niente di più facile da ricordare a questo mondo».

            Goldy prese un altro respiro profondo. Stava ricevendo istruzioni.

            « É dove sono io adesso. Non sono sola, Goldy. Con me ci sono centocinquanta chili di esplosivo Compound-B, collegati ad un bel timer pronto a fare il suo dovere tra tre ore e un quarto esatte. Ovviamente io ho un radiocomando per ritardare l'esplosione, per bloccare il detonatore o per far saltare tutto in anticipo, se necessario».

            « Mary Ann...», ritentò Goldy con poca convinzione.

            « Chiudi il becco». Sempre con lo stesso tono, fredda e perentoria. Quella telefonata era il monologo di una macchina che non accettava risposte o Input

            « Tu devi essere qui tra tre ore, Goldy. Non tre ore e cinque, non tre ore e dieci. Tre ore esatte. Altrimenti io faccio scadere il tempo del Timer, la diga si spacca e cinquantamila persone che vivono a valle finiscono sotto l'acqua e il fango. E questo non sarà positivo per la parvenza di “ma si, in fondo qualcosa degli altri me ne frega” che ti sei fatta. Oh, non mi fraintendere, so benissimo che non te ne frega un cazzo se tutta quella gente finisce sott'acqua. Ma tu verrai. Perché questa storia finirà soltanto quando saremo tu ed io, faccia a faccia, su quella diga».

            « Mary Ann...».

            « Oh, Porca Madonna, dacci un taglio alle cazzate, oggi sai dire solo il mio nome o cosa? Piantala di menarti la passera e sali in macchina, stronza. Hai tre ore».

            « Gesù... oh, Gesù, Mary Ann... Ti rendi conto che Rock River è dall'altra parte dello Stato? Col traffico di Chicago mi ci vorrà un'ora, un'ora e mezza solo per uscire dalla città...».

            « HAH, allora sei sveglia!». La voce di Mary Ann s'incrinò di un tono cristallino di scherno, ma fu appena un momento. « É un tuo problema, Goldy, non mio. Tre ore. Oh, e un'ultima cosa: vieni da sola. Se sento passi, rumore di auto, di elicotteri, qualsiasi cosa, anche solo se mi fischiano le orecchie quando ti ho davanti, o magari prima, io premo un pulsante e seppellisco due o tre cittadine. Così, tanto per mettere i puntini sulle “i”».

            « Cosa... », Goldy scosse piano la testa, le labbra le tremavano. « Cosa vuoi, Mary Ann?».

            Domanda del cazzo!, pensò all'istante. Adesso avrebbe davvero voluto un sorso di caffè, ma ci rinunciò a priori. Sapeva che non sarebbe riuscita a staccarsi dal maledetto telefono.

            « Secondo te?».

            « Vuoi uccidermi?». Domanda stupida. Cercò subito di rientrare in carreggiata: « Non c'è bisogno di mettere in pericolo altre vite, Mary Ann. Vieni qui, dove sono io».

            « Si, certo, come no. Come se te ne fregasse qualcosa». La voce di Mary Ann, dall'altro capo del telefono, brillò per un istante di una risatina ironica. « Niente trappole, Goldy. Non stavolta. Ti ho dato due possibilità di vedermi faccia a faccia...».

            « Due possibilità di morire, vorrai dire!».

            « Te lo concedo. Resta il fatto che hai cercato di fottermi tutt'e due le volte. Ma tu mi hai fottuta abbastanza, Goldy. Non succederà di nuovo. Tu verrai!».

            Goldy si leccò le labbra, ché le si erano improvvisamente seccate. Stava cercando di intavolare una discussione pacata, di negoziare. Non aveva preso la laurea in psichiatria per pulircisi il culo. Ma non c'era verso. Mary Ann stava cercando palesemente di farla uscire dai gangheri, e Goldy capiva anche il perché, voleva indispettirla e disorientarla per farle perdere la concentrazione. Voleva che arrivasse all'incontro in svantaggio.

            « Pensi davvero che verrò a farmi ammazzare?».

            « Non lo penso affatto, Goldy. Lo so. E lo sai anche tu».

            « E perché? Sentiamo».

            Dall'altro capo del telefono, per un istante, ci fu solo silenzio. Poi venne un soffio, lungo, un sibilo arrabbiato come quello di un gatto disturbato durante il pasto. Come il suono dei sonagli di un crotalo sul punto di attaccare.

            « Non provarci con me, Goldy!». Quando la voce di Mary Ann tornò in linea, Goldy poté constatare, non con una certa soddisfazione, che il suo tono era cambiato. Aveva aperto una crepa nella sua armatura.

            « Non provarci, non provarci mai più ad usare quel tono con me, puttana appestata, non osare mai più parlarmi come se mi stessi dando un'ordine, io NON SONO PIÚ TUA!».

            L'acuto che uscì dal telefono attraversò il cranio di Goldy passando dalle orecchie come uno stiletto di ghiaccio. La sensazione di soddisfazione si accentuò. Era quello il problema di Mary Ann. L'autorità. Nella fattispecie, l'autorità di Goldy di Ferro.

            Goldy aprì di nuovo la bocca per parlare, ma la voce di Mary Ann al telefono l'anticipò, di nuovo colma d'ira, sibilante come un cobra minaccioso:

            « Te lo dico io che cosa succederà, brutta sporca pertica rossa italiana tisica ciucciacazzi: tu verrai, verrai qui davanti a me, e mi darai tutte le soddisfazioni che vorrò avere, e poi morirai, che ti lasci uccidere docilmente o che lotti non farà differenza perché morirai comunque, per Luanne, per Sarah e per me. E se non verrai non cambierà niente, perché tanto morirai comunque, quel poco della tua miserabile vita da pompinara che ti rimarrà lo passerai a scappare come un topo da un'aquila, dovrai abbandonare tutto, scappare, nasconderti, rifarti un'altra vita daccapo di nuovo, e un bel giorno quando ti sentirai al sicuro dovrai rifarlo daccapo, e così ancora, e ancora fino alla nausea, perché io ti cercherò, ogni minuto, ogni ora, ogni fottuto giorno che mi resterà da vivere lo passerò a cercarti, a giocare al gatto col topo con te, a godere del tuo terrore, finché non vivrai le giornate guardandoti alle spalle, nuda come un verme e senza un soldo, prostituendoti per fame a barboni tossici impestati in qualche lurido buco di merda, e solo allora verrò a finirti».

            Attacca, Goldy! ADESSO! Goldy aprì di nuovo la bocca per parlare. Non si sarebbe lasciata anticipare, questa volta.

            Lo squillo ritmico della linea caduta la sorprese mentre stava pronunciando la prima sillaba. Goldy sibilò una bestemmia, trattenendosi dall'impulso di scagliare il Cordless con tutta la sua forza contro il televisore. Poi cadde a sedere di colpo sul divano, guardando a terra, respirando piano.

            Ci aveva provato. Chiuse gli occhi un istante, cercando di pensare a Mary Ann Perkins, ma tutto ciò che le venne in mente, obbligandola a riaprirli di scatto, fu il terribile sorriso scintillante di canini argentati che si stagliava sull'ombra della sua misteriosa visitatrice di sogno.

            La telefonata era stata quello che si dice uno One-Man Show. Nessuna trattativa, nessun dialogo. Solo un monologo, freddo e perentorio. Di certo, su questo, Mary Ann aveva avuto un'ottima maestra. Mary Ann non voleva ascoltare, tantomeno voleva negoziare. Mary Ann le aveva dato un appuntamento e un ultimatum, ed aveva messo bene in chiaro che da quel momento in poi era su di lei, su Goldy di Ferro, che ricadeva l'intera responsabilità, perché  quella storia non sarebbe finita finché loro due non si fossero ritrovate faccia a faccia, da sole, su quella diga.

            SEEE, come no!, mormorò una voce dentro di lei, e poi, subito dopo, un'altra: MA CHE CAZZO STO PENSANDO?

            Di nuovo, Goldy provò l'impulso di fracassarsi la testa sul muro o contro il tavolino di vetro. Era... era tutto sbagliato. Quello che stava pensando. Il modo in cui stava agendo. Tutto sbagliato. La verità era che Goldy di Ferro non aveva la minima idea di cosa fare. E quel ch'era peggio, era tutta colpa sua. E lei lo sapeva.

            Il primo trillo del campanello la colse ancora immersa nei suoi pensieri. Cosa doveva fare? Andarci o no? In realtà non aveva altra scelta. Doveva avvisare qualcuno? Non si era mai sentita così impedita, così stupida e confusa. Non riusciva a pensare. Non poteva andarci scoperta, pensò mentre il campanello continuava a suonare, e la sua mente iniziava a percepirlo, ma distante, come il fischio di un traghetto che arriva in porto. Poteva provare a prendere un'arma dalla collezione di Roy Coleman, magari la solita Kel-Tec P11 a cui era abituata, sempre che, dopo il suo ultimo exploit, Coleman non avesse bloccato a chiave il meccanismo che faceva scorrere la libreria per evitarle di accedere alla stanza blindata. Certo c'erano sempre la pistola e la carabina nella bacheca a muro, ricordo del suo servizio militare, ma anche lì, o erano scariche o disattivate, se non entrambi. Stava ancora pensando a questo, quando agli ultimi due nervosi squilli del campanello seguirono tre impetuosi colpi alla porta ed una voce maschile minacciosa:

            « Gloria Muso, APRA! SICUREZZA NAZIONALE!».

            Il volto di Mary Ann Perkins finalmente le balenò davanti agli occhi, fresco e solare come se fosse lì di fronte a lei in quel preciso istante, una ragazzina pura e felice e senza una preoccupazione al mondo. Com'era prima che lei le mettesse le mani addosso.

            Goldy si alzò di scatto ed afferrò la tazza di caffè che aveva lasciato sul tavolino, nel momento stesso in cui dall'ingresso proveniva un botto sordo e poi una folata di vento gelido. Quei figli di puttana avevano sfondato la porta.

            Ebbe appena il tempo di fare cinque passi, prima di trovarseli davanti; le piombarono addosso appena arrivò all'ingresso del salottino. Fecero ingresso in due, vestiti con completi uguali e grossi Trench color grigio scuro, auricolari bianchi nelle orecchie e taglio di capelli a spazzola. Avevano“Agente Del Governo” scritto in faccia; uno dei due era il classico Marine dalla faccia squadrata, sulla trentina, l'espressione dura dell'altro, invece, era mitigata dal fatto che portava un paio di occhialetti, forse riposanti. Erano entrambi armati di pistola, delle FN Five-Seven con mirino laser; uno dei due l'aveva già estratta e la teneva con entrambe le mani, rivolta verso il basso, il dito fuori dal grilletto, ma decisamente in posizione di “Low Ready”; l'altro la teneva ancora nella fondina agganciata alla cintura, ma aveva già la mano destra sul calcio, pronto ad estrarre. Goldy inchiodò di scatto, dipingendosi in volto un'espressione di stupore.

            « Non si avvicini!», intimò l'agente più indietro, quello con gli occhiali, alzando una mano verso di lei. L'altro, evidentemente il Point-Man della formazione, fece capolino oltre lei per osservare il salotto. Poi le si rivolse con aria severa: « Chi c'è in casa con lei?».

            « Nessuno... sono sola».

            « Chi c'è con lei?», insistette l'altro agente, quello con la faccia da Marine, meno cortese.

            Goldy seppe che non poteva tirarla ancora troppo per le lunghe. Sospirò d'irritazione fece per girarsi, con un gesto di stizza; certo, rimaneva sempre un'incognita: se quei due avevano dei colleghi che aspettavano fuori...

            « Ehi!», protestò uno degli agenti alle sue spalle.

            Goldy fece un altro giro su se stessa, spazzando via tutti i dubbi. Uno scatto, stavolta, che per la prima volta dopo ore le fece salire di nuovo una ventata di dolore alla mano fasciata. La mano buona, che stringeva ancora la tazza di caffè, scattò verso l'alto e gettò il contenuto della tazza in faccia all'agente più vicino, quello con la faccia da Marine che teneva in mano la pistola. L'uomo portò entrambe le mani al volto, strillando come se gli avessero rifilato una coltellata; lì per lì non perse la presa sulla sua arma, ma un istante dopo la lasciò cadere a terra, ai piedi di lei, mentre il caffè, nero e denso, gli colava giù dal mento e tra le dita. Si teneva le mani sugli occhi, e Goldy sperò sinceramente di non averlo ustionato.

            L'agente con gli occhiali, appena due passi dietro al suo collega, estrasse la sua pistola dalla fondina, e Goldy alzò la tazza di caffè ormai vuota e gliela lanciò in testa prima che quello potesse alzare l'arma. Lo centrò in piena fronte. La tazza si infranse con un POC!, l'agente cadde a terra di fianco facendo un mezzo giro su se stesso come se fosse stato colpito da una potente fucilata. Anche lui perse la presa sulla sua pistola, e giacque prono a terra a gemere, anche lui con entrambe le mani premute sul viso.

            L'agente coi lineamenti squadrati si stava riprendendo; si ripuliva il viso dal caffè bollente, e respirava rapidamente, piagnucolando. Sbatté le palpebre un paio di volte, fissandola con aria smarrita, aveva gli occhi arrossati e il volto paonazzo ma non sembrava essersi ustionato. Goldy sospirò di sollievo, e lo colpì di nuovo al volto, stavolta con la mano bendata. La fasciatura era pesante, si abbatté sulla guancia destra dell'agente con un altro POC!, forzandolo a voltare la testa di scatto di lato. Un'altra fitta di dolore si irradiò su per il braccio di Goldy, ma lei non ci fece caso. Scavalcò con lo sguardo l'agente che aveva appena colpito, e vide che l'altro stava cercando faticosamente di rimettersi in piedi, o quantomeno a sedere per terra. Si muoveva lentamente, a scatti, come un dormiglione che cerchi di risvegliarsi da un sonno troppo profondo. Sanguinava copiosamente, sporcando il pavimento. Il lato positivo era che non era intervenuto ancora nessun altro, sebbene li stesse menando di santa ragione da quasi trenta secondi e il secondo agente fosse vicinissimo alla porta, praticamente all'angolo tra il corridoio e l'ingresso e quindi perfettamente visibile dall'esterno se la porta era aperta. Erano soltanto in due, soltanto quei due. Nessun agente di copertura, niente rinforzi immediati.

            Goldy alzò la mano fasciata e la calò di nuovo sull'agente con la mascella squadrata, ma quello la sorprese con una reazione repentina, da professionista bene addestrato; alzò di nuovo la testa, a guardarla in cagnesco, e con la mano destra bloccò il suo polso prima che il colpo arrivasse a segno. Goldy gli sputò in un occhio e si liberò dalla sua presa, ricordando le sue nozioni di arti marziali; si abbassò di colpo a livello del pavimento e con una spazzata gli colpì entrambe le gambe, facendolo crollare a sedere a terra con un altro rumore sordo. L'agente piombò giù con un gemito di dolore strozzato e un'espressione di stupore incredibilmente comica. Forse aveva le emorroidi.

            Il secondo agente si era ripreso, ed anche lui era seduto a terra adesso; aveva un vistoso taglio alla fronte, e lo sguardo era perso nel vuoto come se faticasse a riprendersi dallo stordimento. Non aveva perso i suoi occhialetti. Cercò a tentoni la pistola che gli era caduta, non la trovò, voltò la testa da una parte all'altra e la individuò a pochi centimetri dal suo piede sinistro. Si allungò a prenderla, ma a quel punto Goldy si era già rialzata ed aveva fatto un passo indietro, e con la mano buona, tesa in avanti, impugnava la FN Five-Seven del suo collega.

            « NON CI PROVARE, STRONZO!», berciò indispettita.

            L'agente con gli occhialetti alzò lo sguardo verso di lei. Fu un attimo, il dubbio nel suo sguardo lasciò il posto alla rassegnazione, e si mise a sedere alzando le mani. Anche il suo collega fece lo stesso, lentamente, ancora afflitto dal dolore al didietro per la caduta di schianto.

            Goldy fece un altro passo indietro, valutando la situazione. Non c'era granché da valutare, in realtà. Aveva i due stronzi in mano. Tenendoli sotto tiro con la FN Five-Seven, fece un gesto eloquente con la mano fasciata:

            « In piedi. Tutti e due».

            Obbedirono, incazzati e scazzati. Si muovevano lentamente, ancora rintronati dalle botte e disorientati dalla sconfitta. Decisamente non si aspettavano una reazione del genere, da lei. Beh, pensò Goldy, avrebbero dovuto organizzargli un Briefing un po' più accurato; appena nato, il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale dimostrava di lasciare già molto a desiderare. Il più confuso dei due agenti sembrava quello che si era beccato la tazza in fronte, l'altro non pareva aver subito gravi danni a parte un gran dolore alle chiappe. Fu a lui che Goldy si rivolse.

            « Va' al divano e prendi la federa da un cuscino. Con calma». Poi, rivolta all'altro: « Tu dai un calcio a quella cazzo di pistola. La voglio vedere lontana dal tuo corpo. E tieni le mani sulla testa, con le dita intrecciate».

            Obbedirono di nuovo, entrambi, muovendosi di malavoglia. L'agente con la ferita alla fronte, un taglio netto che continuava a sanguinare facendogli sgorgare un fiumiciattolo rosso in mezzo agli occhi e giù per il naso a macchiargli i vestiti e le scarpe, scalciò via la sua pistola d'ordinanza che aveva vicino ai piedi, facendola finire in un angolo lontano. Quello con la mascella squadrata si mosse verso il divano con lentezza, tenendo basso il baricentro del corpo e le gambe leggermente divaricate. Goldy dovette lottare contro l'impulso di mettersi a ridere.

            L'agente tolse un cuscino dalla sua federa e tornò indietro a piccoli passi, guardandola con aria interrogativa e maledettamente stizzita. Goldy fece un altro cenno con la mano fasciata:

            « Mettete lì dentro tutto quello che avete. Armi, munizioni, manette, chiavi, radio e cellulari, tesserini di identificazione, voglio tutto lì dentro. Poi toglietevi i cappotti e le giacche e lasciateli cadere a terra. Se avete giubbotti antiproiettile, voglio vedere a terra anche quelli. Adesso!».

            Obbedirono ancora una volta, stavolta con più decisione nei movimenti, anche se decisamente più stizziti. Venne fuori che ciascuno di loro aveva quattro caricatori di scorta per la pistola FN Five-Seven d'ordinanza che lei gli aveva tolto, e ciascuno di loro aveva una piccola pistola di scorta infilata in una fondina alla caviglia destra, ed un caricatore di scorta anche per quella, in uno speciale fodero alla caviglia sinistra. Goldy li supervisionò col dito sul grilletto quando se ne privarono, ma nessuno dei due diede neppure l'impressione di volerci provare.

            Si privarono anche dei portafogli e dei portadocumenti con le tessere del DHLS, due paia di manette con relative chiavi ciascuno, e ciascuno aveva anche un cellulare ed una piccola rice-trasmittente tascabile, probabilmente uno di quegli affari satellitari a banda digitale; le tenevano nelle tasche interne degl'impermeabili, ed avevano entrambi dei radio-auricolari, quindi dovettero armeggiare un po' per privarsene, sempre sotto l'attenta supervisione di Goldy. Tutto sparì nella federa del cuscino, che alla fine le gettarono ai piedi, piena e pesante.

            « Il resto», fece lei, impassibile.

            I due agenti la guardarono fissa per un istante, e lei fece un altro cenno con la mano bendata. Allora si decisero ad eseguire anche l'ultimo ordine, si levarono gli impermeabili e le giacche e le fecero cadere a terra, e quando si trovarono in camicia il gonfiore anormale dei loro toraci dichiarò senza ombra di dubbio che portavano il giubbetto antiproiettile. Goldy fece un altro gesto con la mano bendata, e i due agenti si levarono anche le camicie e le cravatte, senza alcuna pudicizia, con gesti rapidi e automatici, si sfilarono i giubbotti antiproiettile e li fecero cadere a terra.

            « Giratevi. Faccia al muro».

            Gli agenti obbedirono ancora, e Goldy si inginocchiò sul mucchio di roba che si erano tolti. Dovette fronteggiare qualche problemino logistico per riuscire a fare quello che doveva senza perderli di vista, ma riuscì ad indossare sopra il vestito uno dei loro giubbotti antiproiettile, trovandone al primo colpo uno che le calzava a pennello, e sopra il giubbotto indossò uno dei loro Trench. Poi frugò nella federa, e tra le cose che ci avevano buttato dentro trovò le chiavi del loro veicolo, un GMC a giudicare dal portachiavi. Le gettò ai piedi di uno degli agenti, e si alzò tenendo sempre la pistola puntata verso di loro con la mano buona e la federa sotto l'altro braccio.

            « Raccogliete quelle cazzo di chiavi», mugugnò. « E riprendetevi le giacche. In canottiera siete penosi e indecenti, tutti e due».

            L'agente con la mascella squadrata si chinò delicatamente ad afferrare le giacche e ne passò una al suo collega. Prese le chiavi del veicolo e le osservò con un ghigno sardonico, non osando guardare Goldy in faccia:

            « Vuoi che ti portiamo da qualche parte, dolcezza?».

            « A fare una scampagnata fuori città».

            « Alla diga del Rock River, magari?».

            « Fai troppe domande, agente!». Semmai avesse bisogno di un'ulteriore conferma del fatto che tenevano il telefono sotto controllo.

            L'agente della Sicurezza Nazionale osservò le chiavi che teneva tra due dita, le chiuse nel palmo della mano e fissò Goldy con aria di sfida.

            « Vuoi mettermi alla prova?». Goldy digrignò i denti. La pistola FN Five-Seven che teneva puntata su di lui non si mosse di un millimetro.

            Uscirono, i due agenti in testa e lei dietro, distanziata di un metro, quel tanto sufficiente da evitare che uno dei due potesse colpirla con una giravolta improvvisa, ed abbastanza vicina da sparare con letale precisione se avessero deciso di fare gli stronzi. Certo, Goldy sperava di non doverci arrivare. La porta di casa si chiuse senza problemi; avevano forzato la serratura nell'entrare, ma non in maniera irreparabile, e bastò sbattere la porta perché si chiudesse.

            Come previsto, il veicolo degli agenti era un grosso fuoristrada GMC nero parcheggiato davanti al vialetto di casa. Per tenerli sotto controllo, Goldy fece prima salire a bordo sul sedile anteriore del passeggero l'agente con gli occhialetti, quello che aveva colpito alla fronte con la tazza, poi salì lei sul sedile posteriore, dopo essersi accertata che non vi fosse una griglia di metallo o un divisorio di Plexiglass blindato a separare i due vani della vettura, e solo per ultimo fece salire al posto di guida l'agente con la mascella squadrata. Tutto con gesti lenti e sempre controllati col tiro della pistola. Quei due stavano rosicando forte, e non si sarebbero fatti scappare l'occasione di spaccarle la faccia.

            Il vicinato era freddo e deserto nella tarda mattinata. Non c'erano nemmeno i soliti messicani a falciare i prati delle case dei più benestanti. Strano, comunque, perché per essere pieno dicembre a Chicago la giornata stava prendendo una buona piega, sul fronte del tempo. Le nubi si stavano poco a poco rarefacendo, strappandosi in fessure sempre più larghe da cui i raggi del sole si proiettavano a baciare le case, netti come disegnati in un cartone animato giapponese. Le previsione di altra neve in arrivo erano state sconfessate, almeno per quella mattina.

            Goldy intimò ai due agenti di allacciare le cinture di sicurezza, e di nuovo quelli obbedirono sbuffando. Non erano abituati alla sconfitta, pensò Goldy con un ghigno.

            Sul Cockpit era montata una radio-trasmittente, simile ai CB delle auto della polizia ma apparentemente un tantino più sofisticata. Goldy fece passare la canna della FN Five-Seven tra i due sedili anteriori e tirò il grilletto tre volte.

            La pistola fece uno strano rumore, KYA-KYA-KYA!, e le detonazioni degli spari esplosero nell'ambiente chiuso dell'auto facendola sobbalzare. I finestrini e i parabrezza non si disintegrarono perché erano blindati. I due agenti si buttarono di lato d'istinto a ripararsi le orecchie, mentre a Goldy scoppiò in testa un sibilo acuto e molto fastidioso, come se avesse beccato una legnata in piena fronte. Quando il rimbombo scomparve, a lei era rimasta una leggera sensazione di vertigine che non le annebbiava i pensieri ma avrebbe potuto influire sulla sua capacità di reagire, e i due agenti della Sicurezza Nazionale guardavano inquieti la radio-trasmittente sfondata dai colpi di pistola che mandava scintille e fumo ed emetteva uno scricchiolio tagliente.

            Senza perdere tempo, Goldy puntò la FN Five-Seven contro il retro del poggiatesta del sedile del guidatore, con abbastanza forza perché l'agente seduto alla guida sentisse il contatto contro la nuca:

            « Parti! Vai sulla Kennedy in direzione est!». Poi spostò il tiro della pistola contro lo schienale del sedile anteriore del passeggero, confusa ed incazzata: « E tu fai il bravo!».

            Il fuoristrada si avviò senza problemi e placidamente lungo il viale, verso la strada maestra.

            « Se trovi traffico, usa la sirena», precisò Goldy, senza ottenere risposta. Era un suggerimento idiota, se avessero sfrecciato lungo la John F. Kennedy Expressway in direzione est a tutta velocità a sirene spiegate si sarebbero trovati immediatamente attorno tutte le auto della polizia nel raggio di venti chilometri. Il che sarebbe stato un problema per lei, che si era appena imbarcata nell'impresa di aggredire e sequestrare due agenti federali.

            « Come vi chiamate, ragazzi?», chiese, con un tono un po' più conciliante.

            Silenzio. Il veicolo scivolò giù via dal viale e si inserì in un'arteria urbana un po' più trafficata, confondendosi in mezzo a tutte le altre grosse auto americane che vi circolavano. Goldy scosse la testa con una smorfia, e cominciò a fare una cernita di quello che conteneva la federa del cuscino che aveva portato con sé.

            Come prima cosa, prese tutti i caricatori di riserva per la pistola Five-Seven, e se li cacciò nelle tasche dell'impermeabile. Dopo un istante di riflessione, decise di prendere anche una delle piccole pistole di riserva, e di infilarla in una tasca interna dell'impermeabile assieme ai due caricatori di riserva e ad un terzo tolto dalla seconda pistola. Mise in tasca anche le manette, con le relative chiavi, ed ispezionò i documenti d'identificazione dei due agenti, che secondo i loro tesserini si chiamavano Kirchner e Velazquez. Infine prese uno, uno soltanto, dei due cellulari, e se lo tenne accanto sul sedile. Abbassò il finestrino sul lato sinistro, prese la federa con quel poco che conteneva, la chiuse con un nodo e la buttò fuori, osservando come rotolava lungo la strada trafficata. Un'utilitaria la investì in pieno e rallentò un poco, tirando due stizziti colpi di clacson.

            « E no, cazzo...», mugugnò l'agente seduto sul sedile del passeggero, quello con gli occhialetti, che secondo il tesserino si chiamava Velazquez.

            « Rilassati», rispose Goldy con lo stesso tono conciliante di prima. « Hai famiglia, Velazquez?».

            « Perché, mi vuoi sposare tu?», rispose l'agente Velazquez con una smorfia.

            « Senti...», replicò subito l'agente Kirchner, quello con la mascella squadrata da Marine, guardandola per un attimo tramite lo specchietto retrovisore. « Noi ti ci avremmo portato comunque, in quel posto. Questi erano gli ordini. Stai solo peggiorando la tua situazione, quindi se ci fai accostare e metti fine a questa pagliacciata, puoi ancora uscirne bene». Parlò con un tono sincero e comprensivo, alzando per un momento una mano dal volante in un gesto eloquente.

            « Pagliacciata?». Goldy soffocò un risolino, come se l'agente Kirchner avesse detto qualcosa di maledettamente divertente. « Ma fatemi il piacere, ragazzi. Voi mi avreste usata per far uscire Mary Ann allo scoperto e poi l'avreste ammazzata. Beh, mi dispiace tanto guastarvi la festa, ma io ne ho fin sopra i capelli di morti. Questa storia finisce oggi, e non muore più nessuno!».

            L'agente Velazquez le rivolse a sua volta un'occhiata attraverso lo specchietto retrovisore, con l'aria di Si, come se te ne fregasse qualcosa!. L'agente Kirchner scosse la testa:

            « Non cambierà niente. Abbiamo delle unità che stanno già andando sul posto».

            « Eccome se cambierà qualcosa. Arriverò lì e avvertirò Mary Ann».

            « Credi che ti risparmierà per averla salvata? Che ti perdonerà?».

            « No», rispose Goldy, sincera, dopo un attimo di silenzio. « Ma la vita gliela salverò comunque. Tutto questo è colpa mia, lei vuole uccidermi perché io ho rovinato la vita a lei e a quelle altre due ragazze, e le ho fatte morire. Ma se io devo morire oggi, almeno farò in modo che Mary Ann possa vivere ancora. È tutto quello che posso fare per riparare a quello che le ho fatto».

            « Non puoi fare niente!», insistette l'agente Kirchner. « Stiamo mandando laggiù delle squadre speciali. Come quella dell'altra notte al parco pubblico. Appena l'avranno individuata, attaccheranno».

            « No che non lo faranno, furbone. Perché se avete ascoltato bene la telefonata che avete intercettato, sapete bene che Mary Ann farà saltare in aria la diga appena sentirà la vostra puzza. E dopo il fiasco al parco, nonostante abbiate dimostrato il disprezzo più totale per la vita umana, non rischierete un disastro. No, agente Kirchner, il vostro piano era di portarmi lì per distrarre Mary Ann mentre qualche vostro tiratore scelto inquadrava la sua testa in un mirino di precisione. Spiacente, ma oggi non finirà così. Io andrò lì, l'avviserò del vostro arrivo e lascerò che lei fugga. Le chiederò di non far esplodere la diga, e in cambio le permetterò di uccidermi. Se vorrà portarmi via per torturarmi prima di farmi secca, la seguirò. Ma per questa faccenda non morirà più nessun altro. Se sarà necessario, devo essere io».

            « Finirai in galera, e stavolta non ne uscirai».

            « Ho l'impressione che non mi ascolti, agente. Io non arriverò alla fine della giornata».

            « Molto nobile», fece l'agente Velazquez, sarcastico. E dopo un istante di riflessione: « Senti chi parla di rispetto per la vita umana, poi...».

            Goldy lo ignorò. Il fuoristrada stava percorrendo alla massima velocità consentita una grossa arteria cittadina di cui lei non ricordava il nome, ma superarono un cartello verde che ricordò loro che mancavano cinque chilometri alla prima bretella per immettersi nella Kennedy Expressway.

            « Rilassatevi», concluse, abbandonandosi sullo schienale del sedile. « Solo... fate solo quello che vi dico, e tornerete a casa vivi, d'accordo?».

            Silenzio. Goldy allungò la mano armata e premette la canna della pistola contro lo schienale del sedile dell'agente Velazquez. « Ma niente casini!».

            Ancora una volta, nessuno dei due rispose, e Goldy si ritrovò a fissare il telefono cellulare che giaceva di fianco a lei. Sapeva che usarlo era rischioso, visto che bastava che fosse acceso per intercettarne la posizione, e sicuramente il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale ne era in grado; ma del resto potevano sapere già benissimo dove si trovava, magari stavano già tracciando i suoi spostamenti, o magari c'erano dei Beeper sulla macchina, o addosso agli agenti. E comunque, stando a quello che aveva detto l'agente Kirchner, i piani della Sicurezza Nazionale erano di farsi vedere alla diga. Di nuovo, Goldy non aveva scelta: prima di disfarsi di quel cellulare, se mai era il caso, doveva fare due telefonate.