-QUARANTESIMA SINOSSI: RALLY VINCENT E MARK KINCAID-

            « STRONZA! SEI UNA STRONZA! HAI CAPITO? STRONZA FOTTUTA!».

            Gesticolava, era paonazzo in viso. Un omone alto quasi due metri e pesante circa un quintale di muscoli, che nonostante il dolore al costato e le ferite della sparatoria al Milton Lee Olive Park, mollava la stampella e si metteva a girare su se stesso sbraitando come un pazzo. Probabilmente il rossore sul suo volto era dovuto più al dolore che alla rabbia, anche se nulla toglieva che doveva essere incazzato come una belva. Eh, si, pensò Rally Vincent, stringendo le labbra. Anche stavolta gliel’avevano fatta sotto il naso, e per questo sentiva una strana sensazione di soddisfazione, sotto forma di un piacevole prurito che le nasceva in gola come un risolino nervoso. Però questa volta l’avevano fatta bella grossa.

            « Stronza…», concluse Mark Kincaid. I suoi occhi, profondi e severi, erano puntati su di lei, come un infallibile radar. L’espressione del suo volto tradiva rabbia ed incredulità. Dopo un istante, scosse la testa e si lasciò cadere a sedere su una delle poltrone. Courtney Granger, la sua bella assistente di colore, dovette aiutarlo, perché nel piegarsi emise un lungo, acuto gemito di dolore. Rally si sentiva quasi in colpa. Alzò lo sguardo verso l’orologio a lancette in stile Art-Deco appeso al muro sopra il caminetto acceso. Erano le tre e mezza del mattino.

            Il viaggio di ritorno dal Wisconsin si era svolto con estrema calma; avevano viaggiato su strade secondarie per evitare la polizia, e si erano tenuti molto al di sotto dei limiti di velocità, con frequenti soste per far prendere a Kyle delle abbondanti boccate d’aria, e di quando in quando per fargli mangiare della neve fresca e per bagnargli il viso e la testa. In questo modo erano riusciti ad evitare il peggio dell’overdose di vapori di Kerosine che si era beccato in quel laboratorio; il cuore di Rally continuava a battere come un tamburo, quattro, cinque battiti al secondo solo a pensarci, perché Kyle era il suo piccolo, il suo giovane splendido fidanzato, lei lo amava, eppure era anche colpa sua se era in quelle condizioni, perché si era messa a far casino anche lei, sparando come una scema. Col risultato che adesso Kyle era stracotto, e si sarebbe mosso come uno zombie per un paio di giorni. Era questo che la faceva stare male, non l’averla fatta sotto il naso a Kincaid.

            Quando erano arrivati a Chicago, il cuore della Città del Vento sembrava essersi spostato alla vecchia area portuale. Erano passati troppo lontani per averne una visuale diretta, ma prendendo la Lakeshore Drive per poi svoltare sulla East Chicago Avenue per arrivare ai sobborghi di nord-ovest, diretti verso il quartiere di Inverness dov’era di casa Rally, mentre costeggiavano il lago in una zona priva di edifici che impedivano la visuale, in lontananza, guardando verso sud, si erano goduti un caleidoscopio di luci rosse e blu, e avevano notato i lampeggianti di diverse imbarcazioni della polizia solcare il lago, e i fari di diversi elicotteri in cielo.

            Quando poi erano arrivati davanti a casa e ci avevano trovato due auto ad aspettarli, tutto era diventato lampante come il sole. Kincaid e la sua assistente, assieme a Roy Coleman, Jeff Shepherd e Goldy, la fottuta Goldy, li stavano aspettando al varco. Una bella imboscata, non c’è che dire. Avevano dato loro pochissimo tempo per rimettersi in sesto, stivare le armi e l’equipaggiamento e presentarsi a rapporto lì, nel salottino, in casa di Rally. Mentre Misty accendeva il camino, Rally e suo padre avevano raccontato per filo e per segno cos’avevano fatto nelle dieci ore precedenti. Ci avevano messo quasi due ore. Praticamente avevano sbattuto sotto il naso di Kincaid una sfilza di confessioni per crimini sufficienti a sbatterli tutti in gabbia fino alle calende greche, e nessuno poteva farci niente. Kincaid ne aveva ben d’onde, di essere incazzato, e Rally lo capiva. Ma Rally capiva anche che Kincaid nutriva nei suoi confronti sentimenti di sincera amicizia; gli faceva male sapere di essere stato buggerato da lei, e gli faceva male stare ad ascoltare, impotente, un lungo elenco di cose che avrebbero potuto farla finire in galera per vent’anni almeno. Ma soprattutto gli faceva male sapere che Rally aveva fatto un’altra delle sue stronzate. Si era messa in pericolo, aveva messo in pericolo i suoi amici, il suo ragazzo che era la cosa che più amava al mondo e che a sua volta avrebbe baciato la terra su cui lei camminava. Rally, tutto questo, lo capiva. Lo capiva perfettamente perché era intimamente arrabbiata con sé stessa per gli stessi motivi. Kincaid era incazzato nero con lei, con tutti loro, perché avevano rischiato la vita per fare il lavoro sporco di Goldy e di quelli della Sicurezza Nazionale. E anche di questo Rally era consapevole. Anche per questo Rally era intimamente incazzata nera con sé stessa.

            Con un gesto stanco e dolorante, guardandosi attorno stupito, come se ancora non riuscisse a credere a quello che aveva appena finito di sentire, Kincaid si passò una mano tra i capelli.

            « Ma che stronza…». Si umettò le labbra secche con un colpo di lingua. Stava cominciando ad iperventilare. « Dio maiale, Rally, ma quanto sei stronza!».

            « Si, si, va bene, dacci un taglio!». Rally alzò la voce, all’improvviso, dopo aver passato più di un’ora e mezza ad alternarsi a suo padre nel raccontare la storia che aveva da raccontare con tono pacato e a bassa voce, e un’altra decina di minuti a sorbirsi in silenzio gli improperi di Kincaid. Giudicava di essere grande abbastanza da essere cosciente della stupidità di quello che aveva fatto senza che ci fosse qualcun altro a ricordarglielo, per di più a forza d’insulti. Se ne stava rivolgendo abbastanza in cuor suo, per conto suo, non aveva bisogno dell’aiuto di Mark Kincaid. Si alzò, e puntò le mani ai fianchi, come una massaia incazzata: « Si, si, vabbene, Mark sono una stronza, d’accordo? Perché non mi fai causa?».

            « Non mi tentare, ragazzina. Potrei incriminarvi tutti quanti per una dozzina di capi d’imputazione!». Kincaid dovette frenare l’impulso di alzarsi a fronteggiarla, sapeva che la frustata di dolore al costato l’avrebbe fatto svenire. Si limitò a squadrarla dall’alto in basso con severità.         Come avrebbe fatto suo padre, se non fosse stato dalla sua parte.

            « HAH! Ti sfido a farlo!».

            Kincaid digrignò. La stronza l’aveva punto sul vivo. Cercò con lo sguardo Roy Coleman e Jeff Shepherd, che sedevano su due poltrone ai due lati di Goldy di Ferro, che se ne stava sempre lì in mezzo come una sorvegliata speciale. Stava cercando il loro aiuto, ma la prima ad aprire bocca fu proprio Goldy:

            « Andiamo, Kincaid… dopotutto hanno finito il lavoro, no? Hanno solo fatto pulizia…».

            « PIANTALA!», abbaiò all’improvviso Roy Coleman, seduto alla sua destra. Goldy trasalì. Finalmente qualcosa che riusciva a pungerla, la stronza. Coleman la fissava severo, no, di più, furioso. Sembrava seriamente sul punto di metterle le mani addosso.

            « Come puoi fare la stronza dopo quello che ti è successo stanotte?», sibilò, velenoso e arrabbiato come un serpente a sonagli. « E due ore fa non sembravi nemmeno in grado di camminare…!».

            « Sei senza morale, Goldy», concluse Jeff Shepherd, più piatto, glaciale. « Sei indecente. Mi fai schifo solo a starti accanto. Se apri di nuovo quella bocca da ciucciacazzi, giuro che ti ci infilo la pistola e ti faccio saltare le cervella. Così magari faccio un favore al mondo».

            Goldy rispose soltanto con una smorfia, ma non aprì bocca. Courtney Granger lottò ancora un secondo per costringere Kincaid a restare seduto e calmo. Si guardò attorno, senza alzarsi.

            « Sentite, sentite, diamoci una calmata adesso, d’accordo? Cerchiamo di essere pragmatici. Voglio dire, da questa faccenda avremo pur cavato qualcosa di buono!».

            « Abbiamo un nome, e un movente», rispose Roy Coleman. « Un quadro della situazione. Abbiamo la risposta a molte domande. Sappiamo come faceva quella ragazza a tenere sotto controllo i suoi».

            « Kerosine negli spray per l’asma…», mugugnò Goldy, appena udibile. « Furba…». Scosse la testa, stringendo i denti: ha avuto un’ottima maestra, del resto!, stava pensando, o forse perché non ci ho pensato prima io? Jeff Shepherd le rivolse un’occhiata, non particolarmente severa, ma lei si stava guardando le ginocchia e non ricambiò.

            La porta che collegava il Parloir alla cucina si aprì e si richiuse dopo un istante, e Misty, May e Kyle fecero ingresso a piccoli passi. Misty portava due Blister da sei lattine di birra, May sorreggeva Kyle, che si muoveva come fosse zoppo, o ferito da qualche parte. Rally si mosse verso di lui di scatto, per toglierglielo dalle mani in maniera frettolosa, quasi rude, e portarlo a sedere accanto a sé sul divano. A guardarlo, toccarlo, stringerlo tra le braccia, le si stringeva il cuore. Il suo giovane amato era ancora paonazzo in volto, ma aveva una specie di “fascia” di colore diverso, terrea, attorno agli occhi, che erano spalancati e fissi nel vuoto, le pupille dilatate. La bocca era semi-aperta, e respirava facendo sibilare l’aria tra i denti. Era scalzo, indossava i pantaloni blu di una tuta da ginnastica e una canottiera bianca, nient’altro; la canottiera era bagnata, non di sudore ma di acqua fredda per aiutarlo a controllare la temperatura corporea. Camminava letteralmente come un morto vivente, strisciando i piedi nudi per terra un braccio era inerte attorno alle spalle di Rally, l’altro era piegato all’indietro, stringeva una borsa di ghiaccio premuta con forza sulla nuca. Gemette, quando Rally lo condusse al divano e l’aiutò a sedersi; mentre lei gli si accomodava accanto, le rivolse uno sguardo terribilmente vitreo, gli occhi gli brillavano, lucidi. Rally avrebbe voluto stringerlo a sé, con forza, fargli posare la testa sui suoi seni e farlo addormentare così. Del resto, molte bibite fredde, molte docce fredde e molte spugnature d’acqua fredda sul corpo, e molto sonno, erano l’unico modo in cui si sarebbe potuto riprendere. Molto peggio sarebbe stato se la Kerosine l’avesse assunta in altro modo. Se gliel’avessero iniettata, a quest’ora sarebbe stato ridotto come era stata lei, Rally, quando quella puttana maledetta, Goldy, che adesso era seduta nel suo salotto su una delle sue poltrone, gliel’aveva sparata in vena. Sarebbe stato ridotto come era stato ridotto suo padre… com’era stata ridotta Mary Ann Perkins, e quelle altre due ragazze che Goldy teneva come schiavette sessuali; e ce ne sarebbe voluto per tirarlo fuori. Se invece l’avesse ingerita, mandata giù come acqua, probabilmente non sarebbe sopravvissuto all’overdose. L’inalazione lo aveva invece gettato in uno stato semi-catatonico che sicuramente, come già era successo col padre di Rally, avrebbe potuto facilitarne il lavaggio del cervello se qualcuno gli avesse voluto iniettare dell’altra Kerosine. In ogni caso, bisognava solo che Kyle passasse indenne le ventiquattro ore successive, bevendo e dormendo il più possibile e facendo docce fredde a intervalli regolari.

            « McKnight…!», mugugnò Kincaid, spaventato. « Gesù, stai bene, ragazzo?».

            « Ho mal di testa…». Kyle chiuse gli occhi, una lacrima gli colò giù per la guancia destra. Kincaid lo fissò a labbra strette, in silenzio.

            « Credo sarebbe meglio portarlo in ospedale, Rally. Ci penso io a spiegare tutto».

            « No…», mugugnò Kyle, prima che Rally potesse aprire bocca. « No, sto bene…». Afferrò stancamente una delle lattine di birra che Misty aveva posato sul tavolo, ancora ghiacciate dal frigorifero, e se la sfregò contro la fronte, poi l’aprì usando i denti per strappare la linguetta e ne prese un sorso che la svuotò almeno della metà.

            « Non devi bere alcool se sei fatto di Kerosine, bimbo», obiettò Goldy a voce bassa, piatta.

            Rally le indirizzò un’occhiataccia; Kyle alzò piano lo sguardo sulla rossa, il suo sguardo vitreo e sofferente, e un’altra lacrima gli rotolò giù per il viso quando mugugnò:

            « Fanculo, Goldy, okay? Guarda cosa mi hai fatto. Ti odio, ecco. E vaffanculo. Porcoddio».

            « È proprio fatto», osservò Jeff Shepherd con una smorfia.

            « Beh…», concluse Rally, alzandosi. « Fatto o no, io adesso lo devo mettere a letto». Tese una mano a Kyle, che la guardò ancora con occhi vitrei e sofferenti, poi fissò Goldy:

            « C’è un’altra cosa importante che Rally deve dire, sai?».

            « Gesù Cristo, Kyle…», mugugnò Rally.

            « E diglielo, dai. È importante». Kyle chiuse gli occhi.

            « Si, dopo che ti ho messo a letto».

            « No, prima». Kyle riaprì gli occhi, velocemente, come se l’avesse fatto solo per schiarirsi la vista stanca. « Voglio vedere la faccia che fa!».

            Ora l’attenzione di tutti era puntata su di lui. E su di lei.

            « Aileen…», sussurrò Mr.V, seduto dietro di lei.

            Rally, a malavoglia, come se l’avessero costretta a girarsi e dare una bella, lunga occhiata ad un cadavere in decomposizione popolato di formiche e vermi, si voltò e squadrò Goldy con gli occhi stretti a due strali di ghiaccio, azzurri come l’oceano e assoluti come la morte. Strinse i denti.

            « L’ammazzatina del tuo vecchio professore, Goldy, era una montatura. Tutta una messinscena per farci perdere tempo. Laggiù, in quel laboratorio, abbiamo strapazzato un chimico. E quello ci ha detto che, quando la tua più grande ammiratrice lo ha, diciamo, assunto, gli ha dato un campione della Kerosine da sequenziare per fabbricarla. Un campione, capisci? Non una formula».

            Silenzio per un istante. Goldy si allungò sulla poltrona, annuendo piano. Faceva ancora la regina dei dannati, e Rally strinse i denti, forte fino a farsi dolere e formicolare le gengive. Avrebbe voluto farle saltare il cervello, lì e subito.

            « Capisco…», mugugnò Goldy, dopo un altro istante, spezzando il filo della tensione; era calma, senza alcuna particolare. « Si, lei… Mary Ann, poteva sapere che io facevo controllare Whitman da Cortellesi. E se non è stupida, e non lo è mai stata, poteva senz’altro sapere anche il perché. Mi stava…». Fece un’altra piccola pausa, strinse le labbra. « Me la tenevo, molto vicina».

            Rally annuì piano, impercettibilmente, le palpebre strette, la bocca chiusa forte, appena un taglio sul viso: Ma certo, come se la cosa ti dispiacesseContinuava a fissarla, mal celando l’impulso di saltarle addosso e squarciarle la gola con le unghie e con i denti.

            « E il campione di Kerosine?», mugugnò Kincaid; si era piegato leggermente in avanti per guardarla, ed era paonazzo in volto per il dolore. Era riuscito a malapena a biascicare quattro parole.

            « Oh, beh, quella può averla presa dovunque. Ce n’era un sacco nascosta qua e là. Magari è un Souvenir, magari è andata in uno dei posti che usavo e ne ha trovato una scorta. Non posso saperlo con certezza».

            Aveva perso il controllo della sua creazione, come i russi dei loro arsenali nucleari. E lo stava ammettendo in una maniera così maledettamente candida

            « Riguardo a Cortellesi?».

            « Dietro le sbarre». Courtney Granger abbozzò un sorrisetto. « Il fatto è che ci ha già chiamati l’FBI, Divisione Crimine Organizzato. Lo vogliono, del resto è roba loro. Ho parlato con un amico di Quantico per mettere a posto la cosa, va a finire che possiamo tenercelo fino a domattina. Adesso Victor lo sta tenendo sveglio e vigile a forza di caffè, domande e secchiate d’acqua. Parlerà».

            « Lo spero», mugugnò Goldy. « Volete un consiglio? Non minacciatelo, basterà che gli facciate delle promesse. Cortellesi è uno che si caca addosso. Ha paura di me, e per qualche strana ragione ha ancora più paura di Mary Ann. Basterà che gli diciate che lo terrete al sicuro da tutte e due e cinguetterà come una rondine a primavera».

            « Non ho mai sentito cinguettare una rondine». Kyle, a malapena un bisbiglio. « Che cosa può avere, questa tua sincera ammiratrice, per fare paura a Cortellesi?».

            « Beh, adesso, penso, nulla. Lui era latitante. Se Mary Ann sapeva che stava a Las Vegas, potrebbe semplicemente aver minacciato di denunciarlo».

            « E un mafioso si lascia minacciare così? Non ha provato in nessun modo a farla stare zitta?». Ora Kyle sembrava aver riacquistato un po’ di lucidità. Rivolse un’occhiata luminosa a Goldy, che rispose con un sorrisetto affatto malizioso.

            « Salvatore Cortellesi è un delinquentello di mezza tacca», rispose per lei Coleman. « Un tirapiedi che è arrivato quasi ai piani alti facendo il lavoro sporco, ma alla fine ha dovuto accontentarsi di restare sulla porta. È un mollusco che la mafia ha dovuto sopportare fintanto che ha obbedito agli ordini, che è l’unica cosa che fosse capace di fare. In questi ultimi anni è rimasto nascosto a Las Vegas a gestire un gruppuscolo di picchiatori che recuperavano debiti per conto dei piani alti. Lo hanno protetto giusto perché Cortellesi è il collegamento tra Boss che serve e decine di omicidi, ma credo sarebbero stati ben felici di tappargli la bocca invece».

            « L’ho protetto io», finì Goldy. « Mi serviva per controllare Whitman. Ho usato i… contatti… che mi sono rimasti… per assicurarmi che restasse vivo e vegeto dov’era».

            Coleman le rivolse un’occhiata severa. Salvatore “Turi” Cortellesi aveva prosperato a Las Vegas come mafiosetto di mezza tacca grazie a lei, che aveva sempre saputo del suo nascondiglio e l’aveva protetto. Forse lei stessa era nella lista dei Boss che Cortellesi poteva ricollegare a omicidi di mafia, il che avrebbe significato per Goldy il ritorno dietro le sbarre, stavolta senza passare per la casa di cura perché, ammettiamolo, non era dipendente da nessuna droga, non lo era mai stata.

            Il fatto che, quando era stata presa, fosse stata rinchiusa all’Ospedale Psichiatrico di Chicago-Read era una pura coincidenza, che aveva fatto la sua fortuna: era fatta quando era stata arrestata, e questo la rendeva per la legge temporaneamente incapace di intendere e di volere e di affrontare il processo. La legge prescriveva in questi casi il ricovero coatto e cure disintossicanti in un centro psichiatrico, per rendere il detenuto abile a sopportare il procedimento a suo carico nel più breve tempo possibile. Quando poi, l’ottobre precedente, La vicenda del gruppo di pedofili conosciuto come Il Network l’aveva coinvolta, il giudice federale Melman Griggs, responsabile del procedimento a suo carico, aveva deciso di accettare la richiesta di Kincaid di metterla temporaneamente sotto protezione esecutiva. E l’aveva affidata a lui, Roy Coleman, trasformando la sua casa in un “Centro di detenzione temporaneo”, e lui in un ufficiale di custodia fiduciario. Il che significava che il procedimento contro Goldy era soltanto sospeso, per quanto tempo non si sapeva, ma almeno finché lei sarebbe stata utile alla Giustizia. Qualunque sgarro avrebbe significato per lei tornare dietro le sbarre, e lo stesso sarebbe stato se nuove prove fossero emerse a suo carico, a qualsiasi titolo, di qualsiasi tipo e in qualunque modo.

            Roy Coleman malediceva periodicamente sé stesso per essersi offerto volontario a custodire la prigioniera in libertà temporanea. Se lei fosse finita dentro per aver sgarrato in qualsiasi modo, ad esempio per essere stata beccata in giro con un’arma da fuoco nella borsetta, il secondo a finire automaticamente nella merda sarebbe stato lui. E in men che non si dica se lo sarebbe trovato talmente nel culo che se lo sarebbe visto uscire di bocca.

            Inoltre, Coleman era arrabbiato con Goldy perché lei si era covata la serpe in seno. Per due volte. Aveva tenuto Mary Ann Perkins con sé come schiavetta sessuale, la pervertita figlia di puttana, per tutto quel tempo la ragazzina aveva avuto aperte le porte del suo Sancta Sanctorum, adesso aveva la bisaccia piena di cartucce da usare contro Goldy e non avrebbe risparmiato colpi; Dulcis in Fundo, Goldy aveva coperto e protetto Turi Cortellesi per tanti anni, facendo in modo che adesso Mary Ann Perkins potesse usarlo, tra le tante altre cose, contro di lei.

            « Sublime…». Jeff Shepherd scosse la testa, guardandosi le scarpe con aria schifata.

            « Se quel Cortellesi ha più paura di lei che di te, Goldy, potrebbe spiattellare all’FBI qualche segretuccio dei tuoi, lo sai?». Coleman squadrò Goldy da capo a piedi, di nuovo, con espressione severa. « Questa è la volta che te ne torni in galera senza passare per il via. Né io né Mark potremo più farci niente. Anzi, saremo fortunati se non saremo immediatamente dietro di te nella fila».

            « Non che alzerei un dito per tirarti fuori, stavolta», mugugnò, severo, Kincaid. Goldy non rispose, Kincaid si guardò lentamente attorno, ed indicò Kyle a Rally con un cenno. « Adesso credo sia proprio ora che lo metti a nanna, Rally».

            « Perché, dovete fare cose da grandi? Non sono un bambino, ho sei anni, ormai…».

            « Falla finita, Kyle. Adesso te ne vieni su in camera, zitto e buono».

            Kyle dondolava su e giù seduto sul divano con la borsa del ghiaccio ancora premuta contro la nuca e la lattina di birra ormai vuota tra le gambe. Aveva gli occhi chiusi e il viso rosso come un pomodoro, le guance rigate di lacrime. Rally gli tolse la lattina e lo aiutò ad alzarsi mettendogli un braccio attorno alle spalle, e stavolta lui non oppose resistenza.

            « Comunque…», mormorò Goldy, alzando un istante solo lo sguardo a fissare il punto dove Kyle era seduto un istante prima. «…c’erano altre due ragazze, assieme a Mary Ann».

            « Vuoi dire che tenevi altre due ragazze come schiavette sessuali assieme a Mary Ann!», ringhiò Mr.V. Goldy gli rivolse un’occhiata fredda e rancorosa: c’era bisogno di aprire bocca?

            « Non guardarmi così», la rimproverò di rimando Mr.V.

            Goldy lo fronteggiò con lo sguardo per quasi dieci, lunghissimi secondi di silenzio. Per tutto il tempo, Mr.V non si mosse, e la tesa immobilità trasudò a tal punto da bloccare anche Rally, a metà strada dalla porta che dava sulle scale per il piano superiore. Voltò la testa ad osservare suo padre e Goldy che si lanciavano invisibili strali di fuoco, impassibili e muti. Sembrava la scena di un film di Sergio Leone. Tra un secondo avrebbero estratto le pistole, ed uno dei due sarebbe stato più veloce dell’altro a sparare. Non c’era neanche da chiedersi chi dei due. Clint Eastwood, bravi.

            Ovviamente fu Goldy la prima a cedere. Cadde a sedere, scuotendo la testa, con la bocca stretta, e parlò guardando per terra, sputando le parole veloci come una mitragliatrice:

            « Erano come sorelle, legarono molto. Non possono che essere rimaste in contatto… so che furono affidate tutte e tre provvisoriamente ad un erborista di Chinatown, poi tornarono alle loro famiglie. Cercatele. Parlate con loro, sapranno dov’è Mary Ann, che cosa ha in mente…».

            Ancora una volta, silenzio. Lentamente, come se il collo le dolesse, oppresso da un peso di tonnellate, Goldy alzò la testa e si guardò attorno. Gli sguardi erano di nuovo tutti su di lei, freddi e severi. Poteva sentire il respiro di tutti, intorno a lei, lento e pesante come uno solo.

            « Ti stai proprio cacando sotto, vero, Goldy…?», sibilò Rally. « Continui a fare tanto la dura, più continui e più ti metti paura da sola. Quella ragazza ti spaventa a morte, non è vero? E sai una cosa? Credo che tu la tema perché sai che ha ragione a volersi vendicare. Sei perfettamente cosciente di quello che le hai fatto, e sai che al posto suo faresti esattamente lo stesso!».

            Goldy inghiottì a vuoto. Si umettò le labbra con un veloce tocco di lingua, ché le si erano improvvisamente seccate, e cercò di parlare, ma la gola secca glielo impedì.

            « Sarà un po’ difficile parlare con quelle ragazze, Goldy…», continuò Kincaid, e le sue parole furono pesanti, come pietre tombali, accompagnate dal suo solito tono piatto e severo, lo stesso che usava ogni volta che le rivolgeva la parola. « Sono morte tutte e due. Due anni fa».

            A Goldy sembrò che il cervello le esplodesse, distruggendo in un sol colpo tutte le connessioni che permettevano al resto del suo corpo di funzionare. Si lasciò andare, molle, sulla poltrona, mentre, vicinissima ma al contempo distante, con un tono echeggiante e distorto, l’assistente di Kincaid, Courtney Granger, cominciava a recitare:

            « Luanne Tucci, sedici anni. Morta di overdose il trenta dicembre del novantotto. E l’altra, Sarah Reed, diciannove anni e mezzo…».

            « Me la ricordo!». Kyle sobbalzò tra le braccia di Rally. Cercò di divincolarsi, ma lei strinse la presa, e lo guardò con aria severa: lui doveva andare a letto, e basta.

            Kyle la fissò un attimo, scosse la testa e si voltò il più possibile, a guardarsi alle spalle. Poté rivolgere a Goldy solo mezza faccia, paonazza e annebbiata. Quando parlò ancora, lo fece con voce impastata, come quella di un ubriaco o di uno che non dorme da giorni.

            « È stato due anni fa, alla fine dell’anno scolastico… a maggio, credo, in California. Lei… fu su tutti i telegiornali… andò a scuola con un mitra. Sparò ai suoi compagni, poi si fece saltare le cervella».

COROLLARIO

            La Signorina, al secolo Mary Ann Perkins, ora fissava il soffitto al buio.

            Era vestita, con un pigiama di quattro o cinque taglie più grandi della sua, e riposava in un letto troppo grande per lei, un matrimoniale a tre piazze in una stanza che era arredata come quella di sua nonna. C’era anche lo stesso odore, e l’unica luce era quella della notte, che filtrava a strisce spettrali dalle tapparelle non completamente abbassate, dietro la finestra chiusa. C’erano spifferi fortissimi. Aveva i brividi, e non solo per quello che era successo nelle ore precedenti.

            Erano le cinque del mattino. Nella stanza più vicina alla sua, adesso, c’erano due cadaveri. Non era tanto questo che la disturbava. Certo, lei sapeva che non avrebbe mai scordato come erano morti. Lei era lì di fronte, quando erano stati fatti inginocchiare fianco a fianco, testa in giù entro il bordo della vasca da bagno e poi si erano beccati ciascuno una palla nella nuca, i proiettili avevano spappolato le loro teste e fatto finire i resti dentro la vasca già piena d’acqua. Adesso erano ancora             lì, morti in ginocchio con la testa a mollo nell’acqua calda, torbida di rosso.

            Ma del resto, non era morta così anche Luanne, in una vasca d’acqua calda e sporca?

            Felix Lamansky dormiva sul divano, in salotto. Edwin Spunkmeyer, aiutato da un po’ delle pillole che avevano trovato in casa, vegliava con la mitraglietta UZI in braccio. Non era stato semplice far stare zitti quei due vecchi per tutto il tempo, quando si erano introdotti con la forza, li avevano costretti a fare quello che a loro serviva, e poi quando li avevano immobilizzati e spinti con la forza in bagno per evitare che cercassero di ribellarsi in alcun modo quando li avrebbero uccisi. Non era stato molto difficile, invece, farli fuori in silenzio; era bastato avvolgere la pistola Daewoo DP-51 di Spunkmeyer in un grosso asciugamano bagnato.

            Il lato positivo era che adesso Lamansky era a posto. Beh, quasi. Dormiva, strafatto di anestetici, ma questo non significava che non avrebbe sentito dolore, una volta sveglio. Per fortuna c’erano delle dosi di Kerosine sul fuoristrada, e comunque avrebbero preso dalla casa un po’ di quelle medicine, prima di andarsene.

            Ora, Mary Ann Perkins stava pensando a un piano. Ma non era solo questo che la teneva sveglia, perché un piano di emergenza estrema, un piano da ultima spiaggia, Mary Ann Perkins l’aveva già pronto da tempo. Erano pensieri di morte, quelli che la agitavano. Altri pensieri di morte.

            Loro erano come sorelle, per lei. Non avrebbe potuto essere altrimenti. E quando erano tornate in sé, liberate dalla schiavitù che la droga di Goldy aveva loro imposto, dopo tutto ciò che Goldy aveva fatto loro e le aveva costretto a fare, anche dopo che erano tornate ad una vita quasi normale, dopo, si erano tenute in contatto. Non poteva essere altrimenti.

Ciò che le bruciava il cuore, che glielo faceva battere forte come il Timer di una bomba ad orologeria pronta ad esploderle sotto lo sterno e spappolarle il petto ridipingendo di rosso sangue la stanza da nonnini che occupava, era che con la tenuta era bruciata ovviamente anche la sua camera da letto, con tutto ciò che vi teneva. Incluse le loro lettere.

            Si erano sempre mandate delle E-Mail, in realtà, mai nulla di cartaceo. Ma questo non significava che non le facesse sentire vicine. Lei le teneva tutte su dei dischetti da tre pollici e mezzo, ordinate per anno, provenienza, e data. Quelle che scriveva lei, quelle di Luanne, quella di Sarah, non differivano di molto. Erano chilometriche, e stillavano sangue, veleno e lacrime.

            Mary Ann Perkins chiuse gli occhi e cercò di visualizzarle.

--

Luanne. Si sente rilassata, adesso. L’acqua nella vasca è proprio come piace a lei, calda e accogliente. Le dilata i pori. L’aiuta a trovare la vena nel braccio sinistro indurito e tempestato di piaghe violacee.

--

            Luanne Tucci aveva iniziato a bucarsi praticamente subito, dopo essere “tornata a casa”. Bella, questa. Come diceva, quel tizio? Non si può tornare a casa. E difatti nessuna di loro era più tornata a casa. Nessuna di loro aveva mai smesso di soffrire per quello che era stato loro fatto. Per quello che era stato loro fatto fare. E Luanne, sorellina, Luanne era la più piccola di loro. Una brunetta minuta, con poco seno, che avrebbe fatto girare la testa a tanti uomini e che non lo sapeva nemmeno. Luanne Tucci aveva cercato nell’eroina e nella cocaina il conforto dallo strazio del cuore e della mente, ed anche dalla sofferenza del corpo perché la dipendenza dalla Kerosine, lei, non l’aveva mai abbandonata.

            Mary Ann Perkins ora poteva vederla. Poteva vederle entrambe. Le loro lettere, le loro ultime lettere, una dopo l’altra, erano stati dei tristi presagi. Dopo, lei non aveva potuto fare altro che usare i suoi soldi per pagare degli investigatori privati che le facessero sapere tutto, minuto per minuto, andando a frugare nei rapporti della polizia e dei Coroner. Lei aveva voluto sapere tutti i dettagli, aveva pagato per questo, perché ne aveva bisogno, ed era stata accontentata. Era stato come essere presente alla morte. Certo, la gente che aveva pagato era stata in grado di farle sapere tutto tranne cosa passasse nella mente di Luanne e Sarah nelle loro ultime ore, nei loro ultimi minuti e secondi, ma questo in realtà lei lo sapeva già; le loro ultime lettere gliel’avevano comunicato con l’energia diretta di un pugno allo stomaco.

--

Luanne chiude gli occhi per mandare via i brividi. Ma è solo un attimo, perché ogni volta che chiude gli occhi c’è lei ad aspettarla nel buio, la loro tiranna coi capelli di fuoco e gli occhi di fiele, e solo dopo che si è fatta può dormire in pace. Il pensiero della sua condizione miserevole le strappa una lacrima. Riapre gli occhi, ed è ancora sola nel calore pesante del bagno. La luce è spenta, ma ci sono candele accese dappertutto. Cavolo, pensa, se la cera calda cadesse su uno dei tappetini darebbe fuoco a tutto proprio mentre sono troppo fatta per alzare i tacchi… ma un’altra lacrima le riga il viso, cadendo nell’acqua calda con un PLIC! appena percettibile, quando Luanne Tucci riconosce che, alla fine della fiera, non gliene frega proprio un cazzo.

Luanne si è spogliata solo dopo aver coperto lo specchio grande del bagno con un asciugamano, proprio perché ha conservato quel poco di dignità per soffrire della sua condizione. Non è più la bella ragazza che tutti, Goldy inclusa, le dicevano che fosse; anzi, adesso non è più neanche bella dentro. È pallida e smagrita, ha le guance incavate, i fianchi tanto magri che le si vedono le costole, i seni sono due buste flosce appese al petto. Le gambe e le braccia sono ramoscelli secchi.

Ha appena compiuto diciassette anni.

Ora il suo corpo è nascosto alla sua vista dallo strato bianco e uniforme di schiuma che galleggia sull’acqua calda della vasca. Il profumo dei sali le irrita leggermente il naso. Volta lo sguardo verso il bordo della vasca; la siringa è lì, già pronta. Speedball, così la chiamano. Eroina e cocaina mischiate assieme. Luanne non sa che John Belushi ci si è ammazzato, con quella roba, e non sa ancora che è esattamente la stessa cosa che accadrà a lei tra poco.

Prende la siringa, e per un istante si perde con lo sguardo a fissare il liquido bianco torbido che contiene; per lei vale molto più dei trecento dollari che le sono costate in tutto le dosi di polvere bianca che ha sciolto nel succo di limone per prepararlo. Per lei è sonno senza incubi, riposo che ben vale la consunzione del suo corpo. Per lei è liberazione dal dolore. Da tutto il dolore.

--

            Mary Ann Perkins riaprì gli occhi ancora una volta, respirando affannosamente. Stava per mettersi a piangere, afferrò un cuscino e se lo premette sulla faccia, come se volesse soffocarsi. Non voleva farsi sentire da Lamansky e Spunkmeyer mentre frignava.

            Luanne Tucci non era sopravvissuta molto, dopo la pera. La Speedball l’aveva mandata in coma entro dieci, forse quindici secondi. Luanne aveva pagato le dosi di eroina e cocaina un po’ troppo rispetto al solito. Era una drogata poco esperta, non poteva sapere che gliele avevano fatte pagare così tanto perché erano pure quasi al settanta per cento. Se ne avesse saputo solo un po’ di più, si sarebbe resa conto di avere fatto un affare. O quantomeno avrebbe fiutato il pericolo. Ma Luanne non era più nemmeno capace di chiedere che ora era, figuriamoci se le era riuscito di chiedere al suo Pusher come mai quella volta la sua roba costasse così tanto. O forse, forse, lei lo sapeva benissimo, ed aveva accolto la morte come una liberazione definitiva; a Mary Ann piaceva pensarla così. Luanne era stata affidata a degli zii, che conoscevano il suo stato ma in nessun modo erano in grado di fermarla. E quando, dopo un’ora, avevano bussato alla porta del bagno per chiamarla a cenare, lei era già bella che morta. La droga le aveva provocato degli spasmi, e con l’ago ancora infilato nel braccio, questo le aveva lacerato la vena. L’acqua era rossa come se fosse stata attaccata dai piraña, ma l’emorragia non era stata letale. Il coma si era trasformato in morte nel giro di pochi minuti, per arresto cardio-circolatorio. Luanne Tucci era morta senza dolore, senza paura. Luanne aveva smesso di soffrire per sempre. E Mary Ann sapeva che ora Luanne la guardava dall’alto dei cieli, angelo tra gli angeli.

            Si premette ancora più forte il cuscino sul viso, per soffocare un gemito di pianto. Era un momento che aveva rivissuto mille, e mille volte. Erano in due ad essere morte, e Mary Ann Perkins, come in un terribile incubo, sapeva che, dopo una, arrivava immediatamente anche l’altra.

            Non voglio, pensò, scuotendo la testa sotto il cuscino, facendo frusciare il tessuto della federa, bagnandola di saliva e lacrime. Non voglio, ti scongiuro, Sarah, ti prego

            Il viso di Sarah Reed, dolce e privo di preoccupazioni, le apparve nel buio come un Flash spettrale. Mary Ann si alzò a sedere di scatto, gettò via il cuscino, ma il volto di Sarah era impresso ormai nella sua mente e nelle sue cornee. Ne vedeva i contorni ogni volta che muoveva lo sguardo, spostandolo nella penombra sul candido delle pareti e dei mobili di quella stanza da letto da persona anziana, e quell’alone si definiva fino ad assumere la perfezione nei particolari di una fotografia, quando Mary Ann chiudeva gli occhi.

            Alla fine, lei si lasciò cadere all’indietro, con un lamento, prese ancora un cuscino e se lo premette sul volto; Mary Ann era perfettamente cosciente del perché di tutto questo. Luanne e Sarah le stavano chiedendo di vendicarle. Esplicitamente, direttamente. Gliel’avevano già chiesto prima, molto prima, nei loro ultimi messaggi. Le ultime E-Mail di Luanne erano sempre più brevi e disperate. E dopo la sua morte, quelle di Sarah erano zuppe di lacrime. Come se non lo fossero già prima. Ma Mary Ann era perfettamente cosciente anche di non essere meno colpevole di Goldy delle loro morti. Loro le avevano mandato dei messaggi che lei non aveva potuto, o forse voluto, cogliere. Loro erano sole, in condizioni modeste, ed affidate a familiari che le disprezzavano per ciò che erano state costrette a fare, e cioè a massacrare i loro genitori. Lei, invece, era riuscita ad avere la sua eredità, a farsi intestare il patrimonio di suo padre, e già allora viveva praticamente sola, autonoma ed indipendente nonostante fosse ancora minorenne. Coi suoi soldi, se non altro, avrebbe potuto fare qualcosa. Non l’aveva fatto. Doveva farlo ora. Ora che la storia della morte di Sarah Reed le riempiva la mente, le bloccava il cuore e il respiro.

--

Il bel corpo di Sarah, i suoi capelli biondi corti e il suo bel viso, è solo una macchia bianca sofferente in mezzo all’ammucchiata. Ha una decina, forse una dozzina di bei cazzoni negri da soddisfare, adesso, e le premono addosso stringendosi sempre di più come le pareti di una stanza a trappola. Lei ignora il dolore e finge di godere di quello che le stanno facendo. Quando qualcuno le si para davanti, alza la testa e si esibisce nella sua migliore espressione da troia in calore. Ha visto dozzine di film porno per imparare a farlo bene. Quello e tutto il resto.

Almeno non ha freddo, pensa. È stretta in mezzo ai corpi palestrati, scintillanti di nero e umidi di sudore, dei membri di una Gang di spacciatori di Crack di South Central Los Angeles. In quelle condizioni è impossibile avere freddo.

È arrivata giù dai quartieri alti con le tasche piene di soldi, e un’idea precisa in mente di cosa comprare, e per farci cosa. Quando si è presentata a loro, quelli l’hanno subito guardata in un modo che non poteva lasciarle dubbi sulle loro intenzioni. Alla fin fine, barattare il suo corpo per un mitra non le è sembrato così terribile.

Non gode, anzi, le fanno male, ma ci ha tenuto a precisarlo, prima che quelli cominciassero a spogliarsi e darle i loro cazzi da segare: vuole un mitra, una vera arma d’assalto, non una di quelle cagate riproduzioni semi-automatiche con il caricatore da dieci colpi che Diane Feinstein e cricca assortita si ostinano a voler far passare per “malvagie armi d’assalto ad alto potenziale”. Lei, di “malvagia arma d’assalto ad alto potenziale”, ne vuole una vera, una di quelle che sparano seicentocinquanta colpi al minuto e che svuotano un caricatore in due secondi e mezzo macellando tutto quello che si trovano davanti.

Quello che si trova davanti Sarah adesso si trova davanti, adesso, è un cazzo lungo dodici centimetri e nero come la fuliggine. Lei guarda in alto, verso il viso del suo padrone, e si dipinge in volto la sua migliore espressione da cagna in calore. Anche se il ragazzo che si sta segando davanti a lei ha poco più di tredici anni. Probabilmente è già distrutto dal Crack, o ha già ammazzato qualcuno. Sarah è incerta su cosa di questo le faccia più orrore, ma alla fine decide che, dopo tutto, non è che gliene freghi più di tanto. A lei importa solo il mitra che le daranno quando sarà tutto finito. Tira fuori la lingua, la passa su e giù sul filetto di pelle sotto il glande, e il ragazzo le sborra in faccia un fiotto denso, bianco e abbondante. Lei simula eccitazione, nasconde lo schifo; non è la prima volta che glielo fanno, da quando è arrivata lì, e a giudicare da quanti sono e da come la stanno sbattendo, non sarà l’ultima. Le sono già venuti dentro diverse volte, e nessuno di loro porta il preservativo. Forse sono malati, forse l’hanno messa incinta, sicuramente le stanno provocando delle lesioni alla cavità vaginale e al retto, visto che se la stanno chiavando in quattro o cinque contemporaneamente e lei, li sotto, di buchi ne ha solo due.

A Sarah Reed tutto questo non importa. Lei chiude gli occhi e aspetta che sia tutto finito.

--

            Mary Ann Perkins respirava piano, lo sguardo fisso nel vuoto, sotto il cuscino. Stava sbavando, e bagnava la federa, ma non sembrava rendersene conto. Guardava fisso nel nero con le pupille dilatate e il respiro sempre più lento e profondo per acchiappare l’aria da lì sotto. Si sentiva come in Trance. Si era calata un acido, una volta, e il modo in cui si sentiva, adesso, non era molto diverso da come si era sentita allora quando la pastiglietta aveva iniziato a dare i suoi effetti, poco prima che sballasse del tutto. Ma almeno allora Sarah Reed e Luanne Tucci erano vive e ridevano delle loro allucinazioni accanto a lei, mentre la rossa infernale, Goldy di Ferro, la loro schiavista, in camicia da notte in seta nera, se ne stava seduta su una poltrona poco distante a sorseggiare una camomilla calda allungata con l’amaro e a sorridere nel guardarle, tre ragazzine adolescenti in biancheria intima Sexy che andavano in Trip rotolandosi su un grande letto matrimoniale. L’idea era da brividi, ma non quanto l’idea che, adesso, Sarah e Luanne le apparivano nel buio per sorriderle e raccontarle le loro storie. Gentili telespettatori, trasmettiamo in diretta dal mondo dei morti.

--

Sarah si è appena fatta una doccia ed è di nuovo vestita. Il bagno del buco dove si nasconde quella banda è una schifezza, ma almeno la doccia è servita a lavarle via il sangue e la sborra. E i vestiti sono puliti, non ha permesso loro di sporcarglieli. Dopodiché l’hanno portata in Garage e l’hanno messa di fronte alle loro armi automatiche.

Sono per la maggior parte mitragliette e qualche vecchia “pistola d’assalto” tipo TEC-9 convertita in automatico col rischio che la camera di scoppio esploda per doppia cameratura ogni tre per due. Tra tutta quella merda c’è comunque qualcosa di buono: tre o quattro Kalashnikov di fabbricazione Europea-orientale e dei vecchi M-16 e CAR-15 risalenti alla guerra del Vietnam. Quasi quasi, Sarah pensa, avrebbe fatto meglio a rivolgersi a qualche altra banda. Ce ne sono sicuramente di meglio fornite.

Alla fine, sceglie uno AKS-74U. A dispetto del suo nome complicato, non è niente di più di un Kalashnikov ridotto a dimensioni “micro”, fabbricato dai Sovietici e da tutti i paesi del vecchio Blocco Comunista per i paracadutisti e le forze speciali. È un’arma molto piccola, quando il calcio pieghevole è chiuso risulta di lunghezza inferiore ai cinquanta centimetri; perfetta per lei che non è molto alta. Spara cartucce calibro Cinque e Quarantacinque, le spiegano, che non sono grosse e potenti come quelle da Sette e Sessantadue dei precedenti modelli di Kalashnikov, ma che hanno un brutto vizio, cioè la tendenza al “Thumbling”. Dio solo sa come si pronuncia, ma è un effetto per cui il proiettile, una volta fuori dalla canna, tende a girare su se stesso in maniera irregolare. Questo significa che ne vanno di mezzo la precisione e la gittata, ma quando i proiettili colpiscono, entrano nel corpo di traverso e maciullano tutto quello che trovano. Scavano dei veri e propri tunnel di morte, ferite irregolari e molto gravi, che non si possono curare, che sono immediatamente invalidanti e che spesso si infettano. Chi non muore subito per lo Shock o per una ferita troppo grave, tira le cuoia nel giro di qualche giorno tra atroci dolori. Quel genere di cartuccia è stata usata per la prima volta dai Sovietici in Afghanistan contro i “Mujaheddin”, e per i suoi devastanti effetti si è guadagnata tra gli arabi l’epiteto di “pungiglione velenoso”. Chi le spiega tutto questo è l’esperto di armi della banda, l’unico non nero: un ragazzino bianco con gli occhialetti vestito come un secchione, che non ha partecipato all’ammucchiata ma è rimasto in disparte tutto il tempo a segarsi e infilarsi un dito nel culo. Non dimostra più di dodici anni. E questo le fa ancora più orrore.

Beh, pensa poi Sarah mentre le mettono lo AKS-74U nello zainetto scolastico con cui è venuta fin laggiù, visto e considerato quello che ha appena fatto e quello che ha intenzione di farci, con quel mitra, non può concedersi il lusso di provare orrore. Le danno anche una dozzina di caricatori a banana già pronti, di quelli corti da venti colpi perché quelli normali da trenta, quelli “panciuti” da sessanta e quelli a barattolo da novanta servono a loro, perché c’è una guerra tra bande in corso e loro hanno altri Kalashnikov che sparano quelle cartucce e prendono quei caricatori, e in una guerra tra bande la potenza di fuoco è tutto. Le hanno dato comunque quasi duecentocinquanta cartucce, e non è poco. Il ragazzino, che ha davvero l’aria di un frocetto, la mostra molto rapidamente come usare lo AKS-74U: come aprire e ripiegare il calcio, inserire e togliere il caricatore, mettere e togliere la sicura e passare dai colpi singoli alle raffiche, come mettere il colpo in canna e cosa fare per rimettersi a sparare dopo che il caricatore è vuoto. Alla fine sono così gentili da darle uno strappo in macchina fin su, a Bel Air, o almeno il più vicino possibile, ad un paio di chilometri di distanza, per evitare che a qualche sbirro di pattuglia troppo zelante venga da chiedersi che cosa ci fanno quattro negri del centro città in un’auto sportiva assieme ad una ragazzina bianca vicino al quartiere più bianco e ricco al di qua del Mississippi. Non senza averle fatto capire, neanche tanto velatamente, che è fortunata a non dover fare pompini extra a nessuno per il passaggio.

--

            Mary Ann sapeva per filo e per segno tutto quello che Sarah Reed aveva fatto il giorno prima di morire, in verità. Era stata lei stessa a dirglielo. Le aveva spedito una E-Mail, la sua ultima, alle cinque del mattino. Lei l’aveva ricevuta alle dieci. Solo che a quell’ora già ne parlavano tutte le televisioni. Quando aveva scaricato la posta elettronica e aveva letto l’ultimo, disperato resoconto di Sarah Reed, Mary Ann Perkins aveva sperimentato per la prima volta la sensazione di vivere fuori dal suo corpo. Si vedeva da dietro, ed era rimasta a vedersi da dietro, immobile, per cinque lunghe ore mentre faceva scorrere il testo della E-Mail su e giù e lo leggeva dieci, venti, cinquanta, cento volte. Dopodiché era andata in bagno, aveva riempito d’acqua calda la vasca da bagno, e ci si era adagiata comodamente, in compagnia di tre pastiglie di Valium e di un grosso coltello da cucina.

            Si era svegliata il mattino dopo, intirizzita dal freddo. Aveva dormito ininterrottamente per quasi ventiquattro ore, e il coltello giaceva a terra, sul tappetino oltre il bordo della vasca. Il Valium l’aveva stesa prima che potesse provare a tagliarsi le vene. Col senno di poi, Mary Ann capiva perfettamente perché il destino non aveva voluto che lei raggiungesse le sue sorelle quel giorno.

--

Sarah Reed aspetta fino alle nove, quando anche la campanella dei ritardatari è suonata, per portarsi vicina al muro di cinta della scuola. Lei frequenta un liceo per figli di papà nella Orange County, un posto recintato da un muro in mattoni rossi, con un grande cancello in ferro battuto, e il palazzo in sé ha tre piani, costruito come una grande università in stile britannico della East Coast, tipo Harvard; attorno all’edificio, all’interno del muro di cinta, ci sono sedici acri di terreno che comprendono campi per tutti gli sport possibili ed immaginabili praticabili in una scuola americana. Ci sono cinquecento studenti. Nonostante la facciata di posticino d’alta classe per l’istruzione dei rampolli delle élites della California, è solo un buco in cui i ricchi della zona di Los Angeles infilano i figli che hanno problemi. Quelli che non rispondono alle aspettative.

Sarah resta ancora appoggiata al muro fino alle dieci meno un quarto; vuole essere sicura che siano tutti dentro. Quando varca il cancello, il bidello non si è ancora presentato a chiuderlo. Altrimenti gli avrebbe sparato. Si avvia lungo il vialetto d’ingresso a falcate ampie e lente, come un Cowboy. Ha la cartella abbandonata su un fianco, ma dentro non ci sono libri e quaderni, c’è solo lo AKS-74U che ha barattato col suo corpo coi membri della Gang di South Central la sera prima, con calcio ripiegato, e tutti i caricatori. Ci tuffa dentro le mani, a metà strada tra il cancello e il portone della scuola. La ghiaietta del sentiero d’ingresso scricchiola sotto i suoi piedi mentre estrae lo AKS-74U. Afferra il pomello ricurvo sul lato destro, la manetta d’armamento dell’otturatore, la tira tutta indietro finché non sente un sonoro TRA!, quindi la lascia andare e l’otturatore scatta in avanti a chiudersi automaticamente con un forte CLACK!

Appena oltre l’ampio portone ad arco a due ante, come quello di una cattedrale, all’ingresso della scuole, c’è un grande Metal-Detector, di gran moda dai tempi di Columbine; un po’ più in là, un gabbiotto di sorveglianza. Ci dovrebbe essere una guardia, dentro, ma la guardia non è dentro, è proprio lì, sotto l’arcata del portone spalancato, ed è un vecchio sbirro in pensione stanco e con la pancia che indossa la divisa di una compagnia di sicurezza privata. Un’imitazione di pubblico ufficiale con un revolver in fondina. Sarah spiana lo AKS-74U, e toglie la sicura con il pollice e l’indice. La leva sul lato destro è dura, e quando finalmente cede disinserendosi, emette uno schiocco sordo, come un ramoscello spezzato. Il ragazzetto frocio della Gang che le ha mostrato l’uso dello AKS-74U le ha spiegato che è normale per i fucili di tipo Kalashnikov; le ha detto che è un rumore così caratteristico che, spesso, i soldati americani in pattuglia nella giungla del Vietnam capivano di essere vicini ad un imboscata dal rumore che facevano gli AK dei Vietcong quando veniva tolta la sicura. E il guardiano volta di scatto la testa verso di lei; a Sarah ricorda un cane da caccia, che drizza le orecchie e si tende come una corda di violino al minimo rumore. In effetti, a guardarlo in faccia, ha l’aria di uno vecchio abbastanza da aver prestato servizio in Vietnam. Mette la mano al calcio del revolver che sporge dalla fondina del cinturone d’ordinanza. Sarah chiude gli occhi, pensando che questo non lo salverà.

Sarah tira il grilletto dello AKS-74U due volte, tenendo l’arma contro il fianco, col calcio chiuso. Spara due colpi in un secondo, e la botta è forte, una frustata che le sale dalle mani su per le braccia fino a scaricarsi sulle sue spalle, ma tutto sommato controllabile.

Il primo proiettile raggiunge la guardia al petto, il secondo al costato quando il vecchio sta già facendo un giro su se stesso. I colpi non sono molto forti, si perdono nell’aria tiepida e profumata all’esterno della scuola. La guardia cade a terra di lato e non si muove più; c’è una grossa pozza di sangue rosso e scintillante come un rubino che si allarga a terra sotto di lui. Sarah sale con due balzi i gradoni fino al portone aperto, si china sul cadavere della guardia sporcandosi di sangue le scarpe e il fondo dei pantaloni, strappa via dal cinturone il revolver e se lo infila nella cartella. Prosegue zampettando rumorosamente nella polla di sangue, lasciandosi dietro per qualche metro delle perfette impronte rosse, quando entra nell’ampia Hall principale della scuola e passa sotto il Metal-Detector, che si mette a strillare come impazzito, ma solo per due secondi, e non blocca assolutamente un cazzo. Prosegue ancora fino al gabbiotto della guardia senza battere ciglio. Si muove come un automa. Vicino alla porta, incassata nel muro, c’è la levetta rossa dell’allarme antincendio; Sarah sfascia il vetro di protezione colpendolo con il fucile, ed aziona l’allarme.

Il suono della sirena esplode nel corridoio principale del piano terra della scuola e s’irradia su per le scale verso i piani superiori, uno strillo acuto e monotono, che spacca i timpani e fa vibrare i vetri; così forte che per un istante annebbia lo sguardo di Sarah, posato fisso sul corridoio, il pavimento a mosaico e le pareti bianche dell’edificio in stile classico, tutto rovinato dal contrasto con la modernità delle bacheche appese al muro e le porte verdi apribili a spinta, a norma di legge, e gli armadietti in metallo scintillante. Con due dita, Sarah Reed alza su “Automatico” il selettore dello AKS-74U, un altro schiocco sordo che si perde nello strillo dell’allarme antincendio. A Sarah viene da pensare ch’è come se la scuola stessa presagisse ciò che accadrà di lì a pochi secondi, e piangesse d’agonia.

Al piano terra non c’è molto, in realtà: gli uffici della presidenza, degli insegnanti e della burocrazia scolastica in generale, e quelli non le hanno fatto niente; la mensa, l’Auditorium e l’Aula Magna, dove a quell’ora non dovrebbe esserci nessuno; e qualche laboratorio di scienze, oltre alla palestra coperta. E potrebbe esserci qualcuno che le interesserebbe vedere faccia in giù in una pozza di sangue, come la guardia. In realtà nemmeno la guardia le aveva fatto nulla di particolare. Era un ostacolo, nulla di più. Ma gli ostacoli vanno abbattuti, se non li si può aggirare. La loro sorella maggiore, Goldy di Ferro, tanto tempo fa, gliel’ha insegnato con le cattive.

La scuola comincia a tremare dopo pochi secondi. Trema come trema il mondo al passaggio di una mandria di cavalli in corsa. Ai piani superiori, e più in fondo anche lì al piano terra, le porte si spalancano con dei botti sordi che sembrano esplosioni, i ragazzi sciamano fuori urlanti e si precipitano verso le uscite. Sarah sa che non tutti arriveranno verso di lei, perché sul retro dell’edificio ci sono delle scale antincendio, e quelli delle classi più alte faranno prima ad aprire le finestre e uscire di lì. Incurva l’indice destro sul grilletto dello AKS-74U, respirando piano.

I primi bersagli arrivano proprio dal fondo del corridoio, come aveva previsto. Sono tutti ragazzi, tutti alti due metri o più, indossano scarpe da tennis e calzettoni, e completi rosso-grigi con grandi numeri sul petto e sulla schiena, magliette senza maniche e pantaloncini. Sono una quindicina; in testa c’è un ragazzone biondo, un po’ più indietro un vecchio ciccione con una tuta da ginnastica verde che è un insegnante d’educazione fisica anche se non ne ha affatto l’aria.

Vengono dalla palestra; sono la squadra di Basket. Sarah si umetta le labbra con un veloce tocco di lingua, ché le si sono improvvisamente seccate. Non sperava in tanta fortuna al primo colpo.

Il Biondo. Proprio lui. È il primo a vederla, quantomeno il primo a focalizzare la sua immagine. Strano, visto che la conoscono tutti, dal primo all’ultimo. Rallenta la sua corsa fino a fermarsi, mentre lo stupore gli si dipinge in volto. Sarah sorride; vede tutta la scena ad un allucinante rallentatore, come se fosse fuori dal suo stesso corpo.

L’espressione sul viso del biondo si rabbuia, poi si tende, in un paio di secondi, dallo stupore al dubbio alla paura, quando riesce ad isolarsi dal frastuono dell’allarme antincendio e dello scalpiccio nervoso della massa di studenti che lasciano le loro aule ai piani superiori per correre alle uscite più vicine, e finalmente riesce a focalizzare prima il cadavere della guardia che giace dietro di lei, poi il fucile d’assalto tra le sue braccia. Solo allora fa dietro-front. Vuole fuggire, il bastardo. È l’attaccante principale nella squadra di pallacanestro della scuola, sono tutti veloci a correre, ma lui è veramente un razzo. Sarah non può dargli il tempo di scappare.

Spiana lo AKS-74U e tira il grilletto, fino in fondo. L’arma balla tra le sue mani, balla forte, quasi le scappa, e per mantenere il controllo Sarah è costretta a stringere fino a farsi dolere le braccia.

Il Biondo è il primo a cadere; viene centrato da due colpi della raffica. Se ne becca uno in mezzo alle spalle, e quando sta cadendo, girando su se stesso, se ne becca un altro al costato, sotto il braccio destro. Il resto della raffica finisce in mezzo al mucchio.

Immediatamente dopo il Biondo viene il Ciccione, il professore di educazione fisica. Se ne becca tre in pieno petto, una fila perfetta di infiorescenze gli sbocciano sulla giacchetta chiusa della tuta da ginnastica. Fa appena in tempo ad aprire la bocca per fare uscire un fiotto di sangue, ed è già a terra. Proprio accanto a lui c’è un nero atletico, slanciato e carino, che quando l’ha vista col mitra in mano si è portato una mano alla bocca in un istintivo gesto di stupore. Lui se ne è beccato solo uno, di proiettile, che gli ha passato la mano da parte a parte e gli è entrato in bocca ed uscito dalla nuca portandosi via una generosa porzione di calotta cranica.

A voler essere sincera con sé stessa, Sarah non si aspettava un simile effetto dalla raffica dello AKS-74U. Nei film e nei videogiochi non è così. Ha sparato alla guardia ed è passata sul suo cadavere riverso pancia in giù senza apprezzarne appieno la potenza distruttrice, ma adesso che muove l’arma da destra a sinistra, svuotando in due secondi e mezzo tutto il caricatore da venti colpi sui ragazzi della squadra di Basket, ha presa diretta sull’evento, come si dice. I ragazzi esplodono letteralmente in schizzi rossi dagli arti, dal torso e dalla schiena; i proiettili passano da parte a parte quelli più avanti, e colpiscono quelli alle loro spalle come cazzotti al petto. Cadono a terra come tanti sacchi di letame messi in riga. Fantastico.

Sarah chiude e apre gli occhi velocemente. Cerca di svegliarsi. Si sente intorpidita e fuori dal suo stesso corpo, come se si fosse fatta una birra di troppo ad una festa. Le scappa un risolino. I tizi sono andati giù tutti assieme, in gruppo, come birilli da Bowling, come zombi colpiti tutti assieme da una raffica di mitra in “Dawn of the Dead” di Romero. Le orecchie le fischiano. La raffica era forte, cazzo.

Cambia caricatore e rimette il colpo in canna con pochi gesti rapidi e decisi, cercando di imitare la fluidità del ragazzo della banda che gliel’ha dimostrato. Il ragazzino che li guardava mentre se la chiavavano. Il frocetto che ha passato tutto il tempo con il pisello in mano e un dito nel culo. A Sarah scappa un’altra risatina. Ehi, forse avrebbe dovuto chiedere loro anche un paio di pastiglie di quelle buone.

Avanza. I suoi piedi strisciano sul pavimento calciando via i bossoli vuoti dei colpi che ha già sparato; si sparpagliano tintinnando, scintillanti d’oro. Incespica nella pozza di sangue. Quando passa vicino al ciccione in tuta verde, l’insegnante d’educazione fisica, sente un mugolio. Abbassa la testa, lo vede allungare verso di lei una mano insanguinata. È ancora vivo, il porco. Lei, quel giorno, porta stivaletti neri tipo “Doctor Martens”, con la suola in acciaio, così carica all’indietro il piede sinistro, quello che usa di solito per tirare in porta quando gioca nella squadra di “Soccer” femminile della scuola, e gli rifila un calcio alla tempia. Sente la testa del porco cedere sotto il suo colpo con un CRAK!, il grasso bastardo perde un fiotto di sangue scuro dal naso e si accascia in avanti. Morto. Sarah sputa sul suo cadavere e prosegue.

La porta a spinta che separa il corridoio centrale da una delle rampe di scale che portano ai piani superiori si spalanca di scatto, sotto il peso di una ventina di persone, forse. Sono tanti, Sarah li vede accordarsi, spintonarsi per uscire. Certo, hanno fatto decine di esercitazioni antincendio, tutte quelle menate su come controllare il panico ed evacuare in maniera calma e ordinata, ma ormai hanno sicuramente sentito gli spari, e sanno che non c’è nessun cazzo d’incendio, solo uno psicopatico figlio di puttana (no, aspetta, una psicopatica figlia di puttana), qualcuno che scorrazza per i corridoi con un mitra sforacchiando studenti a destra e a manca. L’idea di finire come topi in trappola com’è successo a quei tizi a Columbine non aiuta a mantenere la calma.

Davanti alla fila c’è un tizio sui trent’anni, carnagione olivastra, ben vestito, con un paio di occhialetti molto sobri sul naso. Un bel tipo; ha un tesserino bianco d’identificazione spillato al bavero. È un insegnante. Sarah lo conosce bene. Anche lui conosce bene Sarah, e ci mette un attimo a riconoscerla. Scuote la testa, la bocca aperta per lo stupore e la paura:

« Oh… oh, mio Dio, no…».

Sarah spiana lo AKS-74U e ripete il copione. Preme il grilletto fino in fondo sventagliando a destra e a manca, svuota il caricatore nel mucchio. E questa volta urlano, i figli di puttana. Urlano mentre cadono, mentre spruzzano sangue. Urlano mentre perdono la vita. Sarah stringe i denti e arriccia le labbra. Le viene voglia di mettersi a ridere.

Svuota il caricatore e ne piazza su un altro. Ancora. Adesso davanti a lei le scale sono deserte. Si sente ancora il galoppare dei passi, su, in alto, e le urla. Devono essere tornati indietro.

Dall’altra parte, si spalanca l’altra porta a spinta, quella della seconda rampa di scale. Sarah si volta di scatto e spara una raffica alla cieca. Sono due ragazze, che vengono centrate e falciate, fianco a fianco. Un ragazzo fa capolino; Sarah spara ancora, la testa gli esplode e il corpo cade all’indietro. Ancora urla. Ancora passi. Tornano indietro. Sanno che non c’è uscita di lì. Ma ci sono ancora le scale antincendio, e quelle sull’altro lato dell’edificio. Dal piano superiore le possono raggiungere.

Sarah scavalca i corpi, solo all’imboccatura della scala sono una decina, e sale su lasciando tracce nettissime di sangue sugli scalini. La porta a spinta sul piano superiore è chiusa; lei la spalanca con un calcio deciso, salta dentro e svuota il caricatore sventagliando un’altra lunga raffica da una parte all’altra.

Stavolta non colpisce un cazzo di niente. Toglie il caricatore vuoto dallo AKS -74U e ne infila uno pieno. Non è passato molto da quando ha sparato i primi due colpi, ma sa che comunque non le resta tanto tempo.

O si sono nascosti, o se la sono già filata. Comunque, in quel momento, il corridoio davanti a lei è deserto. Ci sono solo porte chiuse, su entrambi i lati, ciascuna intervallata dall’altra da un’ampia finestra che dà sul cortile esterno, anteriore e posteriore. Le aule. Sarah trattiene il respiro ed alza la testa; i passi sono finiti, anche sopra di lei. Non si muove nessuno più nemmeno al piano superiore.

« Siete ancora qui, figli di puttana…», sibila Sarah, sbloccando l’otturatore aperto della carabina d’assalto con un gesto deciso. « Lo so che siete ancora tutti qui…».

Si muove ancora. Avanti. A passi piccoli, lenti, che riecheggiano nel corridoio vuoto come strisciate sul pavimento liscio, anche se ancora sta lasciando tracce di sangue. Forse, pensa, avrebbe dovuto salire ancora, più in alto, ai piani superiori e fino al tetto. Sicuramente qualcuno lì si è nascosto. Beh, pensa alla fine, forse deve accontentarsi di quello che riesce ad avere. In fondo, lei è da sola. I grandi Spree Killers della storia recente hanno sempre agito almeno in coppia, ad eccezione di pochi, come ad esempio quel testa di cazzo che ha fatto bandire le armi semi-automatiche e a pompa in Australia nel Novantasei, e quell’altro che le ha fatte bandire tutte ad eccezione delle doppiette in Inghilterra dopo la sparatoria di Dunblane; gli stessi Eric Harris e Dylan Klebold, quelli della Columbine High School, erano in due.

Oh, cazzo, Sarah scuote la testa, mentre continua a camminare. Che vadano a farsi fottere all’inferno, Harris e Klebold. Loro erano due fottuti neonazisti con la fissa della razza ariana; e i tizi di Dunblane, Port Arthur e Aramoana erano una manicata di sacchi di merda col cervello fuso. Lei fa quello che sta facendo per altri motivi. Nessuna Giuria al mondo potrebbe condannarla, se si sapesse la verità. Non che una Giuria avrà mai modo di prendere in esame il suo caso, comunque.

Altri due, tre passi avanti. Ucci-Ucci, sento odor di… Sarah sorride e scuote la testa. Punta lo AKS-74U contro una finestra ed accarezza leggermente il grilletto, per far partire un colpo solo. La fucilata riecheggia nel corridoio facendole esplodere un fischio acuto nelle orecchie, mentre la vetrata si frantuma con un botto sordo e cristallino.

Risponde un urlo stridulo, breve e femminile, dietro la porta immediatamente alla sua sinistra. Sarah si volta di scatto, come un lupo che fiuta la preda. Una voce maschile, bassa e soffocata, impreca: « Per l’amor di Dio, sta zitta…».

Sarah spiana lo AKS-74U contro la porta chiusa e preme di nuovo il grilletto fino in fondo per svuotare il caricatore in una lunga raffica. La porta in cartongesso e legno compensato si frantuma in grandi pezzi e in una miriade di piccole schegge, mentre all’abbaiare ritmico della carabina rispondono altre grida, altri strilli spaventati, altri lamenti di sofferenza, da quell’aula e da altre. Al piano superiore riprendono a galoppare i passi di ragazzi in fuga. Sarah sorride, e ricarica di nuovo lo AKS-74U scarico prima di spalancare con un calcio la porta già sfondata. Si dà una rapida occhiata attorno; ha colpito l’insegnante, una tizia sciatta sulla cinquantina che adesso giace vicina alla cattedra, e due ragazzi che ha letteralmente incollato al muro. Gli altri si sono tutti raggruppati nell’angolo in fondo a destra, rannicchiati gli uni sugli altri, e hanno disposto i banchi tutt’intorno, ribaltati. Come se volessero proteggersi. Piccoli schifosi scarafaggi. Tutti che cercano di scappare, di nascondersi… Sarah stringe i denti per la furia, fino a farsi dolere le gengive, e fa due rapidi passi all’interno della classe. Lei è lì perché ha deciso di ucciderli tutti, ha un ottimo motivo, e ha il suo mitra, il suo scettro del potere. Lei per loro ora è e deve essere Dio, e tutti quegli schifosi devono accettarlo e subire, Lei vuole ucciderli tutti, e loro non hanno nessun diritto di cercare di proteggersi, di salvarsi la vita, devono soltanto accettare il suo volere e lasciarsi massacrare. Chi cerca di salvarsi, chi cerca di intromettersi, sarà punito severamente.

C’è una ragazza, lì davanti a tutti loro, una bella biondina dallo sguardo spaventato, coi capelli scarmigliati. C’è un ragazzo dietro di lei che la tiene abbracciata, e le preme una mano sulla bocca per impedirle di strillare. Deve essere quella che ha gridato prima. Lei è una delle più belle della scuola; lui, invece, è uno dei secchioni, un ragazzo minuto con gli occhiali che sta simpatico anche a lei. È un peccato dovergli far fare la fine di tutti gli altri.

« Sarah…». Il ragazzo con gli occhiali alza lo sguardo. Lei vede che ha gli occhi lucidi e le guance gli tremano nervosamente, ma lui parla in maniera molto decisa, coraggiosa. Scuote piano la testa: « Sarah, ti prego… non siamo stati noi, nessuno di noi ti ha fatto niente… sai che ho cercato di aiutarti…».

Sarah fa un passo avanti, con lo AKS-74U spianato. Ha ancora i denti stretti, respira sibilando.

« Che ne sai, tu, di cosa mi hanno fatto?».

« Lo so, Sarah. Lo sanno tutti».

Sarah scuote la testa. La pressione alle mandibole si sta allentando pian piano, ma sta venendo su qualcos’altro. Lacrime, lacrime del cazzo. Quel ragazzo, lei lo conosce bene. Darren, si chiama. Se si dovesse dividere i ragazzi della scuola in gruppi, lui sarebbe in mezzo ai secchioni e agli sfigati. Ma è più coraggioso di tutti gli altri. Lui non ha intenzione di scappare.

« Vattene, Darren…», mormora lei, cercando di trattenersi. « Sparisci, non voglio ammazzare te».

Un attimo di silenzio, poi Darren scuote di nuovo la testa:

« No, Sarah. Io non me ne vado. Quanti ne hai già uccisi? Non credi che siano abbastanza?».

Silenzio. In lontananza si sente già il familiare lamento stridulo in effetto Doppler. Sirene della polizia. Una volta scattato l’allarme antincendio, doveva essersi accesa una spia alla caserma dei pompieri; o più semplicemente qualche impiegato negli uffici ha chiamato il 911.

« Perché li difendi, Darren? Guardali! I fottuti principini e le fottute reginette di questa scuola di merda! Non hanno fatto altro che metterti i piedi in testa per anni, COME HANNO FATTO CON ME! L’UNICA DIFFERENZA È CHE A TE NON TI HANNO SCOPATO!».

« Non è una buona ragione per ammazzare un sacco di gente che non c’entra, Sarah. Se prendi loro, devi prendere anche me».

Sarah chiude gli occhi. Una lacrima le scivola giù per la guancia sinistra. Lei sa che non può tornare indietro. Ha preso la sua decisione, ormai.

« Addio, Darren».

Sarah preme di nuovo il grilletto fino in fondo e svuota il caricatore nel mucchio. Sta sparando raffiche troppo lunghe, le braccia le fanno un male boia anche se inizia a prendere confidenza con il controllo dell’arma in fuoco automatico, e sa che sta bruciando un sacco di munizioni. Del resto, in fondo non è che gliene freghi granché. Le munizioni se le è fatte dare per spararle, no? Le raffiche brevi non hanno senso. Se si raggruppano, tanto vale falciarli tutti assieme.

Oh, quante CAZZATE! Si sta riempiendo la testa di cazzate per sorvolare sul fatto che ha appena ammazzato l’unica persona che potesse parzialmente arrivare a capirla. L’unico ragazzo che le fosse di striscio simpatico in quel buco di merda.

Sarah apre gli occhi solo quando lo AKS-74U smette di sparare e di ballarle tra le mani, e resta inerte e caldo. Guarda la sua opera, solo per un istante. Sono sempre tutti gli uni sugli altri, solo che adesso sono riversi, e c’è sangue dappertutto, sul muro, sul pavimento. Nessuno di loro ha avuto il tempo di urlare. I banchi che avevano disposto ribaltati ad U a proteggere il loro angolino sono distrutti, i pezzi di legno sono sparsi dappertutto. Non doveva essere stata un’idea di Darren, che faceva parte della squadra di tiro a volo della scuola ed era il miglior tiratore, conosceva le armi, e sapeva che quei penosi ammassi di truciolato non avrebbero mai fermato i proiettili. Fa due passi indietro, mentre sente il magone ricominciare a pesarle in fondo al cuore.

È tutta colpa loro, decide. Tutte quelle principessine e tutti quei fottuti figli di papà, quelli per cui questa scuola è stata fatta da più di cento anni. Tutti quei pomposi merdosi rivoltanti figli di puttana, si ripete fino alla nausea, mentre le sirene si fanno sempre più vicine, tutti loro, tutti quelli che si credono superiori agli altri solo perché il papà ha un reddito annuale a sette zeri, e che vengono omaggiati da quel sistema, di quel tipo di scuole, che li premia per molestare le minoranze, i poveri e chi non ha lo stesso loro successo nella vita. Sarah scuote la testa, sempre più veloce, fino a farsela dolere, finché lo sciacquio del cervello che le si agita nel cranio non viene sostituito dalla nausea, e poi dalla rabbia, di nuovo, come prima, come quando ha aperto con un calcio la porta di quell’aula. Ricarica lo AKS-74U ed esce. Sono stati loro a farle uccidere Darren. E adesso moriranno tutti.

Non ci mette molto ad incontrarli di nuovo. Fa un giro su se stessa, e ce n’è un gruppo che scende le scale dal piano inferiore, ed un altro che si sta muovendo velocemente e silenziosamente dalle altre classi in fondo al corridoio, nel disperato tentativo di raggiungere le scale. Non si rendono conto che li ha visti, almeno non finché lei non spiana la carabina e fa fuoco, una raffica più breve del solito, una sventagliata da destra a sinistra, che li abbatte in fila come sono in un caleidoscopio di schizzi di sangue. Ricominciano le grida; un gruppetto cerca di fuggire dall’altra parte del corridoio staccandosi dal mucchio, Sarah punta lo AKS-74U verso di loro e spara una lunga raffica che vuota anche questo caricatore. Li abbatte tutti. Velocemente ricarica l’arma e si dirige verso la tromba delle scale. Mentre lei perdeva tempo con Darren, ci hanno provato in tanti a scappare proprio da lì, da dove è venuta lei, devono averci provato tutti quelli che si erano rifugiati ai piani superiori, perché adesso la tromba delle scale è intasata. Lei si ferma lì, davanti alla porta a spinta spalancata, con la carabina perpendicolare al corpo, come se dovessero farle una fotografia per la locandina di un film dell’orrore di serie C. I suoi stivaletti neri Dr.Martens, le sue mani, il suo volto e i suoi bei capelli biondi, la tuta da Jogging azzurra di marca Nike con cui si è presentata a scuola quel giorno, è tutto imbrattato di schizzi di sangue e del nero della polvere da sparo, perché la carabina AKS-74U sputa delle belle vampate abbondanti. Una ragazza, un’altra fottuta reginetta, fa appena in tempo a girarsi e vederla lì, incombere sulla tromba delle scale, e quando apre la bocca per gridare, Sarah spiana lo AKS-74U e apre di nuovo il fuoco.

La cacofonia delle urla esplode di nuovo e risuona su e giù per la tromba delle scale mentre lei muove il mitra da una parte all’altra e li guarda cadere gli uni sugli altri in mezzo al loro stesso sangue. L’ingorgo nelle scale comincia a muoversi, si sono accorti di lei e scappano. Lo AKS-74U è scarico. Lei lo ricarica rapidamente e spara ancora. Davanti a lei adesso ci sono solo corpi stesi a terra. Un ragazzo, uno che Sarah conosce anche troppo bene, è l’ultimo in piedi, lo vede girare l’angolo per scendere le scale, e spara una raffica, mirando in basso. Lo centra alle gambe, vede che gli esplodono le ginocchia e i polpacci, quello urla e cade in avanti, scomparendo dalla sua vista. Lo sente ruzzolare giù per le scale.

Tra quelli stesi a terra, e sono almeno una trentina, ce n’è ancora qualcuno che si muove. Sarah abbassa la carabina e spara, svuotando il resto del caricatore sui corpi. Quelli ancora vivi, li finisce quasi tutti. Ricarica ancora, e ritornando su, al corridoio, incrocia tre ragazzi che stanno venendo giù dal secondo piano, in cerca di salvezza. Sono a metà della scala, quando lei li falcia tutti e tre con un colpo ciascuno, dritto alla testa. Li conosceva molto bene, tutti e tre.

Torna indietro, al primo piano. Finora ha vuotato sei caricatori. Ne ha ancora altrettanti nella cartella. Non può più scendere al piano terra; le sirene sono sempre più vicine, e quando ha sparato nelle scale, beh, per un istante non le ha sentite più, quindi, se a giudicare da quello che sente le sembra che manchino almeno cinque minuti prima che la polizia sia lì, non po’ escludere che qualche auto più vicina sia già arrivata. I poliziotti sono tiratori da paura. Se ne sono già arrivati due e sono al piano terra, andare laggiù equivale a farsi riempire di proiettili prima di avere finito i suoi.

Altre porte di altre aule si sono aperte; quei vermi si erano tutti chiusi dentro, e ne hanno approfittato per scappare una volta che l’hanno sentita allontanarsi. Non si aspettavano che tornasse indietro. In fondo al corridoio c’è un’altra porta apribile a spinta, che dà sulla scala antincendio, ed è spalancata. Una decina di ragazzi vi sta correndo incontro, disperatamente. Piangono e urlano. Che schifo. Non si accorgono nemmeno che lei è tornata indietro; Sarah li falcia con una lunga raffica, svuota di nuovo il caricatore, ma quando ne inserisce un altro, sono tutti a terra. Stavolta non si muove nessuno. Ha sparato alto.

Gli altri, porco Dio, devono essere già fuggiti giù per la scala antincendio. Sarah corre verso la porta a spinta ed esce fuori, sul pianerottolo metallico della scala, che risuona sotto i suoi passi pesanti mentre l’aria fresca la accarezza e per un istante le fa dimenticare l’odore della morte. Lei sente immediatamente dei passi alla sua sinistra; si volta di scatto, come una predatrice. Ci sono dei ragazzi che scendono, appena un pugno, ed altri più su, sente i loro passi. Si bloccano, alla sua vista. Uno fa dietro-front. Sarah fa parlare lo AKS-74U, li abbatte sul metallo, poi alza il tiro e spara alla cieca, colpisce gli altri sparando attraverso la lamiera sopra la sua testa, perforando la scala antincendio. Li sente urlare. Non sa quanti ne ha colpiti, ma un altro caricatore è bello che andato. Ricarica lo AKS-74U e guarda in basso. Una coppia di ragazze che scappa, sono sul pianerottolo direttamente sotto di lei. Abbassa il tiro e le abbatte tutte e due, colpendole entrambe alla sommità della testa. Un altro pugno di ragazzi e ragazze, quattro o cinque, sono appena arrivati alla fine della scala antincendio. Scendono. Stanno correndo attraverso il cortile, verso il cancello principale, quando lei alza la carabina verso di loro e li abbatte tutti, svuotando un altro caricatore. E siamo ad otto. Ricarica lo AKS-74U; le restano quattro caricatori da venti colpi. In totale ottanta proiettili. Deve iniziare a dosare i colpi. È tempo di finire in bellezza.

Sarah torna indietro al corridoio, si affaccia ad una finestra sul lato destro, quella che ha sfondato con una fucilata. La finestra dà sul cortile anteriore. Ha una visuale perfetta. Dal piano più alto, o dal tetto, la vista sarebbe anche migliore, ma dubita che un’arma corta come lo AKS-74U abbia abbastanza gittata per sparare con precisione da così in alto. Si sfila da tracolla la cartella e la lascia a terra, appoggiata al muro, poi apre il calciolo della carabina, che fino a quel momento ha tenuto piegato per poterla manovrare meglio, e se l’appoggia alla clavicola destra. Allenta la tensione del dito indice destro sul grilletto. Da adesso in poi deve sparare raffiche brevi, o meglio ancora colpi singoli. Sarà difficile senza spostare il selettore della carabina, ma non vuole rinunciare alla possibilità di svuotare il caricatore con un solo tiro. Finora le è venuto comodo.

Non ci mette molto ad individuare i primi. Un gruppetto di tre, attraversano di corsa il cortile verso il cancello aperto. Le sirene sono sempre più vicine, i lampeggianti all’orizzonte lungo la strada; a giudicare dai colori ci sono i vigili del fuoco e le ambulanze, ma anche la polizia. Sarah prende la mira e accarezza il grilletto per far partire un colpo solo; c’è una ragazza con lunghi capelli castani a capeggiare la fila, tiene la testa troppo alta, e per Sarah è un gioco da ragazzi fargliela esplodere. Il corpo cade a terra, uno dei ragazzi inchioda e si gira verso di lei e Sarah spara anche a lui, al collo, lo guarda portarsi entrambe le mani alla gola e cadere prima in ginocchio e poi riverso pancia in giù sul prato mentre il sangue gli schizza tra le dita a fiotti. Poi spara al terzo. Lo centra in mezzo alle scapole. Quello casca in avanti come se qualche burlone avesse teso un filo invisibile all’altezza delle sue ginocchia. Per un lungo istante non accade più nulla, poi Sarah lo vede allungare le braccia e iniziare a strisciare. Non è morto, il figlio di puttana. Spara ancora, e stavolta lo centra più in alto, alla base del collo. Lo guarda accasciarsi, e stavolta resta immobile.

Resta ferma anche lei. Resta fermo tutto, tutto il mondo. Non si muove più niente per cinque lunghi minuti. Nessuno cerca più di attraversare il cortile. Almeno non finché non arrivano.

L’auto-colonna si ferma oltre il cancello e il muro di cinta della scuola. Sarah nota un’auto-pompa dei vigili del fuoco della Contea e tre o quattro ambulanze bianche e rosse, ma soprattutto ci sono auto della polizia, tre fuoristrada dello Sceriffo della Contea e quattro berline bianche e nere della California Highway Patrol, la Polizia di Stato e Autostradale dello Stato della California. Ci sono però altre luci all’orizzonte, sulla strada che porta alla scuola. Quel liceo esclusivo è in mezzo alla campagna, fuori città. È un bel posto. Anche per morirci. I pompieri e le ambulanze restano in seconda fila, mentre i poliziotti si raggruppano con le auto a formare una barricata oltre il cancello. Sarah li vede muoversi rapidamente a testa china, confabulare tra loro, organizzarsi. Hanno tutti le armi in pugno; solo un paio hanno in mano soltanto le pistole d’ordinanza, la maggior parte imbraccia fucili neri, a pompa, oppure carabine. Non ne è sicura al cento per cento perché non ha un binocolo per osservare bene da quella distanza, ma ha visto abbastanza televisione per essere ragionevolmente convinta che i fucili nelle mani degli uomini con l’uniforme color Caki della California Highway Patrol siano degli M-16.

Poi accade. Beh, pensa Sarah, in fondo tutto quello che inizia deve prima o poi finire, no? Un fuoristrada blu della Polizia della Contea avanza lentamente, attraversa il cancello aperto e si muove lungo il sentiero del cortile della scuola. Si muove a passo d’uomo. Quasi immediatamente dopo, un folto gruppo di ragazzi compare da dietro l’angolo e comincia a correre verso il cancello. Si erano nascosti nell’androne, i figli di puttana, oppure erano usciti e si erano acquattati contro il muro, fuori dalla sua visuale. Sarah spiana lo AKS-74U e sventaglia da una parte all’altra svuotando di nuovo un altro caricatore in una lunga raffica. Vede molti ragazzi cadere a terra, prima di essere costretta ad abbassarsi perché i poliziotti rispondono al fuoco.

Sente i proiettili colpire il muro vicino alla sua finestra prima ancora di sentire i botti lontani, ritmati e diversi, di varie armi che sparano verso di lei. Pistole, fucili a pompa, carabine. In linea d’aria, la finestra da cui spara lei è ad un paio di centinaia di metri dal raggruppamento delle auto della polizia oltre il cancello. Le pistole e i fucili a pompa non hanno quella gittata, quindi devono essere per forza gli M-16 della California Highway Patrol. E gli M-16 sono fucili a lungo raggio, veloci, potenti e precisi. Deve fare attenzione a non farsi beccare.

Ricarica rapidamente lo AKS-74U gettando il caricatore vuoto fuori dalla finestra sfondata, si alza con un movimento fluido e ricomincia a sparare verso il cortile. Ci sono tre o quattro ragazzi che si stanno muovendo a testa china verso il fuoristrada dell’Ufficio dello Sceriffo fermo a metà strada tra il cancello e l’edificio della scuola. Li abbatte tutti e tre in fila. Poi sposta il tiro verso il fuoristrada, una quindicina di proiettili crivellano il cofano anteriore e polverizzano il parabrezza. Si aprono all’istante entrambe le portiere, ma il poliziotto che esce dal lato del guidatore fa giusto un passo prima di stramazzare a terra sui cadaveri dei ragazzi. Il secondo imbraccia un fucile a pompa, lo alza verso di lei, ma Sarah punta verso di lui la carabina e, continuando a sparare, lo centra giusto con le ultime due cartucce che rimangono nel caricatore.

Sarah torna a sedere, mentre gli M-16 di quelli della California Highway Patrol ricominciano a sparare. Per la maggior parte tirano colpi singoli, cadenzati ma rapidi, perché così si ottengono tiri più precisi, ma c’è anche qualcuno che spara raffiche brevi. Comunque il palazzo della scuola è stato costruito in blocchetti di granito per avere un’aria austera e per resistere ai terremoti, e difatti nessun sisma negli ultimi sessant’anni l’ha mai danneggiato. Le mura sono spesse quasi mezzo metro, è impossibile che i proiettili ci passino attraverso. Toglie il caricatore vuoto dallo AKS-74U, lo getta fuori dalla finestra, ne inserisce un altro e sblocca l’otturatore. A quel poliziotto ha fatto saltare la testa, l’ha visto bene. Il fatto è che le restano giusto due caricatori, quello già inserito nella carabina più un altro che ha ancora nella cartella. In totale quaranta colpi, anzi quarantasei, contando anche le sei cartucce nel revolver che ha preso alla guardia.

Si alza, punta lo AKS-74U verso la barricata di auto della polizia e comincia a sparare colpi singoli, uno dopo l’altro, alla velocità di due, forse tre al secondo. Non gliene frega niente di risparmiare munizioni, in fondo. Vuole soltanto mandare a segno più colpi.

Nonostante lo AKS-74U sia un’arma piccola, i proiettili colpiscono in pieno le auto-pattuglie della California Highway Patrol. Alla più vicina buca i pneumatici, fa saltare i finestrini e riduce in briciole il lampeggiante a V sul tettuccio. Un poliziotto in divisa color Caki scatta da dietro un’altra auto, spara a ripetizione verso di lei con quello che sembra uno M-16, e allora Sarah punta verso di lui la carabina e risponde al fuoco. Preme il grilletto tre, quattro volte, ma è troppo lontano e solo un proiettile va a segno. Lo centra ad un occhio. Lo guarda lasciare a terra il fucile di colpo e accasciarsi a terra, mentre il retro della testa gli esplode sporcando lo sportello bianco di un’altra auto-pattuglia della California Highway Patrol poco distante. Gli altri poliziotti ricominciano a sparare, in gruppo, e stavolta a raffiche lunghe.

« VIA, VIA!», strilla qualcuno dall’esterno. È una voce maschile, adulta. Probabilmente un poliziotto. Figli di puttana… Sarah non ci mette molto a figurarsi cosa sta succedendo là fuori. Sposta istintivamente di nuovo il selettore del tiro dello AKS-74U su “Fuoco automatico” e si alza un’altra volta. Ed eccoli lì, i figli di puttana, una cordata di ragazzi che corrono uno in fila all’altro verso il cancello, tenendosi per mano, come insegnano nelle esercitazioni antincendio. Tengono la testa bassa. In capo al gruppo c’è un poliziotto con un cappello Stetson calcato in testa e una pistola nera in mano; indossa la divisa azzurra dell’Ufficio dello Sceriffo della Contea.

Sarah scuote la testa, e di nuovo le si contraggono le mascelle per la furia. Lei deve ucciderli, e loro non hanno nessun diritto a cercare di salvarsi, devono solo morire. E nessuno deve mettersi in mezzo, tantomeno gli sbirri. Porci bastardi, dov’erano quando lei aveva bisogno di loro?

Sarah spara a raffica, sventaglia da destra a sinistra sulla fila di ragazzi. Il primo a restarci secco è il poliziotto, centrato in piena testa. Gli altri cinque immediatamente dietro di lui sono i prossimi. Ad uno esplode il cranio come un cocomero maturo preso a colpi di mazza da Baseball, gli altri si accasciano urlando mentre il sangue gli schizza a fiotti dalla schiena, dal collo, dal costato. Il resto del gruppo si stacca e continua a correre verso il cancello, ma in maniera disordinata, in preda al panico. Incespicano e traballano. Respirano urlando. Sarah punta verso di loro lo AKS-74U e preme il grilletto, ma sente solo un sordo TLAK!. L’otturatore della carabina è bloccato in posizione aperta. Ha vuotato il caricatore.

Poi sente freddo alla spalla sinistra, e come un forte cazzotto che la spedisce all’indietro, la manda a sedere per terra, e poi schiena a terra, a fissare il soffitto candido. Un’altra voce maschile, questa più giovane, esaltata, echeggia nel teso rumoreggiare del cortile della scuola:

« L’HO BECCATO BENE, QUEL FIGLIO DI PUTTANA!».

Adesso Sarah inizia a sentire il dolore. È come il fuoco, che le parte da un punto imprecisato sotto la clavicola e le si irradia per tutta la schiena e il petto. Il braccio sinistro è insensibile. Prova a muoverlo, ma una fitta di ghiaccio e fuoco le si irradia fino alla testa, facendola urlare.

« BASTARDI FOTTUTI ROTTINCULO!».

Si rizza a sedere, e abbassa lo sguardo sulla sua spalla sinistra, solo per scoprire che c’è un piccolo foro circolare nella sua tuta da ginnastica e che il sangue si sta espandendo, lentamente ma decisamente, impregnando il tessuto elastico. Può sentirne l’odore acre. Stringe i denti per farsi forza e scuote la testa. Doveva immaginarlo. M-16. Maledettamente precisi e a lungo raggio. Non poteva continuare così a lungo a fare il tiro al bersaglio sugli sbirri senza che quelli ci rimanessero male. Ne ha ammazzati quattro, adesso doveva pagare pegno.

Sibilando di dolore e di rabbia, tira verso di sé la sua cartella che ha lasciato a terra e la apre. Dentro c’è solo l’ultimo caricatore che le è rimasto per lo AKS-74U, e il revolver che ha preso alla guardia. Li tira fuori e con un gesto di stizza lancia la cartella vuota fuori dalla finestra sfondata. Così, giusto per far sapere a quei fottuti sbirri che è ancora viva. Anche se usa il braccio destro, sente una fitta di dolore. Dovrà sforzarsi per sparare le sue ultime cartucce.

Sarah ricarica la carabina tanto più rapidamente quanto il dover usare una sola mano le consente. Getta anche l’ultimo caricatore vuoto fuori dalla finestra. Che vengano a baciarle il culo, pensa. Si ritrova a maneggiare il revolver che ha preso alla guardia. È argentato, ha il calcio in legno. Sul fusto c’è scritto, tra le altre cose, “Smith & Wesson”, e sulla canna è inciso “.38 – Special”. Faticosamente, col pollice destro, aziona la levetta di rilascio del tamburo e muove l’arma verso sinistra per farlo scattare fuori. Ci sono sei camere, e sei proiettili in tutto. Richiude il tamburo e s’infila il revolver all’elastico dei calzoni della tuta. Quindi si alza, lentamente, faticosamente, usando la carabina come stampella; tenuta per la canna, il calciolo aperto appoggiato a terra.

Odio. Rabbia. Vede tutto rosso. Sarah alza lo AKS-74U, lo stringe con la sola mano destra, il calcio sotto il braccio. Si avvicina di nuovo alla finestra.

« Eccolo, ECCOLO!», strilla una voce femminile adulta, esacerbata e nervosa. Una poliziotta.

Sarah si inginocchia, tenendo lo AKS-74U con la sola destra dall’impugnatura, appoggia bene il guardamani contro il parapetto della finestra sfondata, e tira il grilletto. Anche così, sorprendentemente, riesce a controllare il tiro.

La raffica dura due secondi, non di più. Tutto il caricatore, tutto l’ultimo caricatore, in una volta. Ci sono due infermieri ed un poliziotto che stanno correndo lungo il vialetto d’accesso portando una barella, verso i ragazzi a terra. Li falcia tutti e tre. Cascano scompostamente. I due infermieri restano a concimare il prato col loro sangue, lo sbirro invece è ferito solo leggermente, e striscia verso il fuoristrada della Polizia di Contea ancora fermo a metà strada da prima. Sarah ha un attimo di tempo giusto per notare che ci sono altri ragazzi, tra i tanti che ha colpito fuori, che sono ancora vivi e che stanno facendo lo stesso. Corrono a nascondersi. Strisciano, per la maggior parte, quelli che riescono ad alzarsi camminano stentatamente. Ce ne sono tanti che corrono; sono quelli che si sono salvati senza un graffio e che cercano di darsela a gambe fintanto che nessuno spara verso di loro.

I poliziotti ricominciano a far cantare i loro M-16, a colpo singolo o a raffica. Le finestre vicino a quella da cui sta sparando vanno in frantumi, proiettili attraversano il corridoio e si infilano nelle pareti, oppure rimbalzano contro i muri di granito all’esterno. I poliziotti potrebbero benissimo colpirla alla testa, se prendessero bene la mira, ma hanno paura di esporsi.

Solo quando una pallottola le fischia vicino ad un orecchio e va ad infilarsi in una delle classi dietro di lei aprendo un buco nella porta di legno, Sarah si decide ad abbassarsi. Per lo AKS-74U non ha più munizioni, ormai, e Sarah lo lascia cadere giù dalla finestra. Si mette a sedere, e cammina gattoni fino a trovarsi lontana dalle finestre. Quindi si rialza, sfila con la destra il revolver Smith&Wesson della guardia dall’elastico dei calzoni della tuta da Jogging, e torna indietro da dove è venuta, verso le scale per il piano terra.

Il revolver è pesante e rassicurante, le dice che è potente quanto basta per aiutarla a chiudere in bellezza, e che con le sue cartuccine calibro 38 non le darà nemmeno troppo rinculo quando tirerà il grilletto. Mentre scende le scale, Sarah tira su il cane col pollice destro. Il revolver può sparare anche in doppia azione, cioè con il cane abbassato, ma così il grilletto è lungo e pesante da premere, quindi, se può, Sarah dovrà tirar su il cane col pollice ogni volta prima di sparare, come facevano giocoforza i Cowboy con i loro Colt “Peacemaker” ad azione singola.

Scende le scale passando sui corpi di quelli che ha ammazzato, zampettando e lasciando le impronte dei suoi stivaletti in mezzo al sangue e sugli scalini. Arriva al piano terra, e appena apre la porta a spinta si trova davanti il ragazzo che ha colpito alle ginocchia. Ha fatto le scale ruzzolando, è tutto rotto, tumefatto in volto, ma quando lei arriva ha la forza di guardarla:

« No… ti prego…».

Sarah gli punta il revolver addosso e spara un colpo solo. Gli spappola il cervello sul pavimento.

Dal fondo del corridoio, dall’altra parte rispetto alla porta, giunge un grido femminile, stridulo. Sarah alza la testa. È una tizia giovane vestita praticamente di stracci. Una grassona brutta e disordinata. Un’impiegata della segreteria. Deve essere rimasta nascosta negli uffici fino ad ora. La tizia non le ha fatto niente, ma Sarah ormai vede solo rosso. Le punta addosso il revolver, tira su il cane col pollice e spara un altro colpo. Colpisce anche lei alla testa. La frustata al braccio non è nemmeno troppo forte. E persino il dolore per la ferita sta sparendo. Sarah sa, forse l’ha letto o forse l’ha sentito dire in TV, che l’hanno sicuramente colpita con un proiettile in metallo pieno, non a punta cava in piombo nudo e nemmeno frangibile, perché la polizia non può usare quel tipo di proiettili, quantomeno non in California. Ce l’hanno solo le Squadre Speciali, le SWAT.

Già, la SWAT. Quanto ci metterà ad arrivare? Stanno arrivando altre auto della California Highway Patrol, altre ambulanze e un’altra autopompa dei vigili del fuoco. Ci sono ancora luci lampeggianti all’orizzonte. Sicuramente uno di quelli è il furgoncino blindato della SWAT.

Deve farla finita in fretta. I poliziotti si muovono ancora dietro le auto parcheggiate in barricata oltre il cancello aperto e il muro di cinta della scuola. Mezza nascosta dietro la porta a spinta, Sarah spiana il revolver e tira tre volte il grilletto, sparando tre proiettili calibro .38-Special attraverso il portone spalancato della scuola. I colpi partono duri, sparati in doppia azione col cane abbassato, il tiro del grilletto è più lungo e pesante, e nessuno dei tre va a segno. A Sarah non importa granché, anzi, non gliene frega un cazzo. Vede che colpisce di nuovo, due volte, il fuoristrada dell’Ufficio dello Sceriffo fermo a metà strada, frantumandone il lampeggiante ad asta sulla cappotta, e il terzo colpo buca lo sportello dell’auto-pattuglia della California Highway Patrol più vicina. Vaffanculo, pensa scuotendo la testa, e si avvia lentamente lungo il corridoio, verso il portone.

Esce all’esterno dopo tre, forse quattro lunghi minuti. Nella calma, l’adrenalina ha smesso di circolare e il dolore della ferita si è riacutizzato; anzi, si è talmente esteso che le fa male anche la gamba sinistra, e la fa camminare zoppicando. Respira a fatica. Il revolver è ancora stretto nella mano destra, il braccio è moscio, pende lungo un fianco. È inerte anche il sinistro, completamente insanguinato perché il sangue della ferita alla spalla sgorga giù e le imbeve la tuta, gocciolando a terra dalle dita. Una volta fuori si sente le viscere rilassarsi dolcemente, come quando si immerge in un ambiente di calma assoluta. L’aria è calda e piatta, i grilli cantano. C’è silenzio. Certo, non silenzio completo, visto che i poliziotti si muovono e vociano, e continuano ad arrivare veicoli a sirene spiegate. Ma c’è calma, nonostante tutto. L’odore è di primavera inoltrata che sta per trasformarsi in estate. I fiori, i boccioli sugli alberi, e l’erba. Certo, c’è anche l’odore del sangue. Ma questo non la turba. Sarah resta in piedi appena oltre i tre gradoni dell’ingresso, alla fine del vialetto d’ingresso ciottolato.

Una poliziotta bionda con addosso l’uniforme color Caki della California Highway Patrol, che tiene i capelli raccolti in una coda di cavallo e somiglia vagamente all’attrice Laura Dern, si trova immediatamente dietro l’auto-pattuglia più vicina. Tiene il capo basso, sta parlando con un collega. Ci mette un secondo per individuarla con la coda dell’occhio, e per un istante si dipinge lo stupore sul suo viso. Poi si volta di scatto verso di lei, e le punta addosso un fucile a pompa.

« FERMA! FERMA, NON MUOVERTI!», strilla, armando la pompa del fucile.

È un attimo, due dozzine di poliziotti della Contea e della California Highway Patrol, sparpagliati dietro le loro auto, si voltano verso di lei e le puntano le armi addosso. Pistole automatiche nere, fucili a pompa e carabine tipo M-16. Stavolta cade davvero il silenzio. È la scena finale di un Western di Sergio Leone. Sarah si lecca rapidamente le labbra; le ha secche. Ha sete.

La poliziotta della California Highway Patrol ha i gradi di sergente su una manica. Al momento deve essere l’ufficiale più alto in grado, perché è lei che le grida:

« ALZA LE MANI! SUBITO!».

Sarah si inginocchia lentamente, il dolore le si irradia per tutto il corpo e quasi si sente mancare. Non può svenire. Non deve. Cade a sedere sull’ultimo gradone, e porta entrambe le mani in grembo. Sulla sinistra tiene la destra, e nella destra il revolver. Lo espone bene al sole, che scintilli, cromato com’è. Devono vederlo.

« GETTA L’ARMA!», strilla subito la poliziotta. « GETTA IMMEDIATAMENTE L’ARMA E STENDITI A TERRA CON LE MANI DIETRO LA NUCA!».

Sarah alza la mano destra e si preme la canna del revolver a bruciapelo contro quel bel punto morbido sotto il mento. È ancora calda, ha sparato da poco, ma non incandescente.

« FERMA! FERMA!».

La poliziotta è lontana. Sarah alza lo sguardo verso il cielo. È sgombro e straordinariamente azzurro chiaro. L’aria è profumata. Poco distanti, due rondini nere e bianche si inseguono piroettando nell’aria. Una danza d’amore.

Sarah tira su il cane del revolver.

« NON FARLO!». La poliziotta è sempre troppo lontana.

Sarah chiude gli occhi. Adesso finalmente potrà piangere.

--

            Mary Ann Perkins si ritrovò in ginocchio sul letto, prona in avanti come un musulmano in preghiera, a soffocare le sue lacrime premendo il viso contro il piumone. Non sapeva se Sarah avesse avuto il tempo di piangere, dopo aver sparato l'ultimo proiettile. Sperava che la sua adorata sorella avesse potuto sfogare la sua sofferenza. Qualsiasi cosa avesse fatto, comunque, Sarah Reed adesso era in cielo con gli angeli, perché era un’anima pura e innocente.

            Chiunque altro sarebbe stato prosaico. Quel giorno, prima di suicidarsi, Sarah Reed aveva ucciso sessantaquattro tra studenti, personale della scuola e poliziotti. Almeno una trentina erano stati i feriti. Era stato tra i peggiori bagni di sangue della storia americana dal secondo dopoguerra, assieme agli attacchi terroristici dell’Undici Settembre e di Oklahoma City, e alla tragedia di Waco. Se ne era discusso per mesi a tutti i livelli decisionali del Paese, ma alla fine nessuna forza politica aveva potuto strumentalizzare quell’orrendo massacro: né i Repubblicani, che erano propensi a trasformare le scuole in fortini con Metal-Detector e sorveglianza armata, perché nella scuola di Sarah Reed tutto questo c’era e non l’aveva certo fermata; né tantomeno i Democratici, che volevano un giro di vite nelle leggi sulle armi, perché le indagini avevano svelato la provenienza dello AKS-74U che la ragazza aveva usato, e i tizi della Gang che gliel’avevano fornita, arrestati, avevano confessato di aver comprato la carabina da un latitante texano che trattava droga e armi da guerra contrabbandate dal Sud America.

            Cambiava qualcosa? No, un bel cazzo di niente. Sarah e Luanne erano morte. E lei non le avrebbe riviste mai più. Nemmeno quello che stava facendo ora le avrebbe riportate in vita.

            E nel frattempo stava arrivando l’alba. La prima luce del sole riusciva a filtrare attraverso le tapparelle abbassate. Mary Ann Perkins continuò a piangere. Non se ne accorse nemmeno.