-TRENTANOVESIMA SINOSSI: FOCALIZZAZIONE ZERO-

            Il freddo avvolse Goldy immediatamente come un manto gelido di morte, nonostante il pesante cappotto di pelliccia, non appena mise piede fuori dal capannone. Avrebbe voluto istintivamente tornare indietro, tornare a tuffarsi nella claustrofobica ma tutto sommato rassicurante atmosfera dell’interno del grosso edificio della FedEx, con tutti quei poliziotti armati in assetto da combattimento e i veicoli blindati, ma il portellone le si chiuse alle spalle in quello stesso istante, con un rombo sordo che a lei sembrò forte come il rumore di un cacciabombardiere che decolli. Persa nell’oscurità come la piccola fiammiferaia, Goldy di Ferro guardò davanti a se, chiedendosi quanti fossero i mirini dei fucili da interdizione che la stavano già inquadrando.

            Era in un pianeta di ghiaccio. La notte invernale era cupa e fredda, il mondo attorno era nero, come nel suo peggiore incubo. Per terra, bianco, e bianco per una distesa che sembrava infinita. La neve continuava a cadere fredda e densa a fiocchi dal cielo nero. Se Dio avesse voluto lavar via i peccati dal mondo con un nuovo diluvio, pensò Goldy, stavolta l’avrebbe fatto così: con una nevicata incessante, planetaria ed eterna. Avrebbe fatto piazza pulita e nel contempo avrebbe congelato tutto, conservandolo per sempre: un mondo-statua, un mondo-monumento al fallimento divino. Col duplice scopo di spazzar via il peccato e nel contempo tenere un ricordo dell’errore in cui, secondo la Bibbia, l’Altissimo era già caduto un paio di volte. Un promemoria per un Onnipotente smemorato, giusto un appunto su cosa non fare nella prossima Creazione.

            Goldy fece un passo avanti, e il suo stivale destro affondò di dieci centimetri buoni nel manto di neve. Ora che la sua vista si era adattata all’oscurità, distingueva i capannoni nella zona recintata. Il suo sguardo focalizzò su quello in cui doveva trovarsi tra pochi minuti. Era come essere in un Videogame. Doveva soltanto ricordarsi di buttarsi a terra, quando la prima Starflash o Flash-Bang fosse piovuta dentro sfondando il vetro. Il resto, per i secondi, o minuti, seguenti, sarebbe stato una cacofonia di vetri infranti e metallo perforato, colpi d’arma da fuoco completamente automatica, il tutto ritmato dai rumori della sofferenza e dell’agonia di esseri umani colpiti a morte.

            In quel momento avrebbe fatto pompini alla metà di quei poliziotti in assetto da combattimento, solo per potersi portare dietro un calibro 12. Fece un altro passo avanti, e ancora il suo stivale sinistro affondò nella neve. Scosse la testa e proseguì.

- - -

            Quando Kyle interruppe la sua personale, incomprensibile preghiera e staccò la fronte dalla canna del fucile, il furgone aveva ritrovato un manto stradale più regolare su cui muoversi, e il motore non arrancava più. Aprì gli occhi, guardandosi lentamente attorno. Nessuno lo stava osservando, neanche Rally. Tutti tenevano il capo chino, lo sguardo fisso sul pianale del Dodge VAN come se per miracolo vi fosse appena apparsa un’immagine sacra, oppure erano intenti ai fatti loro: Becky e Misty Brown lavoravano alla Consolle di comando e controllo come se fossero in gioco le loro stesse vite. Nulla di più tragicamente vicino al vero.

            Scoccò un’occhiata a Rally. Anche così, di profilo, ed anche così, in una tenuta da combattimento che le donava quanto un tutù rosa avrebbe donato ad Hulk Hogan, era di una bellezza sovrannaturale, divina. Era in quei momenti, nella piccola gioia di intravedere la curva del suo seno morbido e sodo sotto la camicetta bianca, oppure nel modo in cui portava i capelli tagliati corti, così soffici e profumati, e nel modo in cui ora i capelli sporgevano dal bordo superiore e dai lati dell’elmetto da combattimento inglese, era proprio in momenti come quelli che Kyle riusciva a cogliere ogni singola sfaccettatura del suo essere una creatura speciale, come nessun’altra donna nel creato intero era mai stata, come mai nessuna più lo sarebbe stata dopo di lei. Fatta in Paradiso sembrava avercelo stampato dappertutto, sotto la pianta dei piedi, nell’incavo delle cosce, in quel bel punto morbido sotto il mento. E questo, nonostante Kyle non credesse affatto nel Paradiso. La religione era per quelli che credevano che spaccandosi il culo per tutta la vita e pregando una divinità che neanche ti aiutava quando ne avevi davvero bisogno, alla fine ti ritrovavi su una poltroncina imbottita in un posto bianco ad osservare una luce più bianca del bianco per il resto dell’eternità. Beh, cazzate. Quando gli sgherri di un’organizzazione criminale chiamata il Consorzio avevano sterminato la sua famiglia e inseguito lui fino in capo al mondo cercando di farlo secco, Dio non c’era. E non c’era nemmeno quando un’altra organizzazione criminale, chiamata il Network, aveva tenuto prigionieri dei bambini sudamericani nel sotterraneo di un capannone abbandonato a Chicago per le voglie perverse di un gruppuscolo di pederasti. In entrambi quei casi, Dio, qualsiasi Dio, che si chiami Allah o Javeh, o qualsiasi altro appellativo gli si volesse dare, era nascosto a casa sua. Nelle sue cazzo di chiese e moschee e sinagoghe e templi, Lui, qualsiasi fosse il suo vero nome e/o la sua vera natura, si pasceva nelle implorazioni che una moltitudine di disperati in preda ad isterismo di massa gli sollevavano in coro. Implorazioni a cui Lui non prestava attenzione alcuna, preghiere disperate che non esaudiva, richieste di un aiuto indispensabile che Lui non concedeva. Come se, nella migliore delle ipotesi, avesse momentaneamente spento l’interfono. Diciamo da circa un paio di centinaia d’anni. Come se, nella peggiore delle ipotesi, stesse lì seduto a godere della sofferenza di tutti quei vermiciattoli oranti lì sotto, compiacendosi delle preghiere che gli innalzavano, ma, cascasse il mondo, senza esaudirle, perché Preghiera Esaudita = Niente Più Dolore = Niente Più Preghiera = Niente Più Piacere Di Vedere Quei Cinque O Sei Miliardi Di Vermiciattoli Stipati In Quella Strana Palla Blu Fluttuante In Mezzo Al Nulla Che Ti Implorano Di Concedergli Un Aiuto Che Tu Non Hai Nessuna Intenzione Di Dargli Per Alleviare Sofferenze Che Tu Continui Ad Infliggergli Solo Per Il Piacere Di Essere Pregato Di Smettere Ancora, E Poi Ancora, E Poi Ancora, Ad Aeternum.

            Niente male come metafisica personale, hm? Teologia McKnightiana. Se Dio esisteva, era puro male, non puro bene, altrimenti non si sarebbe spiegato lo stato del mondo. E che non venissero a raccontargli tutte quelle fregnacce sul libero arbitrio, perché era un modo bello comodo di scaricare i problemi dalle spalle del Boss che avrebbe teoricamente dovuto farsene carico, avendo creato Lui tutto quel caotico ambaradan.

            Attenzione: sempre che Lui effettivamente esistesse, cosa di cui Kyle era tutto meno che seriamente convinto, visto che questo cosiddetto Dio, qualunque fosse il suo vero nome e la sua vera natura, per lui non c’era mai stato quando aveva bisogno d’aiuto. C’era però stata Rally. Lei c’era stata per lui, e lui c’era stato per lei. Se lui avesse avuto bisogno di qualcosa, di qualcuno da adorare, oltre alla Natura, unica vera bellezza e creatrice di tutta la Vita, era lei che avrebbe per sempre adorato. Il suo unico scopo da quando l’aveva conosciuta era adoperarsi per renderla il più felice possibile. Sperava di esserci riuscito, nei limiti del suo piccolo, nei limiti di quello che era riuscito a fare.

            Due colpi rimbombarono nel retro del furgone, due colpi metallici provenienti da dietro il pianale di metallo che separava il vano di carico dalla cabina di guida, spezzando come un colpo di fucile il filo dei suoi pensieri. Subito dopo, acuta e soffocata, la voce di Minnie May:

            « Cancello!».

            « Me ne occupo io», mormorò Mr.V; si alzò, lasciò la mitraglietta Socimi SMG-821 e tornò ad impugnare la pistola d’assalto PPM-1 con silenziatore e ottica a punto rosso.

            Aprì il portellone con un gesto rapido, mentre Kyle imbracciava il fucile d’assalto Norinco CQ, pronto ad offrire copertura.

            Furono istantaneamente investiti da una folata di vento gelido. La neve, che continuava a cadere fitta, aveva già ricoperto il mondo esterno con un manto di almeno venti centimetri. Un’altra folata di neve ne fece entrare un bel po’ nel retro del furgone, mentre Mr.V scendeva, e Kyle restava pochi passi dietro di lui, un piede già giù dal camion, il fucile d’assalto imbracciato ed il dito sul grilletto.

            Dall’esterno, Rally sentì il tipico cigolio di un cancello di metallo pesante che veniva aperto. Poi una voce maschile, resa lontana e confusa dalla furia del vento e dai rumori della natura, ma che le suonò eccessivamente piatta per le parole che pronunciava:

            « Chi cazzo siete, non vi ho mai visto da queste parti. Vedete di sloggiare alla svelta…».

            Non ci fu un seguito, perché Mr.V saltò fuori come un razzo dal suo riparo dietro il portellone posteriore aperto del Dodge VAN, s’inginocchiò e spianò la “pistola d’assalto” PPM-1, tenuta con entrambe le mani, la cinghia di tracolla tesa al massimo. Poteva vedere tre bersagli, da quella posizione; uno, quello più vicino, era probabilmente quello che aveva parlato, ed era accanto alla portiera sul lato del guidatore del furgone; il secondo era poco più indietro, davanti al cancello ormai spalancato, e il terzo era alle sue spalle. Tutti e tre erano armati, e tutti e tre indossavano lo stesso completo: stivali militari neri, guanti in pelle nera, grossi pantaloni di velluto neri, giubbotto Bomber nero, cuffie di lana nere, occhiali da sole neri anche se era ormai notte fonda. Quello più vicino al furgone, e quello direttamente davanti al cancello, avevano dei fucili a tracolla che Mr.V riconobbe come dei Valmet automatici. Il terzo imbracciava un’enorme arma automatica, probabilmente una mitragliatrice leggera MAG, o almeno così pareva dalla sagoma.

            Fu a lui che sparò per primo; ne inquadrò nell’ottica a punto rosso la sagoma della testa, piccola e quasi invisibile nella notte buia, e tirò il grilletto; la “pistola d’assalto” sobbalzò nelle sue mani con un leggero Pfst!, forte come il rumore che fa uno sputo quando cade a terra. Il soffio del vento nella notte tempestosa di neve era molto più forte. L’uomo in Bomber nero in piedi davanti al furgone col suo fucile d’assalto a tracolla non lo sentì nemmeno.

            Solo il secondo uomo, quello in piedi davanti al cancello spalancato, sentì il tonfo del suo compagno che cadeva a terra alle sue spalle. Voltò leggermente la testa, ed allora Mr.V sparò ancora, un solo colpo, un altro Pfst! leggero, che colpì alla tempia destra il tizio in piedi accanto al furgone. Il suo cadavere si sbilanciò di lato e cadde nella neve con un tonfo molto più rumoroso.

            Il tizio in piedi davanti al cancello tornò a voltarsi di scatto verso di loro, armeggiando con la cinghia di tracolla del suo fucile. Non l’aveva ancora visto; il tempo era pessimo, la mimetica da neve eccellente abbinata al colore del furgone e del manto di neve che ricopriva il terreno. Mr.V sparò un terzo, ultimo, silenzioso colpo, che cancellò la faccia della terza sentinella. Era già morta prima ancora di toccare terra.

            Mr.V si ritirò rapidamente nel furgone, tenendo aperto il portellone posteriore, con la “pistola d’assalto” puntata verso l’esterno, mentre Kyle McKnight si accucciava sul pianale accanto a lui, col fucile Norinco CQ spianato. Fece un cenno con la testa a Misty Brown, che di nuovo si avventurò lentamente tra i fusti blu che intasavano il vano di carico del furgone e picchiò tre volte contro la parete di metallo che li divideva dalla cabina di guida. Il furgone ingranò la marcia e proseguì sullo sterrato regolare, sobbalzando solo un paio di volte sui corpi a terra.

            « Vai, vai, vai, vai, vai, vai…», mormorò Kyle, a denti stretti, spostando il selettore di tiro del fucile Norinco CQ su “Fuoco Automatico”.

            Il furgone oltrepassò la recinzione e il cancello aperto, sobbalzando ancora, e Rally sentì sotto il veicolo il terreno più regolare del prato ammantato di neve e della stradina ben curata. Guardò all’esterno, ancora verso il cancello. Poco più a sinistra c’era la casupola di controllo costruita con metodi da guerriglia che avevano visto nelle fotografie satellitari del Department of Homeland Security. Più tardi avrebbe ringraziato il candido, uniforme manto di neve che ricopriva il mondo esterno e rifrangeva amplificata al massimo ogni luce, quella scarsa della luna nella notte di maltempo e quella dei fari del loro furgone, perché altrimenti non sarebbe mai riuscita a notare il movimento.

            « ORE DIECI!», strillò, puntando il fucile a pompa Neostead.

            Suo padre fu più veloce. Da dietro la casupola stava spuntando un tizio vestito di nero, un’altra figura anonima armata di fucile Valmet, ma il dito di Mr.V era già sul grilletto della mitraglietta Socimi SMG-821, ed una leggera pressione fece partire un rapido e sordo TA-TA-TA-TA-TA! ed una lunga vampata rossa dalla volata, mentre l’arma gli ballonzolava tra le mani e i bossoli ricadevano tintinnando sul pianale del camion. Da quella distanza, il corpo del tizio armato cadde con uno strano movimento, atteggiandosi come nei vecchi film Western.

            Nella silenziosa notte di neve, i colpi della mitraglietta erano riecheggiati come un’esplosione atomica. In culo all’effetto sorpresa.

            « May! MAY! FALLE SALTARE!». Rally strillò di nuovo, con decisione, voltandosi verso la cabina di guida. Rally Vincent era sempre Rally Vincent. Sempre in sella, sempre al comando.

            L’esplosione successiva fu ben più forte. La neve riflesse la luce rossa proveniente da due punti diversi fuori dalla loro vista come se tutto il mondo avesse preso fuoco.

            « Trenta secondi!», strillò Mr.V.

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            Il cadente cancelletto che chiudeva la recinzione era mezzo aperto, Goldy lo spalancò con un gesto deciso della mano non ferita, l’altro braccio troppo occupato a stringere il cappotto all’altezza del collo come se questo potesse impedire al freddo di entrarle dentro, sotto la pelle, fino alle ossa.

            “Letamaio” fu la prima parola che le venne in mente. Anche sotto la neve, il degrado di quel posto risaltava come e peggio di un vistoso occhio viola in faccia alla bella moglie di qualche super-attore un po’ troppo turbolento. Goldy si guardò attorno ancora una volta. L’idea dei fucili da interdizione con la loro sagoma allungata e il calcio dipinto in colori mimetici continuava a balenarle in testa. C’erano le tracce del passaggio di un veicolo, due fossi paralleli nello spesso manto di neve, e Goldy proseguì camminando in uno di essi, mettendo un piede davanti all’altro incrociando le gambe in maniera innaturale, sempre sul punto di inciampare, perché ormai aveva gli stivali fradici di neve e sentiva che l’umidità le stava filtrando dentro. Si sentiva i piedi bagnati, aveva freddo, e non aveva nessuna intenzione di continuare a camminare nella neve. Fucili da interdizione; un passo dopo l’altro, provò a fare la conta di tutti i tipi di fucile da interdizione di cui conosceva marca, nome e calibro. Sapeva che se un fucile da interdizione avesse sparato contro qualcuno, quel qualcuno, che fosse lei o chiunque altro, sarebbe morto prima ancora di sentire il botto dello sparo. Una volta Rally Vincent le aveva sparato a una mano con un fucile da interdizione Walther calibro Trecento, e la cartuccia Winchester-Magnum gliel’aveva passata da parte a parte in un lampo, tutto quello che aveva sentito era stata una stilettata di dolore, molto ma molto prima, o almeno così le era parso allora, di sentire lo schianto del fucile. O forse non l’aveva sentito mai? Ora come ora, Goldy non avrebbe saputo rispondere. Era strafatta di coca e di qualche altra cazzata chimica. A quei tempi, in quei momenti si faceva di tante cose tutte assieme, tra cui la Kerosine stessa, che a ben pensarci si meravigliava di non essersi fottuta il cervello. O forse se l’era fottuto eccome? Magari quello che le stava succedendo era tutta una fantasia, e lei era ancora rinchiusa in qualche stanza con le pareti imbottite a smascellarsi come i mocciosetti sacchi di merda che si vedono il sabato sera seduti in un vicolo strafatti di Exstasy. Comunque fosse, il dolore che aveva provato quella volta non era neanche un decimo di quello che, a rigor di logica, avrebbe dovuto provare. Più tardi, il medico che l’aveva clandestinamente curata in una clinica privata di prim’ordine a Grand Bahama, era stato molto esplicito al riguardo: era già tanto se non era morta per via del dolore stesso, dello Shock, era già un miracolo se la fucilata di grosso calibro non gliel’aveva spaccata in due di netto, la mano, ed era un puro miracolo della chirurgia il fatto che sarebbe riuscita ad usare la mano di nuovo: la cartuccia di grosso calibro le aveva perforato il palmo ed era uscita dal dorso, tranciando i vasi sanguigni e provocandole un’emorragia che, altro miracolo, non l’aveva uccisa solo perché Denis, che allora era il suo scagnozzo più fedele, e soprattutto ancora vivo, gliel’aveva immediatamente tamponata con degli asciugamani; la palla aveva portato via i muscoli, i tendini, le cartilagini, frantumato le ossa, la l’energia cinetica dell’impatto del proiettile aveva spezzato il tunnel carpale come una matita. L’intervento di ricostruzione era riuscito perfettamente anche se non era stato fatto nessun uso di protesi artificiali; e nonostante ciò, tuttora, quando si passava un dito sulla sottile cicatrice sul palmo, sempiterno Souvenir di quel momento, Goldy aveva l’impressione di star toccando un pezzo del suo corpo che non fosse esattamente suo, una specie di parte Cyborg.

            Alzò la testa; l’aveva tenuta bassa per tutto il tempo, un tempo che era volato, passo dopo passo nella neve gelata. Si era scoperta a guardarsi la mano, quella stessa mano un’altra volta ferita, completamente bendata come una palla bianca. Se la teneva davanti al viso, stretta dall’altra mano all’altezza del polso. Avrebbe dovuto tenerla in tasca; il freddo gliela faceva pulsare.

            I pensieri le avevano riempito la testa, lasciando che le gambe trasportassero meramente il suo corpo fin lì. Il bello era che si era fermata esattamente dove doveva. Così, automaticamente.

            Il capannone era solo un vecchio scassone. Un rudere buono da buttar giù. Eppure lì, ora, incombeva su di lei come un maniero ottocentesco stregato. Il portellone scorrevole per entrare era chiuso, di fronte a lei, ma c’era una piccola porticina semiaperta. Proprio lì. Oltre, il buio. L’interno del capannone era immerso nell’oscurità più totale, al cui confronto il mondo esterno innevato, il mondo lì fuori, sembrava Times Square la notte di Capodanno. Un buio che per quelli della HBT non significava niente di insuperabile, un buio che avrebbero sconfitto con le torce elettriche montate sui loro fucili e con gli occhiali per la visione notturna che avrebbero mostrato loro il mondo in una piacevole tonalità di verde, ma che per lei, lì, adesso, era un buio che sembrava il vuoto cosmico. Un buio che per lei era il nulla.

            Goldy ebbe un istantaneo Flash di lei che faceva un altro passo avanti e di una rosata calibro 12 che esplodeva dall’interno, spalancava la porticina di lamiera e la centrava in pieno petto, facendole esplodere i seni in una nuvola di sangue, sfondandole la cassa toracica, macinandole i polmoni e il cuore come carne bovina, facendola volare indietro di tre metri e lasciandola lì, schiena a terra, morente nella neve che si tingeva di rosso.

            Vattene. Gira i tacchi e levati di torno. Adesso, se vuoi salvare il culo!

            Goldy fece un altro passo avanti. Aprì la porticina di lamiera con una spintarella del tacco sinistro, e dopo un altro istante, entrò nel nulla.

            Il buio non rimase nulla ancora per molto. Goldy fece tre passi avanti, lenti e guardinghi, muovendo la testa da una parte all’altra, cercando disperatamente di distinguere una sagoma, una forma, un movimento nel buio cosmico che avesse semmai potuto avvisarla di un eventuale pericolo imminente. Ebbe appena il tempo di rendersi conto che lì dentro c’era effettivamente molto più caldo che fuori, prima che la porticina alle sue spalle fosse chiusa con un botto sordo, e che, un secondo dopo, l’interno del capannone esplodesse in una luce accecante.

            Goldy strinse gli occhi a due fessure, sollevando la mano ferita sopra la fronte, cercando di ripararsi dalla luce diretta. Un’ombra sul pavimento, accanto a se, le rivelò la presenza di qualcuno alle sue spalle. Poi nel suo campo visivo entrarono altre cinque o sei sagome umane.

            « Goldy di Ferro!». Una voce metallica, gutturale e stridula. Smeagol. Il mostro Gollum. La persona, chiunque fosse, col modulatore vocale da dieci dollari in qualsiasi negozio di giocattoli.   Goldy non sapeva chi di quelle persone fosse, perché ancora i suoi occhi erano invasi dalla luce diretta, e bruciavano. Ancora, Goldy vedeva quasi soltanto bianco.

            « So che la battuta ad effetto è un po’ teatrale e ritrita, ma…benvenuta, ti stavo aspettando!».

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            Il furgone Dodge VAN si fermò con uno stridio assordante di freni, girando su se stesso fino a parcheggiarsi di traverso sul vialetto. Il primo a scendere fu Mr.V, con la mitraglietta Socimi SMG-821 alzata, il calciolo pieghevole aperto e ben appoggiato alla clavicola.

            Kyle McKnight saltò giù immediatamente dopo di lui, in formazione di copertura. Teneva il Norinco CQ spianato verso un nemico che ancora non si vedeva. Dove cazzo erano tutti? Le esplosioni dovevano averle sentite almeno fino a Madison.

            Rally scese dietro di lui, il fucile a pompa Neostead stretto con ambedue le mani. Con la tenuta da combattimento completa e l’elmetto GS-Mk6 si sentiva goffa e stupida, le sembrava di essere mascherata per carnevale. Un istante dopo che fu giù, in mezzo a suo padre e al suo ragazzo, in lontananza, all’orizzonte, ci fu un’altra, enorme esplosione. Con un boato fragoroso, qualcosa si annichilì in una gigantesca palla di fuoco che si alzò al cielo, aprendosi fino a scomparire, lasciando il posto solo ad una colonna di fumo nero e fiamme alte almeno dieci metri, mentre la luce abbacinante, rossa e gialla, si rifrangeva sulla neve e, più in là, sulla superficie nera e calma dell’acqua del lago. Il serbatoio di benzina del molo. Rally si guardò attorno. Da un’altra parte, c’era fuoco nella foresta.

            Ken Tokizawa e Minnie May scesero dalla cabina di guida del furgone e si ritrovarono schiena contro schiena; May stringeva il piccolo fucile a pompa Techno-Arms MAG-7 con non troppa convinzione, Ken aveva il lanciagranate 6G30 a tracolla ed imbracciava il fucile d’assalto Krebs KTR-03S Custom.

            Per un istante, ci fu solo silenzio ed immobilità. In quella cinematografica posizione di copertura, Rally, Kyle, Mr.V, Minnie May e Ken Tokizawa rimasero immobili come se dovessero farsi fotografare per la locandina di un film d’azione con Dolph Lundgren.

            « Rally…», mormorò Kyle, guardandosi lentamente attorno dopo un altro paio di secondi di silenzio. « Che cazzo ci facciamo qui?».

            « Potrei farti la stessa domanda!», rispose sinteticamente lei.

            Mr.V si mosse. Con la mitraglietta Socimi SMG-821 spianata di fronte a se, girò rapidamente attorno al Dodge VAN, la schiena leggermente curva, la testa incassata tra le spalle.       Rally provò soltanto ad immaginare i momenti di trenta, forse trentacinque prima in cui suo padre, molto più giovane, veniva addestrato a muoversi così da un oscuro istruttore dei Berretti Verdi, con la mimetica addosso e il basco calcato in testa. Mentre Kyle lo seguiva a ruota, e Rally seguiva lui in fila indiana guardandosi meccanicamente attorno, spostando da una parte all’altra il tiro del fucile a pompa Neostead come se fosse stato perfettamente coordinato con i movimenti della sua testa, provò ad immaginare suo padre con un M-14 o uno FN FAL, o con i primi modelli di M-16 fucile o carabina, col caricatore corto e senza Forward Assist, che sparava a sagome di cartone poste a cento metri su cui qualche figlio di puttana della CIA aveva incollato le foto di Kruschev o Breznev, di Mao Tze Tung o di Ho Chi Minh, di Fidel Castro o di “Che” Guevara. Lei non odiava i comunisti né la loro ideologia, anzi riusciva a trovare carismatiche le figure di molti dei loro Leader storici, e a sposare alcune delle loro idee. Certo, non che non avessero provato a farglieli odiare: nella società e nel sistema scolastico in America era lo sport tradizionale sin dagli anni Trenta. Solo che lei non si era fatta indottrinare. Forse perché si reputava meno ignorante della media dei suoi compatrioti. E, anche se non gliene aveva mai chiesto conferma, sospettava che per il suo adorato Kyle fosse lo stesso. Il fatto che le sue armi preferite fossero fatte nella Cina comunista poteva essere un segnale, come poteva non esserlo; il fatto era che, a Rally, Kyle sembrava molto più aperto mentalmente della media dei suoi coetanei da un sacco di altre cose: da come parlava, da come agiva, da come ragionava. Poteva aver scelto quelle armi solo perché erano affidabili e di ottima qualità, ma poteva anche non essere così: c’erano americani di ferro che, indipendentemente dalla qualità e dall’affidabilità, rifiutavano di usare armi fatte in Cina o in qualsiasi altro paese comunista proprio per via della loro provenienza.

            « Farrah, stiamo andando dentro…!», disse Mr.V alla radio, a poca distanza da lei, e la sua voce, alta e decisa, fece riprendere a Rally il contatto con la realtà. Per non perdersi di nuovo tra le nuvole, Rally scacciò, non appena le si presentò, la fugace idea di quanto erano stati pericolosi quei due secondi di distrazione, passati immersa nei suoi pensieri.

            La grande casa padronale, alta tre piani ed imponente, minacciosa come un maniero cinquecentesco maledetto, torreggiava davanti a loro proiettando sulla landa bianca di neve una lunga ombra scura come la pece, accentuata dalla luce accecante dei due incendi a distanza. Ora la casa sembrava immobile, pacifica, morta: nessun movimento sotto il portico anteriore, il portone era chiuso, le finestre erano tutte illuminate ma la visuale era coperta dalle tende, tutte ordinatamente tirate, e all’esterno non si distingueva il minimo movimento. Rally si volse verso sinistra un’altra volta, e vide distintamente due sagome nere che correvano costeggiando il bosco. Correvano parallelamente a loro, nella loro stessa direzione, ma sembravano voler oltrepassare la casa. Uno dei due aveva un’UZI a tracolla, l’altro teneva un fucile d’assalto Valmet per il copricanna, con la mano sinistra. Correvano verso la torre delle comunicazioni, verso l’incendio nel bosco.

            « CONTATTO!», strillò Mr.V.

            Uno dei due figuri in Bomber nero, a non meno di trenta metri da lei, inchiodò di colpo e si voltò verso di lei, stringendo le mani sulla sua UZI. Ma a quel punto si era voltato anche Kyle, che puntò il fucile d’assalto Norinco CQ ed accarezzò appena il grilletto; L’arma emise un rapido TA-TA-TA-TA-TA! molto americano, molto riconoscibile, molto “M-16 primo modello”, mentre dalla volata si sprigionava una lunga vampata a stella di colore giallo.

            Il figuro in nero carambolò a terra descrivendo un semicerchio in aria da fermo, come se l’avessero sollevato da dietro e spinto in su. Il secondo continuava a correre verso il bosco, Kyle spostò la canna del Norinco CQ e sparò ancora, una raffica più breve, solo di tre colpi stavolta. Sotto gli occhi di Rally, il tizio in lontananza cadde a terra in avanti, dopo aver inchiodato come se fosse inciampato in un filo steso a pochi centimetri da terra.

            « LIBERO!», esclamò Kyle, tornando in formazione.

            « Vai, vai, vai!», rispose con enfasi Mr.V.

            Si avvicinavano a “ventaglio” verso il porticato anteriore della casa. Mr.V era di punta, Kyle sulla destra, Rally ora leggermente sulla sinistra, Ken Tokizawa e Minnie May, arretrati, coprivano le spalle. Mr.V alzò di nuovo la voce:

            « Tutto libero?».

            « Libero!», strillò Tokizawa, e Kyle fece eco: « Tutto libero!».

            Mr.V. si fermò. A cinque metri da loro, adesso, c’era il massiccio portone della casa. Chiuso.

            « Tokizawa!», chiamò Mr.V. « Aprimi questa porta!».

- - -

            La luce sembrò calare leggermente d’intensità, o forse furono i suoi occhi ad abituarcisi, fatto sta che Goldy di Ferro poté finalmente aprirli di nuovo del tutto e mettere a fuoco. La prima cosa che fece fu voltarsi per guardarsi alle spalle; in piedi davanti alla porticina, adesso chiusa, da cui era entrata, c’era un tizio in Bomber nero, con degli occhiali da sole che non lo anonimizzavano del tutto ma facevano comunque il loro bel lavoro, che teneva una mitraglietta UZI all’altezza del fianco destro, puntata chiaramente verso di lei. Goldy emise un sospiro e tornò a girarsi. Ancora si trovò leggermente abbagliata, ma stavolta non del tutto accecata, anche se il suo campo visivo era ancora costellato da macchie viola.

            Direttamente di fronte a lei c’era un veicolo nero, e direttamente di fronte al veicolo tre persone: sulla destra e sulla sinistra, riconobbe i due tizi altamente professionali che aveva incontrato al Milton Lee Olive Park, persino con gli stessi vestiti: tenuta sportiva con Bomber aperto per quello più giovane, che imbracciava un grosso lanciagranate a tamburo di colore nero simile ad un mitragliatore panciuto, e completo bianco molto anni ’80 per quello di mezza età, che aveva visibilmente due fondine gemelle per due pistole semiautomatiche alla cintura, su ambedue i lati, e tra le mani a sua volta un’UZI. Tutt’attorno si stavano disponendo in maniera tattica altri cinque tizi in Bomber nero come quello che aveva alle spalle, anche loro completamente anonimi. Si muovevano facendosi dei silenziosi segnali con le mani, prendevano posizione vicini alle finestre del capannone, al riparo tra i vari detriti di lavorazioni industriali, pezzi di lamiera e carcasse di strutture di ogni tipo, che erano state spostate addosso alle pareti metalliche. Dei cinque, quattro avevano dei fucili che sembravano una rozza versione del Kalashnikov. Uno, molto ben piazzato, portava a tracolla una gigantesca mitragliatrice a nastro MAG, e appena arrivò ad una delle finestre, davanti alla quale era stato piazzato un tavolino di legno, ve la posò, aprendone il cavalletto, la canna rivolta verso il vetro reso grigio ed opaco da anni ed anni di sporco ma sorprendentemente ancora integro, e ne armò l’otturatore con un gesto deciso della mano sinistra, tenendo la destra sempre stretta all’impugnatura, il dito indice sul grilletto, il calcio appoggiato contro la clavicola.

            Goldy guardò di nuovo avanti, strinse gli occhi non per l’intensità della luce, e guardò finalmente verso la persona che l’aveva attirata in tutto questo.

            In mezzo ai due professionisti, gli unici a cui pareva non importare molto di essere riconosciuti o meno, stava avanzando un’altra persona. Era una ragazza. Indossava delle scarpette bianche col tacco basso, ed un grazioso Tailleur bianco. Aveva delle lunghe calze bianche, autoreggenti. Alla vista, era un’adolescente molto ben fatta. Aveva il volto coperto da un passamontagna, e sopra il passamontagna un paio di occhiali da sole oscuravano i buchi per gli occhi; i lunghi capelli neri, tuttavia, le ricadevano sulle spalle e sulla schiena spuntando ampiamente da sotto la lana nera del cappuccio. L’apparecchio che camuffava la voce era attaccato al passamontagna all’altezza della bocca con un grosso pezzo di nastro adesivo marrone da pacchi.

            « Parla…», mormorò soltanto Goldy. « E per favore, toglimi dagli occhi questa luce del cazzo!».

            « Sarebbe troppo facile, no?». La voce di Smeagol, ancora. Faceva un certo effetto saperla provenire da una ragazza. « Allora, che giochetto ti sei inventata, stavolta? Chi c’è ad aspettarti, lì fuori? I tuoi amici cacciatori di taglie? Non avrei mai pensato che ti saresti rivolta a Rally Vincent, non dopo tutto...!».

            « Tutto cosa? Cosa cazzo sai tu di me?».

            La figura misteriosa abbassò la testa ed emise una lunga risata. Goldy l’immaginò cristallina ed allegra, come doveva essere la risata di una ragazza, ma attraverso quell’aggeggio che le modificava la voce suonava come un lungo gracchiare roco, a metà tra lo strillo di una cornacchia e il raglio di un asino messi insieme e sparati fuori senza soluzione di continuità, modulati di continuo con alti e bassi, alti e bassi. La ragazza di fronte a lei rideva sempre più forte, e quel suono le entrava nelle orecchie e le friggeva il cervello, facendole stringere i denti in un’espressione di furia. Goldy fece un passo avanti, e il tizio di mezza età in completo bianco le spianò contro l’UZI, scuotendo silenziosamente la testa.

            La ragazza tornò a guardarla, o almeno così parve visto che alzò di nuovo il capo, Goldy vide di nuovo la sua immagine riflessa nelle lenti scure degli occhiali da sole, e quella risata stridula si interruppe di colpo.

            « Allora», ripeté la voce di Smeagol. « Chi ti sei portata dietro, stavolta?».

            « Io non ti dico un cazzo. Perché non cominci tu?».

            La ragazza senza volto con la voce del mostro Gollum abbassò lo sguardo, o almeno così parve, per un lungo istante di silenzio. Quando tornò a parlare, a Goldy parve sibilare a denti stretti:

            « Noto con un certo disappunto che la signorina Goldy non ha perso la sua proverbiale attitudine al comando». Voltò la testa di lato, verso l’uomo più giovane: « Signor Spunkmeyer, le dispiacerebbe provvedere al riguardo?».

            Goldy rivolse lo sguardo al tizio col lanciagranate in braccio ed aprì la bocca per parlare, e a quel punto sentì alle sue spalle i passi del tizio che aveva visto prima piazzarsi tra lei e la porta e tenerla sotto tiro. Ebbe appena il tempo di notarne il movimento con la coda dell’occhio, prima che il tizio alle sue spalle le desse l’UZI con violenza alla base del collo. Il mondo le esplose in testa in un lampo bianco, Goldy sentì il dolore irradiarsi giù per tutto il suo corpo mentre la testa si abbassava, divenuta all’improvviso pesante come il marmo, e la nausea che prendeva vita come una mostruosa creatura verde fango nata da una palude di liquami tossici proprio al centro delle sue budella. Emise un gemito soffocato, le gambe le tremarono, solo allora il signor Spunkmeyer decise di provvedere al riguardo: fece un passo verso di lei, alzò il lanciagranate che imbracciava e gliene calò il calcio sulla faccia, dall’alto in basso, con molta più violenza di quanta non ne avesse usata il tizio con l’UZI alle sue spalle.

            A differenza di prima, stavolta Goldy sentì chiaramente il POC! del metallo rivestito di gomma del calcio dell’arma che le colpiva lo zigomo destro. La testa le fu inclinata forzatamente di lato, facendole scricchiolare il collo in maniera preoccupante, e di nuovo nel cervello le esplose un mondo di dolore bianco e giallo, più abbacinante dei fari del fuoristrada che aveva puntati in faccia. Perse definitivamente l’equilibrio, cadde in ginocchio ed ancora dolore le si irradiò dalle giunture su per il corpo fino di nuovo al cervello. Abbassò la testa e cedette alla nausea, il suo stomaco e il suo diaframma si contraevano violentemente negli spasmi del vomito, ma non aveva mangiato nulla nelle ore precedenti, e riuscì ad espellere sul pavimento solo una chiazza di acqua, succhi gastrici e sangue, mentre le lacrime le rigavano il volto e la guancia le bruciava, lo zigomo pulsante come se il colpo gliel’avesse rotto. Attorno a lei, solo silenzio. Quando finalmente riuscì ad alzare la testa, vide che la ragazza era ancora più vicina, mentre il tipo col lanciagranate era tornato lì accanto, davanti al fuoristrada. Si vide riflessa negli occhiali da sole che completavano la maschera di quella sua mortale nemica senza volto: aveva i capelli scompigliati, il viso paonazzo e rigato dalle lacrime, e gli occhi iniettati di rosso. Un po’ di sangue le stava colando dal naso e dalla guancia destra, su cui era ancora stampata la traccia “a maiolica” del Pad in gomma che rivestiva il calcio del lanciagranate per assorbire il rinculo. Alzò una mano tremante a toccarsi la guancia ferita, e il solo calore del contatto, leggero e dolce, le provocò un’altra stilettata. Ci rinunciò, ancora smarrita.

            La ragazza senza volto, con quella maschera improvvisata e terribile, si voltò verso il signor Spunkmeyer, e parlò ancora con la voce del mostro Gollum:

            « Signor Spunkmeyer… la prossima volta, per favore, la sfregi. Le incida tutt’e due le guance da sotto gli occhi fino alla mandibola, e la faccia strillare più che può!».

            Il Signor Spunkmeyer annuì; col lanciagranate tenuto contro la spalla, a canna in su, con la sola mano destra stretta all’impugnatura, portò la sinistra dietro la schiena, e quando tornò a mostrarla a Goldy impugnava un grosso pugnale da combattimento Ka-Bar dei reparti speciali. Gliel’avvicinò al viso, fino a toccarle il naso con la punta d’acciaio temperato, fredda ed affilata.         Goldy portò istintivamente la testa all’indietro, emettendo un gridolino. La ragazza senza nome tornò a parlare, e nonostante la voce distorta dal gadget de Il Signore degli Anelli che la faceva parlare come il mostro Gollum, Goldy riuscì a sentire nella sua voce l’eccitazione, il trionfo:

            « Adesso non sembri più tanto terribile, vero… sorella?».

- - -

            « Mettetevi al riparo, farà un bel botto!», strillò Ken Tokizawa, mettendosi il fucile d’assalto Krebs a tracolla sul petto per imbracciare il lanciagranate 6G30.

            Nessuna risposta. Nessuno si mosse. Tokizawa scosse la testa; erano a distanza di sicurezza dal portone, ma, pure con le granate a concussione VOG-25, specificamente costruite per sfruttare al massimo l’effetto Monroe, non poteva essere ragionevolmente sicuro che non piovessero loro addosso frammenti incandescenti. O piombo caldo dall’interno, se era per questo. Spianò l’arma, se ne appoggiò solidamente il calcio alla clavicola destra e tirò il grilletto.

            Il tempo che la doppia azione dell’arma ci mise a far ruotare il caricatore a barattolo, collimare una granata auto-propulsa con la canna e far scattare il percussore nella camera da scoppio, a Ken parve un’eternità. Fu virtualmente zero. Poi, con un POW! soffocato, come d’aria compressa, un’ogiva color giallo squillante con la punta bianca partì dall’arma, con una lunga coda di vapore. Volò esattamente per mezzo secondo, prima di centrare il suo bersaglio, ed allora che tutti attorno a lui si inginocchiarono, cercando riparo, le armi spianate e la testa incassata tra le spalle, resi goffi e grossi dai giubbetti corazzati e dagli elmetti militari, perché la testata a concussione della granata esplose non appena toccò il portone, volando sotto il porticato. Con un boato ed un lampo improvviso, le due ante ancora chiuse del portone si piegarono su se stesse, come un libro che si apre, poi furono avvolte dalla vampata dell’esplosione e volarono via, all’interno, scomparendo nel cratere lasciato dall’infisso scardinato dall’esplosione mentre sotto il porticato si alzava una densa nuvola nera. Poi, per un istante, tutto fu silenzioso, ad eccezione del rumore metallico dei frammenti che si sparpagliavano precipitando dappertutto, e il crepitare sommesso delle fiamme che avvolgevano il portone sventrato ormai dentro la casa.

            Tokizawa si portò a sua volta in ginocchio, nella neve, mentre tutti attorno a lui si disponevano in cerchio. Perfetta formazione difensiva; Tokizawa lanciò un’occhiata a Rally. Era un pesce fuor d’acqua. Lui lo sapeva, aveva lavorato con lei un sacco di volte, e non era mai stato così. Sparatorie, azione e pericolo, certo, ma non a questo livello. Non al punto da doverla costringere a bardarsi come un’effettiva dei reparti speciali per dare l’assalto in forze, con armi e tattiche speciali, ad un laboratorio di produzione di droga chimica pesantemente presidiato da mercenari agguerriti e muniti di fucili d’assalto. Il cambiamento c’era stato, in tempi recenti, ed era stato pesante. Da quando Goldy era sparita, quattro anni prima, Rally sembrava essersi data una calmata, nel senso che il suo lavoro non aveva più raggiunto certi livelli di pericolo. Da quando era riapparsa la rossa, invece, o meglio ancora, da quando era apparso il principino McKnight che aveva conquistato il cuore di Rally, era come se il mondo fosse cambiato. Criminali di quelli seri, come e peggio di quelli con cui Rally aveva avuto a che fare prima, tentacolari e misteriose organizzazioni con le mani in pasta nei Business più terribili, che richiedevano un nuovo modo di combattere. Era come se tutti i figli di puttana avessero improvvisamente deciso di alzare il livello dello scontro. E, quel ch’era peggio, era come se Rally Vincent avesse deciso che, per principio, doveva opporsi singolarmente a tutti loro. Tokizawa rimpiangeva i tempi in cui Rally Vincent disarmava i suoi opponenti facendo saltare loro via i pollici con un tiro preciso della sua CZ-75, mirando al bersaglio grosso solo se non c’era altra possibilità. Ora, invece, sembrava che tutti quelli con cui avevano a che fare fossero fermamente decisi a vendere cara la pelle. Dal luglio precedente, Rally probabilmente aveva ucciso più persone di quante non fosse stata costretta ad ucciderne da quando aveva iniziato a fare la cacciatrice di taglie fino ad allora.

            « Un’altra!», strillò Mr.V. « Lanciane dentro un’altra!».

            Soprappensiero, Ken Tokizawa tirò di nuovo il grilletto del lanciagranate senza stare troppo a rimuginare sull’ordine del padre di Rally. Un’altra granata spiovve sotto il porticato anteriore della grande casa padronale, scomparve fischiando nella nuvola nera che andava diradandosi, e dopo un istante ci furono un botto sordo e una vampata provenienti da dove, una volta, c’era stato il portone, da dentro la casa. Tokizawa non sentì grida; vide solo le finestre più vicine alla porta infrangersi violentemente, esplodere verso l’esterno, proiettando sulla neve grossi pezzi di vetro per lasciare uscire colonne di fumo nero.

            « Dentro, dentro!». Mr.V si alzò, spianò la mitraglietta Socimi SMG-821 e, correndo in avanti con la schiena leggermente curva e la testa incassata tra le spalle, scomparve nella nuvola di fumo. Un istante più tardi, Kyle McKnight lo seguì tenendo il fucile d’assalto Norinco CQ puntato di fronte a se, e Rally, col suo fucile a pompa Neostead, andò loro direttamente dietro.

            Ken Tokizawa si mise di nuovo a tracolla dietro la schiena il lanciagranate a tamburo 6G30 e tornò ad imbracciare il fucile d’assalto Custom Krebs, ricavato dal receiver di un Kalashnikov originale e munito di lanciagranate; si diede una rapida occhiata attorno; accanto a lui, Minnie May era piccola come un pulcino spaventato. Con addosso la tenuta da combattimento completa sembrava mascherata per carnevale. Anche il compatto fucile a pompa Techno-Arms MAG-7, in quelle condizioni, pareva troppo grande per lei.

            « May…», mormorò lui, allungando verso di lei la mano sinistra come a volerla toccare.

            « Io non ci vado, lì dentro!», strillò Minnie May, con voce tesa dal terrore, facendo un piccolo balzo verso destra. Per la prima volta in vita sua, sembrava volerlo evitare. Come se anche lui la spaventasse.

            « May…». Ken emise un sospiro, cercando di parlare nella maniera più dolce che la situazione consentisse. « Ci stanno aspettando, lì dentro. Rally, e suo padre, e Kyle hanno bisogno di noi!».

            « NO!». May si alzò la visiera protettiva dell’elmetto militare con un gesto di stizza. Il suo volto era una maschera di collera e paura. Gli occhi erano rossi, almeno quanto le guance. Sembrava davvero sul punto di mettersi a piangere, e Ken capì che quello che Rally gli aveva detto su cosa le era accaduto qualche sera prima al parco sul lungolago era tutto vero, anzi era molto peggio di così, e adesso la situazione aveva toccato il fondo. « Noi non ci dovremmo essere qui, Ken lo CAPISCI?». May strillava con un pianto da bambina. « Siamo qui perché quella puttana rossa ha convinto Rally e Kyle ad attuare una sua vendetta personale sfruttando quello che lei stessa ha fatto a quelle due emerite TESTE DI CAZZO! E siamo qui perché lei ha deciso di DARE IL CULO a quelli del Governo! Stiamo qui a fare i Commandos Brancaleone del CAZZO perché stiamo facendo il lavoro sporco di qualcun altro, e A RALLY STA BENE! NOI NON DOVREMMO COMBATTERE, NON DOVREMMO RISCHIARE DI MORIRE, QUÍ, STANOTTE!».

            Tokizawa fece un passetto indietro. Scosse la testa, piano, ed aprì la bocca per parlare.

            Dall’interno della casa, oltre il portico ancora intatto e la nuvola di fumo nero che ancora avvolgeva quel che rimaneva del portone saltato in aria e delle due finestre sfondate dall’esplosione, provennero tre schiocchi sordi, poi un crepitio soffocato, a cui se ne accavallò un altro un istante dopo. Spari.

            « Oh, Cristo…». Senza stare a pensarci troppo, Tokizawa si alzò e, col fucile d’assalto Custom Krebs in braccio, si fiondò in avanti come già Rally, Kyle e Mr.V avevano fatto prima di lui. Con le lacrime agli occhi e le labbra che le tremavano disperatamente, Minnie May lo guardò scomparire nella nuvola di fumo.

- - -

            « Allora…». La voce della ragazza senza volto distorta alla maniera del mostro Gollum adesso era appena un sibilo. Anche dietro quello stupido giocattolo fissato con due giri di nastro adesivo al passamontagna, si riusciva a percepire la rabbia e la tensione che stava montando in corpo a lei, chiunque fosse. Quel ch’era certo, da così vicino non poteva parlare più forte per evitare di far sentire a Goldy, anche solo per lo sbaglio di un momento, la sua vera voce. « Goldy, sorella cara, sto cominciando a spazientirmi… chi c’è lì fuori che ti aspetta?».

            Goldy non rispose, si limitò a guardarsi ancora una volta riflessa nelle lenti riflettenti degli occhiali da sole, piatti, squadrati e terribilmente fuori moda, che nascondevano i buchi per gli occhi del passamontagna. Quella vista stava iniziando a renderla inquieta. A ben pensarci, quella maschera improvvisata faceva veramente paura.

            « Sai… quello che non ho mai capito…». La ragazza con la maschera ora camminava avanti e indietro, giusto due passetti a destra e due a sinistra, stretta tra i due mercenari che la proteggevano. «…quello che non ho mai capito è il perché tu insistevi a farti chiamare sorella. E con tutto quello che ti divertivi a farci, poi! Avevi un fratello che abusava di te, magari? È questo il tuo principale problema, Goldy di Ferro?Magari quando avevi dodici anni tuo fratello più grande ti accarezzava quei bei capelli rossi e ti diceva “che bella che sei, sorellina, quanto mi piaci”, e nel frattempo ti svangava la passera? Mi piacerebbe saperlo, sai…».

            « Tu…». Goldy scosse la testa. Non udiva nemmeno se stessa parlare. Era vuota, si sentiva veramente vuota, un guscio privo di vita la cui bocca andava per conto suo. « Tu chi sei?».

            La ragazza smise di trotterellare e le si parò davanti. A giudicare dal tono della sua voce, col senno di poi, Goldy avrebbe pensato che lei sorridesse, quando parlò:

            « Credevo che mi avresti già riconosciuta a quest’ora, sorella cara. Non pensavo che il Ventidue di Rally Vincent ti avesse fatto tutto questo danno alla memoria!».

            Goldy restò a bocca aperta. Scosse la testa, incapace di parlare.

            « Allora…», ripeté la ragazza con la maschera. « Chi ti sei portata dietro, stavolta?».

            Silenzio. La ragazza indicò Goldy con un rapido cenno del capo ai suoi due mercenari; quello più giovane con la tenuta sportiva le premette contro la guancia già martoriata dal colpo del calcio del lanciagranate la lama del grosso pugnale da combattimento Ka-Bar; Goldy la sentì gelida, in contrasto col sangue che le scese giù a goccioline, caldo, dal punto in cui la punta del coltello le ferì accidentalmente lo zigomo. Nello stesso momento, quello di mezza età le puntò la canna dell’UZI alla testa, a bruciapelo, e ne armò l’otturatore con un gesto deciso.

            « Ho saputo che te la fai con un poliziotto, ora…», mugugnò la ragazza. « Hai portato la cavalleria, come l’ultima volta? È questo che hai fatto?».

            Le labbra di Goldy tremarono. Mute. La ragazza scosse la testa con un sibilo di disappunto e si rivolse al tizio con l’UZI, senza nemmeno guardarlo:

            « Falla alzare. Per quel che mi riguarda l’incontro è finito. Ce ne andiamo!».

            « Io…». Il tizio di mezza età col completo bianco roteò gli occhi. « Signorina…!».

            « UBBIDISCI!», berciò la ragazza con la maschera terrificante.

            Il tizio con il completo bianco scattò. Portò la mano sinistra sulla testa di Goldy, arrotolandosi i suoi lunghi capelli rossi attorno al palmo, come fossero una corda, e proprio come una corda li tirò. Goldy si sentì strappare via lo scalpo. Strillò, come una ragazzina, mentre faceva leva sulle gambe per alzarsi, per far smettere quel dolore, facendo di tutto per non scivolare sugli stivaletti bagnati di neve sciolta, se fosse caduta all’indietro avrebbe soltanto fatto ancora più male.

            Si ritrovò faccia a faccia col tizio in abito bianco. Lo guardò dritto negli occhi, e non vide niente. Era come guardare in faccia una persona senz’anima. O un tossico del cazzo ridotto a burattino dalla Kerosine. L’avrebbero portata via. Doveva fare qualcosa, e alla svelta.

            L’uomo in abito bianco emise un lungo sospiro, e il suo fiato pesante gli uscì di bocca come una nuvoletta bianca. Goldy sperò che lui non le vedesse brillare gli occhi in quel momento.

            « Vogliamo andare, sorella Goldy?», ghignò la ragazza alla sua destra.

            Goldy si voltò a guardarla. Per la prima volta, si dipinse un sorrisetto cattivo sulla faccia martoriata. La ragazza inclinò la testa di lato, dubbiosa.

            « Fa…», scandì piano Goldy, poi con un sorriso, a voce più alta: « Fa freddo, qui?».

            La ragazza fece un passo avanti, anonima, spaventosa. Le restava mezzo secondo, forse anche meno, e Goldy lo sapeva. Scattò.

            Con la mano ferita, a costo dell’esplosione di un’altra stilettata di dolore in stelle gialle nelle sua testa, Goldy colpì in piena faccia il tizio col completo bianco. Il bendaggio era duro e rigido, non proprio un’ingessatura ma quasi, all’impatto Goldy sentì qualcosa scricchiolare sotto le dita doloranti, e il tizio la lasciò andare subito, mollando la presa sull’UZI per portarsi entrambe le mani al naso sanguinante. Poi si portò di lato e fece scattare le gambe sulle ginocchia di quello più giovane, alla sua destra. Una falciata perfetta: il mercenario perse l’equilibrio e cadde all’indietro, sbattendo la nuca contro il Roll-Bar anteriore del fuoristrada parcheggiato proprio dietro di lui. Il sangue gli schizzò fuori dal naso in un abbondante spruzzo rosso, mentre gli occhi gli si reclinavano all’indietro, a mostrare il bianco venato della palla.

            La ragazza portò di scatto una mano dietro la schiena. Ancora dolorante, Goldy fece scattare la mano buona in avanti, afferrò quell’orrenda maschera dalla sommità e tirò. Sentì uno strappo, quello del nastro da pacchi che si lacerava per far cadere a terra il distorsore di voce, un giocattolino marrone dalla forma leggermente squadrata, prima che il cappuccio venisse via ed anche quegli occhiali da sole così terribilmente anni ’70 toccassero terra con un Tac!

            Quel Tac! le risuonò in testa a lungo, dopo, e sembrò scandire il momento in cui la sua mente si svuotò di nuovo, lasciando il suo corpo alla stregua di un guscio vuoto con la bocca spalancata e gli occhi strabuzzati. Quello che aveva di fronte, quel viso così bello, così conosciuto, così grazioso, i penetranti occhi marroni e i lunghi capelli scuri, non l’aveva mai dimenticato del tutto, e da quel giorno non l’avrebbe dimenticato mai più.

            Fu un secondo, un secondo solo, che a Goldy sembrò un’eternità. Da quanto tempo aveva pronunciato la parola chiave? Tre secondi? Cinque? Gli agenti della HBT dovevano essere in marcia, mimetizzati dalle loro tenute da combattimento bianche in mezzo alla neve.

            Poi, la ragazza strillò. Goldy sentì il suo urlo nella testa come un’altra esplosione, come uno sparo, un botto sordo che la riportò alla realtà, mentre davanti a lei il viso di quella fantastica creatura si stravolgeva in un’espressione di collera. La ragazza estrasse una pistola semi-automatica nera ed argentata, una tascabile calibro Nove corto, e a quel punto, Goldy lo sapeva, tutti i mercenari lì attorno avevano le loro armi puntate contro di lei, pronta a ridurla ad un colabrodo sanguinolento.

            Scattò di nuovo. Le afferrò la mano armata con la sua, buona, e girò su se stessa, finendo con la schiena contro il suo ventre. Sentì i piccoli seni di lei all’altezza delle sue reni, sodi e dritti come sempre. Avvolse la mano armata di lei con la sua e nel contempo spinse con la schiena, facendo finire lei, la bella ragazza urlante del suo passato, con le reni contro il Roll-Bar del fuoristrada. La ragazza emise un gemito soffocato, ma non parve perdere conoscenza, né mollò la presa sulla pistola, che Goldy riconobbe come una Sphinx AT-380 fatta in Svizzera. Le afferrò la mano ferita e strinse, piantandole nel contempo i denti nel bicipite. Goldy emise uno strillo sordo.

            Il mercenario armato di UZI che le aveva chiuso la porta alle spalle e l’aveva sempre tenuta sotto tiro ora era davanti a lei, teneva la sua mitraglietta spianata, e allo stato attuale delle cose era l’unico che poteva colpirla, l’unico che avrebbe potuto veramente sparare. Tutti gli altri, attorno a lei, non l’avrebbero fatto. Erano rimbecilliti dalla Kerosine, ma non stupidi: non avrebbero rischiato di uccidere lei. Goldy infilò il dito indice della sua mano buona nel ponticello del grilletto della piccola Sphinx calibro 380, scacciando quello della ragazza, e lo tirò tre volte, centrando sempre il mercenario armato di UZI in pieno petto.

            Quello fu sbalzato all’indietro, al terzo ed ultimo colpo sbatté con la schiena contro la porticina di metallo del capannone, facendola rimbombare. Mentre cadeva, una contrazione del dito indice sul grilletto dell’UZI fece partire una lunga raffica, un boato assordante accompagnato da una lunga vampata gialla. Ci fu un rumore di vetri infranti, e le luci al neon appese al soffitto d’asbesto del vecchio capannone andarono in frantumi tutte assieme, lasciando l’ambiente illuminato solo dai fari del fuoristrada.

            Goldy fece scattare il gomito all’indietro per costringere la ragazza dietro di lei a mollare le sue dolorose prese. Non mirò esattamente, ma riuscì nel suo intento, perché il morso sul bicipite e la presa sulla mano ferita s’interruppero di scatto con un gemito di dolore. Goldy si buttò a terra,            scomparendo nella zona di penombra accanto al fuoristrada, passando vicina, troppo vicina alle gambe di due mercenari, raccattando nel percorso l’UZI del tizio col completo bianco.

            « Uccidetela!», berciò la bella ragazza del suo passato. « UCCIDETELA!».

            Poi si scatenò l’inferno.

- - -

            « Sono sotto fuoco intenso! Porca puttana, MI STANNO SPARANDO ADDOSSO!». La voce di suo padre. Poi, una raffica di mitraglietta, UZI o Socimi.

            « Dove? DOVE?». La voce di Kyle, il suo adorato Kyle. Una lunga raffica di fucile tipo AK, seguita da una più breve del suo clone dell’M-16 di fabbricazione cinese, due colpi appena.

            « NON VEDO UN CAZZO!».

            Le granate che Ken Tokizawa aveva sparato all’interno della casa dovevano essere al tempo altamente esplosive e con un forte potenziale fumogeno. Rally sapeva che era improbabile trovare e buttare via l’ogiva semi-esplosa, a quel punto. Doveva solo stare bassa, il fucile a pompa Neostead piantato davanti a se, in attesa che una figura umana armata di un’UZI o di un Kalashnikov le si presentasse davanti, per puntarglielo a bruciapelo al petto e sparargli una fucilata, facendolo volare due metri più in là, e poi passare ad un altro bersaglio. Uccidere facilmente e automaticamente, come non aveva mai fatto prima.

            E, nel contempo, restare lì piantata, con la schiena schiacciata contro qualcosa di freddo e duro che non poteva nemmeno vedere, mentre, qualche metro più in là, suo padre e il suo ragazzo si beccavano le pallottole di quei figli di puttana. L’unica cosa che riusciva a vedere, erano i lampi degli spari. L’ambiente, non importava quanto ampio fosse, era invaso dal fumo denso e grigio, che non aveva un odore particolarmente acre e non le irritava gli occhi, ma non le lasciava comunque vedere un cazzo. Portò una mano alla radio agganciata al giubbetto antiproiettile e ci strillò dentro:

            « Becky! Becky! Siamo inchiodati e ciechi, qui dentro, è tutto pieno di fumo, abbiamo bisogno che tu sia i nostri occhi… che ne è del tuo rilevatore a micro-onde? Passo!».

            Ci fu un secondo di silenzio, durante il quale dalla radio venne solo fruscio, poi la voce di Becky Farrah, leggermente disturbata da tutte le apparecchiature elettroniche caricate sul furgoncino:

            « Rally… non vedo un cazzo nemmeno io. Quel fumo è troppo caldo, almeno trentasei, trentasette gradi, è la temperatura di un corpo umano, non distinguo niente. A malapena le vampate degli spari, ma è troppo poco per darvi delle indicazioni. Passo! Rally…?».

            « CAZZO!». Rally Vincent mollò la radio con un gesto di stizza.

            I milleuno modi in cui un’azione perfetta può andare alla cazzo di cane. Modo seicentoventicinque. Rally ebbe appena il tempo di notare una grossa figura umana alla sua sinistra, inquadrare la forma dell’arma che imbracciava, un fucile a pompa corto tipo Ithaca, spianò il suo Neostead e sparò. Ci fu una vampata che squarciò il denso fumo nero per un istante, e la figura scomparve dal suo orizzonte cadendo all’indietro fino a perdersi nel grigio che saturava la stanza.

            « Qualcuno ha idea di cosa sta bruciando?», strillò, armando rapidamente il Neostead.

            « Nulla!», rispose la voce del suo adorato Kyle, e gli fece eco una raffica di Kalashnikov. Kyle rispose con il suo Norinco CQ e concluse: « È UN FOTTUTO FUMOGENO!».

            « Beh, trova l’ogiva e buttala fuori!», replicò lei. Fu attirata da un movimento alla sua destra, ebbe appena il tempo di spostare il tiro del Neostead, e la figura che aveva visto andò ad acquattarsi a terra accanto a lei. Riconobbe la forma del casco militare, e quella dell’arma che imbracciava. Ken. « Dove cazzo eri finito?», gli sibilò. « E May dove sta?».

            « Ci raggiunge dopo», rispose seccamente Tokizawa, e il suo tono di voce fu sufficiente per far venire a Rally un brutto Flash mentale dell’immagine di May, rannicchiata a terra vicina al furgone in attesa che loro facessero smettere tutto quel gran casino. Col rischio di lasciare che li ammazzassero. Col rischio di lasciarsi ammazzare.

            « Hai sparato un fumogeno?», gli chiese di nuovo lei.

            « Non ne ho nel lanciagranate!», rispose lui, e dovette alzare la voce, perché a metà della frase un altro lampo, accompagnato da due botti sordi, squarciò il pesante fumo grigio, proveniente dal punto da cui Rally sentiva venire le voci di Kyle e suo padre, e in risposta la mitraglietta Socimi di Mr.V crepitò quattro colpi.

            « Quanti ne avete ammazzati?», chiamò poi la voce di suo padre.

            « Non ne ho idea, non vedo un cazzo di niente!», rispose Kyle, disperso nella nebbia.

            « LE FINESTRE!», berciò Tokizawa. « Bisogna far saltare tutte le fottute finestre!».

            « Complimenti, genio del cazzo!», replicò Kyle, lontano, invisibile. Gli fece eco un’altra, breve, raffica di UZI, a cui lui rispose col Norinco CQ. Sparava raffiche brevissime, come se fosse a corto di munizioni; ovviamente non lo era, aveva addosso almeno una dozzina di caricatori STANAG da trenta colpi calibro Cinquecento-Cinquantasei Millimetri, oltre ovviamente al Bull-Pup Ruger-Muzzelite. Rally non poteva vedere la sua posizione, ma se Kyle si comportava così, voleva dire che non poteva esporsi per ricaricare; né tantomeno per cambiare arma, ed usare il fucile Ruger-Muzzelite con visore termico, che gli avrebbe permesso di identificare ed abbattere gli ostili nonostante la cortina fumogena. Chiunque stesse sparando a lui e a suo padre, doveva essere loro abbastanza vicino... secondo il suo punto di vista, e troppo vicino secondo il loro.

            Rally emise un sospiro e tornò ad abbassare la testa. Seduto accanto a lei, Tokizawa allungò una mano ad attivare il ricevitore della radio, e parlò, pacatamente:

            « May, mi senti? Cambio».

            Silenzio. Tokizawa rilasciò il pulsante di comunicazione per poter ricevere una risposta, ma dalla radio provenne solo il fruscio del canale libero. Riprovò subito, con lo stesso tono:

            « May? Per favore, mi ricevi? Se sei ancora lì fuori, rispondi. Cambio.».

            Ancora silenzio dalla radio. Tokizawa non aveva sentito spari provenire dall’esterno, né grida, ma il fruscio del canale radio libero era una delle cose più inquietanti che avesse mai sentito. Ci riprovò, cercando di essere il più chiaro e al tempo il più pacato possibile, ma gli riusciva difficile, con le pallottole che gli fischiavano addosso e il fumo, grigio e senza odore, che li avvolgeva:

            « May, per favore, abbiamo bisogno di te. Se sei ancora lì fuori, ho bisogno che spari immediatamente a tutte le finestre del piano terra. Le devi mandare in frantumi. Usa la pistola, il fucile, quello che ti pare, ma abbiamo bisogno che tu sfasci quei vetri. Mi senti? Passo!».

            Silenzio. La mano iniziava a sudargli sotto il guanto, sentiva caldo, umido e pesante il contatto con la radiolina. Per un istante, la destra gli tremò tanto che temette di perdere la presa sul fucile d’assalto Krebs. Provò ancora con la radio:

            « May?». Quando rilasciò il pulsante di comunicazione, non sentì più il fruscio del canale libero; poi la voce di Rally, più nervosa, accanto a lui, chiamò: « May…?», e Tokizawa capì che, uno alla volta, ci stavano provando tutti.

            « MAY, CAZZO!», strillò da qualche parte nel buio Kyle McKnight.

            Poi, sempre ginocchioni accanto a lui, Rally spianò il Neostead ed emise un grido:

            « KEEEEN!».

            Aprì il fuoco, ogni volta armando quasi automaticamente la pompa, uno, due, tre colpi, contro le sagome che si avvicinavano, appena distinguibili, avvolte dalla cortina fumogena inodore che dava loro l’aura inquietante dei mostri assassini che tornavano dal passato nel film The Fog di John Carpenter. Ken Tokizawa si alzò con uno scatto, emise un lacerante urlo di guerra e tirò fino in fondo il grilletto del suo fucile d’assalto, sgranando a raffica libera, sventagliando di qua e di là. Da qualche parte nella nebbia, Mr.V cominciò a sparare raffiche brevi una dietro l’altra emettendo sonore bestemmie.

            Poi, i vetri iniziarono ad esplodere.

            La prima ad accorgersene fu Rally, che sentì un colpo d’arma da fuoco sopra di lei, dietro di lei, come se qualcuno le avesse sparato contro e le avesse mancato la testa d’un soffio. Si rannicchiò senza un grido, il Neostead stretto al petto mentre frammenti di vetro le piovevano addosso e poi giù sul pavimento, tintinnando, e l’aria fredda della tempesta di neve, mista ai fiocchi bianchi e turbinanti, entrava di prepotenza dentro la casa.

            Tokizawa si chinò di scatto, e a quel punto un’altra finestra esplose, molto vicina a lui. Se fosse rimasto in piedi, il proiettile l’avrebbe colpito, e con tutta probabilità si sarebbe mangiato il suo giubbetto antiproiettile per colazione.

            « State a TERRA!», strillò Rally. « Kyle, tieni giù quella CAZZO DI TESTA!».

            « Ci avevo già pensato, grazie!».

            Un altro sparo, e un’altra finestra esplose. Poi un’altra, prima ancora che i vetri avessero finito di tintinnare cadendo a terra infranti. Tokizawa si volse verso destra, e notò che la cortina fumogena si stava parzialmente diradando. Poteva vedere il pavimento di cotto su cui erano seduti, le mura pitturate in un giallo chiarissimo, gli infissi in legno danneggiati e le tende bianche delle finestre già sfondate, che si agitavano come vele al vento mentre l’aria entrava da fuori, aspirando via il fumo che ostruiva loro la vista come un depuratore naturale, facendo entrare la neve a grandi fiocchi. Il fumo si diradò abbastanza da permettergli di vedere una finestra ancora intera, che appena un secondo più tardi, con un altro boato, si schiantò verso l’interno in una miriade di pezzettini scintillanti. Ken sperò vivamente che Kyle e Mr.V avessero seguito il consiglio di Rally di tenersi al riparo, perché se era May che stava sparando da fuori, ed usava il MAG-7, beh, quei confettini calibro 12 ridotti da Sessanta Millimetri di lunghezza non scherzavano mica.

            Un’altra finestra fu ridotta a pezzi da una fucilata dall’esterno, il vetro si polverizzò mentre le tende si agitavano; ed ormai era una delle ultime, già la cortina fumogena si era ridotta abbastanza da permettere loro di avere una visuale completa, o quasi, di dove si trovavano; una discreta nuvola di nebbia grigia e senza odore sopravviveva al centro dell’ambiente, vicino al portone sfondato, ma stava visibilmente diradandosi, attirata all’esterno dall’aria fredda che entrava per prendere il suo posto, il che stava a significare che era , vicino al portone, che si trovava il fumogeno, o i fumogeni vista la portata del nuvolone grigio che li aveva accecati fino ad ora.

            Un’altra fucilata, ed anche il vetro dell’ultima finestra in fondo alla parete fu cancellato. Rally si appiattì ancor di più contro il muro, aspettando la fine.

- - -

            Lo schiocco distante del fucile da interdizione e il boato dei vetri infranti. La testa del mercenario più grosso esplose prima ancora che potesse iniziare a sgranare con la sua MAG; Goldy vide il suo corpo crollare a terra, con quel che restava del volto sfigurato dalle schegge di vetro. Un altro mercenario cominciò a sparare all’esterno col suo Kalashnikov di tipo Valmet; ci fu un altro schiocco lontano, un altro tiro da cecchino di un poliziotto armato di fucile da interdizione, e anche a quello esplose la testa, facendolo accasciare a terra.

            In tutto questo, lei, la ragazza, con la sua piccola Sphinx AT-380, si muoveva istericamente da una parte all’altra, gesticolando, colpendo coi piedi gli uomini di nome Lamansky e Spunkmeyer. Goldy strisciò all’indietro, lei la vide, spianò verso di lei la piccola pistola e sparò un colpo che rimbalzò sul pavimento in cemento a pochi centimetri dalla sua coscia destra.

            « Dove CAZZO TE NE VAI!», berciò, come un’indemoniata. « NON HO NEANCHE INIZIATO, CON TE, TROIA!».

            La porticina di metallo da cui era entrata esplose con un colpo secco, aprendosi verso l’interno, lasciando entrare il vento freddo e la neve a turbini bianchi, prima che la Starflash spiovesse sul cadavere del mercenario a cui lei stessa aveva sparato. Goldy chiuse gli occhi ed incassò la testa tra le spalle, cercando di coprirsi le orecchie con le braccia, prima che la Starflash esplodesse.

- - -

            Walter Benson e Roy Coleman, fianco a fianco fuori dal capannone della FedEx, ebbero una visione perfetta dell’esplosione all’interno dell’obiettivo. La Starflash, una granata stordente sparata da un tubo M-203, con gittata e precisione molto più grandi di quelle di una comune Flash-Bang, aveva centrato in pieno il suo bersaglio, dopo che una precedente, tirata un secondo prima, era riuscita soltanto a spalancare la porta; e per due secondi, all’interno della rimessa Settantadue era esploso un ordigno assolutamente non letale, che emetteva un lampo a quindicimila Candele e un botto pari in Decibel a quello di un jet militare in fase di decollo. Nulla di immediatamente pericoloso, ma sufficiente a disorientare e mettere fuori combattimento chiunque guardasse direttamente la Starflash al momento dell’esplosione.

            Entrambi i petardi a concussione erano stati sparati dagli M-203 montati sotto l’astina dei fucili d’assalto SAR-21 di due operativi della HBT, che erano già in attesa a decine di metri di distanza da loro, inginocchiati tra la neve lercia all’interno del perimetro dei vecchi capannoni da demolire. Vi erano arrivati strisciando, mimetizzati dalle loro tute candide nel bianco del manto nevoso, meno di un minuto dopo che Goldy era entrata nel capannone – obiettivo. E quando aveva detto la parola magica, Walter Benson, freddamente, si era accostato alla bocca il ricevitore della radio ed aveva dato il segnale di Luce Verde. Così, in maniera automatica.

            « Via!», disse ancora Walter Benson alla radio, e con un gran rombo di motori, i blindati che già attendevano all’esterno, attorno a loro, schizzarono nella neve verso il cadente gruppo di capannoni ed il loro perimetro. Con un balzo, Coleman si aggrappò al primo che gli passò abbastanza vicino e alla velocità più bassa, mentre Benson si mischiava alle decine di agenti che proseguivano a piedi, al riparo dietro i blindati, rallentati dalle loro tenute da combattimento, appesantiti dagli Steyr AUG.

            Distanti, altri fucili d’assalto Bull-Pup, i SAR-21 della HBT, iniziarono a cantare.

- - -

            Goldy voltò la testa verso sinistra a guardare fuori da una delle finestre; vide un mercenario uscire da uno dei capannoni vicini, spianare la sua UZI e sparare, una lunga raffica, lenta, assordante; al rumore della sua arma se ne sovrappose un altro, più breve e secco, la raffica da tre colpi di un fucile d’assalto a norma NATO, e il mercenario s’ammosciò a terra, scomparendo dalla sua vista, la sua UZI zittita per sempre. Altri mercenari si disponevano a ventaglio uscendo dai capannoni vicini, le loro armi spianate: fucili d’assalto Valmet, mitragliette UZI, fucili a pompa corti. Ce n’era un altro molto grosso, con una mitragliatrice MAG, che sventagliò due lunghe raffiche di supporto ai suoi compagni che facevano qualche passo avanti sparando, prima che lo schiocco di un fucile d’interdizione gli passasse la gola da parte a parte e lo facesse piombare a terra, ad inzaccherare di rosso la neve. I suoi compagni non smisero di sparare, ma bloccarono la loro avanzata, inginocchiandosi a terra. Ci fu lo schiocco di un fucile d’interdizione e due raffiche brevi, tre di loro si afflosciarono a terra in maniera straordinariamente coordinata. Come in un film.

            « DOVE CAZZO SEI! TROIA!». La sua voce, stridula e isterica, costrinse Goldy a spianare l’UZI davanti a se. Non ci mise molto a capire che non ne avrebbe avuto bisogno.

            Anche perché non sapeva più, davvero, se avrebbe avuto il coraggio di spararle.

            Lei sbatteva le palpebre, aveva le pupille dilatate, almeno per quanto Goldy poteva vedere con la poca luce che squarciava le tenebre del capannone, e un’espressione mista tra collera, terrore e rabbia dipinta in volto: gli occhi e la bocca spalancati, i lineamenti tirati, il viso pallido, come una cerea maschera di morte. Barcollava, agitando le braccia in tutte le direzioni, e la mano destra, che teneva la piccola pistola Sphinx, la dirigeva grottescamente di qua e di là. Goldy si diede istintivamente un’altra occhiata attorno, e vide che i due uomini di nome Lamansky e Spunkmeyer erano ancora a terra, strisciavano lentamente nel tentativo di alzarsi, mentre gli altri mercenari avevano anche loro quella strana espressione in viso, e barcollavano. A parte Lamansky e Spunkmeyer, ed ovviamente lei, tutti lì dentro avevano guardato esplodere la Starflash, ed ora erano parzialmente sordi, abbagliati e il loro senso dell’equilibrio, dell’orientamento e della coordinazione nei movimenti erano precari. Gli effetti non erano permanenti, ma sarebbero rimasti molto intensi per almeno altri due minuti, o forse anche cinque, dipendeva da quanto erano vicini all’esplosione della Starflash e se l’avevano guardata direttamente quando era esplosa; e non sarebbero spariti del tutto prima di ventiquattro ore. Le Starflash, e le più piccole Flash-Bang, ideate per essere lanciate a mano, avevano quell’effetto: rendevano inoffensivi gli ostili, li mettevano fuori combattimento senza ucciderli o ferirli, e senza permettere loro di opporre resistenza o di far male ad eventuali ostaggi o innocenti nelle vicinanze, giusto per il tempo necessario alle Squadre Speciali di piombare loro addosso e portarli via impacchettati come salami.

            « FATTI TROVARE, TROIA!». Lei, la ragazza così graziosa, rivolse la pistola davanti a sé e sparò. Centrò in pieno uno dei suoi mercenari, anche lui barcollante, accecato dalla Starflash. Lo colpì al diaframma, quello portò le mani alla pancia e cadde in ginocchio poi supino a terra, rotolandosi in una pozza di sangue nero sempre più larga, mugolando in agonia come un cane.

            « PUTTANA!». Lei, che tutti chiamavano soltanto Signorina, sparò ancora e colpì un altro dei suoi. Questa volta in piena testa. Il cadavere crollò proprio accanto a Goldy, che era ancora lì, seduta a terra, impietrita. Il minimo movimento, il minimo rumore, e lei l’avrebbe trovata. Perché l’odiava, ed era pazza dal desiderio di farle del male. Goldy ormai ne era consapevole.

            « NON CERCARE DI FOTTERMI!».

            Credevo di averlo già fatto, dolcezza! La voce cattiva, la sua voce, balenò per un istante nella mente di Goldy, che represse un risolino. Ancora barcollante e cieca, la Signorina sparò ancora, tre volte in rapida successione, verso il pavimento. Sapeva che lei era lì.

            Goldy arretrò rapidamente, perdendo la presa sull’UZI che aveva raccattato, non sapeva bene come, prima che la Starflash esplodesse. Uno solo dei tre proiettili andò a segno: colpì in piena nuca un altro dei mercenari abbagliati dal petardo stordente, che gattonava a terra in cerca d’equilibrio; gli spiattellò la testa come un petardo infilato dentro un’anguria matura, facendolo cadere bocconi sul corpo di un altro suo compagno. Poi la pistola fu scarica, la Signorina provò a tirare il grilletto altre tre volte, ma era duro, il carrello era bloccato in posizione aperta, e lei scagliò via l’arma con un gesto di stizza e si inginocchiò a cercarne un’altra.

            Goldy gattonò ancora all’indietro, superando il fuoristrada. Si guardò attorno, alla sua sinistra vide un altro paio di mercenari a terra, che cercavano di alzarsi. Come la Signorina erano rimasti parzialmente accecati ed assordati e privati dell’equilibrio dall’esplosione della Starflash, le loro armi automatiche erano a terra, forse avevano addosso delle pistole ma, se sparavano con la metà della precisione con cui la ragazza aveva cercato di accopparla, non costituivano un gran pericolo. Si aggrappavano ai muri come scarafaggi, nel penoso tentativo di tirarsi su.

            Poi abbassò la testa, e lo vide. Direttamente dietro al fuoristrada. Talmente vicino da poterlo toccare. Metallico, rotondo e arrugginito, non sarebbe risaltato granché sullo sporco pavimento in cemento, se non fosse stato perché era mezzo aperto, appoggiato sul bordo, e dalla fessura scura che restava scoperta fuoriuscivano zaffate di odore di putrefazione e di morte, e squittii arrabbiati, e rumori di zampette… Goldy lo guardò, fissa. Fuori, da qualche parte, molto vicina, un’arma tuonò, emettendo una lunga, luminosa vampata dalla canna. La luce lo rischiarò per un attimo, lasciando che Goldy vedesse le grosse lettere in risalto sul metallo arrugginito: COMUNE DI CHICAGO – UFFICIO LAVORI PUBBLICI – DIPARTIMENTO ACQUA, ELETTRICITÀ E FOGNE.

            « Signorina… andiamo…».

            « No! NO! DEVO UCCIDERE QUELLA TROIA! DEVO FARMELA, ADESSO!».

            « Signorina, non c’è tempo! SIAMO CIRCONDATI!».

            Goldy tornò a voltarsi dall’altra parte, verso il fondo del capannone. I due uomini, Lamansky e Spunkmeyer, si erano alzati; erano intontiti, avevano le pupille dilatate, ed entrambi sanguinavano dalla testa. Ma non erano ciechi e sordi come la ragazza e gli altri mercenari. All’esterno infuriavano i lampi e i suoni della battaglia: alle lunghe raffiche dei fucili d’assalto Valmet, delle mitragliette UZI e dei mitragliatori medi MAG rispondevano gli schiocchi lontani dei fucili da interdizione, le raffiche secche dei SAR-21 e i botti sordi dei Mossberg Bull-Pup della HBT. Ad ogni secondo che passava, i Valmet, le UZI e le MAG che sparavano erano sempre di meno; e ora, di fronte a lei, ad un paio di metri di distanza, Lamansky e Spunkmeyer avevano aiutato la Signorina ad alzarsi, la tenevano per le spalle, e stavano tentando di trascinarla dall’altra parte, verso il retro del fuoristrada. Verso il tombino aperto.

            Goldy abbassò la testa verso la spilla – microfono che aveva ancora appesa al bavero del vestito e strillò, con tutto il fiato che aveva in corpo:

            « SE LA SQUAGLIANO! SE LA SQUAGLIANO DA UN TOMBINO! MUOVETEVI!». E poi, dopo un breve, profondo respiro, se possibile ancora più a squarciagola: « ROY! ROY! HO VISTO LA SUA FACCIA! L’HO VISTA!».

            « Uccidete quella TROIA!», le fece eco la voce stridula, acuta e isterica della ragazza.

            Spunkmeyer l’afferrò con forza per le spalle e la tirò verso di sé, spingendola dietro il fuoristrada, sull’altro fianco, forzandola a tenere il capo chino, mentre il grosso Lamansky, con la mano sinistra ancora premuta sulla testa pulsante e sanguinante, estraeva da sotto la giacca una delle sue due Smith&Wesson e la puntava verso Goldy, con un ringhio feroce dipinto in volto.

- - -

            Non c’era più fumo. Rally alzò lo sguardo, verso l’alto, verso destra, e vide tre uomini in quella tenuta del cazzo da mercenari sulla balconata al piano superiore. Erano tutti e tre armati, una UZI, un Valmet e un fucile a pompa corto. Alla sua vista, i due con le armi automatiche cominciarono a correre verso il fondo della balconata, mentre il terzo, quello col “pompa” corto, lo spianò verso il basso, verso il punto in cui il suo ragazzo e suo padre si nascondevano, seduti a terra, acquattati dietro la ringhiera della scala.

            « KYLE!», strillò Rally, puntando in alto il suo Neostead.

            Mr.V fu più veloce; si alzò di scatto, la mitraglietta Socimi già in perfetta posizione di fuoco, come se fosse un tutt’uno col suo corpo, e tirò il grilletto. Rally lo guardò sparare una raffica breve che vuotò del tutto il caricatore, crivellò il tizio col “pompa” corto, facendogli perdere l’arma e facendolo rinculare all’indietro mentre il suo petto esplodeva in più punti in una miriade di spruzzi rossi, per poi finire di schiena contro la parete della balconata e afflosciarsi a terra, lasciando sul muro una lunga striscia rossa. Mentre Mr.V estraeva dalla mitraglietta il caricatore vuoto per inserirne uno nuovo, Kyle scattò in piedi, alzò il suo Norinco CQ, ed anche lui sparò in una raffica sola gli ultimi proiettili rimasti nel caricatore, sventagliando da destra a sinistra; i due mercenari che correvano furono falciati assieme, fecero entrambi un giro su se stessi e piombarono giù, a quello col Valmet scappò una raffica che colpì il tetto. Poi più niente, soltanto i Clak! secchi dei caricatori che venivano cambiati e degli otturatori sbloccati del Norinco CQ di Kyle e della Socimi SMG-821 di Mr.V. Rally s’alzò lentamente, con molta prudenza, guardandosi attorno, il fucile a pompa Neostead stretto al petto:

            « State tutti bene…?».

            « Tutto libero!», si limitò a mugugnare Mr.V, dopo essersi guardato intorno per un istante.

            « Si, libero». Le dita di Kyle tamburellarono sul Norinco CQ ora di nuovo carico. « Wuu… che cazzo di situazione…!», fece, con voce stridula, nervosa. « Ma chi cazzo…».

            Silenzio. Rally si liberò dell’elmetto e del passamontagna, lasciando che il GS-Mk6 le pendesse dietro la nuca tramite la cinghietta, ed agitò la testa, per farsi passare l’aria fresca che entrava dalle finestre sfondate sul viso, sulla fronte, tra i capelli. Si guardò attorno, respirando piano, il fucile a pompa Neostead sempre all’erta.

            Erano nella Hall della grande casa padronale. Grande e spoglia: pavimento di cotto, pareti dipinte di un giallo molto chiaro, tendine bianche alle finestre; pochi quadri appesi al muro, e generalmente delle croste, nessun mobile, solo una lunga fila di ganci appendiabiti tra una finestra e l’altra, ora scardinati e giacenti a terra per la maggior parte, assieme ai cilindri porta-ombrello di latta dorata. La luce era intensa, veniva da un sontuoso lampadario appeso al soffitto, ad almeno tre metri e mezzo d’altezza; era a lampadine, ciascuna lampadina racchiusa in una campana di vetro di forma floreale, c’erano quindici campane in tutto il lampadario. In fondo a destra, e in fondo a sinistra c’erano due porte di legno, porte massicce, chiuse; una porta simile si trovava dall’altra parte della Hall, dalla parte opposta rispetto a dove una volta c’era stato il portone. Lì accanto, una gabbia metallica chiudeva quella che sembrava la cabina di un ascensore; Rally alzò la testa, e vide che ce n’era una in corrispondenza in alto, sulla balconata al piano superiore.

            E, a proposito della balconata: in fondo alla Hall, sulla destra, c’era una grande scala a mezzaluna, con la ringhiera in ferro battuto e gli scalini in marmo, che portava all’elegante balconata, in cemento rivestito di pannelli di legno, anche quella con una ringhiera in ferro battuto. Era un camminamento, da una parte e dall’altra Rally poteva vedere altre due porte di legno, chiuse come quelle simili al piano terra, e sulla parete, oltre alle decorazioni scarlatte lasciate dai tizi fatti secchi da Kyle e Mr.V, c’erano solo un paio di quadri, un altro paio di croste.

            A terra, lì ai loro piedi, i frammenti di vetri infranti delle finestre si mischiavano alla neve che turbinava spinta dentro dal vento, che si mischiava a sua volta al sangue. Rally contava almeno dodici cadaveri: ce n’erano quattro lì attorno a lei e Ken Tokizawa: uno alla sua sinistra, vicino alla porta sul lato estremo della Hall, tre in fila lì di fronte, tra loro e la cabina dell’ascensore. Un altro era vicino al portone sfondato, più precisamente ad un’anta del pesante portone, che era stata scardinata e fatta volare all’interno della Hall dalle granate di Ken, e Rally ringraziò Iddio che fosse girato di schiena, perché sembrava carbonizzato; un sesto sembrava essere sotto l’anta, ne sporgeva un braccio. C’erano poi i tre sul camminamento al piano superiore, ed un altro riverso faccia in giù sulla scalinata, il sangue che colava inzaccherando il marmo. Altri due giacevano uno sull’altro vicini a Kyle e Mr.V, che avevano trovato riparo proprio sotto la scalinata.

            Ancora silenzio. Rally sentiva il suo corpo rilassarsi, mentre il sudore le si asciugava sulla fronte. Respirava piano, guardandosi attorno, vigile. Ken Tokizawa aveva lo sguardo piantato a terra, saltellava nervosamente, e dopo un altro istante di silenzio sibilò:

            « Ma dove cazzo è Minnie May?».

            Gli rispose uno SLAM! sordo, un colpo d’arma da fuoco dal fondo della Hall. Alzò lo sguardo di scatto e spianò il fucile d’assalto Custom Krebs, giusto per vedere che una fucilata a pallettoni aveva fatto saltare la serratura della porta vicina alla cabina dell’ascensore, che ora era spalancata, e sull’uscio c’era un mercenario, con addosso il solito completo di Bomber nero e Jeans scuri, che sanguinava da un fianco e da un angolo della bocca, aveva i piedi nudi ed un paio di occhiali da sole Ray-Ban avvolgenti sfasciati che gli pendevano da un orecchio. Aveva un fucile a pompa corto spianato verso di lui, ma a quel punto aveva anche puntate contro le armi di tutti loro.

            Ci fu un colpo. Un botto soltanto, secco ed improvviso, e vicino, tanto che Ken sobbalzò, perdendo quasi la presa sul suo fucile d’assalto Custom. Il petto del mercenario malridotto esplose in uno spruzzo rosso, quello crollò all’indietro, finendo a terra pancia in su, e non si mosse più.

            Tokizawa mosse lo sguardo verso il portone sfondato; appena dentro c’era Minnie May, goffa e terribile nella tenuta da combattimento, con una cartuccia vuota calibro 12 raccorciata da sessanta millimetri sul tacco di uno stivale, ancora fumante. La scalciò via, con un gesto rapido rilasciò il caricatore vuoto del suo fucile a pompa compatto Techno-Arms MAG-7 tirandolo via dalla sua sede nel manico dell’arma per infilarlo in una tasca del corsetto operativo, ne prese uno nuovo, lo spinse fino in fondo nel fondello del calcio ed armò la pompa con un gesto deciso, il tutto in tre secondi.

            « May…», balbettò Ken.

            « Chiedo scusa, non succederà più». Lo sguardo di Minnie May era freddo, il volto tirato in un’espressione battagliera, la sua voce secca, perentoria, gli occhi fissi sul tizio a cui aveva appena sparato. « Ora sto bene, davvero. È tutto okay…!».

            Senza dire una parola, Mr.V mise a tracolla la sua mitraglietta, chiamò Ken perché l’aiutasse, e scavalcando cadaveri, bossoli e pozze di sangue, s’avvicinò all’anta del portone ch’era volata dentro quando le bombe di Tokizawa l’avevano sfondato. Col suo aiuto la spinse via, rivelando alla vista il cadavere del mercenario che vi stava sotto. Non sembrava particolarmente messo male, salvo per il fatto che era schiacciato, la faccia ridotta come se l’avessero pestato in greffa un gruppo di Hooligans, e i lineamenti erano contratti per sempre in un urlo silenzioso.

            « Guarda un po’ qui…». Mr.V si chinò sul corpo. « Ecco da dove veniva tutto quel cazzo di fumo…!». Si alzò; teneva in mano una grossa cintura, che aveva strappato dalla vita del cadavere. Era in canapa di color verde oliva militare, ed aveva sei tasche, molto grosse. Era una cintura porta-granate. Ed in ciascuna delle sei tasche era infilata quella che sembrava essere una lunga lattina grigia, tubolare. Mr.V l’alzò perché la vedessero tutti, poi la gettò via, con un gesto di stizza. Tutte e sei le latte erano schiacciate.

            « Cortine fumogene…». Rally fissò per un attimo le granate danneggiate infilate nella cintura, strinse le labbra. « Ci stavano aspettando. Ci hanno sentiti arrivare, erano preparati a quest’evenienza. Si stavano preparando a fotterci nel culo senza vasella!».

            « Il portone è volato dentro e ha schiacciato tutte e sei le granate contemporaneamente, assieme a quest’emerito sacco di merda…!», concluse Kyle. « Dite che la zona è sicura?».

            « Non ci giurerei», mugugnò Mr.V. « Possono essercene ancora in giro per casa, o fuori nel bosco».

            « Ma a noi non frega di ammazzarli tutti, no?», puntualizzò Minnie May, speranzosa. « Dobbiamo solo trovare il laboratorio e distruggerlo. Se ce ne sono altri, che si fottano. L’importante è che ci lascino finire il lavoro ed andarcene tutti interi!».

            « Hmmm…». Rally diede una controllata al suo Neostead: aveva sparato solo una cartuccia, quella in canna, dovevano essercene altre dodici. « Io una controllata al posto lo darei comunque. Questa gente non ha l’aria di volerci far lavorare in pace». Alzò lo sguardo verso Kyle e gli indicò il montacarichi in fondo alla Hall con un cenno del capo: « Kyle, trova un modo di bloccare quell’affare, vuoi? Non vorrei che ci prendessero alle spalle, o qualcosa del genere».

            Trotterellando, completamente a suo agio, Kyle s’avvicinò alla cabina del montacarichi; raccolse da terra l’arma di uno dei terroristi che avevano abbattuto, un’UZI, la scaricò e ne estese il calciolo; aprì per metà la gabbia della cabina, facendola sferragliare, e c’incastrò la mitraglietta con un calcio deciso. Poi guardò all’interno. Gli interni erano molto semplici, linoleum per terra, metallo bianco sopra e attorno, nessun corrimano, una cabina molto ampia, una pulsantiera spartana, a diversi tasti.

            « La pulsantiera dice che quest’affare va anche di sotto», annunciò.

            « Usiamo quello per andare giù?», fece Minnie May.

            « Io troverei un’altra strada». Kyle li raggiunse di nuovo a passo svelto. « Niente di più facile che piazzarsi davanti alla tromba dell’ascensore e fotterci con una mitragliatrice. Col montacarichi possiamo portare giù i fusti e le cariche, però. Una volta che abbiamo ripulito la via».

            « Mi sta bene!», annuì Rally, e si rivolse a Minnie May: « Noi andiamo a fare un giro di perlustrazione di questa bicocca. Tu chiamati Misty, prendete il carrello e portate qui tutti i fusti e l’esplosivo. E restate qui di guardia, a coprirci le spalle. Se vi capita attorno uno di questi… beh, siete armate».

            « Si, e Misty non centrerebbe un cesso alla turca a mezzo metro di distanza!», protestò May.

            « May…!». Ken Tokizawa scosse la testa. « Fallo e basta, okay?».

            Senza dire una parola, May girò i tacchi ed uscì dal portone sfondato, mettendosi a tracolla il MAG-7 con un gesto di stizza. Kyle la seguì con lo sguardo in silenzio per un attimo, poi sussurrò:

            « Possiamo fidarci…?».

            « Io dico di si!», tagliò corto Rally. Sembrava aver ripreso il controllo della situazione. Puntò gli occhi verso il piano superiore: « Procediamo!».

- - -

            La raffica del SAR-21 crepitò all’esterno molto forte e molto vicina, e fu seguita da un immediato, sordo rumore metallico, al momento in cui uno dei tre proiettili calibro 5’56mm del fucile di un operativo della HBT bucò la parete di lamiera del capannone e fischiò all’interno.       Goldy guardò la canna della Smith&Wesson puntata contro di lei spostarsi verso il basso, poi l’arma cadere scintillando al suolo. Il sangue zampillò dalla spalla destra di Lamansky, che portò all’istante la mano sinistra a coprirsi la ferita, con un mugolio di dolore. Scomparve chino dietro il fuoristrada, seguendo Spunkmeyer che trascinava via la ragazza. Il cuore di Goldy batteva all’impazzata, forte come le mitragliatrici all’esterno.

            « UCCIDETELA! UCCIDETELA ADESSO!».

            « Non è possibile! Dobbiamo andarcene!».

            Goldy si girò pancia in giù sul pavimento e strisciò sui gomiti verso il muso del fuoristrada. Se Lamansky e Spunkmeyer le fossero arrivati abbastanza vicini quando fossero giunti ad imboccare il tombino per uscire, nulla di strano che ad uno dei due sarebbe potuto venire il ghiribizzo di tirar fuori la pistola ed aprirle un buco in fronte. E lei aveva anche perso l’UZI.

            Raggiunse il punto in cui aveva steso Lamansky e si issò a sedere, appoggiando la schiena al Roll-Bar del fuoristrada; essendo i due fari abbaglianti ancora accesi del veicolo le uniche luci all’interno del capannone, si trovava in una posizione altamente illuminata. Era improbabile che qualcuno della HBT, entrando, la scambiasse per qualcun altro e le facesse saltare le cervella. Ad ogni buon conto, cercò a tentoni con le mani tutt’attorno finché non raggiunse il metallo freddo e pesante di un’arma da fuoco, e la tirò verso di sé, posandosela sulle ginocchia. Era la grossa Smith&Wesson cromata di Lamansky, il calcio era leggermente sporco di sangue. A giudicare dalle dimensioni, si sarebbe detta una Quarantacinque; tolse il caricatore; era pieno. L’indicatore di cartuccia in camera risaltava sulla sommità del carrello, un piccolo perno rosso vicino alla finestra d’esplusione chiusa. Goldy reclinò indietro la testa e chiuse per un istante gli occhi, con un sospiro. Alle sue spalle, troppo vicina per i suoi gusti, la sua voce, alta, stridula, isterica:

            « No! NO! DEVE MORIRE! ADESSO!».

            « Signorina, non c’è più tempo!». La voce di Spunkmeyer, seguita dal rumore metallico del tombino e poi ancora quella vocetta arrabbiata della ragazzina: « NO! NO! TORNIAMO INDIETRO A FINIRLA!». E la risposta secca di Spunkmeyer: « Vada di sotto! ORA!».

            « SIETE MORTI TUTTI E DUE!». La vocina stridula della Signorina venne su soffocata, echeggiando da sotto il metallo. Spunkmeyer doveva averla cacciata giù per il tombino. Goldy provò l’impulso improvviso di alzarsi, raggiungerli, e sparare a tutti e tre. Subito, prima che potessero scappare. Prima che potessero vivere per combinare qualcos’altro.

            Avrebbe dovuto farlo. Non lo fece. Sentì alle sue spalle il rumore dei due adulti, Lamansky e Spunkmeyer che scendevano la scala, i loro passi che echeggiavano sul metallo e di sotto nel tunnel fognario, lamenti di dolore di Lamansky, poi il tombino che si chiudeva, trascinato fino in sede da sotto con qualche attrezzo. Si diede un’occhiata attorno: c’erano ancora tre mercenari, che si muovevano come scarafaggi ciechi. La Starflash era stata particolarmente potente, ben lanciata. Non rappresentavano nessun pericolo. Il petardo stordente era caduto sul mercenario che lei aveva ucciso con la piccola Sphinx calibro 380-ACP della Signorina… solo a pensare a lei il cuore prendeva a martellarle nel petto… e il corpo aveva una vistosa bruciatura sulla schiena. Mollò la grossa Quarantacinque cromata, lasciando che cadesse accanto alla sua coscia destra.

            Dall’esterno provenne una lunga raffica di UZI, poi un’altra raffica di SAR-21, secca e breve, quindi un urlo: « TUTTO LIBERO!», ed un’altra voce: « LIBERO! DENTRO, DENTRO!».

            Le sagome bianche e nere di due operativi della HBT si materializzarono affiancate sulla porticina spalancata; i professionisti spianarono all’interno le loro armi, un fucile a pompa Mossberg Bull-Pup e un fucile d’assalto VT-Systems SAR-21, Goldy si ritrovò il puntatore laser di una delle due armi a balenarle sul petto per un istante, poi i due della HBT entrarono, quello col fucile a pompa si diresse verso di lei, l’altro verso i mercenari a terra, colpendoli per farli restare giù, giù, figli di puttana, giù, faccia a terra, mani dietro la nuca, subito!, l’altro l’aiutava ad alzarsi parlando alla radio, Soggetto al sicuro, mentre altri operativi della Squadra HBT entravano, sparpagliandosi a ventaglio. Goldy si sedette sul cofano del fuoristrada e rivolse agli agenti un sorriso, simpatico, dolce, non seducente. Il cuore le batteva in gola, i polmoni le bruciavano. Parlare era difficile.

            « Siete… arrivati un po’ in ritardo, ragazzi…!», sussurrò, poi chiuse gli occhi. Sentì la voce dell’operativo della Squadra HBT, lontana, rivolta a qualcun altro:

            « 10-David, qui 60-David, Codice Quattro, operazione conclusa!».

- - -

            Ken Tokizawa aprì con un colpo del piede la porta in fondo alla Hall, passando oltre il cadavere del mercenario abbattuto da Minnie May, facendo attenzione a non finire con i piedi in mezzo alla gigantesca pozza di sangue tutt’attorno. La radio appesa al suo giubbetto antiproiettile gracchiò con la voce di Rally:

            « La porta sul lato destro della Hall dà su una specie di… si, direi che è una cucina…!».

            « Cosa? Puoi ripetere?». La voce di Mr.V.

            « Una cucina! Gigantesca!». Ancora Rally. « Se sei mai stato nella cucina di un ristorante, sai di cosa sto parlando. Ci sono dappertutto lavelli, fornelli, sul tetto c’è in Neon, le pareti e il pavimento sono in piastrelle, ceramica bianca. Ci sono dei frigo enormi. Secondo te significa qualcosa?».

            « Che qui abita un sacco di gente che deve mangiare quattro volte al giorno!», rispose ancora la radio, stavolta con la voce di Kyle McKnight. « La porta in fondo a sinistra della Hall invece dà su una rampa di scale. In fondo c’è una porta metallica. Sembra chiusa dall’interno, ma all’esterno ci sono dei passanti, chiusi anche quelli. È una porta anti-sfondamento. Buttarla giù sarà difficile».

            « Dev’essere l’ingresso del laboratorio». Tokizawa fece qualche altro passo avanti, il fucile d’assalto Custom Krebs spianato davanti a sé; la radio replicò ancora con la voce di Kyle:

            « Credo anch’io. Nell’angolo in alto a destra c’è una piccola telecamera di sorveglianza. Rotonda, somiglia ad una Web-Cam. La spia di funzionamento è accesa. Incassato al muro c’è un citofono. Ho provato a suonare ma non risponde nessuno…!». Le ultime parole suonarono ironiche, seguite da un risolino lontano.

            « Si, ricevuto». Tokizawa si diede un’attenta occhiata attorno, per accertarsi che non ci fosse nessun movimento, prima di iniziare a descrivere alla radio quello che vedeva: « Sono sul retro della casa, almeno così sembra. Gente, quest’edificio è stato modificato alla grande. Non so quante stanze fossero all’inizio, ma a me sembra che abbiano abbattuto un sacco di tramezzi. Hanno ricavato un sacco di cameroni. Adesso sono in quella che sembra una… sala ricreazione, direi. Moquette per terra, muri bianchi. Ci sono dei divani, un maxi-schermo, TV-Set dell’ultima generazione, Home Theatre, Playstation-2, c’è di tutto. Ci sono anche… in fondo alla mia sinistra, delle postazioni di computer, sembrano connesse ad Internet. Ci sono tavolini, sedie, una libreria enorme con un sacco di libri. In fondo c’è una porta a vetri. Mi avvicino».

            « Prudenza». La radio, con la voce di Kyle McKnight, poi, subito dopo: « May e Misty stanno portando i fusti e le bombe nella Hall… Cristo, Misty, non pisciarti addosso, per favore. Sono morti, non si rialzano».

            Tokizawa procedette, aprì la porta a vetri, che era doppia, a due cardini e munita di maniglione a spinta su tutt’e due i lati, come una porta antincendio.

            « Gesù Cristo, sembrerebbe una sala da pranzo. Ci sono tavoli lunghi con panche su tutt’e due i lati. È tutto bello pulito e immacolato. Meglio della mensa del tuo liceo, McKnight…!».

            « Poco ma sicuro… scusate, gente, Misty si sta facendo prendere dal panico, devo andare». Kyle, un po’ scazzato, un po’ preoccupato.

            « Okay, ma non ti ci attaccare troppo». Mr.V, sarcastico. « Ho bisogno di te e Aileen di sopra».

            « Io sto arrivando». Rally, senza particolare enfasi.

            « C’è una porta in fondo alla sala mensa. Procedo». Ken Tokizawa attraversò l’immacolato camerone, a passi lenti, guardandosi spesso attorno, le dita che tamburellavano sul fucile d’assalto Custom Krebs. La voce di Rally venne dalla radio:

            « Se è una porticina piccola in alluminio con un oblò, non ti disturbare, porta alla cucina».

            « No, questa è grande. Sembra un’uscita di sicurezza». Ed in effetti lo sembrava. Non era a vetri, era grande e bianca, come tutto il resto in quel camerone. Era a doppio cardine, ed aveva maniglione apribili a spinta. Tokizawa s’avvicinò con cautela, l’osservò bene, controllandone i contorni, per assicurarsi che non vi fossero dispositivi a trappola di qualsiasi tipo collegati all’apertura, quindi alzò una gamba e l’aprì calando un calcio proprio nel mezzo, colpendo le due maniglie contemporaneamente. La doppia porta in alluminio e PVC si spalancò verso l’esterno con un botto, e il maltempo della nottataccia invernale fece irruzione urlando con la pungente furia del vento e una buona dose di gelidi fiocchi bianchi, la nevicata non accennava a voler diminuire, e fuori tutto era anche più bianco di quanto non fosse quando erano arrivati. Sebbene non fosse passato più di un quarto d’ora, a voler esagerare. La luce intensa dei Neon della sala mensa, già accesi quando Tokizawa era arrivato, si proiettò all’esterno, rifrangendosi sulla cortina di neve che ricopriva la terra e i veicoli neri parcheggiati sul retro dell’edificio, fino al limitare del bosco. E fu che Ken li vide. Portò una mano alla radio e strillò:

            « Contatto! Sul retro!».

            Una delle sagome in avvicinamento inchiodò e fece fuoco dalla cintura. Ken vide una vampata rossa in lontananza e sentì il boato lontano, poi ben più vicina l’esplosione di vetri infranti quando la raffica d’arma automatica, qualsiasi tipo d’arma fosse, colpì l’auto parcheggiata più vicina alla porta… non troppo vicina. Questi figli di puttana rispettavano i regolamenti in materia di sicurezza più di quanto non facessero i gestori dei locali in città: non c’erano auto parcheggiate direttamente davanti all’uscita d’emergenza, e dalla Hall fino a lì Tokizawa aveva visto almeno una decina di estintori appoggiati in punti chiave in ogni ambiente. S’inginocchiò, spostandosi di lato, sperando vivamente che la differenza di temperatura tra l’interno e l’esterno dell’edificio non gli appannasse la visiera dell’elmetto. Restò immobile, il fucile d’assalto Custom Krebs spianato di fronte a sé, a contare mentalmente le figure in nero che si muovevano dal limitare del bosco verso di lui, di corsa, in ordine sparso: cinque, sei… otto…

            Solo quando la parte centrale del gruppo si mise carponi con incredibile coordinazione e cominciò ad avanzare piano, ginocchioni, mentre le due ali s’inginocchiarono ed aprirono un fragoroso fuoco di copertura verso di lui, Tokizawa portò la mano sinistra al lanciagranate montato sotto l’astina della sua arma. Le raffiche stavano crivellando i veicoli parcheggiati di fuori, qualche proiettile entrò dentro e mandò in frantumi qualcosa alle sue spalle, nella grande sala mensa. Era un fuoco di copertura, non mirato. Tokizawa attivò il lanciagranate, a perpendicolo. Col suo solito botto soffocato e uno sbuffo bianco, la granata VOG-25 auto-propulsa partì dal tubo, volò per venticinque, trenta metri, poi atterrò in mezzo alla neve direttamente alle spalle del gruppetto sparso di figure in nero, forse un paio di metri, forse meno, ed esplose.

            Nei film e nei fumetti, quando una granata anti-personale esplode, c’è una grossa vampata rossa come il fuoco, e la gente vola in avanti, finendo a sedere per terra, dopo delle gran piroette. Tutte cazzate, e Tokizawa lo sapeva benissimo. Ci sono granate, come quelle che aveva sparato al portone della casa per farlo saltare, che hanno un effetto spettacolare a vedersi proprio perché sono dirompenti, disegnate per distruggere equipaggiamenti e fermare piccoli veicoli, ma le normali granate da Quaranta millimetri, le granate a frammentazione, le bombe a mano e le bombe da fucile sono in genere anti-personali, cioè sfruttano l’effetto devastante dell’esplosione in un piccolo raggio, e per il resto spargono una grandinata di mortali schegge di metallo, affilate ed acuminate, rese incandescenti dall’esplosione e scagliate a velocità di decine di chilometri all’ora. Fu esattamente quel che successe anche quella volta. Ci fu un’esplosione bianca e gialla alle spalle del gruppo di figure nere armate che si muovevano verso la casa, troppo lontano perché qualcuno dei mercenari venisse colpito direttamente dall’esplosione… e forse era un bene, perché Ken Tokizawa conosceva perfettamente gli effetti diretti dell’esplosione di una granata su un corpo umano, ed erano effetti che parlavano di corpi carbonizzati e smembrati, di arti ed occhi che volavano dappertutto, tessuti sanguinolenti che si ritrovavano a decine di metri di distanza. Qui non ci fu niente del genere, il lavoro sporco lo fecero le schegge, ma non fu granché meno sanguinolento. La maggior parte dei mercenari inchiodò di colpo e cadde a terra spruzzando sangue sulla neve bianca, tra i fiocchi che continuavano a cadere a terra e a turbinare nell’aria spinti dal forte vento di maestrale. Uno di loro fece qualche passo poco convinto, zoppicante, poi lasciò cadere la sua arma e piombò faccia in giù sulla morbida coltre bianca.

            Un paio avanzavano ancora. Uno sembrava ferito, si muoveva a fatica, teneva la mano destra sulla gamba che trascinava nella neve, lasciandosi dietro una lunga traccia come un aratro, e la sinistra penzoloni su un fianco, anche quella ferita, la sua arma a tracolla sul petto. Il secondo non pareva ferito, alzò la sua UZI… Tokizawa spianò il fucile d’assalto Custom Krebs e tirò il grilletto, sventagliando da destra a sinistra, una lunga vampata gialla dalla volata e il sordo, cadenzato, classico TA-TA-TA-TA-TA! dei fucili tipo Kalashnikov. Li abbatté tutti e due, li guardò in lontananza cadere disordinatamente in mezzo alla neve, tra i corpi dei loro compagni.

            « Ken?». La voce di Rally alla radio, concitata. « Tutto Okay di là? Passo!».

            « Si, ora tutto a posto!», si affrettò a rispondere Ken, una mano sulla radio e il fucile ancora nell’altra. « Erano fuori. Non so… sette, otto. Adesso sono a terra, comunque. Passo».

            « Tokizawa, sei sicuro che sia tutto pulito?». La voce di Mr.V, come al solito senza particolare inflessione, fredda, molto professionale.

            « Beh, da quel che vedo mi pare di si, almeno all’interno, ma tutt’intorno… non posso esserne sicuro al cento per cento. Vuoi che vada di fuori a dare un’occhiata? Passo».

            « No, negativo. Devi venire anche tu di sopra, adesso, c’è una cosa che devi vedere».

            « Arrivo». Tokizawa mollò la presa sulla radio, chiuse le due ante della porta a spinta tirandole verso di sé finché non tornarono in sede con un Clak!, e col fucile in braccio tornò indietro, sui suoi passi, attraversando la sala mensa e la grande sala ricreazione che portavano un poco i segni della sparatoria: qualcuno dei proiettili dei mercenari aveva colpito i vetri della porta della sala da pranzo, li aveva sfondati ed aveva attraversato la sala da ricreazione, finendo per distruggere i Monitor di alcuni dei computer in fondo. Rientrò nella Hall giusto per trovarsi di fronte Minnie May, che spingeva dentro il carrellino di metallo su cui erano posati due fusti di plastica blu, chiusi con grandi tappi circolari neri a tenuta stagna, ed etichettati con grandi avvertenze di pericolo. Altri fusti erano disposti disordinatamente vicino al montacarichi, tra i cadaveri. In fondo alla Hall, seduta vicino al portone abbattuto, Misty Brown era pallida in volto.

            « Problemi…?». Ken inarcò le sopracciglia.

            « Spiritoso…!». Minnie May lo fulminò con una sola parola, rapida, gelida, ed un’occhiataccia che voleva probabilmente dirgli che si sarebbe dovuto scordare il sesso per un paio di settimane, dopo che quella faccenda si fosse chiusa.

            Tokizawa scosse la testa e salì la monumentale rampa di scale a mezzaluna verso il piano superiore. Entrambe le porte ai due lati del pianerottolo in legno al piano superiore erano aperte, spalancate. In mezzo, ovviamente, c’erano i tre cadaveri, i bossoli e il loro sangue. Tokizawa scalciò via l’arma di uno di loro, un fucile a pompa corto, che volò giù fino ad impattare furiosamente contro il pavimento in cotto della Hall, e fece partire una rosata di pallettoni che colpì con un CRAK! il muro vicino al portone sfondato. Seduta di fuori, sullo scalino sotto il portico, a due passi dalla neve, Misty Brown fece un salto in avanti, strillando. May alzò di scatto verso di lui lo sguardo e il tiro del suo MAG-7, salvo poi dipingersi in volto la stessa espressione di prima.

            « KEN, SEI UNO STRONZO!», berciò, con molta poca grazia.

            « Ken, tutto OK lì sotto?». La radio, con la voce di Rally. « C’è stato uno sparo? Passo!».

            « Si… falso allarme…», rispose lui, distrattamente, proseguendo. Avevamo detto due settimane? Facciamo un mesetto.

            Una delle porte dava solo su un’altra scalinata, elegante ma strettina, che saliva fino al piano superiore; al pianerottolo c’era una porta aperta, e quello che sembrava un gabbiotto di vetro in una nicchia del muro. Ken l’aveva visto altre volte. Negli ospedali psichiatrici, nelle carceri e nelle basi militari. Era un posto di guardia. Un movimento dalla porta aperta, Ken alzò il fucile d’assalto e l’abbassò subito. Era Kyle McKnight, che veniva giù a passi rapidi, il fucile Norinco CQ in braccio, la visiera del casco alzata, alzato anche il passamontagna che portava, come tutti loro, per proteggersi dal freddo polare dell’esterno.

            « Ehi, Ken…!», lo salutò. « Era May quella che strillava?».

            Tokizawa l’ignorò. Aspettò che lo raggiungesse, prima di dare un’ultima occhiata in alto:

            « Che c’è di sopra?».

            « Oh, tutto pulito. Niente armi, nulla d’importante. Solo…». Kyle si strinse nelle spalle. « Tutto l’ultimo piano è un appartamento personale. Un salottino, una stanza da letto, un bagno. E se vuoi la mia opinione, è a misura di ragazza!».

            «…ragazza…?». Tokizawa era sempre più confuso. Già il modo in cui tutta la casa sembrava essere stata riaccomodata, come una sorta di Hotel molto forzato, gli lasciava un cattivo sapore in bocca. Un appartamento personale? Ragazza?

            « Credimi, vivo con Rally da troppo a lungo per non conoscere i gusti di una ragazza», concluse Kyle. « E di sopra tutto sa di ragazza. È come se dietro tutto questo ci fosse una teenager. Come Misty, come May, forse anche più giovane. Una ragazza della mia età, diciassette, diciotto anni».

            « Che situazione del cazzo…», sospirò Tokizawa; si portò una mano sulla testa, come a lisciarsi i capelli, ma aveva ancora l’elmetto in testa e riuscì a toccare solo la fredda superficie del CRISAT.

            « Oh, non hai ancora visto dall’altra parte. Dai, Rally e Mr.V ci aspettano». Kyle fece cenno a Ken di seguirlo, e si diresse verso la porta dall’altra parte del pianerottolo.

            Conduceva ad un corridoio molto stretto, con due porte sui lati; erano entrambe spalancate, Tokizawa diede un’occhiata. Non c’era nulla di speciale, erano due camere da letto. Singole, molto spartane… no, c’era di più, in entrambi i casi c’erano altre due porte, come in un gioco di scatole cinesi, ogni stanza aveva un bagno privato e una cucina-soggiorno molto piccola.

            « So cosa stai pensando», lo precedette Kyle, anticipandolo in pieno. « È come in una base militare. Alloggio singolo per sottufficiale di carriera, sergente maggiore, ufficiale istruttore o attendente in comando di plotone. E ancora non hai visto un cazzo!».

            C’era una porta chiusa di fronte a loro, una porta a spinta, bianca, a doppio cardine. Kyle l’aprì con una spinta, la luce forte dei Neon ferì per un secondo gli occhi di Tokizawa.

            « Porca troia…».

            Si trovavano in un camerone enorme, pavimento in piastrelle bianche e mura candide, nessun tramezzo, solo un paio di estintori agli angoli, Neon sopra di loro e un’altra porta in fondo. Tutto era occupato da cuccette a castello di metallo, color verde oliva, al fianco di ogni cuccetta c’erano due spartani comodini in legno, e due cassettine lucchettate in metallo verde oliva ai piedi di ogni letto. Le brande erano accuratamente rifatte, lenzuola bianche, cuscini sottili dello stesso colore e grosse coperte grigie in orbace.

            « Cristo d’un Dio… mi sembra di essere tornato sotto la Naja…». Tokizawa si guardava attorno stupefatto, procedendo verso il fondo del camerone a passi piccoli. Il rumore dei loro stivaletti echeggiava sul pavimento di piastrelle, tra le pareti bianchissime.

            « Dà anche a te quell’impressione, hm?», fece Kyle, con una smorfia. Poi, guardando nel vuoto: « A me le camerate delle basi militari non sono mai piaciute. Mi sento soffocare».

            « Non dire cazzate. Tu a sedici anni facevi esercitazioni di guerriglia urbana con i ragazzi della Decima Divisione di Montagna sotto lo sguardo amorevole del tuo paparino».

            « Questo non significa che mi piacessero le basi militari. E per inciso, anche il mio paparino l’ho sempre odiato. Era un pomposo inquadrato Repubblicano figlio di puttana. La mia sfiga è stata accorgermene troppo tardi».

            « Non hai l’aria del Democratico duro e puro, McKnight».

            « Non lo sono. Democratici e Repubblicani sono tutti la stessa infornata. Fanno schifo».

            « Dì la verità, passavi le giornate a farti le seghe in quei cameroni bui pieni di M-16».

            « Veramente sono un feticista dei giubbetti antiproiettile».

            « Mi sa che non vedi Rally nuda molto spesso, allora».

            « In tuta da combattimento è un vero schianto, meglio che nuda».

            Erano in fondo al camerone delle cuccette. Kyle scosse la testa ed aprì l’altra porta. Dava su un altro corridoio, che svoltava ad angolo a formare una vistosa L; i muri erano nudi, fatto salvo per un paio di estintori rossi come il fuoco, la luce dei Neon si rifrangeva sul bianco immacolato del pavimento e dei muri come in un surreale cortometraggio dell’orrore. A Ken dava una strana sensazione di claustrofobia, ed iniziava a fargli venire il mal di testa. C’erano solo due porte su un lato, ed un’altra, grande, metallica, grigia, in fondo. Era che si stavano dirigendo, come un condannato a morte accompagnato da una guardia carceraria verso la camera a gas. Kyle indicò le due porte chiuse ad un lato del corridoio con un rapido cenno del capo:

            « Una sala riunioni. Spaziosa, professionale. Il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Chicago pagherebbe oro per averne una così. Accanto ci sono le latrine».

            « Latrine?». La voce di Tokizawa echeggiò brevemente nel lungo corridoio vuoto.

            « Latrine, latrine, come in una base militare. Docce, lavandini, pisciatoi, cessi alla turca e Water normali, tutto diviso in sezioni, tutto piastrellato. Uno di quei posti dove ci si lava in fila e se ti cade la saponetta è meglio che non ti chini a raccoglierla».

            « Woah. Questa gente ha classe».

            « Non ti masturbare. Ancora. Il pezzo forte deve arrivare». Erano arrivati in fondo; la porta metallica era socchiusa, Kyle l’aprì e lasciò ancora una volta che fosse Tokizawa ad entrare per primo. Come in tutto il resto della casa, la luce veniva dai Neon sul soffitto ed era accecante. Il pavimento, lì, era in cemento nudo, le pareti in mattoni rossi non intonacati, non ce n’era bisogno perché tutto era ricoperto di mobili in metallo, luccicanti. Rally e Mr.V erano in piedi in mezzo allo stanzone, le armi a tracolla, si guardavano attorno con l’aria di chi sta facendo l’inventario.

            « Mi venisse…». Tokizawa inghiottì a vuoto.

            « Questa non è classe, Ken, questa è arte!», rispose Kyle.

            La porta era piccola, ma l’ambiente era spazioso quanto lo stanzone della camerata. E tutto era occupato da armi. Le rastrelliere erano disposte ordinatamente sulla parete a destra: dapprima venivano le pistole, in un mobile a scaffali vicino alla porta erano ordinatamente disposte delle semi-automatiche di tutti i tipi, soprattutto delle DP-51 sud-coreane, ma anche delle Smith&Wesson, delle Ruger e M-1911 in un sacco di varianti, per finire con una variegata esposizione di “pistole d’assalto” anni ’80, Tokizawa riconobbe i modelli che all’epoca avevano riscosso maggior successo commerciale, e nei quali erano stati riscontrati meno difetti. Le rastrelliere più avanti ospitavano le armi lunghe: c’erano mitragliette UZI e fucili d’assalto Valmet, ma non solo: anche armi come le mitragliette inglesi Sterling e le CETME-C2 spagnole, altre varianti dell’UZI provenienti da tutti i paesi del mondo, un buon numero di MAC-10, cinque o sei PM-12 di progettazione italiana nelle versioni fatte su licenza in Brasile ed Indonesia, fucili a pompa Ithaca “Stakeout” e di altro tipo a decine, carabine M1 e M2 o la loro copia israeliana con calciolo pieghevole e manico a pistola, fucili da battaglia M-14 e la loro variante semi-automatica da interdizione, gli M-21 con cavalletto ripiegabile e mirino di precisione, fucili automatici CETME, HK-G3, FN FAL ed Armalite AR-18, carabine Daewoo K1-A1, altri fucili tipo Kalashnikov di varia provenienza, fucili e carabine di derivazione M-16 in modelli non nuovissimi, alcuni persino senza il Forward Assist, segno che risalivano almeno all’epoca del conflitto del Vietnam. Fucili automatici Ruger con tutte le lunghezze di canna e tutti i tipi di calciatura, ed una sfilza di mitragliette di tipo polacco, cecoslovacco, sudafricano, rhodesiano, cinese e sovietico, non molto recenti. C’erano abbastanza armi da fuoco da equipaggiare un piccolo esercito di mercenari, lì dentro. Alcune delle pistole semi-automatiche, quasi tutte le “pistole d’assalto” ed un certo numero di mitragliette e di fucili, per non parlare di tutti gli M-14 ed M-21, avevano silenziatori che sembravano nuovi di zecca, ed in qualche caso anche mirini laser. Un certo numero di fucili avevano dei tubi lancia-granate montati sotto l’astina. Tokizawa si chiedeva perché, con tutto quel bendiddio, finora quella gente avesse usato solo Valmet ed UZI. Infine, in fondo allo stanzone, dove si apriva un’altra porta metallica che ora era socchiusa (e che cazzo, pensò Tokizawa, ne aveva piene le palle di quel labirinto), le rastrelliere ospitavano armi più grosse: c’era un certo numero di panciuti lanciagranate a tamburo DefTec/FedLabs, mitragliatrici a nastro MAG, e cinque lanciarazzi Carl-Gustafs degli anni ‘70.

            « Porca troia…», ripeté ancora Tokizawa. « Questi hanno fatto spese alla grande!».

            « Ci puoi giurare!», l’apostrofò Rally. « Erano pronti per una guerra su vasta scala».

            « O per offrire i loro servigi sul libero mercato, una volta chiusa la pratica con Goldy», intervenne Mr.V, freddo e cupo.

            Sulla parete sinistra dello stanzone, fino in fondo, una fila ordinata di armadietti metallici, adesso tutti aperti, ospitava scatole di munizioni e caricatori, alcuni anche già pieni, per tutte le armi: proiettili calibro Nove Parabellum e Corto, Quaranta, Quarantacinque, munizioni calibro Cinque-Cinque-Sei, Settecentosessantadue Russo e NATO, calibro Trenta e passa in tutte le varianti, cartucce calibro 12, ed una sfilza di caricatori. Bombe a mano, a frammentazione, fumogene, alcune anche al fosforo bianco, bombe da fucile e granate da Quaranta Millimetri, e razzi da Ottantaquattro per i Carl-Gustafs. Ed una sfilza di caricatori. C’era da aver paura.

            Rally, Mr.V e Kyle lo condussero verso la porta in fondo. Solo quando fu abbastanza vicino si accorse dell’adesivo che vi era appiccicato: era arancione, ma troppo piccolo per vederlo dall’altra parte. Su sfondo arancio, un triangolo nero e il disegno stilizzato di un oggetto rotondo che scoppiava proiettando schegge dappertutto. Pericolo, Esplosivi. Entrarono con cautela. La luce era già accesa. Anche lì il pavimento era in cemento grezzo e i muri non erano intonacati, anche lì c’era il Neon e c’erano gli estintori. Anche lì c’erano scaffali sui muri con un carico pesante.

            « Cristo Benedetto!». Cilindri alti cinquanta centimetri, molto grossi, in metallo argentato, chiusi alle due estremità con tappi rotondi, neri, ordinatamente disposti sugli scaffali a file di cinque. Ce n’erano centinaia. Portavano diciture in grandi lettere gialle. Tokizawa ne afferrò uno e se lo rigirò tra le mani, inghiottendo a vuoto, ancora: « Oh, Cristo benedetto…».

            « Già tutto controllato, sono almeno cinquecento tubi stagni, da tre chili ciascuno». La voce di Rally, alle sue spalle. « C’è tanto di quel Compound-B qui dentro da spedire in orbita mezzo Illinois. Negli armadietti dell’altra stanza ci sono radiocomandi, detonatori elettronici e a pressione presi da mine Claymore, e cavo detonante Primacord a chilometri».

            « Allora», concluse Mr.V. « Come ci comportiamo, qui, esperto di esplosivi?».

            Silenzio per un istante. Ken Tokizawa si rigirò tra le mani il cilindro metallico per un paio di secondi ancora, poi lo mise a posto, voltò lo sguardo da una parte all’altra del magazzino, incapace di staccare gli occhi dal magazzino del Compound-B; parve scuotersi solo quando portò una mano alla radio agganciata al giubbotto antiproiettile, i suoi occhi brillarono:

            « May, ci sei? Cambio».

            « Si, t’ascolto», gracchiò il Walkie-Talkie, la ricezione disturbata da tutto quel cemento, con la voce di Minnie May, lontana, stanca, ed ancora vagamente incazzata.

            « Porta su una delle cariche».

- - -

           Ora che era tutto finito gli automezzi della FedEx erano spariti, finalmente, la loro grottesca presenza alla South Park aveva lasciato posto ai veri veicoli della polizia, autoblindo e fuoristrada, soprattutto, per passare attraverso lo spesso, freddo manto candido, farinoso e compatto che ricopriva tutto, tutto quanto, per fendere con fari potenti la nevicata che non accennava a diminuire, per evitare di glissare sulle lastre di ghiaccio. Roy Coleman correva assieme al tenente Walter Benson tra una massa di poliziotti pesantemente armati e in tenuta da combattimento, cercando di raggiungere il cadente capannone che era stato il loro Obiettivo. Da quando il comandante sul campo aveva pronunciato la fatidica formula alla radio, “10-David, qui 60-David, Codice Quattro, Operazione Conclusa”, nulla aveva più smesso di muoversi attorno ed entro la recinzione che delimitava il gruppetto di rimesse in lamiera e legno obsolete, cadenti, da demolire, e la discarica abusiva a cielo aperto che le circondava. Ora erano apparsi anche i vigili del fuoco, e con loro ambulanze e paramedici, con un tempismo perfetto. In lontananza si vedevano lampeggianti gialli e blu, segno che i Chips della Polizia di Stato dell’Illinois erano arrivati con le loro belle macchine bianche con le diciture color oro sulle fiancate e stavano transennando la zona. Erano agenti della Stradale, in fondo, non potevano fare di più. Iniziavano a vedersi anche le auto-pattuglie della polizia metropolitana, quelle classiche bianche con la striscia azzurra e la dicitura CHICAGO POLICE in lettere rosse sulle fiancate, ma anche quelle nuove, tutte nere, lampeggianti Vector multicolori sulle Capote e caratteri bianchi, moderni, su tutta la fiancata, sempre il canonico CHICAGO POLICE. Erano piombati nell’inevitabile stadio di confusione post-missione, in cui si faceva fatica a mantenere il controllo di tutta l’adrenalina che si scaricava. Occorrevano freddezza e raziocinio per stare dietro ad una marea di superuomini armati che prendevano fiato, perché c’era troppa adrenalina in circolo che adesso andava scaricata: qualcuno avrebbe potuto fare una cazzata o causare un incidente, farsi prendere la mano, o commettere un’imprudenza, una scorrettezza, inciampare in un imprevisto non calcolato, ed in ogni operazione tattica, anche nelle fasi immediatamente successive alla conclusione, ogni passo falso poteva ancora costare delle vite umane. Di questo Roy Coleman e Walter Benson erano pienamente coscienti, e questo volevano evitare, perché di spargimento di sangue ce n’era già stato abbastanza per quella notte: c’erano dei morti, degli ostili abbattuti, ed erano parecchi, okay, mercenari armati che avevano aperto il fuoco contro degli agenti di polizia nel tentativo di resistere all’arresto, ma pur sempre esseri umani. Probabilmente erano drogati, avevano equipaggiamenti militari, e non avevano lasciato agli operativi della Squadra HBT altra scelta se non quella di usare la forza letale per garantire la loro stessa incolumità, per salvaguardare la vita dei loro colleghi e quella del Soggetto che avevano infiltrato nell’Obiettivo, e solo per ultimo per garantire la conclusione positiva della Missione… ma ciò non toglieva che erano persone, quelle riverse a faccia in giù nella neve a tingerla del loro sangue, adesso, nella fredda notte di Chicago.

            « Roy? Mi senti? Cambio!». La voce di Mark Kincaid, dalla radio agganciata alla cintura. Senza smettere di correre, Coleman sganciò il Walkie-Talkie e rispose: « Si, ci sono. Passo…!».

            « Ho mandato Jeff con Courtney ed una decina dei tuoi a prelevare Cortellesi e i suoi leccaculo dall’albergo. Vediamo di chiudere la pratica, stavolta».

            « Come ti sei regolato col mandato…?», sparò Coleman, prima ancora di rendersi conto di cosa stava dicendo; Don Turi Cortellesi era un noto mafioso, ricercato per decine di omicidi e per traffici illeciti di ogni tipo, c’era un mandato di cattura internazionale sulla sua testa da anni. Non era questione di essere in regola con le scartoffie, era questione di fare in fretta. « Scusa, ritiro…!», fece, con un sospiro. Non riusciva a smettere di correre, ad ogni passo Walter Benson sembrava sempre più energico, al contrario di lui che era infreddolito e stanco, aveva i muscoli della faccia gelati dal vento polare e dalla nevicata incessante che gli entrava dentro i vestiti dal colletto del grosso giubbotto imbottito della Polizia, il freddo estremo di quella notte gli penetrava i vestiti.

            « Roy, va tutto bene? Com’è finita? Passo…!».

            « Non va bene un cazzo. Qui è pieno di morti. Ti faccio uno squillo quando ho dato un’occhiata». I polmoni del capitano Roy Coleman bruciavano, erano pesanti, l’aria fredda che immetteva ad ogni respiro nel suo corpo sempre meno caldo era come veleno. Si sentiva muovere al rallentatore. Ringraziò Iddio di essere arrivato, quando l’ultimo agente in tenuta anti-sommossa lasciò passare lui e Walter Benson oltre il cadente cancello di rete metallica ora spalancato, e oltre quel punto non c’erano che agenti della HBT e paramedici; gli uomini del Coroner e quelli della Scientifica si aggiravano nei paraggi, già sul punto di intervenire. Erano arrivati tutti come falchi. Erano stati preavvisati, ovviamente.

            Coleman si diede una rapida occhiata attorno, mentre Benson andava a conferire con l’agente che aveva comandato sul campo la Squadra HBT. Dappertutto, la neve era rossa di sangue e scintillante di bossoli dorati sparsi come canditi su una fetta di panettone. I corpi dei mercenari abbattuti giacevano scompostamente qui e lì, grotteschi Pois neri sulla distesa candida assieme alle loro armi, quasi nessuno era nella posizione in cui era caduto perché prima gli agenti della HBT li avevano rivoltati per assicurarsi che non rappresentassero una minaccia, poi i paramedici li avevano nuovamente mossi nella loro usuale procedura, nel tentativo di salvare loro una vita che non avevano già più. Vicini alla porticina spalancata della rimessa numero Settantadue, ce n’erano sette ancora vivi. In riga in ginocchio nella neve, schiena dritta, sguardo perso nel vuoto e mani sulla testa con i palmi uniti e le dita intrecciate, erano guardati a vista da un operativo della Squadra HBT armato di fucile a pompa Mossberg Bull-Pup che si muoveva alle loro spalle avanti e indietro.            Coleman entrò senza guardarsi attorno un’altra volta. Se voleva scrollarsi la morte di dosso, non era certo quello il posto giusto. Si trovò tra i piedi un cadavere semi-carbonizzato riverso faccia in giù in una pozza di sangue appena oltre l’uscio. Abbassò lo sguardo per passare oltre evitando di calpestarlo.

            « Quello l’ho fatto secco io». La voce di Goldy, vicina ma al contempo distante, anni luce, piatta e triste, lo costrinse ad alzare lo sguardo. Lei era seduta sul cofano di un fuoristrada parcheggiato proprio in mezzo al capannone, ed un paramedico la stava visitando. Altri agenti della HBT giravano attorno al fuoristrada, facendo la gimcana tra cadaveri, bossoli ed armi da fuoco. Abbastanza sorprendentemente, ma non troppo, dietro il fuoristrada armeggiavano tre omoni in tenuta nera da artificieri, che li faceva sembrare grossi il triplo di quanto già non fossero.

            « Goldy…». Coleman fece due rapidi passi avanti, ma lei alzò lo sguardo verso di lui, e l’inchiodò. I suoi begli occhi verdi erano velati da un’ombra che lui non vi aveva mai visto. Goldy fece finta di essere più interessata ai rattoppi che le stava facendo il paramedico, Coleman scosse la testa e raggiunse i tre artificieri dietro al fuoristrada. C’erano tre agenti della HBT assieme a loro; gli artificieri si stavano occupando di qualcosa dentro il bagagliaio del veicolo, gli SWAT stavano armeggiando con una fiamma ossidrica su un tombino rotondo a meno di mezzo metro di distanza.

            « Che fate…?». Gli venne fuori una sorta di grugnito da orco delle fiabe dei fratelli Grimm.

            « Oh…». Un operativo della HBT mollò la fiamma ossidrica ed alzò lo sguardo. Aveva un paio di occhiali protettivi oscurati sul viso, se li calò fino a farli pendere sul collo. « Secondo la rossa sono usciti da questo tombino. L’hanno bloccato da sotto, probabilmente coi suoi stessi bulloni, stiamo cercando di sbloccarlo, ma ci vorrà del tempo».

            « Aspettate che indovino…». Coleman non era sorpreso di sentire la sua stessa voce sempre più cupa. « Da questo canale fognario possono sbucare da qualsiasi tombino o pozzetto nel raggio di sei, forse dieci isolati, che sono qualche migliaio, giusto?».

            Senza una parola, l’operativo della HBT si alzò di nuovo sugli occhi le lenti protettive e tornò a lavorare di fiamma ossidrica.

            « MERDA!», berciò Coleman, e la sua imprecazione echeggiò per tre lunghi secondi nell’ambiente chiuso del capannone; nessuno ci fece caso. Coleman diede un calcio di rabbia ad un bossolo, scintillante e perfetto, lì vicino al suo piede destro, che finì a tintinnare dall’altra parte della rimessa. Frettolosamente sganciò il Walkie-Talkie dalla cintura e comunicò: « Mark, ci hanno fregati come l’altra volta. Passo!».

            Dalla radio provenne un’imprecazione che Coleman non avrebbe voluto sentire neanche in tedesco. Agganciò il Walkie-Talkie alla cintura, e stava per mettersi a strillare agli SWAT con la fiamma ossidrica di sbrigarsi con quel tombino, anche a costo di farlo saltare con l’esplosivo, quando uno degli artificieri che lavoravano al fuoristrada si alzò e richiamò la sua attenzione:

            « Sembra che avessero in mente proprio lo stesso giochetto dell’Immacolata Concezione, capitano». Gli mostrò quel che teneva in mano; era un telefono cellulare, non proprio d’ultima generazione, a cui erano collegate due uscite, due sottili fili elettrici neri che erano stati tagliati a metà. « Un semplice telefonino, modificato per funzionare da radio-detonatore. Gli altri ne hanno trovato uno simile in tutti gli altri capannoni qui attorno. Ci volevano proprio vedere in orbita!».

            « Esplosivo…?». Coleman stava cercando di riprendere fiato. La testa gli pulsava.

            « Compound-B, capitano. Una marea di Compound-B. Se fosse esploso ci avrebbe tutti spazzati via. Per fortuna disinnescare un ordigno del genere non è difficile, basta togliere il telefono!». L’artificiere gli mostrò il retro del fuoristrada. Il bagagliaio era strapieno di cilindri di metallo argentati, chiusi alle due estremità da tappi neri, riposti in fila ordinatamente; dall’estremità superiore di ogni cilindro fuoriusciva un filo decorato a strisce gialle, blu e verdi, cavo detonante Primacord, tutti i fili formavano un gran fascio che andava a convergere in una scatoletta di plastica bianca, da cui sporgevano soltanto tre piccoli cavetti neri, uguali a quelli che pendevano, tagliati, dal vecchio cellulare. Coleman avrebbe voluto inghiottire a vuoto, ma non aveva più saliva.

            « Perché allora non siamo già in cielo con gli angeli?».

            L’artificiere si strinse nelle spalle, come se fosse tutto dannatamente ovvio:

            « L’innesco è telefonico. Per far esplodere le bombe bisogna comporre il numero del cellulare e farlo squillare, proprio come si vede nei film. Solo che nei film lo fanno da qualsiasi posto, nella realtà no. Se quelli sono scappati dal tombino e sono ancora nelle fogne, probabilmente non hanno ricezione. Devono aspettare di uscirne. In ogni caso, adesso non c’è più pericolo. Faccio intervenire un’Unità Bomb Disposal per bonificare la zona tra cinque minuti».

            « Ci sono altri inneschi? Possibili trappole, roba del genere?».

            « Oh… no, no. Gli esplosivi si possono rimuovere tranquillamente. Non ho visto altri collegamenti, di nessun tipo, ma se ci fossero state delle trappole, tipo inneschi secondari, fili tesi o detonatori a pressione, con tutto il movimento che c’è stato qui attorno negli ultimi quindici minuti probabilmente sarebbe già saltato tutto per aria. Solo, capitano, mi lasci dire… avete corso un bel rischio a metter su tutta questa sparatoria. Il Compound-B non è come la nitroglicerina o il nitrato d’ammonio, ma non ci si può nemmeno giocare a calcio. Sarebbe bastato un proiettile sul retro di questo fuoristrada e…». L’artificiere fischiò, scuotendo la testa. Coleman fece cenno di aver afferrato e tornò a muoversi verso la porta. Era più che contento di allontanarsi dall’esplosivo.

Il paramedico aveva appena finito di rattoppare Goldy, e lui rimase a guardarla finché il tizio non ebbe raccolto la sua attrezzatura. C’erano uno smarrimento ed una dolcezza nel suo viso che, Coleman immaginava, Goldy doveva aver perso da anni.

            « Come sta?», chiese al paramedico.

            « Solo qualche livido, un paio di graffi, ma niente di buono per il braccio e le costole in quelle condizioni. Non avrebbe dovuto trovarsi qui. Le faccia fare delle radiografie il prima possibile». Il paramedico s’allontanò, e lui si inginocchiò di fronte a Goldy, fissandola negli occhi.

            « Goldy…». Coleman si leccò rapidamente le labbra, secche come carta. « Senti, lo so, ci sono passato anch’io. Sei uscita viva da… tutto questo. Non è facile. Devi riprendere fiato, e ti prometto che non ti disturberà più nessuno. Però, adesso, Goldy, ti prego…». Allungò una mano a toccare la sua, quella non bendata. Lei non la ritirò, lui la prese tra le sue: «…ti prego, mi serve che tu faccia uno sforzo. Se l’hai visto… devi dirmi chi è, Goldy. Goldy…?».

            Nessuna risposta. Goldy aveva reclinato la testa all’indietro. Fissava il soffitto.

- - -

            La porta in fondo alla stretta scalinata era blindata, massiccia. Tutto era freddo e morto, l’unico rumore era un ronzio costante ma sottile, anche più basso di quello di una zanzara, che annunciava che la piccola telecamera in stile Web-Cam montata in alto a sinistra sopra la porta era in funzione. Poco più in basso, incassato al muro ad altezza d’uomo, il citofono; la cornetta era sganciata, pendeva per il suo cavo elastico ad un paio di centimetri di distanza dal suolo, bianca come le pareti, e muta. Il citofono aveva due pulsanti, Rally li aveva già provati più volte, ma non sembravano funzionare. Aveva anche già aperto i due chiavistelli esterni, ma la pesante massa blindata non si muoveva comunque.

            Ci fu un altro attimo di silenzio, prima che Minnie May pigolasse:

            « Carica sagomata?».

            « No, niente esplosivo!», tagliò corto Mr.V.

            « May…», fece di rimando Rally, con più tatto. « In un laboratorio di produzione di droga ci sono sostanze volatili di ogni tipo. Praticamente è come una polveriera. Se è tutto saturo di idrogeno ed etere, ad esempio, basterebbe il ricambio d’aria per far diventare tutto una nuvoletta di vapore bianco che volteggia nell’alto dei cieli».

            « Beh, è quello che vogliamo, no?».

            « Si, ma non quando ci siamo dentro noi!», l’apostrofò Kyle. « Questa porta si deve aprire, e senza fare casino. Punto e basta».

            « Usiamo il montacarichi, o… quell’uscita d’emergenza che c’è nel prato dietro la casa, quella che abbiamo visto nelle foto dei servizi segreti…?».

            « Il montacarichi può essere minato, o magari c’è un figlio di puttana con una MAG che ci aspetta proprio dall’altra parte…!», fece Mr.V, paziente, con un sospiro. « Quell’altra porta, ‘sti sacchi di merda non si sono sprecati a coprirla con un telone, adesso è sotto un metro e mezzo di neve, almeno. Vuoi scavare tu?».

            « Beh, e allora cosa, Mr.V, vuoi bussare sperando che ci aprano cortesemente? Magari con tè e biscottini?».

            « Ehi, ehi, ehi, May!», saltò su Tokizawa, alzandosi una mano verso la fronte come se gli stesse dolendo la testa. « Insomma, May, ti vedo un pochino nervosetta. Si può sapere che ti prende?».

            « Che mi prende? Che mi prende, dici?». May si girò di scatto a fissarlo, congelandolo all’istante con una stilettata rapida degli occhi, stretti a due fessure. « Te lo dico io che mi succede, Ken: questo è il secondo bagno di sangue in cui mi trovo fino al collo in meno di una settimana, e adesso sto qui, in una puzzolente tromba di scale, assieme ad altri quattro maniaci vestiti da merdosissimi SWAT, con un laboratorio chimico pieno di etere e di Dio solo sa quale altra stronzata altamente volatile dall’altra parte di questa porta, e circa trenta tonnellate di Compound-B da qualche parte sopra la mia testa, in una stanza di mattoni nudi in cui tu bai buttato una carica dirompente, INNESCATA!». La sua ultima parola echeggiò, acuta, nella tromba delle scale e nella            Hall sovrastante per due lunghi secondi. Mr.V e Kyle chiusero gli occhi per il fastidio.

            « E va bene, diamoci un taglio, adesso!». Rally stava iniziando seriamente a perdere la pazienza. Fece un passo avanti ed alzò la voce: « Questa porta si deve aprire e basta!».

            « Credevo di averlo già detto io, questo…!». Sussurrò Kyle, dietro di lei. Rally si voltò soltanto un secondo, gli rivolse un’occhiata; dapprima Kyle fece una smorfia, Rally sapeva come fulminarlo quand’era irritata. Ma non c’era rabbia nel suo sguardo, stavolta. E Rally lo guardò così per altri due secondi. Poi si rivolse a Ken Tokizawa, seria, mortalmente ferma, con un sibilo cattivo:      « Ken, dammi una carica sagomata».

            « Coosa?». Ken fece un rapido passo indietro. « Sei fuori di testa? Con tutto il Compound-B che abbiamo sulla testa?».

            « Ken!», l’apostrofò Kyle. « Dagliela e basta!».

            Tokizawa e Minnie May mossero all’unisono i loro sguardi stupefatti e terrorizzati su Rally, poi su Kyle, quindi su Mr.V, che li osservava tutti freddo, impassibile. Interessato.

            « E vaffanculo!», sibilò Tokizawa alla fine. Si chinò su Minnie May, e prima che lei potesse allontanarsi le sganciò dal giubbotto antiproiettile un oggetto tubolare di colore rosso, lungo almeno una trentina di centimetri, con una sicura ad anello ad un’estremità ed uno svasamento a ventosa dall’altra. La porse a Rally con un gesto brusco: « Spero solo che sappiate cosa vi passa per il cervello, tutti quanti…!».

            Rapidamente Rally l’afferrò, e con una botta decisa ne premette l’estremità a ventosa contro la serratura della porta blindata. La carica sagomata, costruita per restare agganciata a qualsiasi cosa venisse applicata e per concentrare il proprio potenziale esplosivo verso l’estremità inferiore sfruttando l’effetto Monroe, ballonzolò per due secondi come un giocattolo di gomma e restò su, appiccicata contro il metallo luccicante. Poi Rally alzò lo sguardo verso la Web-Cam sull’angolo in alto a sinistra; era puntata verso di loro, perfettamente inclinata, li guardava col suo unico occhio nero, i suoi unici segni di vita erano la spia rossa accesa alla sua base e quel sibilo sottile, che non tutti avrebbero riconosciuto, a meno di non essere proprio vicini. Afferrò la cornetta del citofono, e premette entrambi i pulsanti, assieme, a lungo.

            « Ehi, lì dentro, ci siete?», chiamò. « Avanti, fatevi sentire, non ho molto tempo!».

            Nessuna risposta. Rally fece un passo indietro, tenendo la testa alzata verso la Web-Cam:

            « Avanti, brutti stronzi, lo so che siete lì dentro. Vorrei soltanto che focalizzaste la vostra attenzione un istante qui sotto, su una cosetta che ho agganciato alla porta!».

            Kyle la fissò per un istante, sbatté le palpebre, rapidamente. Parlava ridacchiando. Sembrava la Goldy dei tempi peggiori. Gli faceva paura. Rally ghignò verso la telecamera:

            « Si, qui sotto, sacchi di merda, proprio qui! Fate come per guardarmi le tette e abbassate gli occhi, teste di cazzo, qui sotto, qui!».

            Un istante di silenzio, di immobilità. Rally trattenne il respiro. Poi, la Web-Cam si mosse, e lei dovette trattenersi dall’emettere un risolino, quando la vide, accompagnata da un ronzio un po’ forte, abbassare il suo unico occhio nero verso di lei, e sotto di lei. Parlò ancora al citofono, con lo stesso tono di prima, il più cattivo che aveva:

            « Lo sapete che cos’è questa? È una carica sagomata. Si, esatto, signori, se ve lo state chiedendo, è roba che fa bum!».

            La Web-Cam si alzò di nuovo su di lei, e Rally sfoggiò un altro ghigno cattivo, cercando di parlare lentamente, e di dire più cose possibili. Aveva seguito abbastanza lezioni di Delirio e Megalomania dalla Professoressa Goldy Di Ferro da aspettarsi di essere convincente nello stile:

            « Come avrete certamente capito, se io sono qui e non c’è nessuno dei signori in nero a fermarmi, significa che ho fatto un bel casino qui sopra. Credo sia inutile stare a girarci attorno, io sono qui perché voglio distruggere questo posto, e lo distruggerò comunque. Ora, la domanda che pongo a voi è: volete che questa bicocca salti in aria con o senza di voi? Perché, sapete, per me fa esattamente lo stesso. E se volete un consiglio, con tutto l’esplosivo militare che avete stipato in questa casa, vi conviene non stare a pensarci troppo. E se state pensando di squagliarvela dalla vostra uscita di sicurezza, non fatelo. Non siete stati abbastanza furbi. È sepolta dalla neve. Non riuscireste nemmeno ad aprirla». Si prese un istante di pausa, cercando un’ultima frase fatta per concludere in bellezza la sua interpretazione. La trovò dopo un secondo solo di riflessione. Guardò la carica sagomata, poi di nuovo la Web-Cam, e promulgò: « Avete un minuto!».

            Silenzio. Accanto a lei, Mr.V sbuffò rumorosamente. Ken fece un altro passo indietro. Ormai il botto non si poteva più evitare. Tutto stava a trovarsi abbastanza lontani, quando tutto quel Compound-B avesse deciso di ricongiungersi al Grande Artificiere Celeste.

            « Ken…», fece Rally, a voce alta tenendo la cornetta del citofono lungo il fianco con la mano sinistra. « Una volta tolto l’anello, quanto tempo abbiamo prima della grande O?».

            « Venti secondi», rispose lui, cercando di non mangiarsi le parole. La sua fronte grondava di sudore. « Si può disinnescare?».

            « No, neanche per sogno…!».

            Rally allungò la mano destra verso la carica sagomata agganciata alla porta blindata, alzò lo sguardo verso la Web-Cam e le rivolse un altro ghigno sadico alla Goldy:

            « Trenta secondi, signori. Prendere o lasciare!».

            « NO!».

            La voce maschile, lontana, gracchiante ed improvvisa, proveniente dal nulla, attirò immediatamente lo sguardo di tutti verso il basso. Verso la cornetta del citofono. Rally l’alzò con uno scatto e ci parlò, duramente:

            « Questo “No” dovrebbe avere qualche significato particolare per me?».

            « Io…». La voce maschile dalla cornetta del citofono suonava tesa, quasi piangente. « Io voglio dire… no, aspettate, adesso apro la porta…».

            « Chi sei?». Rally, col tono di chi recita la sentenza ad un condannato a morte.

            « Sono solo un biochimico…». La voce anonima era in lacrime. Aveva uno strano accento.

            « E che ci fa un biochimico in quel seminterrato, me lo spieghi?». Rally si accigliò, cercando di identificare mentalmente quella bizzarra inflessione. Si mangiava le sibilanti…

            « Io… noi… fabbrichiamo della roba…». Sudamericano, sicuramente. Ma parlava l’inglese troppo bene, il suo accento spagnolo si era mischiato con quello Yankee.

            « Ah, fabbricate della roba?». La voce dell’ispanico all’interfono era quella di un uomo al limite, e Kyle McKnight avrebbe voluto mettere fine a tutta quella farsa in quello stesso istante. Guardava fissa Rally, scuotendo la testa, ma Rally si era calata completamente nel personaggio. Sembrava non volerne uscire più. « Fabbricate della roba, dici? Se c’è una cosa che mi fa schifo, amico bello, è la droga. Dovrei farvi saltare tutti in aria in questo preciso istante…!».

            « NO! Per favore… adesso vengo ad aprire…». La voce dal citofono, tra le lacrime. Quando quella porta si fosse aperta, dall’altra parte ci sarebbe stato sicuramente qualche vermiciattolo piangente in camice bianco, abbronzato come un messicano.

            « Si…», tagliò corto Rally. « Ma sbrigati, sennò l’apro io!».

            Dall’altra parte della porta si sentì uno scatto forte, secco. Lo scatto di un chiavistello a prova d’effrazione che veniva aperto. Poi la voce maschile dal citofono tornò, un po’ più calma:

            « Come faccio… che garanzie ho che non mi aprite un buco in testa appena apro?».

            « Nessuna, devi fidarti di me!». Rally guardò fissa la Web-Cam con lo sguardo più gelido ed arrabbiato che aveva, e scosse la testa. « Però una garanzia posso dartela: se non la apri, tra venti secondi sarai cenere sparsa nella neve!».

            Un altro schiocco, un altro chiavistello aperto, ed ancora la voce del tizio al citofono:

            « Chi sei… chi siete voi?».

            « Io mi chiamo Rally Vincent. Sono una cacciatrice di taglie. Hai sentito parlare di me?».

            « Ti conoscono tutti! Non c’è nessuna taglia da incassare qui…! E lo sanno tutti che non sei un’assassina!». Arrampicata sugli specchi. Tipica del disperato Standard.

            « Io ne so una diversa!», ringhiò Rally, e davanti alla Web-Cam allungò la mano destra verso la sicura della carica sagomata agganciata alla porta. « Vuoi aprire o do inizio ai fuochi?».

            « Senti...». La voce tremava. Anche col citofono di mezzo, a Rally sembrava di vederlo, lì davanti a lei, un tizio con pochi capelli in testa ed un paio d’occhiali con lenti spesse quanto fondi di bottiglia calati sul naso, raggomitolato a terra in un lago puzzolente di lacrime e piscio. « Prima di aprire… te la posso fare una domanda?».

            « Spara!». Rally si schiarì la voce. « Ma t’avviso, sto perdendo la pazienza!».

            « Con te c’è davvero anche quel ragazzo… quel MacComesichiamalui, quello che dicono che è il tuo ragazzo… c’è questa voce in giro nell’ambiente, dicono che hai un fidanzato di diciassette anni che è una specie di super-soldato, che spara a tutti per un nonnulla, che non sbaglia maiMcCoso, lì…».

            « McKnight per te, pezzo di deficiente!». Kyle fece un passo avanti e si piazzò sotto la Web-Cam, brandendo il Norinco CQ. « In carne, ossa e fucile d’assalto! Ho una certa fretta, ti dispiacerebbe aprire questa porta del cazzo?».

            « Ehi, stai diventando famoso!», fece Ken Tokizawa alle sue spalle.

            « Oh… oh, mio Dio…». Piagnucolò la voce al citofono, travolta dal panico. « Quel ragazzo è un Killer… se apro mi ammazza…!».

            « T’ammazzo se non apri, poco ma sicuro!», puntualizzò Kyle, a voce alta.

            « Kyle, sei davvero famoso, me lo fai l’autografo?». Rally gli rivolse un’occhiata rapida e un dolce sorriso, poi tornò a guardare verso la Web-Cam con aria severa: « Quando ce ne andiamo di qui? Appena ‘sto testa di sega apre la porta, magari?».

            Avvicinò la cornetta del citofono a Kyle, che abbassò la voce, come se stesse parlando all’orecchio di una bella ragazza, ma il suo tono non fu esattamente dolce e gentile:

            « Bello, guarda che la sicura di questa cazzo di bomba la tolgo io personalmente, tra cinque secondi esatti, e quando le tue membra dilaniate saranno ricucite dal Creatore, digli che ti manda Kyle McKnight, okay? Lo dico per avvisarti, non saresti il primo che gli mando su stasera!».

            Silenzio. Rally fissò interrogativa la cornetta del citofono, poi rivolse un’occhiataccia alla Web-Cam. La voce piangente del biochimico tornò gracchiante di lacrime e componenti elettroniche obsolete dalla cornetta, offendendole le orecchie come il verso di una cornacchia:

            « Io…se apro, io, poi…».

            « Ma porca…», sbottò Minnie May alle sue spalle. Rally rivolse un’occhiata a Kyle, che la ricambiò. Mr.V, poco alla sua destra, ebbe giusto il tempo di riconoscere una di quelle strane occhiate d’intesa che la sua adorata figlia e quel maniaco in pannolone che si era scelta come fidanzato si lanciavano di tanto in tanto. Prima di combinarne una delle loro.

            « Rally…!», fece Kyle, poi, a voce alta, e Mr.V sentì un tono strano nel modo in cui parlava. Aveva un’espressione da matto dipinta in volto, come Murdoch dell’A-Team. « Senti, Rally, la facciamo una cosa? Come l’altra volta, giù in California, quando abbiamo fatto zompare in aria quei Latinos nella loro baracca a Compton assieme ai loro AK-47 del cazzo, te lo ricordi, che risate?».

            « No, Kyle!». Si fronteggiavano, nessuno dei due guardava la Web-Cam, e nonostante il tono aspro con cui Rally rispose al suo ragazzo, Mr.V le lesse in volto una maschera d’euforia. Era come una bambina piccola che cerca di fare bella figura alla recita di quinta elementare ma non riesce a stare seria. « Non è la stessa cosa. Non possiamo arrostirlo, non senza avergli dato una possibilità!».

            « Ma gliel’abbiamo già data una possibilità, no? Voi che dite?». Kyle si girò rapidamente a guardare Ken, Mr.V e Minnie May. Aveva l’aria di uno che sta per scoppiare a ridere. « Questo sacco di merda non ci vuole aprire la porta, non è che possiamo passare tutta la notte a ghiacciarci il culo in questo buco, no?». Tornò a rivolgersi a Rally, le prese la mano ed alzò ancora di più la voce: « Senti, facciamo così… la tolgo io la sicura, come l’ultima volta, poi ci prendiamo per mano e corriamo, corriamo-corriamo fuori come due scemi e ci facciamo un bel ruzzolone nella neve, e poi… e poi bum! Una bella palla di fuoco, proprio come l’ultima volta? E DAI!».

            « NO!». La cornetta del citofono esplose in un’implorazione. « APRO! APRO SUBITO!».

            E la porta cominciò a schioccare dello stesso rumore di prima, un chiavistello di sicurezza che veniva girato due, tre, quattro volte. Poi dovettero fare un passo indietro, perché il pesante portone di metallo s’aprì verso l’esterno, cigolando. Non aspettarono che si fosse spalancato, prima d’entrare: Rally imbracciò il Neostead, controllò che ci fosse il colpo in canna ed andò dentro per prima, con Kyle immediatamente alle sue spalle.

            Subito oltre il portone non c’era direttamente il laboratorio: si ritrovarono in un ambiente quadrato, quella che sembrava essere una camera di acclimatazione. Pareti e pavimento in metallo cromato, un gabbiotto di sicurezza sulla destra, ed in fondo una porta scorrevole a vetri. Sul tetto e sulle pareti c’erano spruzzatori bianchi e lampade spente.

            « Che è ‘sta roba…?», fece Rally, guardandosi attorno.

            « Lampade UVA e spruzzatori di disinfettante al fenolo», rispose Mr.V, dietro di lei, e Kyle concluse: « Per la decontaminazione. Normalmente è roba che serve nei laboratori biologici, non chimici. Ma non si sa mai». Poi si voltò verso il gabbiotto di sicurezza e ci guardò dentro, attraverso la porticina aperta. Si accigliò: « Era ora che ci aprissi, hm?». Entrò con irruenza, e Rally rimase fuori; non c’era posto per tutti lì dentro.

            Il gabbiotto era strettino: una seggiola, un tavolino di legno, ed una piccola Consolle di sicurezza incassata al muro, oltre ovviamente al citofono. Il tizio che aveva parlato, Kyle lo trovò raggomitolato sotto il tavolo. Era effettivamente un ispanico, dimostrava una trentina d’anni, aveva pochi, radi capelli in testa, un allucinante riporto da una parte all’altra, la barba incolta ed un paio di grossi occhiali a lenti rettangolari con la montatura in plasticaccia rossa che gli pendevano sul naso. Se li aggiuntò con un gesto veloce e nervoso. Assomigliava a quell’attore che fa parti da macchietta in film come Scary Movie 2, una faccia conosciuta ma dal nome ignoto. Indossava un paio di galoscie verdi di gomma, guanti in plastica gialla, ed una tuta da lavoro intera bianca, chiusa con una Zip sul davanti; una di quelle usa-e-getta in Tyvek, comunissime in tutti i laboratori chimici, tra le imprese di pulizie, e che si comprano per pochi centesimi l’una in qualunque ferramenta. Il cappuccio della tuta era slacciato e gli pendeva sul retro del collo; sul petto, invece, tramite le cinghiette di gomma, gli pendeva una mascherina protettiva con filtro e occhiali, una specie di rudimentale maschera anti-gas a basso fattore di protezione, del genere utilizzato dagli agricoltori quando devono spruzzare di pesticidi i campi. Aveva il viso paonazzo, la fronte imperlata di sudore e le guance rigate di lacrime; ma quantomeno non se l’era fatta sotto, almeno non che Kyle potesse vedere o sentire. Si accigliò:

            « Vieni fuori di lì, avanti».

            « Chi sei tu?», pianse il tizio. Non era solo il citofono, quello gracchiava davvero.

            « Kyle McKnight. Non ti ammazzo, dai, vieni fuori di lì, non farmi perdere la pazienza!».

            E l’ispanico obbedì strisciando, proprio come aveva immaginato Rally. Se non se l’era fatta sotto, poco ci era mancato. Gattonò fin fuori da sotto il tavolo, poi si resse alla Consolle di sicurezza per tirarsi in piedi. Tremava come una foglia, ed era costantemente sotto il tiro del fucile di Kyle.

            « Come ti chiami?», gli chiese rudemente Mr.V, da fuori.

            « Io…», gracchiò il tizio. « Io mi chiamo Carter… Carter Hernandez, sono un chimico…».

            « Ma bene, Carter il Chimico!». Kyle si dipinse un sorrisetto in volto. « Da dove vieni, Carter? Messico, Colombia o Cuba?».

            « Venezuela…», piagnucolò quello.

            « Allora, Carter, che ne dici, ce la fai fare una visita guidata di questo grazioso posticino? Potrei offendermi, se mi dici di no…!».

            Il tizio di nome Carter aprì la bocca e tremò, incapace di parlare. Kyle si rivolse a Rally, rapido e perentorio, in maniera molto cinematografica:

            « Rally, per favore, apri quella porta, vuoi?».

            Rally spianò il Neostead contro la porta a vetri e sparò. Un colpo solo. Il boato risuonò amplificato dalla stretta stanza di acclimatazione, risalì su per la tromba delle scale e rimbombò nella Hall. Minnie May rivolse la testa all’indietro ed emise un grido di fastidio.

            La pesante cartuccia blindata Saboted Slug volò per appena cinquanta centimetri; s’incastonò come un cammeo in un uovo Fabergé in cristallo di Boemia con un sordo CRAK!, mentre il vetro di sicurezza della porta scorrevole, alto due metri e largo quattro, si oscurava di colpo, tremando vistosamente, solcato in un secondo da una miriade di micro-crepe. Era normale che resistesse al primo colpo, era blindato, e fatto apposta per essere a tenuta stagna. Rally armò rapidamente il Neostead: spinse la pompa in avanti, lasciando che la cartuccia vuota cadesse a terra spinta dal suo stesso peso e che una nuova entrasse in camera, poi la chiuse con un colpo secco, armando nuovamente l’otturatore. Dal gabbiotto, Carter si lamentò, guardandola con espressione incredula:

            « Avrei potuto… aprirla io…».

            « È per dimostrarti che non scherziamo, casomai non te ne fossi ancora accorto!», sentenziò Rally, senza voltarsi, e sparò il secondo colpo, mirandolo più in alto.

            Questa volta il botto sembrò meno potente. Il vetro colpito dalla seconda Saboted Slug collassò su se stesso, frantumandosi in una sottile polverina. Un allarme cominciò a suonare, un trillo acuto, continuo; le lampade incassate nel muro si accesero tutte assieme, irradiandoli d’una luce blu, e gli spruzzatori si misero in funzione ad infradiciarli di un liquido che odorava di alcool.

            « FATE TACERE QUEST’AFFARE!», si lamentò Minnie May, saltando fuori dalla camera di acclimatazione, indietro, verso la tromba delle scale.

            « Hai sentito la signorina? Muovi il culo!», strillò rudemente Kyle al tizio di nome Carter.

            Sempre più terrorizzato, Carter il Chimico si precipitò sulla Consolle di sicurezza e premette rapidamente alcuni tasti. La sirena cessò all’istante, le lampade UVA si spensero e gli spruzzatori interruppero l’erogazione del fenolo gradualmente, fino a ridurre il loro getto ad un gocciolio.

            « Signori, si apre…!» mugugnò Rally, pensosa, ed armò nuovamente il Neostead; la cartuccia vuota le cadde sulla punta di uno stivale, lei la colpì e la mandò in volo, rossa come il fuoco, oltre la porta a vetri sfondata, dentro il laboratorio.

            « Cristo…», mormorò Minnie May alle sue spalle.

            Kyle costrinse Carter il Chimico ad alzarsi afferrandolo per il bavero della giacca con la sinistra, e lo spinse fuori dal gabbiotto di sicurezza senza nessuna gentilezza:

            « Adesso vai avanti tu, bello, quindi se c’è qualche sorpresa in attesa lì dentro è meglio se lo dici subito. E ricordati che i proiettili vaganti sono piuttosto pericolosi, in questa situazione…!».      Indicò con un cenno del capo la porta blindata aperta alle loro spalle: la carica sagomata era ancora attaccata lì dove l’aveva messa Rally.

            Di fronte a loro, adesso, c’era solo il laboratorio. Potentemente illuminato da grandi tubi al neon sul soffitto, aveva pareti e pavimento piastrellati di ceramica bianca con pozzette di scarico rotonde ovunque per terra a tre metri l’una dall’altra, per ridurre il rischio d’incendio e per facilitare le pulizie, e tutto quel bianco rendeva la luce dei Neon ancora più accecante. L’attrezzatura e l’arredamento era completamente in tono, lunghi tavoli, qualche sedia ed armadietti metallici completamente argentati, apparecchiature di color bianco con finiture nere. Si trattava di uno stanzone enorme, nulla di più, ma doveva essere due, tre volte più largo della Hall al piano superiore; tutta la parete sinistra, dalla porta a vetri fino in fondo, dove si notava una scaletta metallica che saliva verso l’alto, probabilmente all’uscita di sicurezza, era occupata da un lungo tavolo di metallo stracarico di attrezzature da laboratorio chimico: fornelletti e becchi di Bunsen, provette ed ampolle su supporti in plastica trasparente, cinque PC Macintosh collegati a grossi microscopi e ad aggeggi che sembravano degli scanner adattati all’analisi di sostanze chimiche, e che probabilmente lo erano. Sulla parete destra, altri tavolini erano occupati da attrezzature simili, ma in minor numero; c’erano armadietti metallici chiusi, tutti in fila, e circa a metà, due porte bianche, di legno, una accanto all’altra, entrambe contrassegnate da un segnale adesivo rosso di pericolo chimico appiccicato in bella vista, e tutt’in fondo alla parete, vicino alla porta a vetri, una gabbia metallica chiudeva la tromba del montacarichi che avevano visto su nella Hall. Al centro dello stanzone, invece, tutto era occupato da strane apparecchiature industriali. Erano argentate, collegate tra esse da tubi, munite di manometri, Consolle di controllo, rubinetti. Sul soffitto, oltre alle lampade al Neon, c’erano degli spruzzatori dell’impianto antincendio, rivelatori di fumo e bocchette d’aspirazione dell’aria, probabilmente delle prese tubolari che sporgevano dal terreno all’esterno.

            « Che è ‘sta roba…?», fece Rally a Carter il Chimico, rudemente.

            « Lì…». Carter il Chimico alzò una mano tremante ad indicare il tavolo sulla parete sinistra. «…è dove facciamo tutti i controlli. Le analisi sulla roba, sui componenti e il resto». Parlava bene inglese, notò Rally, nonostante l’inflessione spagnola. Puntò un dito sulla parete sinistra: « Lì ci sono altre attrezzature. Quelle due porte portano ai magazzini. Quello sulla destra è il magazzino dei componenti… insomma, si, delle sostanze singole, degli ingredienti, a sinistra c’è il magazzino per il prodotto finito». Finalmente indicò le attrezzature industriali al centro della stanza. « Lì c’è l’attrezzatura per il processo. Si miscelano gli ingredienti uno ad uno, si lasciano reagire e sedimentare, si depura, infine si confeziona…!».

            « Ma davvero…?», fece Rally, gelida, squadrandolo da capo a piedi. « Ma che bravo…!». Le aveva descritto nei minimi dettagli un laboratorio di produzione di droga. La cosa che odiava di più al mondo. Avrebbe voluto estrarre la sua CZ-75, puntargliela a bruciapelo alla tempia e fargli saltare la testa… anzi, no, farlo col Neostead, così non ne sarebbe rimasto nulla, come quando al Luna-Park si spara con un fucile a piombini contro un palloncino pieno di elio.

            « Chi c’è dietro tutto questo?», fece, dopo un istante di silenzio. Carter il Chimico la guardò in volto, stupefatto, paonazzo e con gli occhi lucidi, e Rally sibilò ancora: « Per mettere su una cosa del genere ci vogliono i soldi, Carter. Parecchi. Non sono molti i figli di puttana che ne hanno tanti, e io adesso voglio sapere chi è il figlio di puttana in questione!».

            Carter aprì la bocca, le labbra gli tremarono, non emise alcun suono. Scosse la testa.

            « Hai cinque secondi, Carter!». Rally lo fulminò con lo sguardo.

            « Io…». Carter il Chimico era di nuovo sull’orlo di una crisi di panico. Scosse la testa ancora, violentemente, e due grandi lacrimoni gli solcarono il volto: «…io non lo so…!».

            « Cosa caz…». Kyle scattò. Lo spinse contro il vetro del gabbiotto di sicurezza, fece un rapido passo indietro e gli puntò la canna del Norinco CQ a bruciapelo contro il collo. « Ci stai prendendo per il culo? Questo qui ci prende proprio per il culo, Rally!».

            « NO! LO GIURO, NON LO SO!». Carter il Chimico scoppiò a piangere. « Io… so solo che è una ragazza… carina, molto ricca, tutti la chiamano “La Signorina” …».

            Kyle voltò la testa ad osservare la sua amata Rally. Ci fu un altro sguardo d’intesa, notò Mr.V. Kyle la guardò come un cane fedele, come uno schiavo che attende ordini. Poi, ad un solo movimento delle palpebre di lei, lui si spostò all’indietro, togliendo la canna del fucile da sotto il mento di Carter il Chimico, che cadde a terra, capo chino, a piangere silenziosamente. Mentre le sue lacrime cadevano copiose sul pavimento della camera di acclimatazione, Rally fece un passo avanti.

            « Continua…!», lo incitò, con un cenno brusco del capo. Non era più minacciosa come prima, ma neanche poteva candidarsi ad ambasciatrice del Movimento Mondiale per la Cordialità.

            « Non lo so davvero…». Carter il Chimico scosse la testa, senza alzare lo sguardo. Le sue parole erano rotte dai singhiozzi. « È molto giovane, l’ho vista solo una… una volta, poi abbiamo parlato sempre… solo per… per… telefono… io sono l’unico pagato qui, assieme a quei due, Lamansky e Spunk… Meyer… gli altri sono tutti marionette…».

            « Cosa… scherzi?».

            Carter il Chimico alzò finalmente la testa: era paonazzo, le guance bagnate come se fosse appena stato sotto la doccia, gli occhi rossi, e cominciò a sbraitare:

            « Sono tutti criminali di mezza tacca che hanno fatto il servizio militare e si credono grandi mercenari! Lei li ha assunti, poi li ha drogati e da allora lavorano per lei come fottuti androidi! Ha messo su quella cazzo di sala ricreativa al piano di sopra per farli rilassare ogni tanto in modo da non farli uscire di testa, altrimenti tutto quello di cui hanno bisogno è di un letto ogni diciotto ore e due pasti al giorno! Potete controllare! La prima volta li ha riuniti nella sala al secondo piano ed ha pompato la droga attraverso l’impianto di condizionamento, da allora gliela dà con degli Spray portatili, e quelli ne prendono in quantità industriali! Ce l’hanno sempre addosso! CONTROLLATE SE NON MI CREDETE!».

            « May!». Rally si voltò di scatto. « Vai su e vedi se trovi qualcosa del genere sui corpi!». Poi, a Kyle: « Fallo alzare. Entriamo in questo cazzo di laboratorio». Senza voltarsi: « Ken, stacca la carica dalla porta, l’applichiamo ad una di queste apparecchiature. Voglio vedere un bel botto, quando mi muovo di qui!».

            Kyle si mosse, afferrò ancora per la giacca Carter il Chimico per costringerlo ad alzarsi, strappandogli un mugolio disperato, e lo spinse oltre la porta a vetri sfondata:

            « Andiamo…!».

            Carter il Chimico, le mani alzate sopra la testa, a piccoli passi entrò nel laboratorio, e Rally e Kyle andarono direttamente dietro di lui. Alle loro spalle, Mr.V e Ken Tokizawa controllavano i fianchi e le spalle. Kyle rivolse un’occhiata sola a Rally, e non riuscì a sostenerla a lungo. Era irata, visibilmente. Aileen Vincent odiava la droga, per quel che faceva alla gente, per il modo in cui distruggeva giovani vite, e Kyle lo sapeva. Lei non guardava lui, al momento, si stava solo guardando attorno, lentamente, la bocca stretta, ridotta ad un taglio sul suo bel viso, e gli occhi socchiusi, due pugnali azzurri che si muovevano come se potessero incenerire tutto ciò che osservavano. Kyle inghiottì a vuoto. In quel momento, Rally era in grado di ammazzare qualcuno più di quanto non lo fosse lui. Non riusciva ad immaginare quale enorme rabbia le covasse in corpo, ma la sola idea di quell’immensità nera nascosta ad allignare ed appestare il cuore della sua amata, divina Rally, gli faceva paura.

- - -

            Rabbia.

            La Signorina la provava già da prima, da molto prima, da tanto tempo che aveva perso il conto. Ma quella volta, quando finalmente Edwin Spunkmeyer le tese una mano per aiutarla a tirarsi fuori, e la puzzolente, soffocante aria e il buio pesto delle fogne, con l’unica colonna sonora del rimbombo dei loro passi e dello zampettio di topi e scarafaggi e dello squittire spaventato e irato delle pantegane e il fluire liquido degli scarichi melmosi, lasciarono spazio tutt’attorno a lei alla luce soffusa della città di notte e al profumo freddo e pungente del candido manto che continuava a cadere, puramente invernale, sulla Città del Vento, la Signorina sentì la bolla dentro il suo stomaco. Era enorme. E stava per esplodere, anche se probabilmente non sarebbe esplosa lì, non subito.

            Si trovavano adesso all’interno di uno spazio recintato da un’alta rete metallica, con un cancello, uno spiazzo dietro un palazzone di periferia. Un parcheggio per residenti, in cui era parcheggiata anche la loro auto per la fuga d’emergenza. Si trattava di un anonimo fuoristrada bianco, un Chrysler Cherokee vecchio modello, ben mantenuto ma nulla di particolare. A bordo c’erano un fucile d’assalto Valmet e un’UZI, la Signorina sapeva. E a prima vista, per tutte le ore che era stato lì, non era stato avvicinato da nessun topo d’auto. Era solo un vecchio fuoristrada sporco che non aveva nemmeno lo stereo, le armi erano ben nascoste; non avrebbe attirato l’attenzione di nessun tossico in astinenza in cerca degli spiccioli per la dose.

            Davanti a loro, adesso, tutto era buio. A centinaia e centinaia di metri, invece, all’orizzonte, si intravedevano i lampeggianti rossi e blu dei veicoli d’emergenza, e il chiarore dei loro fari che rischiaravano il lago. La Signorina rivolse un’occhiata a Lamansky e Spunkmeyer, accanto a lei, in riga perfetta. Entrambi guardavano avanti, muti. Lamansky si era tolto la giacca e se l’era avvolta attorno alla spalla ferita. Era freddo, impassibile. Le dosi di Kerosine che aveva somministrato loro dopo il fallimento dell’imboscata al Milton Lee Olive Park, e nei giorni successivi, erano state sufficienti a togliere loro la concezione del dolore, ma non del tutto il raziocinio. Le servivano raziocinanti, non stupide marionette votate al suicidio come tutti gli altri, altrimenti non l’avrebbero protetta così efficientemente; erano soltanto un po’ intontiti, abbastanza da obbedire prontamente agli ordini, seppure con un po’ più di raziocinio in più rispetto agli altri, quanto bastava per restare vivi. Ma questo non li rendeva invulnerabili: il sangue sgorgava dalla ferita di Lamansky e gocciolava arrossando la neve ai suoi piedi. Lamansky era pallido e tremava.

            Merda!, pensò lei, e Non morire adesso, stupido stronzo! Non AZZARDARTI A FARLO! Mi servi ancora vivo!

            Senza una parola, allungò una mano verso Edwin Spunkmeyer, che frugò sotto la sua giacca sportiva ed estrasse un piccolo cellulare nero, che le pose delicatamente sul palmo. Era un vecchissimo modello TACS, uno degli ultimi modelli prodotti prima dell’avvento definitivo dei GSM. Il motivo per cui li usavano era molto semplice: erano facili da trovare sul mercato nero. Con il mercato invaso ormai da dieci anni e passa dai GSM, WAP e GPRS, i TACS finivano nella spazzatura, e qualcuno provvedeva sempre a recuperarli e a renderli disponibili per chi ne aveva bisogno; le linee TACS erano facilmente intercettabili, e le schede facilmente clonabili, ma ormai il traffico TACS, non solo negli Stati Uniti ma in tutto il resto del mondo, era talmente raro che nessuno lo controllava più; e comunque la grande, rapida disponibilità sul mercato nero di TACS a poco prezzo rendeva facile per chiunque ne avesse bisogno di disporne come cellulari usa-e-getta, in modo da vanificare le intercettazioni. Nonostante tutto, era un cellulare piccolo; la Signorina l’aprì, alzò l’antenna, e compose un numero, la bocca stretta, lo sguardo fisso in avanti.

            Attese due, tre secondi, dopo aver premuto il pulsante d’invio chiamata. Poi il cellulare fischiò tre volte, il fischio lungo, acuto, odioso, della linea caduta. Del numero inesistente. E la comunicazione s’interruppe automaticamente.

            All’orizzonte, le luci lampeggianti attorno ai capannoni che non poteva più vedere. La Signorina scagliò il cellulare oltre la rete, facendolo finire a schiantarsi in mille pezzi sull’asfalto della strada, alzò lo sguardo al cielo, e la sua frustrazione esplose in un urlo.

- - -

            Non dormiva. Come poteva dormire in quella situazione? Avrebbe dovuto già sentire l’esplosione. Che cazzo, l’avrebbero dovuta già sentire in tutta la città! La televisione di fronte a lui, l’unica fonte di luce nella piccola camera d’albergo, era sintonizzata su uno dei canali locali, che trasmetteva ancora il film di seconda serata, una storia cretina su un tizio con un uncino che inseguiva un gruppo di stupidi ragazzi spaventati con un segreto risalente all’estate precedente. Che cazzo, avrebbero dovuto già interrompere quell’immonda cagata per trasmettere in diretta dal lago!

            Don Turi Cortellesi allungò una mano verso il comodino, dove teneva il telecomando e il revolver Smith&Wesson calibro 38 satinato a canna corta. La ritirò dopo un istante. Gli serviva quella luce. L’aiutava a non dormire. Non voleva dormire. Era troppo teso per dormire, e se si addormentava ora, vinto dalla stanchezza e dallo Stress della giornata appena trascorsa in attesa, e delle giornate precedenti, beh, si sarebbe trovato avvolto da un incubo del cazzo nel giro di dieci secondi. Avrebbe voluto l’artiglieria pesante con sé, l’avevano i tirapiedi nell’altra stanza, comunicante tramite una porta alla sinistra del letto. Cazzo, si trovava in uno dei migliori alberghi del Midwest e che cosa aveva? Una stanzetta del cazzo, di seconda categoria, registrato con un nome falso, e con la polizia di tutt’America alle calcagna da anni! Sapeva, oh, sapeva che non doveva lasciare Las Vegas! Se adesso quella porta si fosse aperta…

            Lascia perdere gli sbirri, Turiddu… Pensa a Goldy. Se l’ha scampata e sa tutto, sei nella merda davvero. Altro che sbirri!

            La voce della sua coscienza, quella terribile consapevolezza, era ben più terribile di qualsiasi incubo. In boxer e canottiera senza maniche, nella stanza d’albergo piccola e buia col riscaldamento a palla che lo faceva sudare come un maiale, Don Turi Cortellesi si ritrovò a sedere sul letto, ansimante, le molle sotto il materasso che si lamentavano cigolando del suo peso eccessivo. Diede un’occhiata alla bottiglietta d’acqua che aveva preso dal Minibar; l’avrebbe dovuta pagare, pensò con un sorrisetto. Una goccia di condensa scivolò giù per la superficie di plastica e bagnò la superficie del comodino accanto al calcio in acciaio satinato del revolver, con le guancette di legno.      Don Turi Cortellesi si leccò le labbra secche.

            Lascia perdere tutto, Turiddu. Devi lasciar perdere tutto. Devi alzare i tacchi. ADESSO!

            Un urlo femminile. Acuto, terribile. Proprio di fronte a lui. Don Turi Cortellesi volse lo sguardo alla televisione. Una biondina aveva un uncino conficcato nel ventre e vomitava sangue. Don Turi Cortellesi emise una risatina nervosa.

            Ma sei proprio stronzo, vero? Nessuna esplosione, uguale GOLDY VIVA! Ed ora sta cercando TE! Te la devi BATTERE, SUBITO!

            Cortellesi rise ancora, nervosamente. Si voltò verso il comodino, afferrò la bottiglietta d’acqua, che trovò fresca e corroborante al solo tatto, l’aprì e bevve a canna.

            Il botto alla sua sinistra fu così improvviso che l’acqua gli andò di traverso, inondandogli la trachea e il naso. Prima ancora che potesse voltarsi, con la stanza invasa dalla luce proveniente dal corridoio, fu costretto per non soffocare ad abbassare la testa, la bottiglietta cadde e gli bagnò completamente boxer e canottiera, mentre lui vomitava muco ed acqua mista a saliva sulle coperte dalla bocca e dal naso, grugnendo. Riuscì appena a muovere lo sguardo verso la porta quando le luci della stanza si accesero, ma in quella situazione non poteva reagire.

            Erano almeno in dieci, l’uniforme della Polizia Metropolitana di Chicago sotto la tenuta anti-sommossa, elmetti neri col simbolo della polizia calcati in testa, visiera calata sul volto, corazze nere con la dicitura POLICE grande, bianca.

            « POLIZIA! MANI IN ALTO!».

            « POLIZIA DI CHICAGO! NESSUNO SI MUOVA!».

            « FACCIA A TERRA, SUBITO!».

            Si sparpagliarono nello spazio stretto gridando. Spianavano fucili a pompa. Aprirono gli armadi a muro, controllarono nel Water. E lui era lì seduto come uno scemo. Gli furono addosso come falchi, un secondo e mezzo dopo che la porta si fu aperta; lo afferrarono di peso, lo gettarono a terra ai piedi del letto, e uno di loro gli piantò un ginocchio sulla nuca per farlo stare fermo, mentre un altro gli puntava la canna di un fucile a pompa contro la testa a bruciapelo e lo minacciava di fargliela esplodere come un melone, e un terzo gli girava di forza le braccia dietro la schiena e gli bloccava i polsi, non con le solite manette ma con delle fascette di plastica, del tipo usato per gli arresti dai corpi anti-sommossa e anti-terrorismo.

            La porta comunicante che dava sull’altra stanza si spalancò con un botto sordo, Don Turi Cortellesi voltò la testa e vide i suoi tirapiedi cadere in ginocchio all’interno della sua stanza, anche loro in boxer e maglietta, ed essere rapidamente sopraffatti da altri poliziotti in tenuta anti-sommossa con fucili a pompa che arrivarono alle loro spalle, dalla loro stanza, li costrinsero a stendersi a terra e li immobilizzarono come avevano fatto con lui. Entrarono altri due alle spalle degli sbirri, questi erano in borghese, un giovane biondo vestito con un elegante completo bianco, e una attraente donna di colore con la camicia di un Tailleur e dei Jeans; lui, aveva addosso un giubbotto antiproiettile nero con la scritta POLICE come quello degli agenti anti-sommossa, un distintivo della Polizia Metropolitana di Chicago agganciato alla cintura, ed un fucile a pompa come quello dei poliziotti in braccio. Lei aveva un giubbetto anti-proiettile più sottile sotto una pettorina gialla con strisce catarifrangenti ed una dicitura in lettere bianche che l’identificava come agente federale, ed un distintivo di foggia diversa portato a collana; in braccio, un fucile a pompa di tipo diverso, non con la calciatura intera di tipo classico ma col manico a pistola, il calcio in metallo ribaltabile e un porta-munizioni su un lato. Il tipo biondo sganciò una piccola radiolina nera dalla cintura e comunicò a qualcuno, distante chissà quanto, che era un Codice Quattro, Operazione Conclusa, mentre la donna di colore si metteva a tracolla sul petto il fucile e cominciava a camminare avanti e indietro davanti a lui e i suoi due tirapiedi messi lì accanto in ginocchio, a leggere loro i diritti. I suoi ragazzi la fissavano con odio e disprezzo; avrebbero voluto apostrofarla volgarmente, sputarle addosso, glielo leggeva negli occhi lei stessa ed era evidente, ma c’erano dieci agenti di polizia armati di calibro 12 caricati a pallettoni tutt’attorno, alcuni alle loro spalle, pronti a colpirli alla nuca coi calci delle loro armi.

            E Don Turi Cortellesi era ancora supino a vomitare acqua dai polmoni. Miranda era a “avete diritto ad un avvocato”, quando il mondo attorno a lui sfumò in una nebbia bianca e si spense.

- - -

            « Rally…?». La voce di Minnie May, alle sue spalle, la costrinse a voltarsi. La biondina, a pochi passi da lei, le porse la mano sinistra aperta. Sul palmo teneva un inalatore tascabile ad L, con la parte plastica di colore rosso e il tubetto di metallo argentato, del tipo usato dagli asmatici.

            « È come ha detto quello lì…». Minnie May scosse la testa. I guanti operativi che portava erano sporchi di sangue, solo ora Rally vedeva il Nomex nero scintillare sotto le luci al Neon del laboratorio. « Ne avevano uno in tasca tutti. Solo non mi chiedere cos’è, perché non ho nessuna voglia di controllare, okay?».

            « Oh, non preoccuparti, lo so io che cos’è!». Rally si rivolse verso Carter il Chimico, che Kyle aveva costretto ad appoggiarsi e stare fermo contro una delle attrezzature industriali, un miscelatore per sostanze chimiche. « Chi è che ti aiutava, qui dentro?».

            « Io…». Carter il Chimico balbettò, scosse la testa. Rally lo fulminò con lo sguardo:

            « Avanti, vuoi dire che mandavi avanti la baracca tutto da solo?».

            « Eh… si, in un certo senso… ogni giorno ne mandava giù sei o sette, di quelli…». Indicò l’inalatore che May aveva ancora in mano. Intendeva i mercenari. « Non è mai stato facile. Non sanno un cazzo di chimica ed hanno il cervello in pappa. Praticamente dovevo dirgli per filo e per segno cosa fare, passo per passo. Però dopo un paio d’ore prendevano ritmo. Dopo mezza giornata erano in grado di mandare avanti da soli il laboratorio per trentasei ore filate, senza mangiare, senza bere, solo con un tiro di quella roba di tanto in tanto…!».

            Prima che Rally potesse replicare, una voce da un angolo, quella di suo padre, la chiamò:

            « Forse dice la verità, Aileen…!». Mr.V stava vicino alla tromba del montacarichi, in fondo alla fila di armadietti; li aveva aperti tutti, scoprendo grandi quantità di materiali da laboratorio. « Qui non ci sono molte attrezzature di protezione. Sufficienti per due persona, forse tre, contando che sono usa-e-getta. Credo che il nostro amico non stia mentendo. Se quei figli di puttana erano già tutti assuefatti, a chiunque tiri la carretta non fregava più di tanto di evitare che si esponessero ai vapori della Kerosine… né a nessun altro tipo di sostanze chimiche, se è per questo. Pedine altamente sacrificabili!».

            Rally annuì e tornò a squadrare da capo a piedi Carter il Chimico. Era furiosa.

            « Tu sei sacrificabile, Carter? Perché quello che vedo tutt’attorno a me, al momento, non mi piace affatto!». Alzò il Neostead, come a sottolineare ampiamente la sua dichiarazione.

            Poi lo scavalcò con lo sguardo. Oltre l’apparecchiatura industriale, sull’altro lato della stanza, Kyle McKnight si teneva schiacciato contro il muro, col fucile d’assalto Norinco CQ alzato, sul lato della porta chiusa del magazzino del prodotto finito, almeno secondo Carter il Chimico.

            « Rally…», mormorò lui.

            « Aspetta a entrare!». Il cuore le rimbalzò nel petto. Kyle era pur sempre l’uomo che amava.

            « Pista…!». La voce di Ken Tokizawa, dalla porta. Rally e Minnie May si fecero da parte; Ken teneva nella destra la carica sagomata di colore rosso che avevano attaccato alla porta blindata per costringere Carter il Chimico ad aprire. Con pochi gesti fluidi, l’assicurò al grande miscelatore di metallo anodizzato, a pochi centimetri dal viso di Carter il Chimico, e levò la spoletta.

            « Ehi, NO!». Quello fece un balzo all’indietro. « Aspetta, fermo, rimetti la sicura…».

            « Tranquillo…!», mugugnò Rally. « Sta soltanto cambiando l’innesco».

            Ken lasciò cadere a terra l’anello della sicura e lo calciò via, lontano. Quindi infilò la mano sinistra in una tasca del corsetto operativo, e ne tirò fuori un piccolo oggetto nero. Era un comunissimo cercapersone, altamente modificato, anche se esternamente le modifiche non si notavano. Era spento, dal vano batterie sporgeva, arrotolato su se stesso perché molto lungo, un sottile cavo elettrico rivestito di gomma, dal colore a strisce gialle e verdi tipico dei cavi della messa a terra, che terminava con un lungo spinotto metallico, sottile quanto un ago da cucito. Il cercapersone aveva due strisce di nastro adesivo sul retro, Tokizawa le usò per assicurarlo alla superficie del miscelatore industriale, poco sopra la carica esplosiva, quindi srotolò il cavetto elettrico ed infilò il lungo spinotto metallico nel foro della sicura della carica, fino in fondo. Si udì un piccolo clic!, ed impercettibilmente, alle spalle di Rally, Minnie May emise un sospiro di sollievo.

            Con un rapido gesto, Ken accese il cercapersone; il piccolo Display si riempì di caratteri incomprensibili per un istante, poi restò animato solo dalla dicitura PWR ON, mentre la spia di carica verde lampeggiava due volte al secondo, emettendo un rumore singolare, un sottile Tup-Tup-Tup! che era percettibile solo appoggiando l’orecchio all’apparecchio. Tokizawa annuì:

            « Okay, fatto. May, adesso per te e Misty inizia il lavoro. Voglio che portiate qualche fusto sul retro della casa. Lasciatene due nella cucina, vicino alle prese del gas, ed un altro paio nella sala ricreativa, assieme ad una carica in entrambi i casi. Poi… all’esterno c’è una baracca, è quella del generatore di corrente. Semplicemente aprite quella porta, buttateci dentro una carica esplosiva e richiudetela. Poi portate il resto qui sotto. Prepariamo i fuochi…!».

            « Potete usare il montacarichi, sembra pulito», annunciò Mr.V, senza girarsi; adesso aveva aperto la gabbia della tromba del montacarichi, e ci aveva infilato dentro la testa, ispezionando attentamente ogni angolo.

            A Minnie May non sembrò vero di potersene andare da lì sotto. Tutto quel bianco, quelle attrezzature chimiche, e la droga che ancora ribolliva nelle apparecchiature industriali, le stavano facendo venire un serio attacco di claustrofobia. Annuì e scattò su per le scale, verso la Hall, senza voltarsi indietro.

            « Rally...!», chiamò ancora Kyle. Lei alzò la testa, e lo vide che scalpitava, le sue dita tamburellavano sull’impugnatura e l’astina del Norinco CQ. Era schiacciato contro lo stipite della porticina del magazzino, come se avesse un furioso prurito alla schiena da grattarsi contro il muro.

            « Non troverò sorprese lì dentro, vero, Carter?», sibilò Rally a Carter il Chimico. Quello la fissò con occhi smorti, sguardo da pesce lesso, aprì la bocca ma non riuscì ad emettere alcun suono.

            « Beh…», sibilò ancora Rally. « Non muoverti di qui. Non pensarci nemmeno. E non toccare la bomba, se non vuoi volare nel cielo coi diamanti!». Poi fece un cenno con la testa a Ken Tokizawa, che si portò di lato rispetto al miscelatore, s’inginocchiò parzialmente al riparo e spianò il fucile d’assalto Custom Krebs contro le due porticine affiancate, ancora chiuse. Sotto i suoi occhi, Mr.V si avvicinò a Kyle, portandosi alle sue spalle, la mitraglietta Socimi SMG-821 alzata; lei si spostò sull’altro lato del miscelatore industriale, puntando il Neostead. Lei e Kyle si scambiarono un’occhiata d’intesa. Poi Rally sparò.

            Ci fu un botto assordante che rimbombò a lungo tra le pareti candide del laboratorio; a Ken Tokizawa parve che le luci al Neon sul soffitto tremassero per la violenza del boato. La serratura della porta di legno esplose, lasciando uno spazio vuoto, una ferita frastagliata sulla porticina di legno del magazzino della Kerosine; la Saboted Slug l’aveva divelta, facendola volare all’interno della stanza, o di qualsiasi cosa ci fosse dietro la porta. Rally armò la pompa del Neostead, rapidamente.

            Kyle scattò in avanti. Menò un calcio alla porta, che cigolò all’interno, sbattendo contro qualcosa di lato, facendo risuonare un concerto di contenitori di vetro. Ebbe appena il tempo di puntare davanti a se il fucile d’assalto, poi dall’interno risuonò una breve raffica, e lui fu sbalzato all’indietro, cadendo a sedere a terra.

            « KYLE!» strillò Rally, terrorizzata.

            « VAFFANCULO!», berciò Kyle, spianò il Norinco CQ e cominciò a sventagliare. Accanto a Rally, Ken Tokizawa puntò il fucile d’assalto Custom Krebs contro la porticina ancora chiusa sul lato e premette il grilletto fino in fondo, svuotando il caricatore in una lunga raffica rumorosa. La porta di legno fu ridotta a brandelli.

            Kyle si alzò faticosamente, con un’espressione di rabbia dipinta in volto. Schiacciato contro lo stipite, Mr.V gli rivolse un’occhiata dura:

            « Vieni via di lì, McKnight!».

            « VAFFANCULO!», ripeté di nuovo Kyle, e si fiondò oltre la porta, scomparendo a sinistra dietro un angolo, oltre un lungo, alto mobile a scaffali di metallo.

            « KYLE!». Rally fece un balzo in avanti, superò il miscelatore, superò suo padre che tentava di fermarla, ed entrò nel magazzino nello stesso istante in cui il Norinco CQ del suo giovane amato Kyle crepitava ancora.

            Si trovò in un’estensione ideale del laboratorio; luci al Neon, tutto bianco, riverberante, mobili in acciaio argentato. Solo che gli unici mobili erano armadi aperti, a mensole, e ogni mensola era stracarica di scatole di cartone chiuse, che portavano solo l’indicazione di un impianto di stoccaggio e lavorazione di rifiuti ospedalieri dell’Ohio. C’erano mensole dappertutto: uno gigantesco alla sua sinistra, che lasciava solo uno spazio in fondo alla stanza, l’angolo dietro cui Kyle era scomparso, e uno alla sua destra, che occupava tutta la parete. Ce n’era uno anche contro il muro in fondo, direttamente davanti a lei, e lì, appoggiato con la schiena, senza vita, c’era il corpo di un altro dei mercenari in nero, un’UZI ai suoi piedi. Molte delle scatole di cartone sulle mensole di quel mobile erano bucate, e ne colava un liquido incolore; altre giacevano a terra accanto a lui, assieme ad una miriade di pezzi di vetro. Il cadavere era immerso in una polla di sangue e droga.

            I vapori della Kerosine… ebbe il tempo di pensare Rally. Portò la mano sinistra al corsetto operativo, ad afferrare la maschera antigas, e la sganciò con un gesto rapido, berciando:

            « I vapori! PAPÀ! I VAPORI DELLA KEROSINE! ATTENTI AI VAPORI!».

            Sentì, lontana, alle sue spalle, la voce di Carter il Chimico parlare di aspiratori, di un interruttore da qualche parte, poi dovette liberarsi completamente dell’elmetto e del passamontagna per mettere la maschera antigas; a Rally sembrò un’operazione dalla durata infinita. Lasciò che il fucile a pompa Neostead le pendesse a tracolla sul petto, sganciò l’elmetto e lo lasciò cadere a terra, si strappò via dalla testa il passamontagna e lo gettò, afferrò la maschera antigas e se la premette contro il viso con la mano sinistra, respirando a fondo, mentre la destra stringeva le cinghiette. Solo quando fu sicura che la maschera non ballonzolasse col movimento Rally tornò ad imbracciare il Neostead e si tuffò in fondo alla stanza, voltando l’angolo a sinistra. Lì c’erano altri mobili, ad uno dei quali erano state rovesciate varie mensole; le scatole di cartone a terra si erano aperte, ed il contenuto giaceva ora ai suoi piedi. Boccette di vetro con tappi di plastica, come i contenitori monodose di medicine iniettabili vendute in farmacia.

            Materiale di seconda mano, probabilmente; le discariche di rifiuti ospedalieri come quella da cui provenivano le scatole di cartone, quando ricevevano medicinali scaduti da smaltire, erano solite svuotare i contenitori di vetro e i sigilli in gomma, ripulirli e sterilizzarli con acqua ad alta temperatura, in maniera da rimetterle sul mercato. Le compagnie farmaceutiche così risparmiavano un mucchio di quattrini, ma i contenitori erano disponibili per l’acquisto a chiunque ne facesse richiesta; erano solo boccette di vetro, in fondo, non c’era niente d’illegale. Peccato solo che ora, ai piedi di Rally Vincent, ci fosse una marea di boccette di vetro polverizzate, i cui frammenti galleggiavano in una pozza di Kerosine.

            Sopra di lei, un rumore elettrico, poi un soffio continuo. Rally alzò un attimo la testa; sul soffitto, assieme ai Neon, agli spruzzatori dell’impianto antincendio e ai rivelatori di fumo, c’erano le bocchette per le prese d’aria; dovevano essere munite di un sistema di ventilazione forzata, con degli aspiratori per buttare fuori, all’esterno, i vapori chimici. Carter diceva la verità.

            Accanto al mobile devastato c’era un’altra porticina di legno bianca, spalancata; Rally l’infilò, e si ritrovò in un’altra stanza uguale, in fotocopia. Solo che lì le mensole erano cariche di bidoni di plastica bianca, chiusi con tappi a tenuta stagna, e tutti portavano l’etichetta di qualche casa farmaceutica, tutti un’indicazione di pericolo, e tutti la descrizione chiara e spaventosa di ciò che contenevano. Alla sua sinistra c’era ancora una porta di legno, letteralmente crivellata di colpi d’arma da fuoco; alla sua destra ancora mensole, lì le taniche perdevano rigagnoli di sostanze liquide di varia natura e vari colori, che defluivano a rigagnoli verso una pozzetta di scolo al centro della stanza. Il magazzino delle materie prime. Droghe, da strada, stupefacenti chimici della peggior specie, prodotti da industrie farmaceutiche per usi sperimentali e di laboratorio, come dicevano le etichette sulle taniche: LSD, Polvere d’Angelo, Gamma – Idrossi – Butirato, ed altre sostanze di cui Rally non riconobbe la sigla, il nome scientifico o la composizione chimica. Nessun’etichetta indicava il nome da strada, solo quello scientifico. Il PCP, la Polvere d’Angelo, in particolare, era in confezioni dalle etichette vivaci, con sagome di animali da fattoria in bella vista, perché era normalmente utilizzato in medicina veterinaria come sedativo per cavalli e tori.

            Le mensole del mobile in fondo alla stanza erano state tutte divelte; le taniche aperte giacevano a terra, galleggiavano in una pozza di droghe. E seduto lì in mezzo, il fucile Norinco CQ sulle ginocchia, ad ansimare pesantemente, con la visiera dell’elmetto GS-Mk6 sollevata e il braccio destro contro il torso, come se gli facesse male la pancia, c’era il suo giovane amato, Kyle McKnight. Rally si diede una rapida occhiata attorno, per assicurarsi che tutto fosse pulito, lasciò poi che il fucile Neostead le pendesse a tracolla sul petto e gli corse incontro.

            « Kyle… oh, Gesù, Kyle…». Gli si inginocchiò accanto, scivolando nella pozza di liquidi chimici, piantandoci in mezzo le ginocchia protette dai para-stinchi rigidi, gli slacciò la cinghietta dell’elmetto militare e glielo sfilò assieme al passamontagna, passandogli rapidamente le mani su tutto il corpo, con forza, come se volesse rigirarlo, come un pupazzo. « Kyle, stai bene? Ti ha colpito…?».

            « Rally…?». Kyle sbatté le palpebre, fissandola con aria interrogativa. La maschera antigas.

            Senza pensarci troppo su, Rally continuò a scorrere il corpo di Kyle, fasciato nella tenuta da combattimento, con le mani e con lo sguardo. Strisciò nella pozza di droga chimica per girargli attorno, per esaminarlo bene. Non sembrava che ci fosse sangue da nessuna parte. D’altro canto, per la tonalità di colore delle tute operative che indossavano, la chiazza scura di una ferita si sarebbe notata immediatamente. Kyle emise uno strano gemito infantile, non appena le mani guantate di Rally raggiunsero il suo fianco destro:

            « Mi ha sparatovaffanculo, Rally, mi ha sparato, mi ha colpito…».

            Al tocco di Rally, qualcosa si staccò dal giubbotto antiproiettile di Kyle e cadde nella pozza di droga con uno schiocco liquido. Rally guardò: era un proiettile da Nove Millimetri Parabellum in piombo nudo, grigio, a punta cava, schiacciato come una moneta mal coniata; alzò allora di nuovo la testa sul torso di Kyle, di scatto, e ne vide altri cinque, tra torso e fianco destro, che disegnavano una macabra curva di morte evitata. Il modo in cui Kyle teneva il braccio quando l’aveva trovato, glieli aveva coperti alla vista. Il punto del giubbotto antiproiettile da cui era caduto l’altro era leggermente incavato. Freneticamente, Rally tornò a tastare il corpo di Kyle. Passò un interminabile minuto, prima che potesse tirare un sospiro di sollievo. Non c’erano tracce che il giubbetto fosse stato perforato. Rally alzò lo sguardo e tornò a fissarlo negli occhi. Stavolta, sotto la maschera antigas, aprì la bocca, ma restò incapace di parlare.

            I capelli di Kyle erano scarmigliati, il volto era paonazzo ed imperlato di sudore, anche il naso era bagnato, le labbra mezze aperte, da un angolo della bocca colava un filino di saliva, che lei si affrettò a pulirgli con un dito. Anche le palpebre erano socchiuse, e Rally notò subito che gli occhi erano venati di rosso, le sue scintillanti, profonde iridi viola alla Liz Taylor erano ridotte ad orli sottilissimi per le pupille, che erano nere, prive di luce, e dilatate, e grandi come acini d’uva.

            « Oh, cazzo…». Rally scosse la testa con un sospiro e portò una mano ad attivare la radio agganciata al giubbotto antiproiettile. « Papà!», chiamò, « Questi aspiratori?».

            « Funzionano, Ail… ma non…la maschera prima di essere… ri di li… sso!». La ricezione era maledettamente disturbata. Tutto quel cazzo di cemento. Rally parlò ancora:

            « Senti… bisogna portare Kyle fuori di qui. Nella sparatoria si sono sfasciate un sacco di boccette di questa merda, e Kyle ha respirato i vapori. È fatto come una pigna. Passo!».

            Nessuna risposta, solo fruscio. Rally mollò la radio e tornò a guardare Kyle:

            « Amore… che dici, ce la facciamo ad uscire di qui?».

            Kyle non rispose; si limitò a rivolgerle un sorriso. Rally gli passò il braccio destro sotto il suo sinistro ed attorno al collo, con la mano sinistra raccolse il fucile Norinco CQ e l’elmetto, e si alzò, aiutando Kyle a tirarsi in piedi. Scivolarono nella pozza di droga liquida, ma non caddero.

            Strisciarono affiancati fino alla porticina in legno crivellata di colpi da Ken Tokizawa, Rally l’aprì con un calcio, e una volta fuori Mr.V prese immediatamente in consegna Kyle, facendolo sedere sulla prima seggiola. Kyle respirava velocemente, aveva lo sguardo perso nel vuoto.

            « Cristo, è proprio fatto…», mormorò Mr.V, fissandolo negli occhi.

            Kyle non rispose. Rally lasciò lì accanto le cose di Kyle e si tolse la maschera antigas con un gesto rapido, di stizza. Indicò il magazzino con un cenno del capo:

            « Dovresti dare un’occhiata lì dentro, c’è roba sufficiente a fottere il cervello ad un esercito. E c’è di tutto, non soltanto Kerosine. Polvere d’Angelo, GHB, oppiacei…».

            « Dobbiamo portarlo fuori, tenerlo al fresco per un po’». Mr.V toccò leggermente la fronte di Kyle. « Ha inalato vapori troppo concentrati, di troppa roba, tutt’assieme. Se gli sale la febbre rischia dei danni cerebrali».

            « Oh, non se ne accorgerebbe mai nessuno!», ghignò Ken, vicino al miscelatore.

            Rally gli rivolse un’occhiataccia, poi la sua attenzione fu attirata da Carter il Chimico, che stava ancora seduto a terra, appoggiato al macchinario. Lo raggiunse a grandi passi veloci, lui ebbe appena il tempo di rivolgerle un’occhiata carica di terrore, poi Rally l’afferrò per la tuta, lo costrinse ad alzarsi, e gli piantò sotto il mento la canna del Neostead. Il suo volto era una maschera di collera.

            « Quando pensavi di avvisarci del tuo amico nel magazzino?», sibilò, incurvando il dito sul grilletto del fucile a pompa. « Dopo che mi aveva ammazzato il ragazzo, magari?».

            « Io…». Carter il Chimico scosse la testa convulsamente, altre lacrime gli rigarono il volto. « Io non lo sapevo che era lì, lo giuro…!».

            « Adesso basta, Rally!», fece eco Ken Tokizawa, infastidito. « Sta sparando stronzate a nastro da quando ha aperto la porta. Fagli saltare le cervella e finiamola qui, d’accordo?».

            « Già, forse dovrei proprio…». Rally fissò Carter il Chimico con sguardo glaciale. « Tu che dici, Carter? Direi che a questo punto sei diventato altamente spendibile, no?».

            « Io…». Le labbra di Carter il Chimico tremarono in una supplica muta. « No, ti prego…».

            Uno sferragliare metallico in fondo alla parete destra del laboratorio annunciò che il montacarichi stava scendendo dal piano superiore. Rally alzò lo sguardo, e vide la cabina arrivare al piano, con Misty Brown e Minnie May all’interno che spingevano il carrellino, letteralmente stracarico di fusti in plastica blu, ce n’erano cinque o sei in una volta sola. May portava anche addosso le cariche; si trattava di borselli, del tipo molto di moda, in tela nera, con cinghie di tracolla, del tipo reperibile a poco prezzo in qualsiasi bancarella. Tutte le cerniere lampo erano chiuse e bloccate con del nastro adesivo nero, in tutti i casi c’era una sola tasca che non sembrava sigillata, quella frontale, destinata normalmente a contenere un telefono cellulare. Minnie May aveva addosso quattro zaini esplosivi tutti assieme, e ballonzolavano uno contro l’altro in maniera poco rassicurante. Tokizawa immaginò che le altre cariche, comprese le restanti cariche sagomate come quelle che aveva agganciato al miscelatore, dovevano essere adesso disseminate nei vari punti della casa. Non sapeva se May aveva provveduto a cambiare l’innesco a tutte quante, immaginava di sì, Minnie May sapeva esattamente come fare, ma anche se non l’avesse fatto, non era importante; una volta dato inizio ai fuochi, anche le cariche non innescate, investite dal calore delle altre esplosioni, sarebbero detonate, o come si dice tecnicamente, sarebbero esplose “per simpatia”.

            « Cos’erano quegli spari…?», domando May uscendo dal montacarichi, spingendo fuori il carrello coi fusti, poi voltò lo sguardo verso Mr.V e Kyle e mormorò: « Oh, merda… sta bene?».

            « Si…», Rally fissò ancora negli occhi Carter il Chimico. « Questo figlio di puttana è eccessivamente fortunato, per quanto mi riguarda!».

            Fece scattare in alto il ginocchio destro, rifilando a Carter una memorabile tranvata ai gioielli di famiglia. Il volto di Carter il Chimico divenne paonazzo in un istante, il chimico gonfiò le guance e chiuse gli occhi, portando di scatto le mani contro l’inguine, Rally fece un passo indietro lasciando che lo stronzo scivolasse a terra, mugugnando imprecazioni in spagnolo. Poi indicò Kyle a Misty con un cenno della testa:

            « Per favore, portalo fuori. Fallo sedere sul portico, all’aria aperta. Voglio che mangi della neve, mettigliene un po’ anche sopra la testa. Deve stare al fresco».

            « Come…» Misty sbatté le palpebre, confusa. « Ma… se non vuole?».

            « Costringilo», tagliò corto Rally. « Non deve assolutamente salirgli la temperatura». Poi richiamò l’attenzione di Mr.V con un cenno e rifilò un calcio nel sedere a Carter il Chimico, raggomitolato a terra, strappandogli un lamento. « Papà, tu per favore occupati di lui. Non lo voglio tra i coglioni!».

            « Non sarebbe meglio se fossi tu ad andare fuori con Kyle mentre io e Ken ci occupiamo della baracca?», mugugnò Mr.V, senza una particolare inflessione.

            « Forse preferisco farlo io stessa!», sibilò lei, stringendo i begli occhi azzurri a due fessure.

            Mr.V scosse la testa; sapeva che quando sua figlia prendeva quell’atteggiamento discutere con lei diventava come prendere a pugni un muro, era inutile e ci si faceva anche male. A piccoli passi raggiunse Carter il Chimico, tenendo la mitraglietta Socimi nella destra lo tirò su per il bavero della tuta con la sinistra, strappandogli un altro lamento, e lo spinse fuori, su per le scale, tenendolo per la collottola, con l’arma puntata a bruciapelo contro la schiena.

            Rally restò ferma un istante, a guardare Misty che prendeva gentilmente in consegna Kyle. Gli si avvicinò lentamente, con timidezza. Rally aveva sempre sospettato che Misty avesse un debole per Kyle, ma questo fugava sicuramente ogni dubbio. Prese prima la sua attrezzatura, poi lui, arrossì quando lo prese per mano, e lui alzò la testa e le rivolse un sorrisetto confuso.

            « Ehi, Reginetta…!», mugugnò Kyle, con tono da ubriaco. « Mi porti a ballare?».

            « Magari sei tu che mi porti a fare una passeggiata fuori…?». Misty si mangiava le parole. Cristo… pensò Rally, scuotendo la testa.

            « Okay… andiamo…». Kyle s’alzò e barcollò leggermente, finì quasi per cadere faccia in giù sul pavimento piastrellato del laboratorio, ma Misty lo trattenne prontamente per il petto. Rally l’osservò mentre lo spingeva fuori, anche lei su per le scale.

            Ken Tokizawa e Minnie May stavano preparando gli esplosivi. Ken spingeva in punti diversi del laboratorio i fusti, mentre May innescava le cariche. Rally la guardò in silenzio aprire la tasca anteriore di una delle sacche, e tirarne fuori un piccolo cercapersone nero, da cui partiva un sottile filo elettrico rosso che si tuffava dentro la stessa tasca. May l’accese, come aveva fatto prima Ken quando aveva cambiato l’innesco alla carica sagomata, quindi lo rimise nella tasca anteriore del borsello, e ripeté la stessa, identica operazione con un altro. Rally le si avvicinò a piccoli passi, osservando attentamente Ken, che dislocava i fusti blu. Quando finalmente ne spinse uno nel magazzino delle sostanze chimiche, Rally abbassò la testa verso May e sussurrò:

            « Stammi a sentire, May, non fare un fiato… in questa stanzetta più vicina ci sono della scatole di cartone piene di fialette. Voglio che tu ne prenda una, mi raccomando che sia intatta, e la porti su, nel furgone, che ce la portiamo a casa, hai capito?».

            May si voltò di scatto a guardarla, con un’espressione interrogativa dipinta in volto… più che interrogativa, in realtà, May la guardava come se le avesse appena confessato di essere una patita delle rane fritte. Rally scosse la testa:

            « Non rispondere, non chiedermi niente, fallo e basta. Qui posso cavarmela anche da sola!». Per sottolineare la sua dichiarazione strappò dalle mani di May la carica a cui stava lavorando, l’innescò con pochi rapidi movimenti, e la lanciò in fondo al laboratorio, facendola scivolare sotto uno dei grandi macchinari industriali che servivano per la preparazione della Kerosine.

            May sbatté le palpebre, scosse la testa, ed alla fine si mosse. Scivolò a piccoli passi nel magazzino della Kerosine già lavorata, proprio mentre Ken veniva fuori da quello dei prodotti chimici.

            « Dove sta May…?», fece lui, guardandosi attorno.

            « Sta piazzando una carica in quest’altra stanza». Rally gli indicò con un cenno del capo la porta in fondo al laboratorio e la rampa di scale. « Vai su, qui posso cavarmela anche da sola. Ti mando su May tra qualche istante…!».

            « Sei sicura?». Tokizawa inarcò le sopracciglia.

            « L’ho già detto a mio padre, Ken…!». Rally si rabbuiò di nuovo. « Voglio farlo da sola. Voglio far saltare in aria questo posto con le mie mani!».

            « E va bene, va bene…!». Ken alzò le mani. « Mi arrendo. Ma fai attenzione, okay? Stai maneggiando materiale altamente esplosivo e volatile. Non vorrei che finissi come Kyle…».

            Rally lo fissò in silenzio per un lungo istante, senza altra risposta tranne quella del suo sguardo, cupo, severo. Tokizawa emise un sospiro e se ne andò, infilando la rampa di scale a passi rapidi. Soddisfatta, Rally tornò ad innescare le cariche, con gesti meccanici, ben studiati, velocissimi.

            « Se n’è andato…?». May uscì dal magazzino della Kerosine lavorata, guardinga, con una scatola di cartone tra le mani. Non era grande come quelle che aveva visto sui primi scaffali. May fece un cenno col capo: « Ne ho presa una piccola, così la posso far passare inosservata… senti, Rally, sei sicura di quello che fai?».

            « Perché?», sparò Rally, secca.

            « Perché voglio sapere il motivo per cui vuoi portarti a casa cinquanta fiale monodose di Kerosine, ecco perché. È roba pericolosa, Rally. È roba che da alla testa. È come avere una bomba atomica. Rally, io credo che tu la voglia per il potere che da. Quindi ti chiedo di ripensarci. Non voglio che tu ti riduca come Goldy, o peggio».

            « May…». Rally finì di innescare l’ultima carica, si avvicinò alla porta aperta del magazzino della Kerosine e ce la lanciò dentro. Poi con un gesto rapido, da aquila che si lancia sulla preda, si gettò su Minnie May e la sbatté al muro, attenta che la scatola non le cadesse. Sganciò la mitraglietta Calico dal suo giubbetto antiproiettile e gliela piazzò davanti alla faccia. « Se ti azzardi ancora una sola volta a pensare una cosa del genere, giuro che ti faccio ingoiare tutti i proiettili di questa, hai capito?». Parlò sibilando, le labbra arricciate, i denti stretti, gli occhi socchiusi a due pugnali azzurri avvelenati, fissi su di lei.

            May aprì la bocca per parlare, ma non riuscì ad emettere alcun suono, solo ad annuire convulsamente, e alla fine Rally la lasciò andare:

            « Adesso porta su quella scatola. Nascondila a bordo. Mi serve!».

            A May non parve vero di essere stata liberata. Con la scatola delle fialette di Kerosine stretta al petto, scartò Rally sulla sinistra e schizzò oltre la porta blindata, su per le scale verso la Hall. Ora Rally era sola. Mollò la Calico ed imbracciò ancora il fucile a pompa Neostead; a piccoli passi, entrò nel magazzino della Kerosine lavorata. Prese un respiro profondo, non accadde niente. Il ronzio degli aspiratori messi in funzione da Carter il Chimico le suggerì che gran parte dei vapori doveva essere già stata eliminata. Si chinò sul corpo del mercenario steso da Kyle e si impossessò delle sue armi, mettendosi a tracolla la UZI ed infilandosi in una tasca del Gilet tattico la pistola che portava, una Daewoo DP-51. Quindi fu libera di sbizzarrirsi.

            Spianò il fucile a pompa verso lo scaffale più vicino e sparò; armò la pompa camerando una nuova cartuccia prima ancora di vedere l’effetto della fucilata sui cartoni pieni di fiale di Kerosine, che esplosero in una pioggia di frammenti di vetro, pezzi di cartone e liquido incolore. Rally sparò ancora, e ancora, riducendo in poltiglia almeno una ventina di cartoni. Poi passò al magazzino della roba non lavorata e riprese a sparare. Ad ogni suo colpo, le taniche delle sostanze chimiche principali usate per fabbricare la Kerosine si sventravano e saltavano, spinte dall’energia dei proiettili, roteando su loro stesse prima di ricadere a terra in pozzanghere sempre più ampie di liquidi di vari colori. Continuò a sparare, facendo la spola tra i due magazzini, finché il suo Neostead non fu scarico, e per allora le due stanze erano ridotte ad un unico disastro di pezzi di vetro e cartone, contenitori di plastica sfondati, mensole di metallo sfasciate, e schizzi di liquidi tossici dappertutto. Lasciò che il fucile a pompa scarico le pendesse a tracolla sul petto, tornò a sganciare la mitraglietta Calico e ne armò l’otturatore con un gesto deciso, tornando nel laboratorio principale. La testa le pulsava, le orecchie le fischiavano; Rally pensò per un istante che poteva aver inalato troppi vapori, poi si ricordò ancora degli aspiratori e decise che era soltanto l’effetto di aver sparato così tanti colpi, così potenti, tanto velocemente e in spazi tanto ristretti.

            Senza pensarci troppo, Rally puntò l’arma contro uno dei fusti piazzati da Ken Tokizawa in fondo al laboratorio, e sparò una raffica breve; il fusto in plastica blu si forò facendo schizzare sui macchinari il suo contenuto, abbondante, nero ed oleoso. Olio per motori esausto. Un’idea di Ken: reperibile a poco prezzo o gratis in grandi quantità e molto velocemente, visto che le auto-officine e le stazioni di servizio erano ben contente di sbarazzarsene senza fare troppe domande, ed estremamente volatile e infiammabile. Perfetto per catalizzare un incendio; l’alternativa sarebbe stata costituita da bombole di propano, ma se Rally avesse sparato ad una bombola di propano anziché ad un fusto di olio per motori bruciato, a quel punto la parte più grande rimasta del suo corpo sarebbe stato un brandello di scalpo spiaccicato sul muro.

            Diresse l’arma verso il bancone delle attrezzature di laboratorio sulla parete sinistra dello stanzone e premette il grilletto della Calico fino in fondo, sventagliando da destra a sinistra. I computer Macintosh e i loro Monitor, e le costose attrezzature per l’analisi che vi erano collegate, esplosero e cominciarono ad emettere un fumo nero e puzzolente. Sotto l’enorme volume di fuoco della mitraglietta con caricatore a Dispenser elicoidale da cento colpi, si disintegrarono microscopi, provette ed alambicchi, sostanze chimiche si mischiarono sul piano del tavolo iniziando a ribollire, mentre anche i becchi di Bunsen esplosero, in lunghe vampate blu che rimasero accese anche dopo che Rally ebbe finito le munizioni della sua arma, e il bancone non fu più altro che una discarica di pezzi di vetro, legno, metallo e plastica assolutamente inservibili, bucherellati, corrosi da sostanze chimiche che reagivano in maniera selvaggia ed incontrollata sulla superficie del bancone e su tutto ciò che vi era attorno, cominciando ad emettere un odore acre, insopportabile. Lì per lì, Rally fu tentata di estrarre la sua CZ-75 e sparare anche ai macchinari industriali, ma si trattenne; se fossero stati sotto pressione, sarebbe stata polverizzata in mille pezzi meno un secondo dopo la prima vampata di bocca.

            Aveva ancora la UZI del mercenario, la sganciò dal giubbetto antiproiettile e la scaricò sugli armadietti delle attrezzature, i cui ripiani cedettero lasciando cadere a terra il loro contenuto, oggetti vari che andarono a schiantarsi aprendosi o riducendosi in mille pezzi sul pavimento, e ancora sui bidoni di olio per motori esausto, che schizzò ovunque macchiando di abbondante nero le pareti, il pavimento e i macchinari. Quando furono finite le munizioni la gettò via, in fondo al laboratorio, con un gesto di stizza; si volse verso la porta blindata aperta e corse via. Già su per le scale iniziò a sentire l’aria fresca dell’esterno, nella Hall non si guardò nemmeno attorno, infilò soltanto il portone sfondato, e quando finalmente fu fuori, all’esterno, nella fredda notte del nord degli Stati Uniti, la prima cosa che notò con piacere era che aveva smesso di nevicare. La terra, tutta, attorno, era coperta da un candido strato di neve bianca, spessa ed uniforme. Il cielo era ancora coperto, ma dai pochi squarci aperti nel grigio manto di nubi si poteva vedere il cielo, nero come la pece o come l’olio per motori che di sotto colava dai fusti, tempestato di stelle come diamanti scintillanti. Anche il vento si era calmato. C’era solo silenzio.

            L’aspettavano a pochi metri, vicini al furgone, e Rally li raggiunse. Ken Tokizawa e Minnie May erano seduti nella cabina di guida, e quando il suo sguardo incrociò quello di May, lei le fece un cenno con la testa, molto eloquente. Il cartone con le fiale era sul retro. E lei non aveva aperto bocca con nessuno. Rally si limitò ad annuire, severa.

            Il portellone posteriore era aperto; Rally vide che Becky Farrah stava iniziando a spegnere la sua Consolle di controllo e a smantellare gli equipaggiamenti, mentre Misty era seduta sul predellino, accanto a Kyle. Lui aveva lo sguardo fisso a terra, si teneva della neve premuta contro la fronte con la mano sinistra, nella destra ne teneva una manciata che succhiava come un gelato. Le sue mani erano guantate, la faccia rossa per il freddo. Misty lo osservava in silenzio, e Rally riconobbe il suo sguardo, era come se stesse osservando un grosso, prezioso gioiello.

            Suo padre era in piedi vicino alla fiancata del furgone; teneva la sua arma puntata verso il basso, e , in basso, c’era Carter il Chimico, in ginocchio nella neve, faccia contro la fiancata del veicolo, le mani sulla testa con le dita intrecciate. Mr.V si girò verso di lei quando la sentì arrivare, e Rally si limitò a scuotere la testa:

            « Alzati, Carter…!».

            Mr.V lasciò che Carter il Chimico si tirasse su, non senza fatica; scivolò un paio di volte sulla neve, e quando fu malfermo sui suoi piedi passò un minuto buono a spazzolarsi la densa farina bianca che aveva addosso. Sullo sfondo, qualcosa nella foresta bruciava ancora, alzando verso il cielo un’alta colonna di fumo; e, più in la, il molo era ancora più in fiamme, era tra le fauci di un rogo devastante che si stava alimentando del carburante contenuto in quel piccolo approdo; la colonna di fumo, lì, era ancora più alta, e semplicemente enorme. Ora erano troppo lontani, ma Rally sapeva che il calore doveva essere insopportabile, il crepitio dell’incendio assordante. Non c’era più neve attorno al molo in fiamme, almeno a quanto Rally poteva vedere da lì; e l’alta colonna di fiamme si stagliava all’orizzonte, riflettendosi sul lago in una psichedelica caleidoscopia rossa e gialla.

            Rally si sfilò dal Gilet tattico una pistola nera, la Daewoo DP-51 del mercenario, e la porse a Carter il Chimico con un sorrisetto:

            « È già carica e pronta. Ti basta premere il grilletto…!».

            Quello allungò timidamente la destra e l’afferrò prima ancora di capire esattamente di cosa si trattasse, ma una volta che se la ritrovò tra le dita non la gettò via; si limitò a tenerla in mano come un bambino di tre anni terrebbe in mano la sua prima pistola ad acqua, l’osservò interrogativo e confuso per un secondo, prima di alzare la testa verso Rally, ancora interrogativo e confuso.

            « È la tua seconda possibilità, Carter», fece Rally, severa. « Vattene. Scappa. Non farti più trovare. E tieniti stretta quella pistola, perché se dovessi incontrare di nuovo i tuoi datori di lavoro dopo questo casino, ne avrai bisogno. Non saranno contentissimi di vederti, lo immagini, vero?».

            Carter abbassò lo sguardo di nuovo sulla pistola, poi su Rally. Lei non vide un luccichio particolare negli occhi del chimico sudamericano, notò soltanto che la pistola era vagamente rivolta verso di lei. Imperizia ed imprudenza da parte di un imbecille che non aveva mai maneggiato una pistola prima, forse. O forse no. Carter strinse più accuratamente la presa attorno al calcio della Daewoo DP-51, Rally notò con chiarezza, ora il suo dito indice allungarsi sul grilletto, mentre lui la fissava.

            « Non farlo, Carter…!». Rally scosse la testa, sempre con lo stesso sorrisetto severo, e si batté la mano sinistra due volte sul giubbetto antiproiettile. « Sono corazzata. Non li sentirei nemmeno, i tuoi confetti Nove Millimetri».

            Sempre in piedi accanto a Carter il Chimico, fino ad allora immobile, Mr.V con uno scatto gli puntò a bruciapelo la canna della sua mitraglietta Socimi contro il costato.

            « E tu saresti morto prima di far arrivare il cane a mezza monta…!», sussurrò.

            « Okay…». Carter il Chimico annuì convulsamente. Alzò vagamente le mani, mostrando la destra in cui teneva la DP-51. « D’accordo, d’accordo, la metto via, okay…?». Con un gesto vistoso, infilò la pistola in una delle tasche ai lati della tuta usa-e-getta in Tyvek. Rally annuì, e Mr.V abbassò l’arma, rivolgendo a Carter il Chimico un’occhiataccia prima di salire sul furgone.

            « Un’ultima cosa, prima che tu vada, Carter…». Rally squadrò da capo a piedi il chimico, ancora impalato davanti a lei, a tremare vistosamente per il freddo e per la paura. « Riguardo alla Kerosine…».

            Un istante di silenzio. Rally squadrò Carter il Chimico, in attesa di una reazione, e la ebbe, quasi subito, lo osservò dipingersi in volto una strana espressione interrogativa, come se cadesse dalle nuvole. Si spazientì, portando la mano alla fondina dove teneva la sua CZ-75:

            « Quella merda chimica che fabbricavi laggiù, Carter! Voglio sapere un paio di cosette. Voglio sapere della formula, Carter. La conosci?».

            « Io… vagamente, io…». Le ginocchia di Carter il Chimico tremavano così vistosamente che a Rally parve sul punto di perdere l’equilibrio.

            « Chi te l’ha data?». Rally cercò di apparire più severa possibile. « Voglio dire, quella ragazza per cui lavoravi, questa… Signorina… ti ha dato lei la formula? Ti ha dato le modalità precise per fabbricare quella roba?». La storia di Goldy, quella del professor Whitman, l’inventore della formula originale che poi sarebbe divenuta la Kerosine, trovato cadavere nella sua casa in California, le aveva attraversato la mente come un subitaneo Flash.

            « Io…». Carter fece mente locale in un secondo. « Io no, lei mi diede una fialetta, e mi disse che dovevo produrre quella. Punto. Quando mi ha assunto il laboratorio era già pronto, lei… all’epoca avevo appena finito di lavorare per degli esuli cubani che importavano cocaina dal Messico per conto de La Cuba Nostra , sai cos’è, no…? Gente di cui non ci si può fidare…».

            Rally annuì. Quelle parole, pronunciate proprio così, La Cuba Nostra, con accento un po’ italiano e un po’ spagnolo, erano il nome di un’organizzazione criminale nata a Miami negli anni ’80, composta da esuli cubani e da fuoriusciti del Sindacato, la mafia italo-americana e irlandese con un piede a Chicago e uno a New York. La Cuba Nostra faceva una concorrenza feroce agli italiani e a tutti gli altri “nuovi arrivati”, comprese le spietate mafie asiatiche ed est-europee, per accaparrarsi il controllo del traffico di droga su scala più ampia possibile negli Stati Uniti e in generale in tutto il nord America; a differenza delle altre mafie, La Cuba Nostra aveva dei forti obiettivi politici, finanziava le attività terroristiche degli anti-castristi cubani, e il fatto che a differenza delle altre grandi organizzazioni criminali non fosse stata colpita duramente dai federali nemmeno una volta nella sua più che ventennale vita, faceva pensare a molti, inclusa Rally stessa e molti inquirenti nel settore anti-mafia negli Stati Uniti e all’estero, che l’anti-comunismo militante de La Cuba Nostra le facesse godere di una qualche sorta di appoggio e protezione da parte del Governo degli Stati Uniti. Ipotesi non del tutto campata in aria, considerando i precedenti dell’America al riguardo.

            « Il laboratorio era già pronto, con tutte le apparecchiature…», finì Carter. « Compresi i computer con i sequenziatori. Io credo… credo che la Signorina sapesse che sarebbe stato un lavoro difficile… ed in effetti lo è stato, ma con i computer ci ho messo una settimana, forse di meno, a trovare tutti gli ingredienti e il tasso di ciascun…».

            « Okay, basta così!», tagliò corto Rally, e fece per estrarre la CZ-75. « Adesso sparisci!».

            Carter il Chimico non se lo fece ripetere due volte. Scattò di lato e fece un giro attorno al furgone, seguendolo con lo sguardo Rally lo vide correre in mezzo alla neve, inciampando e ruzzolando a terra tre o quattro volte, sempre rialzandosi per rimettersi a correre più veloce, una volta gli cadde la pistola, e fu lesto a raccoglierla. Quando scomparve nella vegetazione, oltre la sua vista, a Rally parve che stesse gridando.

            Scosse la testa e tornò a bordo del furgone. Senza i fusti di olio per motori, adesso, c’era molto più spazio, e Misty Brown non ebbe problemi a spostarsi per farla sedere accanto a Kyle.

            « Come sta…?», chiese Rally, sottovoce.

            « Non lo so…». Misty scosse la testa, con un pigolio. « Non ha detto una parola…».

            Ed in effetti ora Kyle era lì, seduto sulla panca di ferro tra lei e Mr.V, ritto ed immobile come un manichino. Aveva il viso paonazzo, gli occhi venati di rosso, le pupille sempre dilatate. Respirava in maniera impercettibile, inspirando ed espirando molto lentamente. Impaurita, Rally allungò una mano a toccarlo in viso. Era freddo come il marmo, e al suo tocco non ebbe alcuna reazione.

            Rally strinse i denti e scosse la testa. Non c’era niente che potesse fare per lui, . Batté due volte con forza contro il divisorio metallico che separava il retro del furgone dalla cabina di guida:

            « Muoviamoci, portiamo via il culo da questo posto gelido del cazzo!», berciò. Il motore si accese immediatamente, come se obbedisse direttamente alla sua voce, e faticosamente, lentamente, facendo franare neve dappertutto dal tettuccio e dai lati, fece manovra, bloccato fino a metà delle ruote dallo spesso, uniforme manto bianco. Ci mise tre minuti buoni per rivolgersi col culo verso la casa, ed altrettanti per arrancare verso il cancello, ancora spalancato. Persino le tracce che avevano lasciato arrivando erano state cancellate dall’abbondante nevicata. Rally sperava solo che fosse finita, che non ricominciasse ad esempio nel giro di un‘ora, quando sarebbero stati ancora in viaggio verso Chicago con poche o nessuna possibilità di trovare una stazione di servizio ancora aperta… ma era una speranza futile, e lo sapeva. Conosceva troppo bene il rigido inverno degli Stati Uniti settentrionali.

            Il furgone si lamentò, o forse tirò un sospiro di sollievo, quando finalmente superò il cancello spalancato ed arrivò alla strada. Lì qualcuno, i mercenari di questa Signorina probabilmente, prima dell’inizio della nevicata avevano sparso abbondante sale. Il risultato era che il furgone si agitava per le irregolarità della strada di campagna, ma non c’era neve che gl’impedisse di circolare.

            « Ferma!», strillò Rally, e il Dodge VAN inchiodò di colpo, con uno stridore di freni.

            In silenzio, Rally si guardò attorno. Tutti l’osservavano. Rally si assicurò soltanto di una cosa: in un angolo c’era tutto l’equipaggiamento di Kyle, i suoi fucili e il giubbotto antiproiettile con la giberna tattica, l’elmetto con il passamontagna, Misty gli aveva tolto tutto per permettergli di respirare, persino la fondina ascellare con la piccola pistola Baikal di riserva, tutto tranne la Norinco 77-B che aveva ancora nella fondina alla coscia. E lì sotto, Rally poteva vederne un angolo, c’era la cassetta di cartone che aveva fatto portare a bordo da Minnie May.

            « Dai inizio ai fuochi, Ken!», strillò, più forte. L’attenzione di tutti fu immediatamente catalizzata dall’altra parte, verso il retro del furgone, verso l’esterno. Nessuno aveva pensato di chiudere il portellone posteriore, ed ora assieme all’aria frizzantina potevano godersi anche una splendida veduta d’insieme della casa. A distanza di sicurezza, ma abbastanza vicina da apprezzare in pieno lo spettacolo pirotecnico che stava per venire. Persino Kyle volse lentamente, quasi distrattamente, la testa a guardare. Il quadro era singolare, suggestivo. Il bianco della neve, le irregolarità nel manto uniforme, e la casa, grande, incombente, maestosa, erano illuminate come da decine di fari distanti dai roghi della canaletta di comunicazioni e del molo, distanti. Erano come una luce alle spalle, era un dipinto stupendo. Rally avrebbe voluto fare una fotografia, a Kyle sarebbe senz’altro piaciuta…

            La terra tremò al momento esatto della detonazione, prima ancora che sentissero il botto. Il furgone si agitò tanto da strappare a Misty emise un gridolino di paura, era come se il terremoto del secolo si fosse scatenato sotto di loro e il mondo intero stesse per ribaltarsi… ma le vibrazioni cessarono immediatamente. Il boato fu indescrivibile, Becky Farrah voltò la testa dall’altra parte e chiuse gli occhi, portandosi i palmi delle mani a coprire le orecchie più forte che poté. Inutile, avrebbero continuato a fischiarle per una settimana.

            Fu come guardare il film Independence Day; Rally non avrebbe saputo descrivere la scena diversamente. Le esplosioni separate delle cariche e dei fusti di olio per motori esausto, della santabarbara all’ultimo piano e del laboratorio, non furono affatto percepibili. Ci fu una sola, grande palla di fuoco, che parve generarsi dal cuore stesso di quella grande casa, e che l’inghiottì in un secondo, abbagliando Mr.V che dovette distogliere lo sguardo un istante per mettere gli occhiali da sole. L’esplosione cercò spazio per esprimere tutta la sua potenza abbattendo e disintegrando qualsiasi cosa l’imbrigliasse; Rally intravide vagamente la porta d’emergenza del laboratorio, sotterrata dalla neve, e i tubi delle prese d’aria, perché grandi lingue di fuoco apparvero fiammeggianti, lunghe e rosse dal nulla, dal terreno. Le cime degli alberi furono agitate di colpo, come da una fortissima, improvvisa folata di maestrale, e molte di esse presero fuoco.

            Appena mezzo secondo dopo, la casa non esisteva più, fatta eccezione per un’enorme carcassa avvolta dalle fiamme. L’esplosione scagliò pezzi di qualsiasi cosa ad enormi distanze; Rally ne vide molti finire nel bosco ed innescare altri focolai d’incendio, altri ancora cadere a spegnersi sibilando nel lago ed in mezzo alla neve. Una porta, piccola, o almeno quello che ne restava, piovve direttamente verso di loro. Cadde a meno di mezzo metro dal portellone posteriore aperto del furgone, avvolta dalle fiamme, e si spense immediatamente, sciogliendo la neve tutt’attorno.

            E fu solo allora che Kyle si alzò dal suo posto ed emise un grido. Uno strillo lungo, acuto, d’esaltazione. Un grido di battaglia e di vittoria, mentre Becky Farrah finalmente chiudeva il portellone posteriore e il Dodge VAN si avviava agitandosi lungo la strada di campagna, lasciando quella casa, quella antica tenuta nobiliare, tutto ciò che c’era e che vi era stato, solo col dolore dell’incendio e della morte, abbandonato al suo destino di fiamme e distruzione.

- - -

            « Roy? Mi ricevi? Passo!». La voce di Mark Kincaid, gracchiante, metallica e distorta. Roy Coleman dovette distogliere un istante l’attenzione da Goldy per rispondere alla radio:

            « Si, ci sono. Non ti sento benissimo, in questo posto c'è una ricezione del cazzo. Avanti».

            « Shep e Courtney hanno preso Cortellesi e i suoi. Sono già in cella di sicurezza. È fatta».

            « Si, ricevuto. Chiudo». Senza aspettare che Kincaid parlasse ancora, Coleman spense la radio e se l’agganciò alla cintura. E tornò ad inginocchiarsi di fronte a Goldy. La fissò negli occhi mentre i suoi occhi, verdi e scintillanti come due smeraldi, fissavano il vuoto. La bocca era ancora chiusa, stretta, un taglio rosso nella sua bella faccia, pallida come un cencio.

            « Goldy…». Coleman tornò a prenderle una mano tra le sue. « Ti prego, Goldy… so che puoi essere abbastanza forte. Quel cappuccio che hanno trovato vuol dire che hai visto in faccia chi c’è dietro tutto questo». Provò ad essere più gentile possibile. Sapeva come trattare con un testimone traumatizzato. Più di quindici anni di servizio gliel’avevano insegnato a sue spese. « È andata così, Goldy, vero? Hai visto la sua faccia…?».

            Un istante di silenzio. Goldy chiuse gli occhi. Due lacrime le rigarono il volto, mentre annuiva, lentamente, come se quel semplice gesto del capo le costasse un indicibile dolore. Coleman non poteva fare a meno di chiedersi che cosa esattamente lei sapesse di tutto.

            « Goldy… potresti descriverlo ad un disegnatore per fare un identikit?». Domanda stupida, il primo passo. Goldy annuì ancora, sempre con gli occhi chiusi. Coleman emise un sospiro.

            « Capitano…?». La voce di Walter Benson alle sue spalle lo costrinse a voltarsi. Il supervisore tattico della Squadra HBT era in piedi davanti alla porticina mezza sfondata del capannone; non sorprendentemente, il cadavere del mercenario steso da Goldy era ancora lì, faccia in giù in mezzo al suo stesso sangue che si coagulava. Tutti i cadaveri erano ancora al loro posto.

            « Porto a casa i miei uomini, capitano», disse Benson. « La scientifica vuole iniziare il suo lavoro in modo che quelli del Coroner possano portare via i corpi, e Kincaid dice che tra un po’ arriveranno anche i federali. Stanno portando via quelli che abbiamo arrestato, ma dubito che parleranno. Non hanno aperto bocca nemmeno per rispondere quando gli abbiamo letto i diritti».

            « Ci sono stati feriti…?», fece Coleman.

            « Nessuno dei nostri, per fortuna…». Benson fu costretto a spostarsi per lasciare entrare un manipolo di tizi in tenuta da artificieri. La Bomb Disposal Unit, riconobbe Coleman, per smantellare e rimuovere la bomba dalla macchina. Benson salutò con un cenno del capo ed uscì, e Coleman finalmente poté tornare a Goldy, che teneva gli occhi chiusi e la bocca stretta, e lacrimava. Stava piangendo in silenzio. E Coleman sapeva di doverlo fare.

            « Senti, Goldy… io devo chiedertelo per forza. Conosci il suo nome?».

            Ancora silenzio. Goldy prese finalmente ad annuire di nuovo, stavolta rapidamente, convulsamente, arricciò il labbro superiore e si morse quello inferiore, emettendo un mugolio. Coleman le strinse le mani. Goldy di Ferro non era mai sembrata il tipo capace di soffrire così.

            « Chi, Goldy…?».

            « MARY ANN!». Goldy reclinò la testa all’indietro, di scatto, spalancò la bocca e sbarrò gli occhi, come se avesse ricevuto una pugnalata alla schiena. Coleman trasalì, e il suo urlo rimbombò tra le pareti metalliche del capannone, facendo calare immediatamente il silenzio. Tutti i presenti, nessuno escluso, interruppero ciò che stavano facendo e si voltarono verso di lei, di scatto, in sincrono.

            « È stata Mary Ann… Mary Ann… Perkins…». La testa ancora reclinata all’indietro, Goldy chiuse di nuovo gli occhi. E finalmente esplose a piangere, verso il cielo.

            Coleman si alzò e le lasciò andare le mani. All’improvviso, non c’era più molto di dolce ed attraente. All’improvviso il passato era tornato, e quel nome era l’ultimo che Coleman avrebbe voluto sentire, eppure era perfetto, faceva quadrare tutto, chiudeva completamente il cerchio.

            Il pianto di Goldy era una cacofonia profonda e continua. Coleman avrebbe voluto consolarla, forse, una parte di lui. Un’altra parte, quella del poliziotto, che conosceva a memoria il passato di Goldy di Ferro, riteneva il suo pianto un modo molto semplice, inaccettabile, di lavare i suoi peccati.

            Prima che Goldy potesse abbassare la testa, Coleman si era alzato ed era corso fuori, tra la neve.

--- Domenica, 16 Dicembre 2001 ---

COROLLARIO

            La Signorina non parlò per tutto il viaggio di ritorno.

            Uscirono da un tombino a tre miglia e mezza di distanza dal capannone. E la Signorina non parlò, durante tutto il tragitto che fecero a piedi nei canali di manutenzione della rete fognaria, immersi nel buio e nel fetore che sembravano un tutt’uno, protetti solo dalle maschere antigas ed aiutati a fendere quella massa uniforme da minuscole luci ad incandescenza su elmetti da minatore. La Signorina camminò come uno Zombie per tutto il tempo, tra Edwin Spunkmeyer che apriva le fila guardingo con un’UZI in braccio, e Felix Lamansky che arrancava alle sue spalle cercando di tamponarsi con una mano la ferita alla spalla, sanguinando abbondantemente. Solo per un secondo la Signorina si voltò a guardarlo, una fugace occhiata appena, e fu abbastanza per capire che l’emorragia era potenzialmente mortale. La pallottola gli aveva trapassato il triangolo, un punto di fasci muscolari, in cui una ferita era di solito lieve; il “fondamento scientifico” delle scene da film in cui l’eroe incassa un proiettile nella spalla e si rialza con una smorfia o poco più. Il problema, però, era che il proiettile che aveva centrato Lamansky era di grosso calibro, sparato da un fucile d’assalto o da cecchino. La ferita era quindi molto ampia, e probabilmente il proiettile, allargandosi all’interno della ferita, aveva lesionato qualche grosso vaso sanguigno sub-clavicolare. Felix Lamansky perdeva abbondantemente sangue, e questa non era una buona cosa nelle fogne.        Un’occhiata a terra, alle spalle, qualche passo dietro Lamansky, regalò alla Signorina l’orribile visione di topi ed insetti che si riunivano a banchettare del sangue fresco. Alcune pantegane grosse come gatti domestici ben pasciuti li seguivano zampettando silenziosamente. Iene che tampinano una preda morente. La visione del corpo di Lamansky morto di fresco e già sbranato dai topi le diede un repentino conato di vomito; non tanto per Lamansky di per sé; il corpo di chiunque ridotto in quel modo l’avrebbe nauseata. Di chiunque tranne lei, ovviamente. Lei che l’aveva sconfitta un’altra volta. Il fuoco esplose di nuovo nel suo cuore, facendole serrare le mascelle dalla rabbia. Avrebbe voluto abbattere il tunnel della fogna a testate.

            Era riuscita a recuperare la piccola pistola Sphinx, e adesso la teneva sotto il vestito; non aveva contato quanti proiettili aveva sparato. Inchiodò e si voltò estraendola con un movimento fluido.

            « Spostati!», sibilò a Lamansky, e la sua parola fu una stilettata di ghiaccio diretta in pieno verso la ferita sanguinante. Lui fece un passetto di lato, lasciandole il tiro libero.

            I topacci si fermarono, incuriositi. Erano a cinque metri da loro, forse meno.

            La Signorina fissò il capo della fila, chiuse gli occhi, e visualizzò lo sguardo verde veleno e i capelli color rosso fuoco infernale di Goldy di Ferro.

            Il topaccio a capo del branco alzò la testa, la puntò col muso pulcioso, ed emise un lungo squittio di sfida mostrando i due enormi incisivi gialli.

            La Signorina gli sparò. Il botto secco echeggiò nel tunnel della fogna come l’ultimo rullo di tamburi e piatti alla fine di un concerto rock, e la vampata illuminò a giorno un’area di due metri quadrati per un mezzo secondo, inclusi i liquami verdi che correvano furiosi nel largo canale a meno di mezzo metro dal camminamento.

            Il topaccio esplose. Prima che gli altri topi avessero il tempo di spaventarsi e scappare, la Signorina sparò all’altro più vicino, e stavolta la carcassa maciullata cadde nel canale della fogna. Il resto dello schifoso gruppetto scappò via zampettando e squittendo verso la salvezza del buio come mosso da un’unica intelligenza superiore. Una grassa pantegana che correva sul bordo del camminamento fu sbilanciata d’improvviso dal suo stesso peso e cadde nei liquami, dove iniziò a nuotare controcorrente in maniera spaventosamente abile e veloce. Come un coccodrillo nelle paludi della Florida, pensò la Signorina prima di sparargli. Il proiettile lo fece colare a picco tra i liquami, lasciando affiorare solo una macchia rossa. Non riemerse più.

            La pistola era scarica; il carrello rimase bloccato in apertura, ma la Signorina se ne accorse solo quanto la puntò contro il culo di un altro dei topi che scappava, poco prima che scomparisse definitivamente nel buio, e anziché uno sparo e uno squittio d’agonia animale, l’unico effetto fu il secco CLIC! del percussore che scattava sulla camera da sparo vuota. Se la pistola fosse stata puntata contro un opponente umano armato, sarebbe stato il Clic dell’uomo morto. La Signorina tolse il caricatore vuoto, lo gettò in mezzo ai liquami con un gesto di stizza e disprezzo, lo sostituì e sbloccò il carrello per mettere  nuovamente il colpo in canna.

            « Procediamo», ordinò, di nuovo fredda come uno stiletto di ghiaccio.

            Si arrampicarono sulla prima scaletta che trovarono, Edwin Spunkmeyer aprì il tombino sopra di loro senza difficoltà, e una volta fuori, l’aria fredda della notte invernale di Chicago li aggredì con ferocia, quasi come se li volesse fare a pezzi; il dolore che la Signorina provò al viso, e il senso di indolenzimento ai muscoli facciali, le fece pensare che, forse, per quello che aveva fatto meritava che la Natura la sfigurasse. Ma se lei lo meritava, allora, Goldy di Ferro, che fine avrebbe dovuto fare? Allungò una mano a toccarsi il viso; un riflesso condizionato della sua mente che si chiedeva perché il pesante passamontagna di lana non la proteggesse. Il dolore al collo che ancora provava per via dello strappo energico con cui Goldy gliel’aveva tirato via le fece tornare improvvisamente alla memoria che non l’aveva più, il passamontagna. E per un istante il cuore le si fermò; era come se Goldy, assieme col passamontagna, l’avesse privata di un’armatura che credeva invulnerabile, fatta di metallo spesso come la blindatura di un carro armato, solida come i muri di cinta di una fortezza medievale, e che invece, con sua grande sorpresa, si era frantumata al primo colpo.

            La Signorina, al secolo Mary Ann Perkins, allungò una mano per farsi aiutare da Spunkmeyer ad uscire, poi si fece da parte per lasciargli tirar fuori anche Felix Lamansky, che procedeva stancamente su per la scaletta, arrampicandosi con una mano sola. Per farlo aveva anche dovuto smettere di premere sulla ferita, che aveva quindi ripreso a sanguinare copiosamente. Era pallidissimo, aveva lo sguardo perso nel vuoto, ed una volta fuori, seduto sulla neve in mezzo ad una strada deserta, cominciò a tremare. Spunkmeyer si allontanò per prendere la macchina, e la Signorina, Mary Ann Perkins, rimase in piedi accanto a lui. Forse era un bene aver reso anche loro marionette senz’anima con la Kerosine dopo il fiasco di un paio di notti prima al Milton Lee Olive Park: quella merda rendeva insensibili al dolore, e senza, dubitava che Lamansky ce l’avrebbe fatta fin lì. Difatti era abbastanza sicura che non fosse di dolore che Lamansky soffriva. Era lo Shock dovuto all’impatto del proiettile, e quello non si poteva evitare in alcun modo, ma soprattutto era l’emorragia. Lamansky era seduto sulla neve da meno di un minuto, adesso, e già un ampio cerchio di un buon mezzo metro attorno a lui si era tinto di rosso.

            Spunkmeyer tornò con l’auto. Era un fuoristrada vecchio di almeno una decina d’anni, un Chrysler Cherokee bianco con i finestrini oscurati, ma era in ottime condizioni, e tutto funzionava alla perfezione: quando Spunkmeyer aprì loro la portiera posteriore sul lato destro, Mary Ann Perkins fu piacevolmente accarezzata da una zaffata d’aria calda. Il condizionatore era a palla. Gli interni non erano perfetti, ma non importava, visto che l’auto sarebbe finita bruciata o in fondo al lago nel giro di sei ore al massimo. E comunque l’emorragia di Lamansky l’avrebbe rovinata.

            Lei salì per prima, rifugiandosi nel cantuccio in fondo al sedile, il più vicino possibile allo sportello posteriore sul lato sinistro, e Lamansky si sedette accanto a lei, alla massima distanza. C’erano degli asciugamani bianchi col marchio di un hotel, sul poggiatesta del sedile, e con gesti sorprendentemente rapidi ed automatici per un uomo nelle sue condizioni, Felix Lamansky li usò per tamponare la ferita. Un elicottero li sorvolò proprio mentre Lamansky chiudeva la portiera; non aveva acceso alcun faro, e passò oltre veloce come un razzo, fendendo l’aria carica di tempesta. Era un elicottero della polizia, di sicuro; volava molto basso, e si dirigeva verso la vecchia area portuale. Stupidi sbirri di merda, pensò la Signorina, al secolo Mary Ann Perkins, lanciando solo un rapido sguardo alle cifre verdi sul quadrante dell’orologio digitale del cruscotto. Erano le ventitré e quindici minuti di sabato, quando il fuoristrada ripartì sgommando.

            Guidarono alla massima velocità consentita per le strade urbane, deserte e martoriate dalla tempesta. Non c’era un poliziotto in giro. Venti minuti più tardi stavano infilando la Kennedy Expressway in direzione nord; quando arrivò la mezzanotte, e con essa la domenica, avevano appena lasciato ufficialmente l’area metropolitana di Chicago, Illinois.

            Mary Ann Perkins chiuse gli occhi, cercando di lasciare che il buio entrasse dentro di lei, aiutato dal monotono rumore del motore, della strada fuori, della tempesta. Le sue narici erano irritate dal forte odore di fogna che avevano addosso; aprì le palpebre un istante soltanto per darsi un’occhiata attorno. Edwin Spunkmeyer guidava veloce ed impassibile in direzione del Wisconsin, come se la tempesta non rappresentasse un problema. Felix Lamansky faceva del suo meglio per tenersi premuto contro la ferita un fagotto rosso e gocciolante, fatto di asciugamani e della sua stessa giacca appallottolata. Il flusso sembrava essersi ridotto, visto che il sedile non era macchiato… beh, non così tanto… e che comunque lui sembrava resistere. Ma nonostante il deodorante che Spunkmeyer aveva provveduto ad inserire nel sistema di ventilazione, l’odore di fogna era ancora forte, e questo le fece venire in mente che Lamansky sarebbe potuto comunque morire per un’infezione alla ferita, se non già per l’emorragia. Soltanto la loro scampagnata nei canali sotterranei della Città del Vento sarebbe potuta risultargli fatale.

            Insopportabile. Puzza insopportabile. Le sarebbe stato impossibile dormire. Mary Ann Perkins tornò comunque ad accucciarsi e chiuse gli occhi. Normalmente avrebbe cercato di respirare attraverso i suoi vestiti, per non sentire altro che il suo stesso odore, ma i suoi vestiti puzzavano di fogna.

            Che non doveva essere un odore molto diverso da quello che avrebbe emanato la sua anima, pensò, se qualcuno avesse potuto estrargliela in quel momento per sezionarla.

            Mary Ann Perkins respirava piano. Sentiva, sapeva, che qualcosa le si era rotto dentro. Nel momento stesso in cui Goldy di Ferro le aveva strappato il cappuccio.

            « Sa chi sono», dichiarò all’improvviso, con tono piatto, come parlando tra sé e sé, senza particolare inflessione né enfasi.

            Silenzio. Dopo un istante, irata, Mary Ann Perkins colpì col pugno più forte che era in grado di sferrare il poggiatesta del sedile del guidatore. Edwin Spunkmeyer non ebbe alcuna reazione.

            « Ma MI STAI A SENTIRE QUANDO PARLO?».

            Edwin Spunkmeyer alzò appena la testa, a guardarla tramite lo specchietto retrovisore.

            « Sa chi sono», ripeté Mary Ann Perkins, respirando profondamente per cercare di calmarsi. « Lei, voglio dire, adesso sa chi sono».

            Edwin Spunkmeyer annuì lentamente e tornò a guardare la strada.

            « Mi scatenerà contro chiunque in America abbia una divisa o una pistola a casa», continuò Mary Ann Perkins. Spunkmeyer guardava la strada.

            « Deve essere eliminata definitivamente», concluse lei. « Intendo dire adesso».

            Negli ultimi sprazzi di auto-coscienza che la Kerosine che aveva in circolo gli concedeva, Edwin Spunkmeyer sperò sinceramente che la Signorina non gli ordinasse di fare inversione ad U e tornare indietro. Non ce l’avrebbero fatta.

            Non arrivò nessun ordine. A mezzanotte e trenta minuti erano usciti dai confini dell’Illinois per entrare nello Stato del Wisconsin.

            Per tutto il tempo del viaggio, Mary Ann Perkins restò in silenzio, gli occhi chiusi talmente forte da farsi dolere le palpebre. Dovette sforzarsi un po’, ma alla fine riuscì ad accettare il puzzo di fogna che avevano addosso senza farsi venire i conati di vomito ad ogni respiro.

            Si distrasse pensando ad alto. Aveva i denti stretti, così forte da sentire le radici premere all’interno delle gengive; ebbe l’impressione di essere come una novantenne, sempre sul punto di vederseli saltare via come molle. Li sentiva scricchiolare. Sentiva il suo respiro pesante, entrare dal naso come un sibilo ed uscire di forza dalla bocca come un grugnito, fischiando nel suo passaggio tra i denti stretti e le labbra arricciate. Chiudendo gli occhi, vedeva rosso. Era il rosso del cuore che le batteva forte come un tamburo, rapido come le raffiche di una mitragliatrice, pompando a tutta velocità sangue, litri di sangue rosso, caldo e vivo, su ad irrorarle i capillari della faccia, che si sentiva calda e gonfia, su verso il cervello che si sentiva stretto nella scatola cranica, come se volesse dilatarsi fino a farle scoppiare la testa. Ad ogni respiro, la massa pulsante e rossa che invadeva il suo campo visivo era attraversata da fendenti di un intenso verde scuro, verde come la puzza di fogna che le invadeva le narici e le faceva bruciare i polmoni, verde come il suo stomaco che si contraeva.

            Era una sensazione che aveva imparato a conoscere. Era un veleno che le nasceva da un punto che non sapeva identificare, ma che sentiva essere in fondo al cuore, o proprio lì dietro, perché era che sentiva come una calda pressione, quando quella strana sensazione arrivava. Era una sensazione che le faceva ribollire l’anima, ecco, non poteva descrivere altrimenti quello che provava. Le faceva tremare la mascella e le gambe come una tarantolata, tanto si faceva forte il desiderio di muoversi, di andare da una parte, e in generale non dove stava andando ma dove quella parte marcia e nera del suo cuore le diceva di andare. E di solito le diceva di andarci per fare cose terribili. Cose sanguinarie. Cose che l’avrebbero fatta sentire meglio.

            Aveva anche imparato come soffocare quella sensazione, quando si manifestava nei momenti in cui non poteva essere altro che una malefica sega mentale perché non poteva darle retta. Come adesso, ad esempio. Sapeva di non poterle dare retta, così cercò di mettere in pratica la tecnica che aveva elaborato nel corso degli anni per metterla a tacere, temporaneamente. Ma Dio solo sapeva se avrebbe voluto ordinare a Edwin Spunkmeyer di fare inversione a U, tornare a Chicago, irrompere così, sporca e puzzolente di fogna e della sua stessa rabbia, nel buco in cui Goldy di Ferro si nascondeva, squarciarle a morsi la gola e il petto, cibarsi del suo cuore, placare la sua sete col sangue ancora caldo.

            Dovette sforzarsi di pensare bianco, una grande distesa bianca, più bianca e più immensa delle grandi distese di prati e coltivazioni brulle per l’inverno e ammantate di neve che correvano fuori dalla macchina, attorno alla strada, per chilometri e chilometri senza soluzione di continuità. La tempesta si era placata e fuori doveva essere ancora freddo, un freddo polare. Mary Ann Perkins pensò al freddo, alla pungente, glaciale tempesta che veniva da su, dal Canada e dall’Artico, ed un calore di un intenso color giallo con un nucleo bianco abbacinante cominciò a sprigionarsi dall’interno di lei stessa, quando pensò che, al contrario, lei sarebbe stata presto a casa, a quella che era la sua casa, la reggia, la fortezza che si era costruita, per vivere circondata dal lusso e dal suo grande progetto, difesa da uomini armati e votati al sacrificio. Sarebbe stata lì, con una coppa di Cognac in mano, immersa fino al collo nell’acqua fumante e schiumosa di una vasca da bagno con l’idromassaggio, poi avrebbe fatto un lauto pasto, e se il sonno non fosse venuto subito, avrebbe saputo come stimolarlo, nel frattempo che la sua mente meditava implacabile la vendetta finale.

            L’illusione non tardò a sparire. La Signorina, nata Mary Ann Perkins, aveva ancora gli occhi chiusi quando il fuoristrada inchiodò di colpo, quasi fino a fermarsi in mezzo alla strada, col rischio di slittare sull’asfalto ricoperto da un sottile strato di ghiaccio e nevischio. La frustata che ricevette la proiettò in avanti, ma la cintura di sicurezza che indossava la salvò da una disastrosa testata contro il retro del poggiatesta del sedile del guidatore. Seduto accanto a lei, Felix Lamansky, che non indossava la cintura, andò ad incocciare in pieno di faccia contro il retro del sedile anteriore destro e si ammosciò, privo di sensi, nello spazio tra i sedili anteriori e quelli posteriori.

            Mary Ann Perkins aprì gli occhi di scatto e si guardò rapidamente attorno, spaventata. Ora erano fermi, e riconobbe la strada; a meno di mezzo chilometro c’era la deviazione su una stradina di campagna che li avrebbe portati alla tenuta dopo un tragitto di altri dieci chilometri attraverso i boschi. Felix Lamansky giaceva alla sua destra, molto vicino, praticamente era ai suoi piedi; ora sanguinava anche dal naso, e respirava affannosamente, ma era vivo. Lo spavento fu sostituito all’istante dalla rabbia, e la Signorina slacciò la cintura per sporgersi in avanti, nello spazio tra i due sedili anteriori, verso Edwin Spunkmeyer.

            Quello non si scompose. Teneva le mani sul volante, la testa girata di lato, verso destra, verso un punto all’orizzonte, oltre i campi e una striscia di bosco. Le indicò con un gesto del capo cosa stava guardando, e lei si voltò di scatto, come se quella cosa, qualsiasi cosa fosse, che l’aveva distratto, potesse diventare all’istante oggetto della sua rabbia.

            Neanche l’aria grigia e pesane della tempesta, né i finestrini oscurati e leggermente appannati del fuoristrada, né tantomeno la striscia nera di bosco all’orizzonte potevano impedire la vista. Quello che stavano guardando era una colonna di fumo che si stagliava verso il cielo annuvolato come se volesse perforare la coltre di densa lana nera e raggiungere la luna e le stelle oltre di essa. Era un fumo più pesante, più grigio e più denso delle stesse nuvole cariche di neve, era nero, come la pece, e la colonna doveva essere alta almeno un centinaio di metri. Veniva da un punto oltre la striscia di bosco, e alla sua radice si intravedevano riflessi scarlatti, bagliori di luce rossa e gialla.

            Senza attendere un ordine, Edwin Spunkmeyer accelerò, riportando il fuoristrada in corsa. Ma la corsa non durò a lungo; erano a cinquanta metri dall’imbocco della stradina secondaria che normalmente li portava alla tenuta, quando dovettero rallentare di nuovo entro i limiti di velocità. C’erano dei fari sulla carreggiata, luci bianche e lampade rosse rivolti verso di loro nel nero della strada di notte come degli occhi minacciosi, e di lato, sulla destra, implacabili, bagliori rossi e blu. Spunkmeyer emise un sibilo di disappunto.

            Polizia. Aveva visto giusto. C’erano tre moderne auto-pattuglie, l’ultimo modello di berlina Chevrolet, due di color marrone con le fiancate attraversate da una banda catarifrangente di colore giallo, dell’ufficio dello Sceriffo della Contea di Kenosha, e una blu scuro, anch’essa con la canonica striscia gialla sulle fiancate, della Polizia di Stato del Wisconsin. Le luci bianche e rosse sulla carreggiata erano transenne, poste a deviare il traffico, come se le tre auto-pattuglie parcheggiate all’imbocco della stradina sterrata non fossero sufficienti a capire che non si passava di lì, quella sera. Un pugno di poliziotti con berretti Stetson e “Lemon Squeezer” calcati in testa erano appoggiati ad una delle auto, indossavano grossi cappotti imbottiti o giacche a vento color giallo scintillante, e bevevano da fumanti bicchieri di polistirolo bianco. Uno solo di loro, che sembrava essere della Polizia di Stato, si voltò quando il fuoristrada passò loro accanto a velocità minima; quando proseguì, tornò alla sua tazza bollente e alle chiacchiere coi colleghi.

            La Signorina tornò a sedersi. Non disse nulla, mentre Spunkmeyer proseguiva; sapeva come muoversi. Era lei che non sapeva più nulla con esattezza. Era come se all’improvviso si fosse incrinata qualcosa dentro di lei. Il cuore cominciò a battere più forte, tanto da farle male, il resto dei suoi muscoli si rilassarono. Gli argini della sua ansia si stavano rompendo. C’era una sola cosa, lì, oltre la striscia di bosco, e quel fumo non poteva essere nulla di buono.

            Un altro chilometro più avanti, Spunkmeyer svoltò col fuoristrada in un’altra stradina che si addentrava nei campi, e poi nella foresta. Il sentiero sterrato nella striscia di bosco spariva quasi immediatamente, sostituito solo dal terreno aspro e scosceso in cui si riconosceva vagamente una traccia di passaggio lasciata dagli escursionisti autunnali in cerca di funghi e dai cacciatori. Il fuoristrada si addentrò ancora nella foresta per quattro, cinque chilometri, con il cuore della Signorina che aveva perso ogni freno nel battere all’impazzata e ogni ritmicità, tanto che ad ogni respiro le pareva di essere vicina ad una crisi di extrasistole, e con Felix Lamansky steso lì sul pianale che si lamentava pietosamente. La Signorina, Mary Ann Perkins, avrebbe voluto porre fine alle sue sofferenze con un colpo di pistola alla testa.

            Spunkmeyer finalmente fermò il fuoristrada in una piccola radura in mezzo al bosco. Era solo un piccolo spiazzo circolare di quattro metri per quattro, senza alberi, ricoperto solo di sottobosco morente, e da uno strato di neve. Sembrava ricavato per qualche strano rituale druidico, ma sia la Signorina che Spunkmeyer sapevano che il mese precedente, durante un temporale, lì si era abbattuto un fulmine che aveva appiccato il fuoco a quattro o cinque alberi, bruciandoli completamente prima che la pioggia avesse ragione delle fiamme. Per l’occasione lei aveva mandato un pugno dei suoi a ripulire, perché non voleva che qualche tizzone rimasto a covare sotto la cenere scatenasse un incendio nella foresta che sarebbe potuto arrivare a due passi dalla tenuta… o che, peggio ancora, avrebbe potuto attirare vigili del fuoco e polizia che avrebbero gironzolato attorno alla tenuta con fuoristrada ed elicotteri per ore, se non per giorni.

            La radura era completamente circondata dalla foresta, ed era ancora almeno a quattro chilometri di distanza in linea d’aria dalla casa padronale. Gli alberi tuttavia in quel punto erano sufficientemente diradati, e nel contempo sufficientemente folti, da permettere di dare un’occhiata verso la tenuta senza essere facilmente osservabili. Edwin Spunkmeyer aprì il vano portaoggetti tra i due sedili anteriori e ne estrasse un grosso binocolo Bushnell con telemetro laser ed intensificatore di luce.

            Scese. Indossava un pesante cappotto imbottito, il freddo lo schiaffeggiò lo stesso all’istante, sul viso e su tutto il corpo. Il fiato gli si congelava ad ogni respiro di fronte al viso in sbuffi di vapore bianco, per resistere strinse gli occhi, mentre guardava in direzione della tenuta. Vi proveniva una forte luce rossa, ma da quella distanza senza il binocolo non poteva dire molto. Quello che era sicuro era che la colonna di fumo non aveva smesso di alzarsi e di espandersi nell’aria, la sua densa coltre nera arrivava persino ad oscurare quella, più chiara, delle minacciose nuvole di tempesta. La neve bianca che veniva dal cielo era stata sostituita da un’altra nevicata, meno intensa: migliaia di brandelli carbonizzati, che sembravano di carta, fluttuavano nel vento andandosi a posare per terra, tra la vegetazione, sulle cime degli alberi, sul fuoristrada, addosso a loro. Lì per lì, Spunkmeyer non se n’era accorto; ora poteva vederli, in gran quantità, risaltare come tanti punti neri sulla carrozzeria candida del Chrysler Cherokee.

            Alle sue spalle, sentì una portiera aprirsi e subito richiudersi; la Signorina era scesa dal fuoristrada. Pur con la mente annebbiata dalla Kerosine, Spunkmeyer dovette farsi coraggio prima di alzare il binocolo e guardare in direzione della tenuta.

            Bastarono due secondi. Lo abbassò di scatto, come se fosse divenuto all’istante troppo pesante e troppo caldo per tenerlo all’altezza del viso, ma a quel punto la Signorina si era già mossa di fianco a lui, e glielo strappò di mano con un gesto stizzoso. Spunkmeyer non osò impedirle di guardare.

            Mary Ann Perkins sentì il suo mondo interiore collassare su se stesso non appena mise a fuoco l’immagine attraverso il binocolo. Sentì il suo cuore fermarsi per un istante, poi emettere un ultimo, flebile battito, o forse una lunga raffica, mentre un senso di formicolio le partiva dal centro del petto per irradiarsi rapidamente alle braccia, alle mani e al viso, le intorpidiva le estremità, le faceva serrare le mascelle. Cominciò a tremare; sentiva freddo.

            Aveva una visuale perfetta dell’ampia radura al centro della tenuta. La distesa ammantata di neve era gremita di veicoli e persone. Grosse autobotti rosse dei vigili del fuoco, auto-ambulanze bianche e gialle, pattuglie blu scuro della Polizia di Stato. Pompieri in elmetto e giaccone nero, paramedici e poliziotti sciamavano nel mezzo del casino, numerosi e rapidi come le blatte di un appartamento pidocchioso che scappano agitate quando l’inquilino si alza nel cuore della notte e va ad accendere la luce in cucina. Le luci dei lampeggianti si riflettono sul manto di neve.

            Ma soprattutto sul manto di neve si rifletteva l’enorme incendio. Era veramente gigantesco, la vampata più grande che lei avesse mai visto, ed era esattamente dove sarebbe dovuta essere la casa padronale. Che adesso non c’era più. Se ne intravedeva a malapena la struttura portante, sotto le fiamme che si alzavano verso il cielo come a voler squarciare la coltre di nubi, e che invece avevano solo il potere di ricoprirla con il fumo. Altro fuoco si vedeva all’altezza dei moli sul lago, mentre l’antenna per comunicazioni sembrava intatta, più avanti, in mezzo al bosco. Ma quel che importava era che la casa, porcoddio, la casa, non c’era più. Al suo posto c’era solo l’incendio. Potente, imponente, maestoso. Talmente caldo che i vigili del fuoco, i paramedici e i poliziotti più vicini alle fiamme non indossavano nemmeno i cappotti. Talmente caldo che i pompieri non osavano stare a meno di dieci metri di distanza, avevano circondato con le autobotti quel che restava della casa, e tentavano disperatamente di tenere le fiamme sotto controllo indirizzando verso il centro dell’incendio i getti d’acqua delle loro lance, al massimo della pressione.

            Mary Ann Perkins sentì all’improvviso le dita addormentarsi e perse la presa sul binocolo, che cadde nella neve con un rumore morbido. Un urlo le nacque dal cuore, che ticchettava come una bomba ad orologeria a pochi secondi dall’esplosione, e le salì su per la gola fino all’ugola, da dove cominciò a vibrare in un gemito per ora a malapena percepibile; lo sguardo le si annebbiò, due lacrimoni caldi le colarono giù per le guance.

            Ora capiva come poteva sentirsi una madre che vede spegnersi suo figlio tra le sue braccia. Tutto ciò che aveva creato, tutto il suo lavoro, tutto il suo impegno, tutta la sua volontà, prima ancora che tutti i suoi soldi… tutto bruciava a pochi chilometri da lei, incenerendosi in una densa colonna di fumo che si alzava verso il cielo, volando verso il paradiso. Mary Ann Perkins chiuse gli occhi. E la vide, lei, giovane, coi lunghi capelli rosso fuoco, e splendida, potente, malvagia. Goldy di Ferro

            Lei. Le appariva spessissimo, sempre, come un promemoria scritto su un Post-It giallo squillante incollato allo sportello del frigo, che ti salta agli occhi all’istante ogni volta che entri in cucina. Ogni volta che chiudeva gli occhi ne aveva un’immagine. Nitida, e cattiva. Carica di desiderio e di smania di potere. Il modo in cui la guardava quando la teneva con lei, come schiava. Quell’immagine aveva popolato per lungo tempo i suoi sogni e i suoi incubi, e la sua voce aveva infestato la sua mente anche quand’era sveglia, per mesi e mesi, per anni, per sempre da quando finalmente era stata affrancata dalla sua schiavitù. All’inizio aveva creduto che gli abusi l’avessero fatta impazzire, perché era questo che succedeva alle ragazzine che vengono rapite, tenute prigioniere, e sistematicamente abusate. Ma ora sapeva che cos’era, di cosa si era sempre trattato: era proprio un promemoria. La sua mente, la parte più nascosta della sua personalità razionale, aveva ideato i suoi propositi di vendetta da subito, non appena la schiavitù di Goldy e della sua droga su di lei si era interrotta, e Mary Ann Perkins era stata affidata ad un ambiente familiare tranquillo, che le aveva permesso di prendere completa coscienza di ciò che le era accaduto, di cosa le era stato fatto. I ricordi, le immagini, i fatti della sua prigionia l’avevano letteralmente perseguitata, ed era riuscita a nascondere tutto a chi le stava attorno, e a tirare avanti sorridendo a forza, solo perché aveva paura che, se si fosse confidata, sarebbe stata sottoposta a trattamenti psichiatrici obbligatori; aveva senz’altro ragione, e non voleva passare neanche un giorno chiusa in una stanza con nient’altro che una sedia e un letto. Ci aveva già passato troppo tempo. Non molto dopo, la tranquillità che l’avvolgeva era stata di nuovo sconvolta per due volte a distanza di pochi mesi e in una maniera che non avrebbe potuto non toccarla da vicino, ed allora aveva preso coscienza di cosa avrebbe dovuto fare per far sparire quell’incubo dalla sua vita per sempre.

            Per questo ora non aveva alcun dubbio. Un grido stridulo le nacque in gola, facendole tremare le corde vocali. Mary Ann Perkins serrò le mascelle, strinse le labbra, e lo sguardo le si annebbiò di lacrime così tanto che dovette di nuovo chiudere gli occhi. Questa volta non fu Goldy di Ferro ad apparirle, ma l’immagine che aveva appena visto, nitida, chiara, come una fotografia scattata in pieno giorno, della casa padronale della tenuta che bruciava dell’incendio più potente e maestoso di cui lei avesse mai anche solo sentito parlare. Sapeva già che anche quello sarebbe rimasto impresso nella sua mente per lungo tempo, come un altro, doloroso promemoria scritto su un Post-It giallo squillante, attaccato sulla porta candida del congelatore della sua anima, in modo da risaltare come un occhio nero sul viso di una giovane e graziosa cameriera di tavola calda di provincia con la sola colpa di essere sposata all’uomo sbagliato. Probabilmente, visto tutto l’esplosivo e le munizioni che tenevano nell’armeria al secondo piano e tutte le sostanze volatili che si trovavano nel laboratorio, era già tanto se la casa ora non si trovava incastonata come un cordiale al centro del Mare della Tranquillità assieme alla bandierina americana pietrificata e alle impronte di Neil Armstrong e Buzz Aldrin, ma cazzo! Quella era praticamente la sua casa! Mary Ann Perkins non aveva alcun dubbio su chi fosse l’unica, sola, ultima responsabile di quel disastro. Ma che cazzo! Era come se avesse fatto saltare in aria la casa dei suoi defunti genitori! Quella dove era nata! Anzi, era peggio! Perché la tenuta, il laboratorio, l’armeria, il suo esercito personale, era tutto roba sua! Suoi sforzi e suoi soldi, sue lacrime e suo sangue! Tutto lavoro di preparazione fatto per liberarsi di lei, e magari su cui costruire un futuro, visto che non aveva più passato, e che adesso lei aveva distrutto! Mary Ann Perkins scosse la testa, dandosi dell’ingenua: come poteva essere stata così cieca da non prevedere, da non pensare, che se Goldy di Ferro l’avesse colpita, sarebbe stato proprio al cuore, al punto cruciale del suo piano? Come aveva potuto sperare che Goldy di Ferro, dopo averla tenuta prigioniera per così tanto tempo, non sarebbe stata in grado di leggere a distanza nella sua mente, nella sua anima e nel suo cuore, conoscere le sue intenzioni e tutto ciò su cui si basavano senza mai neanche incontrarla di persona, e poi colpire, con grande vendetta e furiosa ira come diceva Samuel L. Jackson in Pulp Fiction recitando Ezechiele 25-17, e colpire esattamente nel punto chiave, che avrebbe fatto crollare tutto? Goldy non aveva saputo, non aveva capito con chi aveva a che fare finché non l’aveva vista in faccia quella notte, Mary Ann Perkins ne era sicura perché gliel’aveva letto negli occhi, e se tanti anni di prigionia avevano permesso a Goldy di leggerle nel pensiero con la stessa facilità con cui si schiaccia una zanzara resa gonfia e lenta da una notte passata a pungere un bimbo addormentato, era anche vero il viceversa. E tuttavia, Goldy, senza sapere esattamente cosa stava succedendo, senza essere completamente conscia di chi ci fosse dietro, era riuscita in qualche modo ad arrivare al punto nevralgico del suo piano. E a spazzarlo via.

            Adesso Mary Ann Perkins si sentiva esattamente per quello che era: una ragazzina sola ed infreddolita in mezzo a un bosco, in mezzo alla neve, con le tasche mezze vuote per aver sperperato quasi completamente il patrimonio di famiglia in un’operazione che il nemico, molto subdolamente, era riuscita a far fallire andando a tagliare l’albero alla radice. Era sola, completamente, o lo sarebbe stata tra poco, e lo sapeva. L’effetto della Kerosine non sarebbe durato a lungo su Lamansky e Spunkmeyer, o quantomeno su Spunkmeyer, visto che a Lamansky non restava molto da vivere. Certo, avrebbero avuto entrambi le crisi d’astinenza alla fine dell’effetto, e quindi ancora per un po’ avrebbe potuto gestirli, ma per quanto? Sull’auto c’erano delle dosi, ma per quanto tempo sarebbero durate? Una settimana? Due? Forse anche meno, se nelle ore successive anche lei avesse deciso di farsi un po’, per sopportare l’amarezza, lo sconforto, la disperazione. Col senno di poi, l’aver drogato anche Lamansky e Spunkmeyer in un impeto di stizza si era rivelata una mossa previdente: di tutto il suo esercito, quei due erano gli unici veri professionisti, gli unici con un pizzico di sale in zucca, e se avessero potuto fare di testa loro, l’avrebbero piantata in asso già da un bel po’. La situazione però non cambiava granché: stava finendo la droga per tenerli sotto controllo, del suo patrimonio di famiglia le rimaneva ancora un certo gruzzolo, che non era poco ma nemmeno infinito, ma non poteva accedervi, perché adesso Goldy sapeva con chi aveva a che fare, quindi oltre che da lei, e dai suoi scagnozzi chiunque ora lei avesse al suo servizio, doveva guardarsi anche dalla polizia di mezz’America. A meno che, certo, il cambiamento di Goldy in quest’ultimo anno non fosse stato altro che un passaggio ad una forma d’affari più pulita, con una vita pubblica alla luce del sole, magari da Manager, e con un lato oscuro, un Giano Bifronte, a dirigere i cari, vecchi affari sporchi. In tal caso, come in un Noir apocalittico, i suoi scagnozzi erano proprio i dipartimenti di polizia. Goldy avrebbe certamente avuto i mezzi, legali e non, e i soldi, per manovrare la legge contro di lei. Contro chiunque.

            Mary Ann Perkins pensava a tutto questo, in pochi secondi, con la mente che le doleva fino a scoppiare, mentre guardava le sue ultime speranze ridotte in fumo da una colossale vampata rossa. I pompieri e i poliziotti tutt’attorno sembravano più che altro una tribù cannibale festante attorno alla magnifica pira del sacrificio. Sacrificio della sua ira. Sacrificio del suo sacro desiderio di vendetta. Sacrificio del suo futuro. Mary Ann Perkins alzò lo sguardo al cielo, e vide che nella notte gelida si era aperto uno squarcio tra le nubi, in un punto che la colonna di fumo dell’incendio non riusciva a raggiungere e coprire con la sua cappa grigia. Il cielo era di un blu cupo e infinito le stelle scintillanti come diamanti; il freddo della notte gli conferiva un’aria glaciale, come se fosse congelato, e le stelle solo cristalli di ghiaccio. Spalancò gli occhi a fissare quella distesa di infinito ghiaccio nero, e la bocca per urlare contro il cielo.

            Edwin Spunkmeyer si chinò per raccogliere il binocolo che lei aveva lasciato cadere, e si infilò nella cabina del fuoristrada per riporlo nel vano tra i due sedili. Nel farlo una manica del suo giaccone s’impigliò in una manopola dell’autoradio e l’ accese, e le note ipnotiche di The End dei Doors cominciarono a tintinnare dalle casse del Cherokee. Spunkmeyer uscì di nuovo dall’auto imbracciando una mitraglietta UZI, che teneva sempre sotto il sedile del guidatore. Non si curò di spegnere lo stereo. Il volume non era troppo alto, l’incendio col suo contorno di poliziotti e pompieri era troppo lontano e comunque laggiù doveva esserci abbastanza casino da costringerli ad urlare per parlarsi anche da meno di un metro di distanza, e anche aguzzando l’udito non gli sembrava di percepire rumori che indicassero che ci fosse qualcuno vicino.

            « Ehi! EHI! SIGNORINA!».

            Le ultime parole famose. Edwin Spunkmeyer si voltò di scatto a ore nove, spianando l’UZI. Lei non infilò la mano sotto il giaccone a cercare la piccola pistola Sphinx AT-380. Sapeva comunque che non ne avrebbe avuto il tempo materiale; la voce era troppo vicina, e lei aveva il giaccone chiuso. Sperò soltanto che fosse Spunkmeyer a sparare per primo.

            Spunkmeyer non sparò. Dopo un istante abbassò l’UZI, con un’espressione di disgusto dipinta in volto. La Signorina ci mise un paio di secondi a riconoscere la figura che usciva incespicando dallo scuro del bosco per entrare nel suo campo visivo, ed anche allora rimaneva una figura leggermente indistinta, visto che indossava una tuta intera di colore bianco che si mimetizzava col candido accecante della neve. Quando lo riconobbe, anche la Signorina si rilassò, e l’espressione che le si dipinse in volto non fu meno disgustata di quella di Edwin Spunkmeyer.             Riconobbe l’espressione spaventata sul viso da sudamericano dai lineamenti sgradevoli ed incarogniti, e ponderò inconsciamente che si, in effetti la tuta igienica usa-e-getta lacerata in più punti, i guanti in gomma gialla stracciati e gli stivali sporchi gli stavano a pennello. Così aveva davvero l’aria che più gli si addiceva, quella di uno spazzino messicano che avesse deciso di punto in bianco di piantare su due piedi il suo lavoro alla discarica a cielo aperto dalla parte sbagliata del Rio Grande per provare a scavalcare in cerca di fortuna la recinzione protettiva che separava alla frontiera i belli e buoni dai brutti e cattivi, in compagnia di qualche altro centinaio di disperati suoi conterranei.

            « Carter…». La Signorina, al secolo Mary Ann Perkins, pronunciò il nome semplicemente arricciando le labbra, come se avesse detto “larve” o “scarafaggi”.

            Il chimico sudamericano aprì la bocca per parlare, ma non riuscì ad emettere alcun suono. Sembrava sollevato di vederli. Fece un passo lungo, letteralmente più lungo della gamba, per superare un cespuglio di rovi ed andare loro attorno, ma incespicò e cadde in avanti, rotolando nella neve. Si rialzò con un vistoso taglio sulla fronte, il sangue che scintillava rosso alla luce dei fari dell’auto e gli gocciolava su un occhio. Respirava affannosamente.

            « Signorina… io… oddio, sono così…». Carter il Chimico fece un altro passo in avanti e cadde di nuovo, rialzandosi a fatica. « Oh, Gesù, Gesù…».

            « Carter!». Mary Ann Perkins alzò la voce, all’improvviso, cercando di ritrovare il tono perentorio ed autoritario con cui usava rivolgersi ai suoi uomini. « Piantala di fare lo stronzo. Voglio che tu mi dica cosa è successo, e voglio che tu me lo dica ora! ».

            Carter il Chimico si rialzò a fatica e la fissò, gli occhi sgranati, la bocca mezza aperta, incredulo. Restò impalato e muto per un paio di secondi, spostando lo sguardo da lei a Spunkmeyer, che non fece una mossa e non disse una parola. Sembrava un soldatino di leva alla prima giornata d’addestramento, appena rientrato da una marcia di sei chilometri, che abbia ricevuto dal suo sergente istruttore l’ordine di andare all’istante a pulire le latrine, e che se ne resti lì, immobile, incapace di credere di essere costretto a scattare senza nemmeno un istante di respiro.

            « CARTER!». La Signorina, al secolo Mary Ann Perkins, gridò il nome con tutto il fiato che aveva in corpo, e il chimico trasalì vistosamente, cacciando un urletto stridulo. Si voltò di nuovo verso di lei, paonazzo in volto, portandosi una mano al petto come se fosse in preda ad un attacco cardiaco.

            Il grido della Signorina echeggiò a lungo nell’aria fredda e cupa della notte invernale, almeno per i due lunghi secondi di silenzio che lei si concesse. Sperò in cuor suo che laggiù, dove la casa bruciava, il casino fosse abbastanza forte da impedire a sbirri e pompieri di sentire la sua voce. Ma prese un altro respiro, cercando di darsi un tono. Era così che doveva farsi vedere da un suo sottoposto, perentoria ed autoritaria, ora e sempre. Non poteva, non doveva lasciar trapelare ciò che aveva nel cuore, specialmente adesso, perché avrebbe significato mostrare apertamente ad un suo sottoposto di essere sul punto di mettersi a piangere e a strepitare come una mocciosetta, sull’orlo della disperazione e del suicidio.

            « Io…». Carter il Chimico parve finalmente sbloccarsi, e scosse la testa un paio di volte, in maniera convulsa; la Signorina strinse gli occhi. Se al figlio di puttana fosse uscita di bocca qualcosa simile a un “non lo so”, giurò a sé stessa, avrebbe strappato l’arma dalle mani di Spunkmeyer e gli avrebbe aperto un buco in fronte.

            « Io non l’ho capito bene…». Carter il Chimico continuò, gesticolando e facendo dei gesti. Parlava con un tono lamentoso, rotto ogni tanto da un gemito, come un cane battuto. « Stava andando tutto bene… gli uomini erano tutti ai loro posti, o in sala riposo… io ero giù in laboratorio da solo, stavo… e poi, cazzo, quelli sono arrivati…».

            Mary Ann Perkins frenò l’impulso di gettarsi addosso al vermiciattolo sudamericano con violenza, strattonarlo, strappargli gli occhi dalla faccia… prese un respiro profondo, fissandolo negli occhi, strinse i denti talmente forte che il sibilo delle sue parole glieli fece vibrare, quando parlò di nuovo.

            « Chi, Carter?». Di nuovo, fredda e decisa. I suoi occhi erano puntati su di lui come pugnali. Con soddisfazione, la Signorina lo vide tremare leggermente.

            « Erano…». Carter il Chimico scosse la testa, sempre più disperato. Voleva forse dire “non lo so”, ma probabilmente sapeva quale sarebbe stata la reazione della Signorina ad una risposta del genere. « Erano cinque o sei, cazzo, sembravano cinquanta… professionisti, avevano armi d’assalto, esplosivi, indossavano tenute da combattimento…».

            « Reparti speciali?». Mary Ann Perkins inarcò le sopracciglia.

            « No… no, erano… mercenari, forse, non… c’era quella, in mezzo a loro, comandava lei, e con lei c’era il suo ragazzo, quello giovane, quello che sanno tutti che è un assassino, oh, Dio…».

            Carter il Chimico cadde in ginocchio. La Signorina, al secolo Mary Ann Perkins, fece un passo avanti e gli si portò di fronte, costringendolo ad alzare la testa per guardarla dal basso, come un suddito con la sua regina.

            « Carter… chi?». Ripeté la domanda, cercando di risultare più calma, meno spaventosa.

            « Quella cacciatrice di taglie…», piagnucolò il chimico. « Rally Vincent!».

            Ancora una volta, la Signorina sentì il suo cuore e il respiro fermarsi. Chiuse gli occhi, rapida come un fulmine, così forte da farseli dolere, così all’improvviso da sembrare in preda ad un attacco epilettico. Il calore, un calore improvviso, piacevole, che le fece avvampare anche il volto, l’avvolse dolcemente come se qualche anima pia l’avesse appena avvolta in una grossa coperta.

            Rally Vincent

            La giovane, bella cacciatrice di taglie di origini indiane, pelle ambrata e capelli scuri corti, occhi azzurri come zaffiri, le apparve in un Flash ammantato di luce. Lo scuro retro delle palpebre abbassate ermeticamente come tapparelle si era improvvisamente trasformato nel candido, accecante schermo di un cinema. E la Signorina, Mary Ann Perkins, la poté vedere chiaramente

            Rally Vincent ha addosso dei Jeans e una camicia bianca. La camicia è sporca di sangue, adesso, e so che è caldo, denso, e che è tanto, perché è sangue mio. È molto bella. È anche stupita, e spaventata. Ha altro sangue, mio, sulle mani, ed un paio di piccole schegge di vetro, lei chiude le dita per cercare di scacciarle, ma le schegge la feriscono. Lei non fa una grinza. Sono io la sua priorità in questo preciso istante. Beh, immagino che, nelle condizioni in cui sono, sarei la priorità di chiunque mi desse un’occhiata.

            « Signorina…?». La voce di Edwin Spunkmeyer. Lontana. Mary Ann Perkins lo ignorò. Il Film non era ancora finito. E sentiva ancora piacevolmente caldo, un dolce tepore che le pulsava dentro passandole attraverso le vene assieme al sangue, diramandosi in tutto il suo corpo.

            Abbasso lo sguardo, verso il pavimento in Parquet della camera da letto, la sua camera da letto. C’è un tappeto bianco poco distante. È sporco di sangue, anche quello, e c’è altro sangue, tanto, sul pavimento, scintilla, rosso come un rubino, e ci sono dei pezzi di vetro, uno è grosso e di forma triangolare e gli altri sono frammenti più piccoli e sferici, che ne sono imbrattati come se ce li avessi immersi, e che nonostante tutto scintillano ancora come diamanti incastonati. Mi fanno male i polsi. Mi fa ancora più male il cuore.

            « Io…». Ancora una voce, distante. Carter il Chimico. « Io glielo giuro, Signorina, non potevo fare niente, loro… poi hanno messo esplosivi dappertutto… si sono messi a sparare…».

            Rally Vincent cerca di trattenermi. Fisicamente. Io sto sprofondando nel buio, ma in realtà sto soltanto cadendo pancia in su sul letto; il materasso è morbido e profondo.  È rivestito da un bel Plaid imbottito, peccato che anche quello adesso sia viscido, impregnato di sangue. La sento gridare, ma adesso anche lei è lontana. Mi giro verso sinistra, e ci sono anche loro… allungo una mano, cerco di toccarle.

Nostra sorella ci ha abbandonate. Ci ha chiamate adesso. Ha detto che non ci vuole più. Non vogliamo più vivere. Sono andata nel bagno più vicino, ho preso uno specchietto, l’ho rotto, e ne ho preso un pezzo triangolare, ben affilato. Lo specchio è andato in frantumi appena l’ho buttato per terra, e siamo state fortunate ad averne salvato un pezzo buono. Tenendolo con la mano destra, mi sono squarciata il polso sinistro. Fare l’inverso è stato un po’ difficile, credo di aver lesionato un tendine, ma adesso questo è l’ultimo dei miei problemi. Una volta aperto anche il polso destro, le mani mi sono diventate viscide e deboli, il sangue scorre caldo e i polsi fanno male, bruciano, il pezzo di vetro mi cade sul letto, e passa di mano. Ce lo siamo passate, l’abbiamo fatto girare, come uno spinello. Perché nostra sorella ci ha abbandonate e adesso non vogliamo più vivere, però non vogliamo nemmeno morire sole. Non vogliamo essere separate. Mi volto a guardarle. Hanno gli occhi lucidi, ma penso di averli anch’io. Sto piangendo perché so che dovrò lasciarle. Allungo una mano, cerco di toccarle.

Sarah. Luanne.

Sorelle…

            Mary Ann Perkins aprì gli occhi, con un altro scatto, quando l’immagine dietro le sue palpebre chiuse fu spezzata, spazzata via, dal battito del cuore troppo veloce, troppo forte, che rimbombava come un lanciagranate automatico, la sistole come lo scoppio dello sparo e la diastole come la bomba che tocca terra ed esplode, e le tempie cominciarono a pulsare premendo sul cervello, come se volessero esplodere al suo interno. La Signorina era cosciente di avere l’ira dipinta in volto, si sentiva la faccia tesa, gli occhi socchiusi come due tagli velenosi, i denti stretti e le labbra arricciate. Rivolse uno sguardo a Carter il Chimico, che si stava alzando lentamente, incespicando nella neve. Uno sguardo solo, rabbioso e sufficiente. Si girò verso l’auto, come per andarsene, aprì lo sportello del passeggero sul lato sinistro, ma prima parlò a Spunkmeyer. Una parola sola. I suoi processi mentali erano confusi, accelerati. La sua vita, adesso, era come la bobina di un film fatta girare a velocità doppia.

            « Uccidilo».

            Un gemito, alle sue spalle. Un fruscio nella neve. Poi la voce di Carter il Chimico:

            « Cno…». Venata di disperazione e di panico. La Signorina sorrise, guardando riflessa nel finestrino dello sportello sul lato del guidatore, la figura umile e terrorizzata del chimico sudamericano che si sforzava di alzarsi, immerso nella neve, con la sua tuta bianca stracciata e il volto reso paonazzo dal freddo e dalla paura.

            Lo scatto dell’otturatore dell’UZI di Spunkmeyer la fece tornare alla realtà. Mary Ann Perkins sbatté le palpebre, il freddo la travolse di nuovo come un’improvvisa doccia d’acqua gelata, era come se fino ad un momento prima non fosse stata lei ad avere il controllo del suo corpo.

            « No…». Carter il Chimico fece un piccolo movimento all’indietro, cadde di nuovo a terra, in mezzo alla neve farinosa. Portò le mani in grembo. Spunkmeyer fece un passo avanti. Teneva l’UZI spianata, il dito sul grilletto; appariva freddo, più freddo della neve.

            « NO!». Con uno scatto, Carter il Chimico si alzò in piedi.

            La Signorina, al secolo Mary Ann Perkins, lo vide riflesso nel finestrino mentre fletteva le ginocchia, in piedi ma chino, per non essere un bersaglio facile; aveva portato le mani alla pancia, prima, ma adesso aveva entrambe le braccia tese, un’espressione di incredibile terrore e indicibile rabbia dipinto in volto. Nelle mani teneva una pistola nera. E il cuore della Signorina perse un colpo quando si accorse, dal riflesso sul finestrino, che l’arma era puntata contro di lei.

            SPARA, CAZZO!, gridò la sua mente spaventata, mentre Mary Ann Perkins tornava a voltarsi, anche stavolta di scatto, verso Carter il Chimico. Cercò di fissarlo negli occhi, come se uno sguardo profondo potesse intimorire un uomo con una pistola in mano e niente da perdere. Accanto a lei, quell’imbecille di Edwin Spunkmeyer era paralizzato, inchiodato dalla sorpresa.

            Lo sparo riecheggiò nell’aria come un tuono; Mary Ann Perkins sbarrò gli occhi e sussultò, aspettando il dolore e la sensazione delle forze che l’abbandonavano, la sensazione conosciuta, che aveva già provato più di cinque anni prima, nella camera da letto di Rally Vincent, quando lei e altre due ragazze strafatte di Kerosine avevano cercato di suicidarsi squarciandosi i polsi con un grosso pezzo di vetro. Un pezzo di vetro a forma di punta di lancia, sporco di sangue, scintillante come un grosso cristallo incastonato di rubini sformati, un’immagine che le era rimasta nella memoria come un tatuaggio impresso a fuoco nella sua corteccia cerebrale, che rivedeva ogni volta che chiudeva gli occhi.

            Ebbe appena un Flash, nell’attesa. Vide il pezzo di vetro che si frantumava in tante piccole schegge rotonde, attraversato dal potente proiettile 9mm sparato dalla pistola del chimico sudamericano. Un forte fischio le esplose nelle orecchie, squassandole il cervello e l’equilibrio, e risuonandole nel cranio, continuo e acuto. Si sentì mancare l’equilibrio. Era una sensazione molto diversa da quella che aveva già provato, ma forse modi diversi di morire provocavano diverse sensazioni al momento di togliere la vita. Una parte del suo cervello si meravigliò di non aver sentito l’impatto del proiettile, una sensazione che non aveva mai provato ma che aveva letto, o sentito, descritta da altri, in modi diversi: a volte come un forte pugno che si irradiava caldo e doloroso nelle carni, altre volte come una puntura gelida seguita sempre dal dolore. Forse non aveva sentito il gelo del proiettile che le entrava nella carne perché c’era già abbastanza freddo nell’ambiente esterno e i suoi sensi ne erano disorientati, ma il dolore? Perché non c’era? Non aveva importanza, comunque, perché stava perdendo l’equilibrio. Ciao, bella, ciao. Trattenne il respiro.

            Non accadde nulla del genere; la Signorina, al secolo Mary Ann Perkins, vacillò leggermente come se fosse inciampata, ma riuscì a controllarsi e rimase in piedi. Dopo un attimo riprese a respirare, e non sentì alcun dolore, ancora, il che era quantomeno segno che non era stata colpita al tronco.

            Passarono un paio di secondi di immobilità assoluta, il tempo che ci mise l’eco dello sparo a dissiparsi nell’aria come spazzato via dal vento della fredda notte del Wisconsin. Il boato li aveva paralizzati tutti nelle loro posizioni come statue di ghiaccio, il potente “Un, Due, Tre, Stella!” di un cacciabombardiere in fase di decollo. Poi, finalmente, la Signorina, al secolo Mary Ann Perkins, mise di nuovo a fuoco l’immagine di Carter il Chimico.

            Era di nuovo in ginocchio in mezzo alla neve. La pistola era a terra, sprofondata nel profondo manto candido. La neve non fumava nel punto in cui era caduta; in compenso era sporca di rosso, tante piccole macchie che si moltiplicavano a vista d’occhio, sullo strato di soffice ghiaccio bianco e sui pantaloni bianchi della tuta di Carter, che aveva gli occhi chiusi e la bocca contratta. Dolore. Il braccio destro era moscio, lungo disteso su un fianco, la mano sinistra premuta contro la spalla destra. Un’ampia macchia di sangue si stava allargando sulla sua tuta, sul braccio e più in basso, sul petto. Il sangue gli colava tra le dita, finiva giù a macchiargli i calzoni e gocciolava sulla neve.

            Con le orecchie che ancora le fischiavano, lentamente, Mary Ann Perkins si guardò lentamente attorno, muovendo a malapena gli occhi. Alla sua destra, Edwin Spunkmeyer era ancora immobile; l’UZI era inerte tra le sue mani. Non aveva sparato.

            Dalla portiera posteriore aperta, invece, sporgeva una mano insanguinata che stringeva una pistola Smith&Wesson semi-automatica con finitura satinata, ancora fumante. Poco sopra la mano si intravedeva a malapena il polsino di una giacca bianca, anche quello sporco di sangue. Un istante più tardi la mano perse la presa e si accasciò, mentre la pistola finiva, fumante, in mezzo alla neve, con un sibilo. Mary Ann Perkins si precipitò a guardare; e vide che Felix Lamansky era di nuovo riverso in avanti nello spazio tra i sedili. Era stato lui a sparare a Carter il Chimico. Ora c’era ancora più sangue, e Lamansky respirava gorgogliando.

            La Signorina si voltò di nuovo di scatto verso Carter il Chimico. Era in ginocchio e piagnucolava; perdeva sangue, il capo chino, lo sguardo fisso sulla sua pistola in mezzo alla neve. Poco più indietro, Edwin Spunkmeyer lo teneva ancora sotto il tiro del suo UZI. Ma non sparava.

            Lei si inginocchiò a raccattare dalla neve la Smith&Wesson di Lamansky, e con due passi veloci, decisi, si portò di fronte a Carter il Chimico. Pochi gesti rapidi e carichi di rabbia. Il suo volto era una maschera impassibile, scolpita nella roccia. La grossa pistola satinata era enorme nella sua mano destra; Mary Ann Perkins stese il braccio, e Carter il Chimico alzò il volto atterrito a guardarla con occhi vitrei. Avrebbe voluto leggere qualcosa nello sguardo di lei. Non vi lesse nulla.

La Signorina sparò, due colpi in un secondo; due potenti frustate di rinculo le si irradiarono su per la mano e il braccio fino alla spalla, ma lei riuscì a controllare il rilevamento dell’arma, e a sparare con precisione. Glieli piantò tutti e due in fronte, e il corpo di Carter ricadde di fianco spinto dal suo stesso peso come un sacco di patate, sprofondando in mezzo alla neve.

            La pistola era scarica; le rimase inerte in mano, a carrello aperto. Scarica, dopo solo due colpi… non era da Lamansky, e la Signorina non sapeva dove potevano essere andati a finire le altre dieci cartucce del caricatore, ma al momento non le importava. La gettò con stizza sul cranio sfondato del cadavere di Carter, come se potesse fargli ancora più male.

            « Signorina…?». La voce di Edwin Spunkmeyer, adesso, alle sue spalle. Finalmente, pensò            Mary Ann Perkins alzando lo sguardo al cielo. Si era svegliato. Con mezz’ora di ritardo, magari…

            « Chiudi il becco!», rispose, acida. « Devo pensare».

            Lo squarcio tra le nuvole non avrebbe resistito a lungo. Il vento stava rinforzando, avrebbe soffiato su quella finestra di blu scuro punteggiata di stelle lo spesso manto di nuvole cariche di neve, e il fumo dell’incendio alla tenuta. Il vento portava anche verso di loro le continue voci concitate dei poliziotti e dei pompieri, laggiù. Ma non sembravano più vicine, nessuno aveva sentito gli spari.

            Sarah. Luanne. Non le aveva mai dimenticate. Ma in un certo senso doveva ringraziare Carter, per avergliele ricordate. L’essere andata così vicina alla morte, ad un passo dal fallire per sempre i suoi propositi, le aveva fatto tornare alla mente con prepotenza il perché lei aveva concepito il suo piano. Il perché aveva trasformato i suoi desideri di vendetta, che l’avevano sempre perseguitata da quando si era affrancata dalla schiavitù di Goldy di Ferro, in propositi di sangue concreti, il perché aveva creato un suo esercito personale e un suo laboratorio per produrre il malvagio miele di Goldy. Per sostituirla, certo, per prendere il posto che era stato suo, perché sapeva che solo così avrebbe potuto… ma in realtà era sempre stato per loro. Se Carter, pochi minuti prima, fosse riuscito a piantarle un proiettile in testa, tutto sarebbe stato inutile.

            Per lo stesso motivo doveva ringraziare Felix Lamansky, che l’aveva salvata, nonostante fosse steso a pancia in giù a dissanguarsi sui sedili posteriori di un vecchio Cherokee scassato. Fino a qualche secondo prima, la Signorina non avrebbe alzato un dito per salvarlo, perché era ancora troppo arrabbiata con lui e con Spunkmeyer per averla portata via a forza da quel capannone a Chicago quando la merda aveva toccato il soffitto; anche in quel caso lei era in pericolo, e le avevano salvato la vita, ma lì, qualche ora prima, lei era stata così vicina a compiere il suo dovere, a farla finita, e a quel punto non le sarebbe importato di morire o no. Essere colpita dalla fucilata di un cecchino e cadere a terra faccia in giù, sapendo di giacere in mezzo al sangue e alle cervella spiaccicate di Goldy di Ferro, per lei sarebbe stata la morte più dolce. Si sarebbe abbandonata al buio come una bambina che va a dormire felice dopo una giornata passata a giocare con gli amichetti.

            Ma adesso no. Adesso c’era altro a cui badare. Le sue priorità erano decisamente cambiate. Mary Ann Perkins si volse verso l’auto, chiuse delicatamente lo sportello posteriore aperto e fece il giro per salire davanti, al posto del passeggero. Fece a Spunkmeyer un rapido cenno con la testa:

            « Sali e guida!».

            Spunkmeyer obbedì; salì velocemente al posto di guida del vecchio Cherokee e ripose l’UZI sotto il suo sedile. Nel farlo, urtò uno dei due caricatori di scorta della mitraglietta che teneva riposti nello stesso punto. Non avevano con loro molte armi: a parte la pistola Daewoo DP-51 che Spunkmeyer aveva sotto il cappotto, e la piccola Sphinx calibro 380-ACP della Signorina, c’era la UZI sotto il sedile, con tre caricatori in tutto, e nel bagagliaio un fucile d’assalto Valmet con quattro caricatori e il lanciagranate semi-automatico DefTec/FedLabs da Quaranta Millimetri con sei bombe esplosive inserite nel tamburo ed altre sei di riserva in una scatola di metallo.

            « Dove andiamo, Signorina?». Edwin Spunkmeyer accese il motore.

            « Tu pensa a toglierci da qui!», tagliò corto Mary Ann Perkins, lo sguardo perso oltre il finestrino. « Torna sulla strada. Guida e basta, poi ti dico io».