-VENTISEIESIMA SINOSSI: RALLY VINCENT E KYLE McKNIGHT-

            In TV, un James Woods più giovane di almeno vent’anni era in piedi al centro di una stanza tappezzata di velluto rosso, e stava frustando con vigore un apparecchio televisivo in stile anni ’50 sul cui schermo il volto di una giovane donna si contorceva di piacere.

            Rally Vincent raggiunse rapidamente il telecomando e cambiò canale al suo, di televisore.

            Il canale immediatamente sintonizzato sul ricevitore del servizio TV via cavo era l’emittente criptata per adulti ATV, che trasmetteva pornografia spinta ventiquattro ore al giorno. Sullo schermo, ora, tre omaccioni di colore stavano prendendo in gruppo una giovane bianca con i capelli biondi portati alla marinara e i seni troppo grossi per non essere stati rifatti.

            « Era meglio Videodrome», mormorò Kyle McKnight, accanto a lei. « La tipa sta soltanto fingendo. E anche i tre stalloni. È sempre così quando lo fai di professione, alla fine pensi ad altro e scolleghi il cervello, fai soltanto finta per le telecamere. The show must go on»

            « L’ho già visto dieci volte, Videodrome», rispose Rally, senza girarsi a guardarlo. « E ancora non l’ho capito del tutto. David Cronenberg è ben strano».

            « Ammetti, semmai, che ti piacciono i porno!». Con un sorrisetto, lui reclinò la testa ad appoggiarsi sulla spalla sinistra nuda di lei. « Non credo ci sia niente di sbagliato. Piacciono anche a me. E comunque, Cronenberg è un grande».

            Rally si voltò a guardarlo e, finalmente gli sorrise.

            Erano entrambi nudi, completamente, e seduti sul grande matrimoniale nella loro camera da letto. Il grande televisore era in fondo alla stanza, vicino al tavolo e alla libreria, inserito in un TV Set che in quanto ad accessori e collegamenti opzionali non aveva nulla da invidiare a quello che tenevano nel Parloir al piano di sotto. Si erano svegliati tardi, quel giorno, e a parte la colazione e la doccia non si erano mossi dal letto. È dura, la vita, quando non hai nient’altro da fare che stare ad aspettare che i frutti maturino. Se decidono di maturare.

            Di comune accordo, Kyle e Rally avevano fatto credere a Goldy di Ferro di averla lasciata col culo per terra. Solo che non era così: lo sapevano entrambi, e se Goldy era intelligente solo un terzo di quanto aveva dimostrato di essere per tutto l’arco della sua vita, lo sapeva anche lei. Il tacito accordo, tra loro due, con Goldy, e con tutti gli altri, era di fare il meno possibile, per un po’. Aspettare che si calmassero le acque. Aspettare che venisse fuori qualcosa. Aspettare, forse, invano. La cosa comportava molti rischi: voleva dire lasciare la mano agli altri, a quelli, ai cattivi, che avrebbero potuto fare chissà cosa, e se avessero continuato nella loro linea d’azione questo chissà cosa avrebbe fatto molto clamore e molti morti. Ma finora, Rally doveva ammetterlo così come dovevano ammetterlo gli altri, le loro indagini erano ad un punto morto. Nemmeno i loro passi più recenti, quelli mirati a scoprire chi fossero i misteriosi appartenenti alla squadra SWAT che due notti prima aveva scatenato l’inferno al Milton Lee Olive Park, avevano sortito effetto. Sia quelli, i misteriosi agenti speciali, che quegli altri, il gruppo di mercenari che per qualche ragione ancora oscura avevano in Goldy il loro obiettivo primario, avevano coperto le loro tracce fin troppo bene, abbastanza da ottenere che Rally Vincent, Mark Kincaid e tutti gli altri brancolassero nel buio più totale. E, in una situazione del genere, muoversi senza basi da cui partire significava sprecare tempo… o, peggio ancora, diventare dei bersagli.

            Ora erano faccia a faccia. Gli occhi azzurri di lei, di un profondo color mare, erano fissi in quelli di lui, le cui iridi viola scintillavano come pozzi aperti sui dolori della sua anima. Kyle scosse piano la testa, e fece tremare le labbra, in un sussurro di poche parole, incapace di reagire:

            « Oh, Rally, quanto sei bella…!».

            Rally lo cinse con le braccia, portandogli la mano destra aperta sulla nuca per tirarlo verso di se, e lo baciò sulla bocca, profondamente. Kyle ricambiò il bacio, portando a sua volta le mani ad abbracciarla, stringerla a se, e ancora una volta provarono a fondersi in una sola entità infinita, che avrebbe ignorato lo spazio e il tempo, vivendo per l’eternità.

            Come sempre, non riuscirono a divenire una cosa sola, ma il bacio fu profondo ed intenso, e durò molto a lungo; quando si staccarono, erano eccitati, e non per l’orgia che stava prendendo piede alla TV; il pene di lui torreggiava in un’erezione piena e dura, lei si sentiva bagnata tra le gambe, le grandi labbra della sua vagina si contraevano e scivolavano una sull’altra ad ogni movimento delle cosce, con un sommesso rumore liquido che, pensava, solo lei poteva sentire.

            « Ti amo, Kyle…», sussurrò lei, accarezzandolo.

            « Ti amo, Rally…», ripeté lui, un istante dopo, e lei l’accarezzò ancora, con dolcezza e fermezza, perché i suoi occhi si stavano velando, e la sua voce era rotta da un incipiente pianto. Rally era consapevole di essere tutto ciò che Kyle McKnight aveva nella vita, e sapeva che lui aveva il terrore di perderla. Conosceva quel terrore, perché anche lei era terrorizzata dall’idea di svegliarsi, un giorno, e non avere più lui accanto a sé.

            Kyle rabbrividì e batté i denti, ma dopo un poco parve calmarsi. Tenendosi stretti l’un l’altra, tornarono a guardare la TV. La bella biondina era ancora nel bel mezzo di un Sandwich, anche se la situazione stava per arrivare al culmine.

            Il telefono squillò. Posato sul comodino dal lato di Rally, il suo trillo acuto spezzò il filo dei loro pensieri come un colpo netto di machete e coprì per un momento ogni altro rumore, compresi i gemiti e i suoni del godimento sullo schermo. Un istante di tregua, poi squillò di nuovo.

            « Non rispondere…», mormorò Kyle.

            Rally gli accarezzò gentilmente la testa con un sospiro, poi sporse una mano verso il suo comodino ed afferrò la cornetta del telefono, portandosela all’orecchio in maniera stanca:

            « Si, Vincent…!».

            Kyle alzò un po’ lo sguardo verso di lei; la voce dell’interlocutore al telefono gli giungeva confusa e soffocata, come un mormorio metallico, ma le sue parole dovevano essere maledettamente importanti ed interessanti, perché vide l’espressione sul volto di Rally cambiare, lentamente man mano che il mugugno dall’altra parte proseguiva; la vide farsi seria, accigliarsi, annuire ripetutamente emettendo degli Hm-Hm! nasali d’approvazione.

            « Okay, Mark, arriviamo!», disse lei infine, e riattaccò.

            Sullo schermo, l’amplesso era finito: la biondina era in ginocchio con un gran sorriso sulle labbra, i quattro uomini di colore in piedi attorno a lei si stavano masturbando e le stavano eiaculando addosso, tutti insieme; la pornostar riceveva con aria estasiata il loro sperma sul viso, sui seni, sui capelli, su tutto il corpo, e quando ebbero finito iniziò a spalmarselo addosso e leccarsi le dita come se l’avessero appena ricoperta d’ambrosia.

            Rally afferrò di nuovo il telecomando con una mossa rapida, come se stesse estraendo la pistola dalla fondina, e spense il televisore. Poi saltò giù dal letto, Kyle squadrò la sua divina nudità da capo a piedi:

            « Che succede?».

            « Andiamo da Goldy», rispose lei, seria, afferrando i suoi vestiti. « Ti spiegherò strada facendo. Siamo di nuovo in pista!».

            Gli occhi di Kyle brillarono. Rally gli rivolse un sorrisetto d’intesa, e lui saltò giù dal letto senza farselo ripetere due volte.

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            « Spero per te, Goldy di Ferro, che tu non mi abbia fatto alzare dal letto per un’altra delle tue cazzate. Sono in ferie, ne ho le balle piene!».

            « Oh… soltanto un’ora di ritardo?».

            « C’era traffico sulla Expressway. Tutte le persone normali di questa città sono in giro a comprare i regali di Natale per qualcun altro. Tutti a parte noi, a quanto pare».

            « Credevo che i servitori della Giustizia non si prendessero le ferie».

            « I cacciatori di taglie, i venditori di armi e gli studenti universitari, si. Se hai delle lamentele, rivolgiti al mio rappresentante sindacale».

            « Ehi, ehi, ehi! La vogliamo piantare con questo dialogo da operetta? Venite dentro e sedetevi, che abbiamo da fare!».

            All’imposizione di Mark Kincaid, seduto su una poltroncina accanto al letto della Camera 121 al Reparto Terapia Intensiva del Concordia Hospital di Chicago, Illinois, Rally Vincent emise un sospiro d’esasperazione ed entrò nella stanza, sotto lo sguardo vigile del piantone, un agente in uniforme del Dipartimento di Polizia di Chicago che sedeva su uno sgabello poggiato al muro, nel corridoio, accanto alla porticina di legno compensato bianco. Kyle McKnight la seguì a passi svelti, cercando di ignorare gli strali verdi di veleno che Goldy di Ferro, stesa pancia in su nel suo letto, coperta fino al collo da un lenzuolo bianco, gli lanciava con gli occhi. Le sue battute sull’ora di ritardo e sulle ferie erano state veramente uno sderenamento di palle, a riprova del fatto che la rossa non era granché in forma. Avrebbe saputo fare molto di meglio.

            Erano state sistemate varie seggiole bianche attorno al letto; assieme a Kincaid c’erano già la sua assistente, Courtney Granger, Roy Coleman e Jeff Shepherd. Rally e Kyle sedettero quasi al capezzale del letto, sulle ultime due lasciate libere.

            « Ma tu guarda». Rally guardava Goldy dritta negli occhi con odio. « Sedermi al tuo capezzale da moribonda è il mio sogno segreto da un sacco di tempo, lo sai?».

            « Chiudi e senti quello che ha da dire, Rally!», la rimproverò severamente Kincaid. Sembrava nient’affatto contento di trovarsi lì, era seduto in maniera rigida per non sforzare le costole, e teneva la stampella tra le cosce, come un soldato seduto sul retro di un mezzo da trasporto col suo fucile. Sulle cosce aveva una cartelletta gialla.

            « So già abbastanza!», replicò lei, ironica. « Roy mi ha detto al telefono che la signorina dovrebbe ricevere la visita di un amico, questo pomeriggio…!».

            « Già, un vecchio amico d’infanzia…!», fece Kincaid con lo stesso tono. Porse la cartelletta gialla a Rally, che l’aprì e se la posò sulle ginocchia perché anche Kyle, seduto accanto a lei, potesse vederne il contenuto. All’interno c’era una scheda segnaletica con l’intestazione del Dipartimento della Giustizia e della Divisione Crimine Organizzato dell’FBI, completa di fotografie di fronte e di profilo e di un lungo, poco edificante curriculum.

            « Salvatore Cortellesi, detto Turi», parlò Kincaid, come una voce fuori campo, mentre Rally e Kyle leggevano. « Sessantaquattro anni, emigra dalla Sicilia a New York con tutta la famiglia quando ne aveva cinque. Allora i legami tra la Cupola… il direttorio di Cosa Nostra, la mafia siciliana, e la mafia italiana qui da noi, erano molto più forti di adesso: l’FBI e la Polizia Italiana la chiamavano Pizza Connection, e ci hanno lavorato su per anni, per smantellarla. Il padre di Salvatore Cortellesi fu inviato come Capo-Mandamento prima a New York poi qui a Chicago, ma quando alla fine degli anni ’70 la Pizza Connection è stata mandata a gambe all’aria, l’FBI l’ha fottuto. È morto in galera. Il figlio ha preso il suo posto quando le acque si sono calmate. Cinque anni più tardi un pentito di mafia ha fatto il suo nome nel corso di un processo sulla Pizza Connection in Italia, e da allora è latitante. Dai un’occhiata al suo stato di servizio, Rally: niente scuola oltre le medie, una miriade di precedenti. Quel tizio ha studiato alla scuola di specializzazione per Gangster».

            Rally e Kyle rimasero in silenzio a sfogliare il Dossier su Turi Cortellesi per un altro lungo minuto di silenzio, poi lei lo chiuse con un gesto brusco e rabbioso, lo restituì a Kincaid e rivolse a Goldy un’occhiata assassina:

            « Sicché questo modello di virtù ti ha contattata e ti ha detto che sa chi sta cercando di piantarti i chiodi nella bara, giusto?».

            Goldy le rivolse solo un sorrisetto ironico. Rally reagì con una manata forte, di taglio, sul tavolino al capezzale del letto, un BUM! improvviso che fece vibrare per un attimo tutta la stanza.

            « E RISPONDIMI QUANDO TI PARLO!», berciò.

            « Rally…». Kyle le strinse una mano.

            « Guarda che se ti stai allenando ad imitare Sigourney Weaver non è proprio giornata», intervenne Coleman, sforzandosi di apparire risoluto, ma con voce tremante. Rally lo mise a tacere semplicemente con un’occhiataccia.

            « Okay, okay, Break, gente, d’accordo?». Kyle si alzò in piedi. « Ricapitoliamo… la signorina Goldy, qui, riceve una telefonata da un mafioso ricercato che guarda caso sa tutto quello che le è successo e sa chi sta cercando d’incastrarla, e questo mafioso ricercato vorrebbe venire qui a parlare con lei di persona. È questo il concetto?».

            « Più o meno». Kincaid si dipinse un sorrisetto rabbioso in volto. « Quello che stai trascurando è che la signorina Goldy qui presente ha cercato la collaborazione di questo mafioso fin dal Massacro dell’Immacolata Concezione. È stata lei a fargli mandare degli uomini per scoprire che il professor Whitman era stecchito. E quel cacasotto, dopo aver obbedito con riluttanza, tutto d’un tratto viene qui di sua spontanea volontà a parlarle?». Si alzò, a fatica, e fece qualche passo verso il letto: « Avevi la serpe in seno fin dall’inizio, Goldy. Ti sei fidata di quell’uomo e hai causato la morte di persone innocenti. Giuro che vorrei farti saltare la testa, qui e subito».

            Una mano, calda, leggera, lo toccò su una spalla. Courtney Granger. Con un sospiro d’esasperazione, Mark Kincaid tornò a sedersi.

            « D’accordo…». Kyle sospirò a sua volta, passandosi una mano sulla faccia come se fosse morto di sonno. «…adesso sappiamo che c’è un mafioso ricercato che vuole venire a fare visita a Goldy, pensiamo che sia un traditore e quindi temiamo che sia una trappola. Il prossimo passo?».

            « Lo teniamo sotto controllo», rispose Courtney Granger. « Abbiamo nascosto una telecamera ed un paio di microfoni direzionali nella stanza. Abbiamo allestito un’attrezzatura di ricezione, ascolteremo tutto dalla guardiania. I piantoni si imboscheranno tra un quarto d’ora, così quel figlio di puttana avrà l’impressione di girare indisturbato».

            « A che punto entriamo in scena noi?». Kyle indicò Rally con un cenno.

            « Quando lui esce, voi gli state alle costole. Vi daremo una radio. Vogliamo sapere dove va'. Ha chiamato Goldy da un telefono con prefisso di Chicago, quindi si starà nascondendo da qualche parte in città. Ci serve di sapere dove, così possiamo tenerlo sotto controllo».

            « Ci sono modi più semplici, tipo mettergli alle costole gente della Procura, oppure rintracciare il numero da cui ha chiamato Goldy, no?».

            « No, è assolutamente fuori discussione!». Kincaid divenne paonazzo in volto. « Nessun passo falso, nessun errore procedurale. Quando la signorina Goldy mi ha avvisato, ho fatto tutto il più in fretta possibile. Il risultato è che non ho nessun mandato. La sorveglianza che ho allestito qui è illegale, ed anche se Cortellesi qui, stasera, confessasse apertamente di aver sparato a Gandhi e a Kennedy, non potremmo usare le registrazioni in Tribunale. E non ho nessun mandato per mettere quel numero di telefono sotto sorveglianza! Cortellesi è un ricercato, se l’arrestassi in maniera illegale non potrebbe comunque essere rilasciato perché ha altri procedimenti a suo carico, ma non potremmo perseguirlo per questo!».

            « Se invece due cacciatori di taglie lo incontrano e lo riconoscono per puro caso e ne segnalano la posizione alle autorità, non c’è nessun errore procedurale, esatto?». Rally s’incupì.

            Kincaid non rispose; si limitò ad emettere un forte SNORT! di rabbia col naso. Courtney Granger, più pacata, si schiarì la voce:

            « Preferiamo che lo teneste sotto controllo per un po’, finché non decide di tagliare la corda. Quindi, se quando va fuori di qui si dirige verso l’aeroporto o prende un’autostrada per uscire dalla città, ci avvisate subito. Ma vogliamo dare l’impressione di essere arrivati all’ultimo minuto. Se imbastiamo una sorveglianza ufficiale, e cazzate del genere, dovremmo stendere dei rapporti, e inevitabilmente dovremmo coinvolgere la Sezione Crimine Organizzato dell’FBI. Cosa che non vogliamo fare, per tutta una serie di ragioni…!».

            « Tanto per cominciare», concluse Kincaid, « Perché non vogliamo che qualcuno dell’FBI ci tolga di nuovo il caso, ammesso e non concesso che siano veri agenti dell’FBI!».

            « Andiamo, Kincaid…!». Kyle scosse la testa con un sorrisetto. « Se avete paura di quelli dell’altra volta, beh… se Cortellesi è veramente collegato al Massacro dell’Immacolata Concezione e alla Kerosine, dieci a uno che quelli lo sanno già!».

            « Avete poi scoperto chi è quella gente?», intervenne Rally.

            « Stati di servizio classificati al massimo livello». Courtney Granger scosse la testa. « Secondo me sono servizi segreti, comunque. Resta da vedere perché hanno il pepe al culo per questa faccenda».

            Dopo un attimo di silenzio, Kincaid guardò l’orologio appeso al muro, e si alzò con fatica, facendo leva sulla stampella:

            « Beh, ne discutiamo da un’altra parte. Il figlio di buona donna sarà già per strada». Fece qualche passo verso la porta, quindi si girò di nuovo verso il letto: « Oh, Goldy…? Prima che ce ne andiamo, per cortesia, consegna a Roy il cellulare… e già che ci sei, restituiscigli la Nove Millimetri che hai preso dalla sua collezione, vuoi?».

            Silenzio; Goldy chiuse gli occhi, lasciò cadere la testa sul cuscino e fece un rapido cenno verso il fondo della stanza:

            « Nell’armadietto».

            « Brava bambina!». Kincaid le rivolse un altro sorrisetto cattivo, mentre Coleman si alzava ed andava a recuperare la Trousse dalla sacca nell’armadietto metallico.

            « Che c’è, Kincaid, adesso ti aspetti anche che mi metta a piangere e chieda scusa?». Ancora con gli occhi chiusi, Goldy aggrottò la fronte. « Lo so che ti piacerebbe sculacciarmi, ma non credo che te lo permetterò!».

            « Stammi bene a sentire, puttana…». Kincaid strinse i denti. « L’unico motivo per cui non sei dietro le sbarre o in una stanzetta imbottita con la porta d’acciaio è che ti ho fatto uscire io. Avevamo un patto, tu conoscevi le regole, e le hai deliberatamente infrante. A quanto pare sai ancora molto sul mondo del crimine organizzato, Goldy di Ferro, nonostante tu sia fuori dal giro. Sai cosa penso? Che il tuo cervellino sarebbe una miniera d’informazioni per la Divisione Crimine Organizzato del Dipartimento della Giustizia… e, credimi, quelli hanno dei sistemi infallibili per farti sputare quello che vogliono sapere. A cominciare dal renderti la vita un inferno!».

            Girò su se stesso con un movimento troppo rapido per le sue condizioni, ed infilò la porta ingobbito dal dolore alle costole.

- - -

            « Maledetta puttana…!».

            Kincaid tornò a sedersi lentamente, aiutato da Courtney Granger, scaricando il peso del suo corpo il più possibile sulla stampella. A Rally sembrava un ottantenne sciancato, e probabilmente le ragioni del suo astio stavano proprio nel fatto che anche lui si accorgeva di questo, e se ne vergognava. Mark Timothy Kincaid era alto un metro e ottanta ed aveva la corporatura di un giocatore da Football. Una volta Rally pensava che fosse Bean Bandit, il Road Buster, l’uomo più grosso che lei avesse mai conosciuto, ma Mark Kincaid lo eguagliava abbondantemente, ed in più, in quanto agente federale, era addestrato in armi, esplosivi, e corpo a corpo mortale. Rally sapeva perfettamente che se Kincaid fosse arrivato al punto di colpire il Road Buster, quello non si sarebbe rialzato più; d’altra parte, di questo Mark Kincaid era conscio, e apparentemente anche orgoglioso, sebbene Rally non credesse che tra le sue occupazioni principali ci fosse il passare ore a fare sollevamento pesi in qualche buco di palestra; anzi, ora che era Procuratore Federale, era già tanto se il continuo studio e aggiornamento sulle questioni legali gli lasciava il tempo di passare al poligono di tiro, di tanto in tanto, ad esercitarsi con la sua Tanfoglio Combat .10mm-Auto. Ciò non toglieva che Kincaid non fosse affatto contento di essere ridotto in quel modo, a causa di Goldy, soprattutto, e non faceva nulla per nascondere la cosa. Era, del resto, già la seconda volta che gli succedeva: la prima era stata nell’ottobre precedente, durante le indagini sul “Network”, un gruppo di pedofili che operava nella zona di Chicago e faceva capo ad un’organizzazione criminale del Sud Est Asiatico. Kincaid, allora agli sgoccioli del suo periodo di servizio presso lo United States Marshals Service prima di entrare alla Procura Federale di Chicago, era stato costretto a chiedere che Goldy, che si trovava rinchiusa all’Ospedale Psichiatrico di Stato “Chicago-Read”, venisse rilasciata; questo, perché Goldy era a conoscenza di informazioni che potevano mettere il “Network” a rischio, e l’organizzazione aveva già tentato di ucciderla all’interno del manicomio. Mentre Goldy veniva portata fuori, un funzionario della sicurezza del Chicago-Read, prezzolato dal gruppo di pedofili per improvvisarsi Killer, aveva cercato di ucciderla, e per sfortuna non ci era riuscito. Aveva colpito alcuni agenti di polizia, prima che Mark Kincaid intervenisse e lo abbattesse con la sua Glock Dieci Millimetri d’ordinanza, non prima, però, che quello gli piantasse un proiettile nella clavicola destra. Kincaid era stato sottoposto a tre interventi chirurgici consecutivi, e per rientrare in servizio il prima possibile aveva voluto forzare le tappe con la riabilitazione, cosa che l’aveva resa ancora più dura. Stava appena uscendone, e il mondo gli era crollato addosso un’altra volta. Rally era sicura che, se fosse stato lasciato solo in una stanza chiusa assieme a Goldy e a un qualunque genere di oggetto utilizzabile come arma, l’avrebbe uccisa nel modo più doloroso che gli fosse venuto in mente.

            Fu Roy Coleman ad entrare per ultimo, e a chiudersi la porta alle spalle, dando una mandata di chiave; la stanzetta sprofondò in un’oscurità quasi totale, rischiarata solo dal monitor di un PC portatile posato su un tavolino di  metallo appoggiato al muro, di fronte ad un largo vetro doppio che dava sul corridoio. Anche la porta era a vetri, ma in entrambi i casi le tapparelle erano state abbassate, e all’esterno, sulla maniglia della porta, era stato appeso un cartellino rosso che diceva semplicemente “Chiuso per pulizie”.

            La guardiania in fondo alla corsia di Terapia Intensiva era una stanzetta molto piccola; oltre al tavolo e a qualche sedia c’erano degli armadietti in metallo, un televisore appeso al muro, un bagno in una stanzetta annessa, e una Consolle elettronica incassata nella parete sotto il televisore che ospitava gli allarmi connessi alle singole camere, alle apparecchiature che monitoravano le funzioni vitali dei pazienti, e ai campanelli di chiamata di ogni letto.

            Ora era tutto spento; l’unica cosa accesa in quella stanza era appunto il Notebook posato sul tavolino in metallo, a cui si mise subito a lavorare Courtney Granger. Digitò qualche comando sulla tastiera, e la schermata del portatile cambiò immediatamente in una ripresa dall’angolo in alto a destra della camera in cui era ricoverata Goldy; era una ripresa in bianco e nero, ma ad altissima definizione. Goldy era ancora coricata, le lenzuola tirate su fino al collo; si mosse, e l’immagine risultò sullo schermo particolarmente fluida.

            « È una micro-camera con collegamento Wireless», spiegò Courtney Granger. « Abbiamo scelto una frequenza di micro-onde che non disturbasse le apparecchiature elettroniche dell’ospedale. A fare una connessione via cavo ci sarebbe voluto troppo tempo».

            Ciò detto, digitò un altro, rapido comando sulla tastiera, e in un angolo in basso a sinistra della schermata apparve un puntino rosso lampeggiante; stava a significare “Record”, cioè che il PC stava registrando in un video di formato AVI tutto ciò che veniva ripreso dalla telecamera nascosta.

            « Qui ingresso, rispondete. Passo».

            L’attenzione di Rally fu immediatamente catturata da un gracchiare metallico con voce maschile, proveniente da qualche parte nel buio. Kincaid, seduto accanto a Courtney Granger, afferrò rapidamente un piccolo Walkie-Talkie che giaceva sul tavolo accanto al PC portatile:

            « Si, qui Controllo. Avanti».

            « Soggetto individuato. Ha preso l’ascensore espresso. Quinto piano».

            « Ricevuto. Chiudo». Kincaid diede un’occhiata rapida all’orologio che portava al polso: le Sedici e Venticinque. In orario perfetto. Parlò ancora nella ricetrasmittente: « Controllo per Piano, mi ricevete? Passo».

            « Si, qui Piano», gracchiò prontamente in risposta la radio, con una voce femminile, stavolta. « In ascolto. Avanti».

            « Soggetto in arrivo. Confermare quando in vista».

            « Ricevuto, in attesa».

            Non dovettero restare in attesa ancora a lungo; dopo poco meno di un minuto, la radio gracchiò di nuovo con la stessa voce femminile:

            « Qui Piano, soggetto individuato, esce dall’ascensore. Corrisponde alla descrizione. Cappotto lungo, non porta niente in mano. Non riesco a vedere se è armato. Passo».

            « Si, ricevuto», rispose seccamente Kincaid, e dopo un istante la radio gli replicò: « Qui Corridoio Uno, mi allontano», e: « Corridoio Due, sono fuori campo visivo». Erano i due piantoni che si allontanavano; si sarebbero nascosti, Kincaid sapeva, nella stanza immediatamente accanto a quella di Goldy, che al momento era vuota, e chiusa a chiave. Sarebbero stati al riparo dagli sguardi, e abbastanza vicini da intervenire in caso di emergenza. Il terzo piantone, la poliziotta che si trovava in fondo al corridoio, si sarebbe invece avvicinata, indossava abiti civili e, seduta su una seggiola a metà della corsia, sarebbe sembrata una delle tante parenti che gironzolavano a quell’ora per il reparto in attesa di poter visitare un loro caro ricoverato.

            Dopo qualche altro istante di silenzio e respiri pesanti, in cui a Rally sembrò persino di poter sentire il flusso dei pensieri del suo amato Kyle accanto a lei, la schermata del Notebook cambiò. Courtney Granger batté qualche veloce comando sulla tastiera, e l’immagine in bianco e nero si fece ancora più sorprendentemente chiara. Dagli Speaker del PC portatile, i suoni arrivavano in presa diretta, chiarissimi, come se tutto stesse accadendo proprio lì, nella loro stessa stanza.

            Inquadrato dall’angolo in alto a destra, un uomo entrò nella stanza di Goldy e si chiuse la porta alle spalle; poi si tolse il cappotto, un lungo cappotto nero, e l’appese ai ganci dietro la porta. Quindi si portò a sedere accanto a Goldy, al capezzale del letto, sul lato destro. Perfetto, pensò Rally; da quell’angolazione, avevano un’inquadratura perfetta.

            L’uomo era basso, non più di un metro e sessanta, tarchiato e corpulento, il ventre era debordante, la faccia gonfia, le gote rubizze; indossava un paio di pantaloni di fustagno ed un maglione di lana bianca, e portava delle scarpe nere che sembravano almeno delle Quarantaquattro, una misura di piede sproporzionata all’altezza. Era quasi completamente calvo, a parte una chierica di capelli sale e pepe a cui Rally, ad occhio, non dava comunque ancora molto da vivere, ed era malamente rasato.

            Rally immaginò che Goldy, e tutti i mafiosi degni di questo nome, vedessero Salvatore Cortellesi come il fumo negli occhi. Sembrava voler imitare a tutti i costi James Gandolfini ne I Soprano, una serie televisiva americana molto popolare incentrata su una famiglia mafiosa di italo-americani; il Telefilm, che Rally non seguiva ma di cui aveva avuto l’occasione di vedere i primi episodi, era stracarico di luoghi comuni sugli italiani e sulla mafia, e per questo era aspramente boicottato da tutte le associazioni di italo-americani, che giustamente ripetevano ogni volta che era necessario che non tutti gli italiani sono mafiosi, e additavano I Soprano come discriminatorio e razzista, in parte a ragione; e se gli italiani non mafiosi lo odiavano, di sicuro i mafiosi veri, italiani e non, non l’apprezzavano. Il personaggio principale del telefilm, Tony Soprano, era l’apogeo della commistione di tutti gli stereotipi del tipo “Italiano/Mafioso”, o meglio “Italo-Americano/Mafioso”, perché Rally dubitava seriamente che i mafiosi veramente italiani fossero così. E quell’uomo, Turi Cortellesi, se non imitava apertamente il modello di Tony Soprano, sicuramente alimentava lo stereotipo che gli aveva dato vita. Se i legami tra la mafia italo-americana e Cosa Nostra fossero stati ancora saldi come una volta, ponderò Rally, non ci sarebbe voluto molto perché Cortellesi ricevesse qualche perentorio invito a darsi una regolata.

            « Gloriuzza?». Audio sorprendente dalle piccole casse del portatile, davvero. A Rally scappò un sorrisetto, a sentir Goldy chiamata in quel modo. « Gloriuzza…?».

            Guardò Goldy girare la testa lentamente verso Cortellesi, come mezza addormentata:

            « Sono quisono ancora un po’ stordita…».

            « Ti stanno drogando?».

            « Un po’ di antidolorifici…».

            Che gran faccia da culo, pensò Rally scuotendo la testa. Non c’era nessuno, al mondo, in quel momento, più sveglio e scattante di Goldy di Ferro; la stronza stava facendo la scena, perché, se Cortellesi avesse continuato a credere di avere a che fare con una persona stordita dagli anestetici e non del tutto cosciente di quello che lui gli diceva, si sarebbe sentito più sicuro ed avrebbe fatto andare di più la lingua, magari in qualche modo si sarebbe tradito.

            « Gloriuzza, dobbiamo parlare…», piagnucolò il mafioso.

            Tombola…! Sul viso di Kincaid si dipinse un ghigno cattivo. Sul monitor, Goldy parve muovere un po’ la testa, confusa e stanca; scenata perfetta, a qualcuno che non la conosceva, avrebbe anche potuto fare pena.

            « Quelli mi hanno per le palle, Gloriuzza… sanno tutto di me, sono venuti a casa mia, sanno…». Se anche Cortellesi stava recitando, lo faceva non meno bene di Goldy; la sua voce era rotta da un misto di panico, vergogna e rabbia.

            Goldy emise solo un gemito; Rally immaginò che in quel momento, a Roy Coleman stesse saltando il cuore nel petto. Cortellesi riprese:

            « Mi hanno costretto, Gloriuzza, mi hanno costretto…».

            « Cortellesi…». Goldy mugugnò come se si stesse appena svegliando. « Ne riparleremo un’altra volta… cosa vogliono da me?».

            Silenzio. Sullo schermo del PC portatile, Don Turi Cortellesi abbassò la testa.

            « Che figlio di puttana…!», ghignò Kyle, facendo un passo avanti ed indicando sul monitor del PC portatile con un dito l’immagine di Don Turi Cortellesi. « Ve ne rendete conto? Continua a dire che lo hanno per le palle e che l’hanno costretto, ma non dice a cosa, né chi. Se volevate un’altra prova che ci stava prendendo per il culo, eccola qui».

            « Ha paura di Goldy…!». Roy Coleman scosse la testa.

            « No, queste sono solo cazzate!», intervenne Rally. « Se avesse paura di Goldy veramente, non sarebbe qui. Dall’impressione che mi ha fatto, direi che avrebbe cercato di telare in Giamaica o in Brasile, il più lontano possibile da lei di sicuro. Goldy sarebbe capace di ucciderlo , in questo preciso istante, e tu lo sai benissimo, Roy. Questo figlio di puttana è qui di sua spontanea volontà, oppure ce l’ha mandato qualcuno che lui teme più di Goldy!».

            « Conosci qualcuno da temere più di Goldy?», fece Kincaid, con un grugnito.

            « Non molti, a parte Bush e Bin Laden», rispose Kyle, distrattamente, guardando ancora il portatile. « E comunque… se quelli avessero soltanto voluto contattare Goldy, l’avrebbero chiamata direttamente al suo cellulare segreto. Lo hanno già fatto, in fondo, non c’era nessun bisogno di mandare qualcuno di persona».

            « Si tratta di un esploratore…», concluse Rally. « È una spia. Questa è una missione di ricognizione. Chiunque abbiamo contro, vuole sincerarsi delle condizioni di Goldy. Spero solo che riesca a convincerlo di essere più malconcia di quanto sia in realtà…!».

            Dai piccoli Speakers del Notebook provenne ancora la voce di Cortellesi, insicura e tremante, mentre il mafioso alzava piano la testa:

            « Ti vogliono incontrare, Gloriuzza. Vogliono che domani sera tu vada in un certo posto».

            « Dove…?», mugugnò Goldy.

            « Eccoce l’ho scritto qui…». Cortellesi infilò una mano in tasca, ne estrasse quello che sembrava un foglio di carta ripiegato, e lo allungò verso Goldy, infilandoglielo poi, con gentilezza, tra le dita della mano non fasciata. Quindi, con un gemito: « Hanno detto che se non ci vai…».

            « Se la prenderanno con lei?», chiese Goldy, ancora mugugnando.

            « Hanno detto che la pagheremo tutti, Gloriuzza… io ho paura… ci andrai?».

            Nessuna risposta. Sul monitor del PC portatile, Goldy di Ferro e Don Turi Cortellesi si guardarono in silenzio per un istante ancora; questo al tarchiato mafioso parve bastare, perché si alzò e, dopo aver rivolto un muto, rapido cenno di saluto a Goldy, fece per avviarsi verso la porta; lì gli giunse la voce di Goldy, sempre fioca, ma brillante:

            « Cortellesi…?».

            Impalato nell’atto di infilarsi il cappotto, Cortellesi girò la testa verso di lei, che lo squadrò da capo a piedi con i suoi begli occhi verde smeraldo:

            « Chi è questa gente? Cosa vogliono?».

            « Non lo soriconoscerei i loro tirapiedi, ma loro…». Il mafioso strinse i denti, come colto da un’improvvisa ondata di rabbia e indignazione. «…loro non si sono mai degnati di venire di persona…».

            Goldy chiuse gli occhi; sul monitor del PC portatile, unica luce nel buio della guardiania chiusa, Don Turi Cortellesi uscì dalla camera di Goldy chiudendosi la porta alle spalle. Un secondo dopo, la radio di Kincaid gracchiò:

            « Piano per Controllo, abbiamo di nuovo il soggetto in vista. Si dirige verso gli ascensori. Passo».

            « Si, confermato!», rispose rapidamente Kincaid. « Non perdetelo di vista. Lo voglio sotto continuo controllo…!». Quindi abbassò la radio e squadrò Rally, da capo a piedi: « Tocca a voi, ragazzi. Avete il mio numero di cellulare?». Rally annuì, e Kincaid riprese: « Stategli dietro. Voglio sapere dove va'. Se si dirige fuori dalla città o verso il porto o l’aeroporto, chiamatemi immediatamente».

            Rally e Kyle, quasi coralmente, risposero con dei cenni d’intesa; lei aprì la porta, e la luce dei Neon del corridoio illuminarono la guardiania abbagliandoli per un momento.

            Kincaid attese un paio di minuti, dopo che furono usciti, prima di muoversi a sua volta; si alzò, aiutato da Courtney Granger, e stampellò, facendola sembrare più faticosa e dolorosa di quanto non lo fosse in realtà, verso la stanza di Goldy; la porta era ancora aperta, all’interno, accanto al letto, c’era il piantone. L’altro era già tornato al suo posto; Kincaid indicò la porta all’agente in uniforme con un rapido cenno del capo, e quello senza dire una parola uscì, chiudendosela alle spalle. Solo allora Goldy aprì gli occhi, rivolgendo uno sguardo scintillante di smeraldo al Procuratore, che si appoggiò al muro, a poca distanza dal letto.

            « Ha detto che la pagheremo tutti, ci andrai, ci andrai?», cominciò lei, muovendo la testa da una parte all’altra, gracchiando in un’imitazione parodica della voce di Don Turi Cortellesi. « Loro non si sono mai degnati di venire di persona…!». Sul viso le si dipinse d’improvviso un’espressione di rabbia e disprezzo. « AAH! Inutile stupido imbecille traditore rottinculo!».

            Scalciò via le lenzuola e si issò a sedere sul letto; indossava una vestaglia candida. Se sperava di avere un certo effetto, rimase delusa; Kincaid si limitò a squadrarla da capo a piedi, prima di dichiarare, secco:

            « Gli ho messo alle costole Rally e Kyle. Cominciamo col vedere dove va».

            « Quando l’avrete incastrato voglio farci una chiacchierata…!», sibilò Goldy, a denti stretti.

            « Scordatelo». Kincaid scosse la testa. « Cortellesi non lascerà più Chicago. Quando questa storia sarà finita, l’unico mezzo di trasporto che prenderà sarà quello diretto al primo penitenziario federale in cui gli troveremo posto».

            « Cortellesi è una spia, di chiunque ci sia dietro, e probabilmente lo tengono sotto stretto controllo…!». Goldy strinse le braccia al petto; Kincaid non avrebbe saputo dire se fosse volontario o meno, ma il gesto le compresse i seni e li fece apparire ancora più turgidi e floridi di quanto già non fossero per conto loro. « Se l’arrestate al momento sbagliato, ve lo ritroverete nel culo».

            « Questo lo sappiamo, Goldy, non siamo stupidi». Kincaid si staccò dal muro con un colpo di reni che gli fece contrarre per un istante il viso in una smorfia di dolore. Prese un respiro profondo, prima di continuare: « Ho già commesso abbastanza infrazioni dei regolamenti e della legge, da quando questa storia è iniziata. Tanto per cominciare, avrei dovuto far arrestare Cortellesi immediatamente, appena ha messo piede in quest’ospedale. Avrei dovuto stendere dei regolari rapporti su tutto quando, avrei dovuto avvertire ufficialmente il Dipartimento della Giustizia e la Divisione Crimine Organizzato dell’FBI. E, che mi piaccia o no, ho sbagliato anche l’altra notte, riguardo alla sparatoria. Non avrei dovuto lasciarmi trascinare nel vostro piano, dovevo avvertire la Polizia e l’FBI in forze, avrei dovuto arrestarli tutti, e subito. Ce n’è abbastanza per farmi perdere il lavoro e farmi fare qualche annetto di galera, e se c’è una cosa che voglio evitare è che la situazione possa andare anche peggio. Quindi, che questa faccenda sia finita o no, se Cortellesi tenta di lasciare la città, lo faccio arrestare immediatamente».

            Silenzio per un paio di secondi; Goldy posò il suo sguardo profondo su Kincaid, tanto da farlo sentire a disagio. Quindi scosse la testa, con un ghigno strano dipinto in volto:

            « Lo sa, Kincaid? Lei non mi prende per il culo, nossignore. Fa tanto il prezioso, ma io lo so che è il tipo a cui i panni da Procuratore stanno stretti. A lei non frega un cazzo di mettersi i regolamenti nel culo, quando si tratta di chiudere un caso!».

            Si aspettava una certa reazione, che non venne; Kincaid annuì piano, con una smorfia:

            « È la mia filosofia, si. Quello che io posso fare infrangendo le leggi e i regolamenti per mettere dentro un figlio di puttana non è niente a confronto di ciò che potrebbe fare quel figlio di puttana, se lo lasciassi libero. Tutto sta, poi, a non farsi scoprire…!». Pronunciò le ultime parole inarcando le sopracciglia, come in un’occhiata d’intesa.

            « Oh, ma tu guarda, è esattamente la mia stessa filosofia di vita». Il ghigno non era scomparso dal volto di Goldy. « Solo che io starei dall’altra parte».

            Kincaid l’ignorò. Fece un passo verso di lei, e la fissò, occhi negli occhi, in silenzio. Non c’era più astio nel suo sguardo.

            « Adesso mi devi dire la verità...», sospirò lui. « A chi hai pestato i piedi per finire in questo casino, Goldy di Ferro?».

            « Non lo so», lei scosse la testa. « La lista è lunga, Kincaid, lo sa».

            Senza dire altro, Kincaid girò su se stesso, di nuovo strappandosi un gemito di dolore, ed aiutato da Courtney Granger si mosse verso la porta.

- - -

            L’auto su cui viaggiava Don Turi Cortellesi era una Lexus color argento, con targa dell’Illinois. Cortellesi, entrato in ospedale direttamente dalla Hall, ne era uscito prendendo direttamente l’ascensore per il parcheggio seminterrato, dove c’era qualcuno che l’aspettava con l’auto; due uomini, avevano visto, uno alla guida ed un altro al posto del passeggero che si guardava attorno nervosamente. Se fossero stati o meno armati, non avrebbero saputo dirlo. Cortellesi era salito a bordo sui sedili posteriori, e l’auto era uscita dal parcheggio seminterrato dalla rampa che dava sulla più vicina uscita presso la Kennedy Expressway.

            Rally Vincent e Kyle McKnight la tallonavano ormai da una decina di minuti. Il traffico sulla Expressway era intenso, ma non era difficile seguire la Lexus, ben visibile sulla Carpool, la corsia preferenziale riservata alle auto con più di due persone a bordo. Rally guidava la sua Ford Mustang GT500 “Cobra” con perizia e discrezione, evitando di dare troppo nell’occhio o di causare un incidente. Non che ci fossero comunque problemi a passare inosservati, la sua “Cobra” era solo un’altra auto sportiva verde con una striscia bianca trasversale, vecchia di quindici anni, che su un’autostrada affollata non si sognava nemmeno di esprimere tutto il suo potenziale di velocità. Le auto in circolazione non erano poi moltissime, non ancora: erano le cinque del pomeriggio appena, la gente stava iniziando solo ora a staccare; nel giro di un quarto d’ora, sarebbe stato tutto intasato. Kyle, seduto in silenzio sul sedile anteriore del passeggero, accanto ad una altrettanto taciturna Rally che pensava soltanto a guidare, sperava ardentemente che arrivassero alla fine prima. La corsia preferenziale Carpool era sempre meno intasata delle altre; se non fossero arrivati a destinazione, ovunque dovessero andare, prima dell’ora di punta principale, avrebbero perso la Lexus. Continuava incessantemente a tenervi lo sguardo incollato, attraverso il parabrezza, di quando in quando sbirciava dietro, tramite gli specchietti retrovisori. Lo aveva fatto almeno quattro volte negli ultimi dieci minuti. Tra loro e la Lexus tenevano sempre tre o quattro macchine, una distanza di sicurezza accettabile, che con quel livello di traffico ancora gli permetteva di passare inosservati e gli lasciava la possibilità di recuperare terreno nel caso l’auto grigia avesse dato gas all’improvviso.

            « Tempo…!», chiese all’improvviso Rally. Lui le lanciò un’occhiata; era tutta assorta alla guida, ritta sul sedile, mani sul volante, il petto fasciato dalla cintura di sicurezza. Era professionale e fiera, come sempre bellissima. In altre circostanze, si sarebbero rivolti qualche attenzione, come accarezzarsi una mano, perdere un secondo per darsi un rapido bacio. Ma non nel bel mezzo di un’operazione. Kyle, di per se, non se ne crucciava: era lavoro, di Rally ed ora anche suo, sapeva che certe cose andavano fatte in un certo modo. Ora il soldato McKnight era in missione; ci sarebbe stato tempo per i sentimenti a missione compiuta.

            « Cinque e dieci», rispose lui, dando un’occhiata rapida all’orologio sul cruscotto. « Siamo usciti dall’ospedale da venti minuti».

            Senza parlare, Rally gl’indicò con un rapido cenno della testa il suo cellulare, che giaceva nel vano portaoggetti tra i due sedili. Kyle l’afferrò, e compose un numero in memoria.

            « Kincaid…!», rispose, secca, la conosciuta voce maschile, dopo appena due squilli.

            « Si dirige verso Lakeshore Drive». Il resoconto di Kyle fu rapido e completo. « Non credo abbia intenzione di muoversi verso l’aeroporto, per ora. Non possiamo escludere che voglia andare all’Imbarcadero, ma se dovessi scommettere, direi che sta tornando all’albergo».

            « Roger. Continuate a stargli dietro. Occhi aperti».

            « Ricevuto». Kyle chiuse la comunicazione e rimise il cellulare dove l’aveva preso. Per la quarta volta in due minuti, diede un’occhiata dietro tramite lo specchietto retrovisore. Il naso iniziava a prudergli. « Sai…», mormorò, «…stavo pensando di prendere la patente anch’io, all’inizio dell’anno prossimo. Ho messo gli occhi su una bella macchina».

            « Una di quelle di…», iniziò Rally, con voce squillante, poi s’interruppe di colpo; stava per dire “di tuo padre”. Cercò di riparare rivolgendo a Kyle un dolce sorriso.

            « No, quelle probabilmente le venderò», rispose Kyle, scuotendo la testa. « È un’auto italiana. Una Lancia Delta. È roba degli anni ’80, nel nostro Paese non è stata importata granché, ed è fuori produzione. Credo che me ne farò arrivare una direttamente dall’Italia. È una bella macchina». Si girò verso di lei e le scoccò un sorriso: « Un’auto da Rally!».

            « Scherzi?». A Rally scappò un risolino.

            « No, niente affatto! Campione mondiale di Rally per tre anni consecutivi!».

            Ad entrambi scappò un riso acuto. Rally allungò una mano ad accarezzare il viso di lui, e Kyle le sfiorò le dita con la sua sinistra, con dolcezza. Poi entrambi tornarono a concentrarsi sulla missione. Pausa conclusa.

            Kyle diede una nuova occhiata allo specchietto. Ora gli stavano fischiando le orecchie.

            La Lexus svoltò a sinistra cinque minuti più tardi, al primo segnale d’uscita. Rally attese che altre due auto almeno seguissero lo stesso percorso, poi s’incolonnò, e portò la “Cobra” fuori dalla Expressway. Dovette rallentare un poco nell’attesa, ma questo non diede fastidio a nessuno: dagli ingressi già iniziava a confluire sull’autostrada un buon numero di macchine, e il traffico stava progressivamente rallentando di velocità e aumentando in intensità; Kyle fu contento di uscirne prima di restarvi imbottigliato. Ciò non gli impedì di dare un’altra occhiata al retrovisore.

            Metà dicembre passato, il buio era calato da un pezzo su Chicago. La notte era limpida, ancora, le stelle brillavano come diamanti incastonati in alto, nella volta del cielo, di un blu quasi nero, e la luna era una regina, una palla gialla insolitamente luminosa. Ancora, notti così limpide a Chicago erano rare, d’inverno, ma quando c’erano, significava che la temperatura esterna era considerevolmente sotto lo zero. Già la Kennedy Expressway era stato un mare di luce, quelle multicolori dei fari e delle luci di posizione delle auto, quelle dei catarifrangenti e dei segnali stradali e quelle alogene abbaglianti dei lampioni, ma la Città del Vento era veramente un oceano luminoso. Oltre ai veicoli, ai lampioni, c’erano le vetrine accese, le luci dagli edifici, e quelle su, in alto, delle luminarie di natale. Kyle afferrò il cellulare e compose di nuovo il numero di Kincaid. Quando gli fu risposto, parlò rapidamente:

            « Siamo su Lakeshore Drive. Sta andando all’albergo».

            Chiuse la comunicazione, ripose l’apparecchio e si perse nella contemplazione delle luci. Lakeshore Drive era una zona maledettamente in, e loro al momento si trovavano a sud di Lakeshore Drive, la zona dei grandi alberghi e dei grandi ristoranti, la zona delle Boutique e dei porticcioli turistici sul lago, e, poco più a nord, culminava col Milton Lee Olive Park; la parte centrale di Lakeshore Drive aveva il suo fiore all’occhiello nel grande, futuristico e pacifico campus dell’Università di Chicago, mentre North Lakeshore Drive attraversava tranquilli quartieri residenziali per la classe medio-alta. Ora, alla loro destra, c’erano le luci della città, del cielo e delle barche, ormeggiate o al largo, che risaltavano scintillando su una delle poche zone del Lago Michigan affacciate su Chicago che non fossero così inquinate da risultare costantemente oleose e nere. Kyle avrebbe voluto abbassare il finestrino per sentirne l’odore, ma sapeva che l’odore del lago lì, a Chicago, non era né sarebbe mai stato lo stesso odore del lago vicino a casa sua, su nella contea di Hampton Bay; oltre alle ventate di freddo pungente, abbassando il finestrino si sarebbero beccati zaffate di gas di scarico, e di poco gradevoli aromi di benzina e scarichi fognari. Ancora, alzò lo sguardo allo specchietto retrovisore. E stavolta, parlò:

            « Rally… non so quanto sia importante, però c’è una macchina che ci tampina».

            Rally alzò di scatto la testa verso lo specchietto retrovisore. Lui precisò:

            « Ore sei, tre macchine dietro di noi. È un monovolume nero metallizzato. C’è stato attaccato al culo per tutta l’autostrada. L’ho notato solo a metà del percorso sull’autostrada, ma ho idea che ci stia alle costole fin dal Concordia».

            Rally restò in silenzio per un lungo secondo, lo sguardo fisso sullo specchietto retrovisore, prima di concentrarsi di nuovo sulla guida. Il traffico su Lakeshore Drive era scorrevole e tranquillo, la Lexus era due macchine più avanti, ad una distanza più lunga di quella che avrebbero voluto, ma era ancora perfettamente visibile, e con quel volume di circolazione avvicinarsi avrebbe potuto voler dire farsi individuare, dalla Lexus o magari dal monovolume, se Kyle aveva visto giusto.

            « Merda…!», mormorò Rally. « Ne sei sicuro?».

            « Credo che ci sia un solo modo per esserne veramente sicuri», rispose Kyle, indicando una svolta a destra con un cenno del capo.

            Cento metri più in la, lungo il viale si apriva una grande piazza decorata in granito e marmo, con siepi, luci, panchine ed una fontana. All’estremità, affacciati sul lago, si trovavano due eleganti edifici: uno, ad un solo piano, ospitava il Pulcinella, il ristorante italiano più lussuoso, buono e caro da questa parte del Mississippi; l’altro, più alto, di cristallo, a forma di mezzaluna, era il Marriott Hotel. Erano giunti a destinazione: la Lexus svoltò, e potendo scegliere tra una delle due rampe gemelle che portavano al parcheggio seminterrato e il viale d’accesso alla porta principale, scelse la seconda.

            La “Cobra” di Rally era sufficientemente a distanza; lei e Kyle videro la Lexus grigia fermarsi sotto la tettoia di porpora rossa, videro Don Turi Cortellesi ed uno dei suoi due uomini scendere e venir scortati da un Concierge all’interno attraverso la porta automatica, prima che la Lexus facesse un’inversione sul vialetto, evitando a malapena di tamponare un Taxi in attesa e di investire due valletti vestiti di rosso, ed andare ad infilarsi nella più vicina delle due rampe d’ingresso del parcheggio sotterraneo.

            Le tre auto davanti a loro proseguirono avanti; alla giusta altezza, Rally svoltò ed imboccò con la “Cobra” la rampa d’ingresso del parcheggio interrato del Marriott Hotel. Kyle frugò per un istante nel cassettino del cruscotto, e trovò una targhetta blu col simbolo della catena internazionale di alberghi e la dicitura “Ospite”, applicandola in vista tra il cruscotto e il parabrezza giusto in tempo per arrivare in fondo alla rampa, dove una sbarra metallica era abbassata ed un vigilante era in servizio dentro un gabbiotto di vetro; la guardia alzò la sbarra e li lasciò passare, e Rally guidò l’auto fino in fondo al parcheggio, il più vicino possibile all’altra rampa d’accesso. Non aveva ancora parcheggiato l’auto, quando notò la Lexus, ferma il più vicino possibile all’uscita. Fermò la sua “Cobra” tra un fuoristrada Porsche Cayenne di pre-serie e una Lincoln Continental, giusto in tempo per vedere l’uomo alla guida scendere, chiudere l’auto a chiave e dirigersi verso i quattro ascensori in fondo al parcheggio. Rally rimase a guardarlo mentre chiamava un ascensore, che evidentemente era già al piano, e vi scompariva dentro.

            « Via, adesso!», mormorò a Kyle, e scese rapidamente dall’auto, scattando con le ginocchia flesse e la schiena china, tenendosi più bassa possibile, con la mano destra infilata sotto la giacchetta, e stretta attorno al calcio della sua CZ-75.

            Kyle aprì rapidamente il cassettino del cruscotto; non ci mise molto a trovare un sacchetto di carta di McDonald’s, arrotolato su se stesso. Lo prese e a sua volta scattò fuori, avendo cura di chiudere a chiave prima di raggiungere Rally, nascosta dietro il fuoristrada Porsche Cayenne.

            In silenzio, Rally estrasse la sua CZ-75, e ne armò il cane con un gesto del pollice. Kyle a sua volta tirò fuori la sua Norinco 77-B, posandosela sulle ginocchia il tempo sufficiente per aprire il sacchetto di McDonald’s, e tirarne fuori due oggetti in plastica e metallo identici, uno dei quali porse a Rally. Si trattava di apparecchi molto piccoli, della lunghezza di una lattina di birra e piatti come il telecomando di un videoregistratore, dal Design futuristico che li faceva apparire simili ai Phasers di Star Trek. Erano dei nuovissimi Air-Taser Modello X-26.

            Gli Air-Taser, o semplicemente Taser, confidenzialmente conosciuti nell’ambiente degli “addetti ai lavori” come “Sciocca-Stronzi”, sono delle armi non letali diffusissime tra le forze militari, di pubblica sicurezza, tra gli investigatori privati e i cacciatori di taglie di tutto il mondo occidentale, usate per la cattura di fuggitivi o per il controllo di sommosse o di sospetti violenti, e dagli agenti di custodia e dal personale di sorveglianza in ospedali, istituti psichiatrici, prigioni. Il Taser ha un solo pulsante d’attivazione, premendo il quale, tramite una carica d’aria compressa, lancia fino alla distanza di dieci metri un cavetto isolato che termina con un piccolo ago metallico, la cui consistenza è in grado di passare attraverso i comuni vestiti e conficcarsi nella pelle senza andare troppo in profondità; una volta colpito il bersaglio, tramite il cavo e l’ago il Taser libera contro il soggetto una scarica di elettricità della durata di un secondo, ad una tensione altissima, dai cinque ai diecimila Volts, ma a bassissimo amperaggio, cioè ad intensità praticamente nulla. Questo Mix di un alto estremo ed un basso estremo provoca effetti sorprendenti: non vi è quasi mai nessun danno permanente contro il soggetto, e i rari casi di ferite gravi o di morte dovuti all’uso del Taser sono imputabili allo stato di salute del “bersaglio”, ad esempio scompensi cardiaci pregressi. Ma la scarica del Taser manda completamente il Tilt il sistema nervoso periferico, bloccando completamente tutti i riflessi volontari e facendo cadere a terra il figlio di puttana come un sacco di patate, facendogli perdere i sensi il tanto che basta per farlo risvegliare ammanettato sul retro di un furgoncino cellulare. Con la carica a diecimila Volts, il Taser è in grado di stendere per un arco di tempo che va dal quarto d’ora ai quarantacinque minuti qualsiasi essere vivente più piccolo di un orso Grizzly. Anche se l’essere vivente è una specie di lottatore di Wrestling strafatto di Crack.

            Kyle e Rally armarono i loro Taser e si sporsero da dietro la Porsche Cayenne, giusto in tempo per notare che il monovolume nero stava arrivando. Era un Chrysler Voyager, nero scintillante proprio come diceva Kyle, e Rally pensò che chiunque fosse alla guida non aveva un briciolo di furbizia; era come se avessero il simbolo del Governo degli Stati Uniti sugli sportelli.

            Il Voyager si fermò all’altezza della sbarra; ne scese un uomo con addosso un completo scuro; sembrava sulla trentina, con i capelli a spazzola e dei grossi baffi. Mostrò un porta-documenti e parlò per un po’ al guardiano dentro il gabbiotto, che alzò la sbarra e l’abbassò subito dopo, quando il Voyager fu entrato; poi si mosse verso il gabbiotto di guardia all’altra rampa d’accesso, confabulò per un secondo con l’altro guardiano, e tutti e due assieme si allontanarono, guardandosi spesso alle spalle, su per la rampa, verso l’esterno.

            Rally e Kyle si scambiarono uno sguardo eloquente: Merda! Si stesero a terra pancia in giù, per guardare da sotto il Porsche Cayenne, mentre il Voyager monovolume andava ad infilarsi in uno spazio riservato agli handicappati in fondo al parcheggio, accanto ad un camioncino bianco coi simboli della catena di alberghi Marriott.

            Dal monovolume scesero due uomini vestiti con lo stesso tipo di completo grigio, il tipo coi capelli a spazzola e i baffi di prima, ed un ragazzo più giovane; quest’ultimo ora imbracciava un’arma automatica, una carabina M4-A1 munita di lanciagranate.

            Kyle strinse la sua Norinco 77-B nella mano destra, le dita della mano sinistra sudavano attorno al Taser. Rivolse uno sguardo rapido a Rally, che era concentrata nella contemplazione di ciò che stava accadendo.

            Il giovane con la carabina, stretta al petto, rimase a guardia del Voyager; il tizio coi baffi si avvicinò al furgone bianco e batté rapidamente cinque volte con le nocche della sinistra contro il portellone posteriore, poi dopo un istante, altre due volte. “Ammazza la vecchia”. Umorismo da federali.

            Il portellone si aprì; ne sporse un tizio che indossava stivaletti, guanti, e una tuta da lavoro verde intera, anche quella contrassegnata con il simbolo del Marriott Hotel e la dicitura “Personale delle pulizie”; solo che Rally dubitava che la vistosa fondina ascellare che portava sopra la tuta fosse una dotazione standard della manutenzione.

            L’uomo coi baffi e quello in tuta verde confabularono per qualche secondo, poi il tizio in tuta si ritirò dentro il camioncino e chiuse lo sportello; il tipo coi baffi infilò la mano destra sotto la giacca ed estrasse una pistola semiautomatica. FN Five-Seven.

            Lui e il giovane con la carabina M4-A1 si mossero rapidamente. Verso di loro. Il tizio coi baffi teneva la pistola Five-Seven con entrambe le mani, e si muoveva basso, e ginocchia flesse, entrambe le braccia alzate e la pistola spianata; dal modulo di mira laser montato sotto il fusto della pistola usciva un raggio che proiettava un puntino rosso contro uno degli sportelli della “Cobra” di Rally; il giovane con la carabina M4-A1 si muoveva ritto pochi passi dietro di lui, gli copriva le spalle con l’arma alzata, il dito indice destro già sul grilletto. Li avevano individuati, e non ci voleva molto a capire il perché: a giudicare dalle armi facevano parte della stessa squadra SWAT che gli era piombata tra capo e collo al Milton Lee Olive Park, e nei giorni seguenti i figli di puttana dovevano aver passato un bel po’ di tempo a raccogliere quanti più dati possibile su di loro e su chiunque altro fosse presente durante la sparatoria. Probabilmente avevano anche i telefoni sotto controllo.

            Il baffuto con la pistola fece quattro rapidi passi avanti verso l’auto, portandosi accanto allo sportello del guidatore. Se avesse alzato leggermente la testa, li avrebbe visti, rannicchiati sotto il Porsche Cayenne come due imbecilli. Invece abbassò la pistola e diede un’occhiata all’interno, mentre il giovane con la carabina M4-A1 si teneva sull’altro lato.

            Senza dire una parola, Kyle scattò. Si alzò in piedi con un guizzo come un pupazzo a molla che esce dal suo barattolo. I due uomini armati ebbero appena il tempo di girarsi ad individuarlo, prima che Kyle alzasse le sue due armi, il braccio destro teso a spianare la Norinco 77-B e la mano sinistra sotto la destra, a tenere il Taser in asse con la canna della pistola come fosse una torcia elettrica.

            L’uomo con la pistola aprì la bocca, e Kyle attivò il Taser. Con un soffio di aria compressa rilasciata dalla sua bomboletta, l’ago collegato al filo dello Sciocca-Stronzi centrò il baffuto al collo. Quello ebbe appena il tempo di alzare una mano a toccarsi, come per schiacciare un insetto. L     a scarica elettrica gli fece inarcare la schiena, stravolgendogli il volto in un’espressione di dolore. Emise un gemito e crollò a terra come un sacco di patate, come un tonfo.

            Il giovane con la carabina M4-A1 spianò la sua arma contro Kyle, che tese contro il suo viso il braccio con cui impugnava la Norinco 77-B.

            Rally saltò su dal suo nascondiglio. Il giovane girò la testa verso di lei, ma a quel punto lei aveva già attivato il suo Taser, conficcandogliene l’ago nella spalla destra attraverso i vestiti. Lui non resistette quanto il suo collega più robusto, appena colpito si accasciò a terra come se Kyle gli avesse sparato in testa con la sua pistola.

            Rally e Kyle abbandonarono i Taser scarichi ed ormai inservibili, rinfoderarono le loro armi, e si dedicarono ai due sacchi di patate abbandonati inerti attorno alla “Cobra” di lei. Avevano entrambi addosso delle manette, che usarono per immobilizzarli, e si impossessarono delle loro armi: oltre alla carabina M4-A1, il giovane aveva anche una pistola Five-Seven sotto la giacca. Il tutto, il più rapidamente possibile e nel più assoluto silenzio.

            Trascinarono i due uomini privi di conoscenza dietro al Porsche Cayenne, e lì Rally infilò una mano in una tasca dei pantaloni del baffuto. Ne tirò fuori un porta-documenti molto sottile, l’aprì e lo guardò. Sul viso le si dipinse all’istante un’espressione di stupore. Lo porse a Kyle rapidamente, e in silenzio, come se una semplice parola potesse far esplodere tutto lì attorno, come se quel porta-documenti fosse esplosivo. Kyle lo guardò per un solo secondo, con un gesto di disprezzo lo gettò via, sul corpo addormentato del suo padrone, e sputò per terra. Quindi strinse le mani attorno alla carabina M4-A1 che aveva preso all’agente più giovane, ed indicò il furgoncino bianco del Marriott Hotel a Rally con un deciso cenno del capo; lei annuì, alzando le due pistole FN Five-Seven; le teneva Akimbo, una per ogni mano, come una Cow-Girl.

            Avanzarono tenendosi bassi, tra la fila di auto e la parete, Kyle ad aprire la fila con la carabina M4-A1 spianata. Teneva la mano destra attorno all’impugnatura e il dito sul grilletto, e, in una posizione quantomai anomala, la sinistra attorno al caricatore, col dito indice sul grilletto del lanciagranate M-203. Sembrava seriamente sul punto di far saltare in aria il camioncino. Rally lo seguiva guardandosi spesso attorno e alle spalle, una pistola tenuta bassa lungo il fianco e l’altra rivolta verso il tetto, come Trinity in Matrix. Si fermarono un paio di auto prima del furgone, acquattandosi per un istante dietro una Mercedes per darsi silenziose indicazioni. Rally si toccò il petto ed indicò qualcosa dritto davanti a se con la pistola che teneva nella sinistra, poi la puntò un secondo verso Kyle e gli fece con la testa il cenno di fare il giro. Kyle strizzò l’occhio in cenno d’intesa. Si rialzarono e si mossero verso sinistra, avvicinandosi al loro obiettivo da una direzione che impediva a chiunque fosse nella cabina di guida del furgone di vederli attraverso gli specchietti retrovisori. Scartarono, nascondendosi dietro il monovolume Chrysler Voyager dei due idioti che avevano già steso, a pochi centimetri dal furgone bianco ma fuori dalla portata degli specchietti retrovisori. Si scambiarono solo un’altra rapida occhiata d’intesa, prima di muoversi; Rally si mosse in avanti, Kyle girò attorno al monovolume.

            Rally si acquattò contro il portellone posteriore del furgone bianco. Senza pensarci su troppo, alzò entrambe le pistole, e con una batté rapidamente contro la lamiera per cinque volte, poi altre due dopo un attimo. “Ammazza la vecchia”. Umorismo da agenti federali.

            Un’anta del portellone si aprì con un CLAC!. Rally lasciò allo stesso tipo di prima, con tuta da lavoro e fondina ascellare, solo il tempo di sporgersi. Scattò in avanti, alzò la mano sinistra e lo colpì col calcio di una delle FN Five-Seven con forza alla nuca, facendogli perdere l’equilibrio e cadere giù dal furgone, faccia a terra, sul pavimento. Fece un passo verso destra e gli piantò un piede sulla base del collo, appoggiandovi tutto il suo peso. Il tizio non fece un fiato.

            Rally alzò ambedue le pistole verso lo sportello aperto, verso il retro del furgone. Era un vano illuminato da un paio di lampade al Neon, al cui interno c’erano due tizi giovani, con tuta da lavoro e fondine ascellari, ad operare su quella che sembrava una Consolle per intercettazioni ambientali.

            « NON CI PROVATE!», strillò immediatamente. « Su le mani, adesso!».

            Le fu risposto dalla cabina di guida. Un lamento flebile, incuriosito:

            « Ma che caz…».

            Kyle scattò in avanti, da dietro il Voyager; saltò in piedi sul cofano, spianando la carabina M4-A1 verso il finestrino chiuso sul lato del guidatore:

            « Neanche per idea!».

            Diede un’occhiata all’interno: nella cabina c’erano due uomini, uno giovane ed uno più anziano, con addosso le stesse tute verdi da lavoro, dei cappellini, e le immancabili fondine ascellari. Nello spazio tra un sedile e l’altro si trovava una carabina M4-A1. Il più vecchio dei due, seduto al posto del passeggero, mosse leggermente gli occhi ad osservarla.

            « Non farlo…!». Kyle scosse la testa, dipingendosi un sorrisetto in volto. « Sono figlio di un militare. So che non vi pagano abbastanza per questo genere di stronzate!».

            « Tutti fuori, svelti!», intimò Rally.

            Tenendo le mani alzate, i due giovani a comando delle Consolle scesero dal furgone. Il loro collega a terra aveva perso i sensi per l’urto, ma era ancora vivo, respirava gorgogliando. Kyle fece scendere i due dalla cabina di guida. Tutti avevano armi, manette e documenti di identificazione: furono tutti disarmati, privati delle loro tessere, immobilizzati, e chiusi dentro il monovolume Chrysler Voyager, nell’ampio spazio del vano posteriore. Kyle si occupò anche di trascinarvi dentro i tre che avevano messo K.O.

            L’intera operazione non durò più di quattro minuti. Un successone, a dire il vero.

            Rally salì a bordo del camioncino bianco. Ora sul retro, vicino al portello aperto, avevano raggruppato tutte le tessere, le pistole Five-Seven, e le carabine M4-A1, che in tutto erano tre, perché ce n’era anche un’altra lì, alla portata degli operatori di sorveglianza.

            Diede un’approfondita occhiata alla Consolle di sorveglianza: era a due posti, ampia e completa. C’erano due cuffie per l’ascolto diretto, ed avvicinandosene una alle orecchie Rally sentì in maniera sorprendentemente chiara dei rumori di fondo, quelli di un film in TV e del mangiucchiare ritmico di una o due persone. Sulla stessa Consolle, oltre ad un paio di monitor da computer, due tastiere e due Mouse, c’era tutto l’occorrente di un buon Personal Computer: lettori di CD e DVD, unità a dischetti Floppy e ZIP, porte per chiavi USB; due masterizzatori a Mini-Disc emettevano un ronzio ritmico, e le spie di “registrazione” lampeggiavano ritmicamente di rosso.

            Più in alto, c’erano diversi piccoli Monitor, e tutti fornivano immagini diverse, a colori, e ad altissima definizione. Erano immagini di due stanze dell’albergo, in cui erano state evidentemente piazzate varie micro-telecamere nascoste oltre ai microfoni. Le due stanze sembravano comunicanti; in una di esse, un ometto di mezza età era in bagno, si stava facendo la barba con gesti nervosi, e Rally poteva vedere chiaramente che c’erano delle gocce di sangue che colavano nel lavandino; nell’altra, due tizi vestiti in maniera sportiva erano intenti a consumare una cena a base di panini e birra, guardando la TV; erano entrambi armati, avevano delle pistole in fondine ascellari nere. A ben pensarci, anche l’ometto nel bagno aveva con se un’arma, una cosa che sembrava un tozzo revolver, posato sulla tazza chiusa del Water.

            Sulla Consolle era incassato anche un telefono, una cornetta ed una tastiera a toni, con un pulsante per la linea esterna e quattro per numeri pre-impostati. Rapidamente, Rally alzò la cornetta, premette il pulsante per la linea esterna, e compose un numero di telefono che conosceva a memoria. Le fu risposto dopo cinque squilli, da una voce maschile conosciuta, un po’ tentennante:

« Mark Kincaid…!».

            « Sono nel parcheggio seminterrato del Marriott», disse Rally, lo sguardo fisso sulla Consolle di sorveglianza. « Cortellesi è nella sua stanza. Stammi bene a sentire, Mark, porta qui il culo. Ho degli sviluppi interessanti…!».

- - -

            Rally e Kyle erano seduti fianco a fianco, a guardarsi in silenzio, sul retro del furgone bianco, ancora poco più di trenta minuti dopo, quando lo stridore dei freni e il rumore di diversi veicoli in avvicinamento li fecero tornare in allarme; istintivamente, andarono a recuperare due delle carabine M4-A1 lasciate vicino alla Consolle di sorveglianza, e si appostarono dentro il furgone, col portellone posteriore mezzo chiuso, le armi pronte, in attesa.

            Non ve ne fu alcun bisogno. L’auto di testa del convoglio di quattro veicoli, tra cui un furgoncino nero e un’auto-pattuglia della Polizia di Chicago, si fermò proprio accanto al Voyager; il primo a scendere, non senza fatica ed aiutandosi con la stampella stretta nella mano sinistra, fu Mark Kincaid. Era armato, nella mano destra impugnava una pistola SIG-Sauer P228, che nelle sue mani gigantesche sembrava ancora più compatta di quanto non lo fosse in realtà; era un’arma che non gli si addiceva granché, così come la Glock 20 che aveva avuto in dotazione quando era nei Marshals era stata a malapena sufficiente per un uomo della sua stazza. Il fatto era che, visto lo stato delle sue costole, sparare con qualsiasi cosa più potente di quella SIG, figuriamoci poi con la sua Tanfoglio Combat calibro 10mm, gli avrebbe fatto vedere le stelle.

            Rally e Kyle mollarono le carabine e scesero dal furgone bianco. Gli altri veicoli del convoglio si fermarono dietro l’auto di Kincaid, e ne scesero diversi giovani che indossavano giubbetti antiproiettile con la dicitura della Procura Federale, tutti armati dello stesso tipo di fucili a pompa che gli uomini di Kincaid avevano portato con se per la fallimentare imboscata al Milton Lee Olive Park, sere prima; dall’auto-pattuglia della Polizia di Chicago scesero Roy Coleman e Jeff Shepherd; alla guida dell’auto c’era la stralunata poliziotta Kate Brackenridge, con addosso l’uniforme azzurro-nera della Polizia Metropolitana, che sganciò dai montanti sul cruscotto il fucile a pompa di dotazione e restò lì, appoggiata alla fiancata della macchina, al riparo dietro lo sportello aperto, con l’arma tra le braccia. Rally sperò ardentemente che quella stupida non lasciasse partire un colpo.

            Dal posto di guida dell’auto di testa scese Courtney Granger, che imbracciava una carabina compatta dello stesso tipo che, a sua volta, aveva usato al Milton Lee Olive Park; poco alle sue spalle, lo stesso tipo di arma era imbracciata da due uomini, uno dei quali un attraente giovane di colore, che indossavano l’uniforme nera dell’Ufficio dello Sceriffo della Contea di Cook ed erano scesi dal posto di guida dei due veicoli centrali del convoglio, un fuoristrada e il furgoncino nero. Rally li accolse a braccia aperte, con un sorriso di vittoria:

            « Soltanto mezz’ora col traffico dell’ora di punta di Chicago?».

            « Chiudi il becco, piaga…!». Kincaid le si avvicinò lentamente, appoggiandosi alla stampella, con un grugnito di dolore. « Che cos’hai per me?».

            Kyle aprì completamente il portellone posteriore del furgone, dando a Kincaid una lunga, completa panoramica della situazione. Rally indicò il monovolume Voyager con un cenno del capo:

            « Questi signori sorvegliavano Cortellesi, e noi. Due di loro ci hanno seguiti fin qui dal Concordia. Non mi stupirebbe se foste sotto controllo anche voi. Comunque, ne abbiamo dovuti stendere tre. Sono tutti comodamente inscatolati, consideralo un regalo di compleanno in anticipo».

            « Avete sparato a qualcuno…?». Kincaid inarcò le sopracciglia.

            « No, ma a due di loro consiglierei di non ingerire liquidi, per le prossime sei ore». Kyle afferrò uno dei tesserini che avevano rastrellato, e lo lanciò a Kincaid: « Ecco spiegati tutti i loro misteri».

            Courtney Granger l’afferrò al volo, Kincaid non avrebbe mai potuto alzare un braccio così velocemente senza mettersi ad ululare, e glielo porse. Lui lo guardò a lungo, e lei vide il suo volto rabbuiarsi, poi diventare paonazzo, mentre il suo sguardo scattava rapidamente dal documento, al furgone bianco, agli uomini ammanettati sul monovolume Chrysler. Vi diede a sua volta un’occhiata, e quello che vide le fece cadere le braccia.

            Era un tesserino federale, questo lo si riconosceva dal simbolo grigio del Governo degli Stati Uniti d’America in Background sul tesserino bianco. C’era la foto del suo proprietario, un tipo biondo coi baffi sopra i trenta, e tutti i dati: nome, cognome, grado, funzione, firma, eccetera. Era bordato di blu, sull’intestazione c’era una grande fascia rossa su cui si trovava, a colori, il simbolo di un Dipartimento governativo fondato da poco. La dicitura in lettere bianche che si stagliava sulla fascia rossa era DHLS – DEPARTMENT OF HOMELAND SECURITY.

            Dipartimento per la Sicurezza Interna dello Stato. Il super-ministero fondato dal Presidente Bush poco dopo l’11 Settembre. Fino a pochi giorni prima se ne parlava solo come un’ipotesi attuativa di coordinamento, come un organismo che avrebbe dovuto dipendere direttamente dalla Presidenza e coordinare in funzione di sicurezza nazionale le forze dell’ordine e militari del Governo già esistenti, senza disponibilità di personale suo proprio da dispiegare. Nessuno pensava comunque che fossero già arrivati a quel livello di attività, tantomeno Courtney Granger, che lanciò il tesserino a Coleman e Shepherd perché potessero vederlo, non senza un po’ di stizza nel gesto. La reazione che i due poliziotti ebbero nell’apprendere la verità non fu molto diversa da quella di Kincaid.

            Per un lungo istante, nessuno parlò. Tutti rimasero impalati a rodersi il fegato, finché Kyle non si sedette sul bordo del vano posteriore del furgone bianco e si passò le mani sul viso, come per lavarne via lo stress:

            « D’accordo, signori… come procediamo?».

            « Dipende da cosa siete pronti a fare», mormorò Kincaid, cupo.

            Kyle lanciò una lunga, profonda occhiata a Rally:

            « Io sono disposto a fare qualunque cosa, purché me lo dica lei!».

            « Non mi riferivo soltanto a voi». Kincaid indicò il monovolume Voyager con la mano in cui stringeva la SIG. « Prima al Massacro dell’Immacolata Concezione, poi al Milton Lee Olive Park, e adesso con Cortellesi… non siamo riusciti a concludere niente in questa storia perché questa gente è sempre stata un passo avanti a noi. Io adesso voglio sapere come e perché, e c’è una sola persona a cui posso chiedere spiegazioni…!».

            Con forzata lentezza, stampellò rumorosamente verso il Chrysler Voyager, mise via la pistola ed aprì il portellone laterale. Quattro uomini d’età diversa, tutti con addosso tute da lavoro verdi della manutenzione del Marriott Hotel e fondine ascellari vuote, lo guardarono in cagnesco. Erano tutti seduti, ammanettati dietro la schiena, nell’ampio vano posteriore del furgoncino. Lì, ai loro piedi, c’erano altri tre uomini, uno in tuta da lavoro verde, gli altri due in abiti borghesi. Erano privi di sensi, dormivano respirando rumorosamente, e a loro volta erano ammanettati dietro la schiena.

            « Devo parlare con Emilian Deveaux, il vostro supervisore», tagliò corto Kincaid, ricambiando le occhiatacce. « Qual è il numero?».

            Uno degli uomini in tuta abbassò la testa e sputò per terra, accanto alla scarpa destra di Kincaid, con disprezzo. Il Procuratore scosse la testa e si volse verso Rally, indicandogli con un cenno i tre uomini privi di sensi:

            « Cos’avete usato per questi tre?».

            « Air Taser», rispose sinteticamente lei.

            Kincaid tornò a guardare gli uomini ammanettati, con un sorrisetto dipinto in volto:

            « Ma tu guarda… si da il caso che ce ne sia qualcuno nella mia macchina. Prima vi do una bella scossa, poi provo quell’idrante laggiù!». Indicò con un cenno della testa un naspo antincendio incassato nel muro, protetto da uno sportellino rosso, ad un paio di metri di distanza. « Allora?».

            Silenzio per qualche secondo; Kincaid spostò lo sguardo da uno all’altro, finché il più anziano degli uomini in tuta non fece un cenno in direzione del furgone bianco del Marriott Hotel:

            « Il telefono della Consolle, il primo pulsante».

            Kincaid scosse la testa con un sospiro, mentre si avviava verso il retro del camioncino. Non era una cosa normale che quelle persone cedessero così facilmente alla minaccia di una tortura che, con ogni probabilità, lui non avrebbe neanche avuto il coraggio di mettere in pratica. Questo poteva significare una cosa: che loro conoscevano il tipo di tortura che lui aveva descritto, e che sapevano quanto poteva essere doloroso. Forse perché erano stati addestrati a praticarla. Nel gergo militare e dei servizi segreti veniva chiamato Interrogatorio Ostile, e, in barba a tutte le convenzioni sui diritti umani, corsi approfonditi di Interrogatorio Ostile venivano impartiti da sempre nelle Accademie destinate a formare le Élites delle forze militari e d’Intelligence degli Stati Uniti. Gli stessi “consiglieri militari” americani, ovvero i Berretti Verdi, negli anni della Guerra Fredda avevano poi addestrato all’Interrogatorio Ostile i corpi militari scelti di vari “paesi amici”, che poi, guarda caso, erano anche passati alla storia tra le dittature più crudeli e sanguinarie del secondo dopoguerra: dal Cile alla Grecia, dal Vietnam del Sud all’Iraq, dall’Argentina al Sudafrica dell’Apartheid.

            Aiutato da Courtney Granger, salì sul vano posteriore del camioncino bianco, ed andò a sedersi su una delle poltroncine girevoli alla prima postazione d’ascolto della Consolle. Diede una rapida occhiata alle tessere d’identificazione e alle armi rastrellate e abbandonate lì in fondo da Rally e Kyle, prima di sollevare la cornetta del telefono e premere il primo dei pulsanti per selezionare numeri in memoria. Non ci furono squilli; dopo cinque secondi di silenzio, una voce maschile conosciuta, piatta e decisa, parlò dalla cornetta:

            « Comando per Sierra Tre, in ascolto. Avanti».

            « Salve, Deveaux!». Kincaid si dipinse un gran sorriso in faccia, cercando di far squillare il più possibile la sua voce. « Ti ricordi di me, vero, brutto figlio di puttana? Vuoi sapere che c’è di nuovo? C’è che ho fottuto gli imbecilli che avevi messo dietro Cortellesi, e dietro di noi. Allora, che ne dici, c’è spazio per parlamentare?». Kincaid proseguì senza attendere molto: « Ecco le mie condizioni, Deveaux. Punto primo: Cortellesi è mio. Mi hai fatto un gran favore a piazzare un camioncino per la sorveglianza. Ora mi prendo tutto, e ci piazzo i miei uomini. E, che sia ben chiaro: tu hai messo i tuoi a sorvegliare Cortellesi e io li ho fottuti. Se ti azzardi a cercare di rendermi la pariglia ci sarà un bello spargimento di sangue, perché i miei saranno una decina, sparsi per tutta l’area, e avranno l’ordine di sparare a vista. Usted entiende?».

            « Entendido». La voce di Deveaux tornò dalla cornetta, affatto allegra. « Altre condizioni?».

            « Ci stavo giusto arrivando. Qui c’è abbastanza materiale da sollevare un bel polverone. Un’intercettazione illegale non fa granché notizia, se è ai danni di un mafioso ricercato, ma tu hai messo gente alle mie costole, stavi sorvegliando illegalmente dei membri delle forze dell’ordine e dei cittadini americani, e questo non è educato. Certo, so che per via del Patriot Act potete fare questo ed altro, e credimi, la cosa mi fa sinceramente schifo. C’é comunque abbastanza da dare in pasto alla stampa internazionale per settimane. Il tuo Department of Homeland Security, branco di fascisti che altro non siete, si ritroverà di punto in bianco sotto l’attenzione che merita. A meno che tu non venga a riprenderti i tuoi uomini, e mi porti quello che voglio».

            « Sto ascoltando». Un mugugno carico di rabbia.

            « Vedi di trovarti alla Procura Federale, alle Diciannove e Trenta. Vieni su nel mio ufficio, ti starò aspettando. Porta tutto quello che avete sul Massacro dell’Immacolata Concezione, sulla Kerosine, sul Milton Lee Olive Park, su Cortellesi, insomma su tutto. E studia bene, perché ti farò delle domande, e posso assicurarti che saranno molte. È tutto chiaro?».

            « Chiarissimo». A malapena un grugnito.

            « Allora a dopo. E ricordati che in questo momento tengo il Governo degli Stati Uniti per le palle!». Kincaid riattaccò la cornetta con stizza e decisione, e scese dal furgone aiutato da Courtney Granger. Si guardò rapidamente attorno, sparando ordini a raffica: « Muoversi. Courtney, metti i ragazzi a bordo del furgone, operazione di sorveglianza. Ne voglio cinque qui ed altrettanti sparsi attorno. Rally, tu e Kyle portate via le armi di questa gente, ci vediamo nel mio ufficio. Tutti gli altri, con me, ci vediamo lì. Roy, per favore, manda Shep a prelevare Goldy all’ospedale, e metti la tua poliziotta a bordo del monovolume, portiamo via la spazzatura!».

            « Mark…». Rally si schiarì la voce. « Sei sicuro di quello che fai?».

            « Che intendi dire?». Lui l’osservò torvo.

            « Che ti stai mettendo la legge sotto i piedi. Di nuovo. E per Goldy. Non è da te, nonostante cerchi di atteggiarti al John Wayne della situazione».

            « Mia cara amica, si vede che ancora non sai come mi funziona il cervello».