-VENTIDUESIMA SINOSSI: MARK KINCAID-
Lentamente, con fatica e dolore, il Procuratore Federale del Nord Illinois, Mark Timothy Kincaid, appoggiò la stampella al bordo della sua bella scrivania e vi si sedette dietro. Quando si abbassò sulla morbida poltroncina girevole, sul suo viso si dipinse una smorfia di dolore.
« Tutto bene, Mark?».
« Tutto bene un cazzo. Mi sento come se mi avessero pestato in greffa».
« Ci sei andato abbastanza vicino».
Kincaid scosse la testa, riuscendo a farsi spuntare un sorrisetto sofferente in volto. Seduti di fronte a lui, sulle poltrone davanti alla scrivania, c’erano Roy Coleman e il suo compagno, Jeff Shepherd. La sua assistente, Courtney Granger, era sul divanetto poco distante.
« Sei sicuro che vuoi che siamo presenti mentre lo fai?», chiese Coleman.
« Eccome». Kincaid annuì seccamente.
« Se è come pensiamo, potremmo metterci in seri guai, tutti quanti».
« Non ha importanza. Io devo sapere chi è quella gente. Ma se ci sarà da mettere in campo qualcuno, stavolta io dovrò restarne fuori, giocoforza».
Coleman e Shepherd annuirono, coralmente. Al che, Kincaid allungò una mano sul suo telefono, premette il pulsante di attivazione del Viva-Voce, e compose un numero. Dopo un istante, una voce femminile, squillante e resa leggermente metallica, rispose:
« FBI, sezione di Chicago, in cosa posso esserle utile?».
Kincaid fece cenno agli amici di fronte a lui di restare in silenzio, e si schiarì la voce:
« Sono il Procuratore Federale Mark Timothy Kincaid, ho necessità di parlare con il Vicedirettore Roger Bowman, immediatamente, se possibile».
« Attenda in linea, Procuratore…!», rispose di nuovo la voce. Poi il telefono risuonò soltanto con la musichetta d’attesa.
« Credi che potrà aiutarci?», chiese Coleman, a quel punto.
« Oh, lo farà, se può». Kincaid annuì ancora. « Conosco Roger Bowman da quindici anni. Non si tirerà indietro, se glielo chiedo».
« Pronto, Mark?», gracchiò il telefono, stavolta con una conosciuta, baritona voce maschile.
Kincaid fece di nuovo cenno di “silenzio” agli astanti e si rivolse al Viva-Voce:
« Si, Roger, sono io. La linea è sicura?».
Un istante di silenzio, due scatti sordi, come di pulsanti premuti, provenienti dal telefono, poi di nuovo la voce:
« Adesso lo è. Sto dieci piani più in basso nel tuo stesso edificio, Mark, perché non vieni a parlarmi di persona?».
« Ho qualche difficoltà a camminare. Sono nella merda, Roger, mi serve il tuo aiuto».
Cadde un nuovo attimo di silenzio, questa volta cupo e pesante come la giornata invernale che infuriava con grandine battente e tramontana gelida fuori dall’edificio, a pochi metri appena alle spalle di Kincaid, dietro la parete in vetro doppio isolato che dava al suo ufficio un’ampia luminosità e una grande veduta aerea della Città del Vento. Kincaid spostò nervosamente, con imbarazzo, lo sguardo da Coleman a Shepherd, a Courtney Granger.
« Porca puttana, Mark, mi metti in una brutta situazione». La voce di Roger Bowman gracchiò di nuovo dall’altra parte del telefono, tramite il sistema a Viva-Voce. « Io lo so che cosa mi stai per chiedere, e non sono sicuro di poterti accontentare…!».
« Roger, senti, parla chiaro, io ho passato una nottata di merda…».
« Appunto per questo non posso accontentarti!». La voce del Vicedirettore zonale dell’FBI tornò gracchiante attraverso il Viva-Voce, stavolta carica di nervosismo ed astio. Ci fu uno scatto, e dal telefono venne solo il ritmico suono della linea libera.
Con un sospiro, Kincaid chiuse il telefono. Alzò lo sguardo su Coleman e Shepherd, ma loro evitarono di incrociare il suo.
« E con questo, direi che siamo allo stesso punto morto di prima», disse Courtney Granger.
« Secondo te, cosa gli ha preso…?», chiese Kincaid.
« Non lo so… forse qualcosa che ha a che fare con questa». Courtney Granger tuffò una mano in tasca, e quando la tirò fuori, tra due dita stringeva una bustina di plastica chiusa col sistema Zip-Loc ed etichettata con un adesivo rosso stampato a caratteri neri, lo stesso tipo di sacchetto usato per la raccolta delle prove fisiche dalle Scene del Crimine. All’interno c’era un oggettino minuscolo, rotondo e nero, delle dimensioni di un bottone del colletto di una camicia, tanto che Shepherd, che si girò a guardare, per metterlo a fuoco dovette stringere gli occhi.
« I Nerds hanno fatto un buon lavoro…», riprese Courtney Granger. « Ma sono stati anche dannatamente vistosi. È già tanto che i telegiornali non hanno parlato di attacco terroristico!».
« Beh, del resto l’idea è stata tua…!». Kincaid si strinse nelle spalle; il solo movimento gli provocò una fitta di dolore che gli strinse il petto in una morsa.
« Non c’era altro modo in cui potevano averci scoperti», replicò lei, scuotendo la testa.
A dire la verità, Courtney Granger aveva avuto sin da subito, quando l’operazione della notte precedente era fallita, l’idea che potevano essere stati messi sotto controllo. Così, una volta tornati in ufficio, quella mattina stessa, aveva chiamato la sezione dello United States Marshals Service, qualche piano più in basso nello stesso edificio, chiesto del loro vecchio collega Victor Ferretti, e gli aveva ordinato, anzi, intimato, di mandargli su i Nerds per una bonifica.
Ogni singola sezione degli U.S. Marshals dispone di un Nucleo di Assistenza Tecnica, e a seconda dell’area, a questi tecnici viene affidato un nomignolo diverso: nel caso di Chicago, i tecnici erano chiamati Nerds. Si trattava di agenti per lo più giovani, tra cui molte donne, sotto i trent’anni di età e molti anche con meno di cinque anni di servizio, ma con lauree o specializzazioni in discipline ad alta tecnologia, e dannatamente bravi nel loro lavoro: per quanto potessero essere dileggiati per il loro compito “da retrovia”, non era mai accaduto che i Nerds sbagliassero una sola volta quello che veniva dato loro da fare. E si che la loro sfera di competenza era ampia: si occupavano dei crimini connessi all’uso dei computer e delle reti telematiche, come la lotta alla pirateria informatica e alla pedofilia su Internet; si occupavano inoltre di intercettazioni telefoniche ed ambientali, di assicurare le radio-telecomunicazioni per lo USMS in condizioni d’emergenza, e più di una volta erano stati chiamati a maneggiare tutto l’ambaradan tecnico connesso ad un’operazione ad alto rischio della Squadra Tattica Speciale dei Marshals: irruzioni forzate in covi di ricercati o narcotrafficanti, soccorso ostaggi, eccetera. In tal caso, i Nerds si occupavano di ricavare al computer le planimetrie degli edifici-bersaglio, di elaborare tutte le possibili varianti per prevedere e quando possibile evitare i milleuno modi in cui un piano perfetto può andare a rotoli, e verso la fase terminale, poco prima dell’irruzione, dovevano spesso controllare fisicamente la zona, seppur a distanza, con le micro-telecamere a fibre ottiche e, quando disponibili, con i rilevatori a micro-onde che captano il movimento e il calore corporeo degli esseri umani attraverso le mura.
I Nerds erano arrivati sul posto dieci minuti più tardi, portando con se attrezzature per la micro-localizzazione che in quanto ad aspetto avrebbero fatto invidia a Ghostbusters di Ivan Reitman. E, per tutta la mattina, non avevano fatto altro che rivoltare tutti gli ambienti della Procura Federale, da cima a fondo. Tutto quello che avevano trovato stava ora, disattivato ed inerte, nella bustina in mano a Courtney Granger. Secondo il Nerd che l’aveva scovata, si trattava di un impianto miniaturizzato d’ascolto a distanza prodotto dalla Raytheon Corporation, Divisione Pomona della General Dynamics, che, a giudicare dal numero di matricola, faceva parte di uno Stock prodotto per il Governo Federale, tant’è vero che Courtney Granger aveva dovuto faticare non poco per evitare che, com’era loro dovere, i Nerds riferissero tutto in un regolare rapporto: si trattava di una procedura Standard quando si sospettavano attività illecite col coinvolgimento di una branca deviata di strutture governative. Dall’Undici Settembre si era inaugurata una stagione di Tolleranza Zero, a tal merito: era un po’ come chiudere la stalla quando i buoi sono ormai scappati, ma tant’è, Courtney Granger sapeva che si trattava di poco più che una mossa propagandistica da parte di un’Amministrazione screditata, se davvero avessero fatto sul serio, la notte precedente non sarebbe andata com’era andata.
Tornando alla microspia, comunque, secondo il Nerd che l’aveva scovata, l’apparecchio aveva un raggio d’ascolto di venti metri quadrati dal punto di installazione, tuttavia il terminale d’ascolto fisico vero e proprio poteva trovarsi dovunque nel mondo, perché quella particolare microspia poteva essere collegata a qualsiasi sistema satellitare di sorveglianza; ma lui dubitava seriamente che nel loro caso fosse stato attivato il sistema d’ascolto via satellite, in tal caso se ne sarebbero accorti perché le interferenze dovute ai campi magnetici avrebbero causato problemi con le apparecchiature elettroniche degli uffici. Quindi, secondo lui, chi ascoltava doveva farlo tramite le normali bande radio, seppure criptate, e doveva trovarsi entro un miglio, al massimo un miglio e mezzo dall’edificio. E capirai, aveva pensato Courtney Granger, nel raggio di un miglio e mezzo dall’edificio c’erano almeno cinque o sei parcheggi a pagamento ed un numero infinito di vicoli in cui fermarsi con un camioncino attrezzato per le intercettazioni.
La scoperta della microspia aveva comunque gettato nuova luce sugli avvenimenti della notte precedente, ed aveva fatto sobbalzare Kincaid non poco. E, sebbene lui avesse ordinato ai Nerds e a tutti i suoi di tenere la bocca cucita, la notizia non poteva non aver fatto il giro del palazzo. Era già tanto se non era stata aperta un’indagine ufficiale, ma la fortuna non poteva girare sempre dalla loro parte, sebbene già dalla loro parte girasse molto poco. Adesso, i Nerds stavano controllando casa di Roy Coleman, mentre Goldy restava piantonata in ospedale, in compagnia di due agenti della Polizia Metropolitana ed un funzionario della Procura Federale, tutti armati e vigili, quattro uomini a cui veniva dato il cambio ogni sei ore per un totale di quattro turni giornalieri, ventiquattro ore al giorno; finora non avevano trovato nulla, lì, ma se fosse stato il caso, Kincaid avrebbe ordinato di rivoltare da cima a fondo anche casa di Aileen Vincent.
Squillò il telefono. Il rumore fu acuto e inopportuno, irruppe nel silenzio come qualcuno che entri nella stanza senza prima bussare; un’intrusione così improvvisa che Courtney Granger, istintivamente, proprio come se fosse entrato un estraneo senza bussare, cacciò in tasca la bustina che conteneva la microspia. Il telefono squillò una seconda volta, e l’attenzione di tutti fu fissa all’istante sull’apparecchio.
La mano sinistra di Kincaid scattò ad attivare il pulsante del Viva-Voce, prima che il telefono squillasse per la terza volta; rispose ad alta voce, l’aria nei polmoni gli fece vibrare il petto a tal punto da fargli male:
« Kincaid…!».
Ci fu un altro, pesante istante di silenzio. Dal telefono provenne soltanto il rumore ritmato del respiro di una persona, e, in sottofondo, quello rapido di pulsanti che venivano premuti.
« Pronto…?». Kincaid inarcò le sopracciglia.
« In Caféteria, terza sala, tra dieci minuti», gracchiò l’apparecchio, e i presenti riconobbero la voce di Roger Bowman, il Vicedirettore zonale dell’FBI; era appena un sibilo, tradiva tensione ed affanno, come se stesse parlando di qualcosa di proibito in una stanza gremita di gente che non stesse aspettando altro che di sentirlo pronunciare quelle parole per squartarlo vivo.
« Roger…?», tentò di nuovo Kincaid, ma gli rispose soltanto il rumore della linea caduta.
« Cazzo». Courtney Granger si passò una mano tra i capelli, alzò lo sguardo a fissare Mark Kincaid con aria interrogativa: « Secondo te, che significa?».
« Che abbiamo fatto centro. In tutto o in parte». Kincaid allungò una mano verso la stampella appoggiata alla scrivania, l’afferrò e vi caricò tutto il suo peso per alzarsi. Coleman, Shepherd e Courtney Granger videro il suo volto divenire paonazzo e stravolgersi in un’espressione di dolore, mentre si issava dalla sedia tossendo pesantemente. Si alzarono assieme per aiutarlo.
« Sto bene, sto bene…». Kincaid, ora in piedi, scosse la testa, mentre il colore scarlatto scompariva dal suo viso per far posto ad un sorrisetto dolorante. « Devo andare di sotto. Vediamo di chiarire questa faccenda una volta per tutte».
« Capo, sei sicuro che non vuoi che ci vada solo io?», pigolò Courtney Granger.
« Neanche per sogno…!». Kincaid scosse la testa.
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La Caféteria, o meglio la tavola calda, si trovava al terzo piano del Grattacielo Federale Metcalfe-Klucznynski-Dirksen su Dearborn Street, a Chicago, Illinois. Era in pratica un vero ristorante, con tanto di cucine, in cui chi aveva tempo prima di tornare al lavoro poteva anche ordinare un piatto in grazia di Dio, anche se la maggior parte delle persone che lavoravano al Federal Building dovevano accontentarsi di un Sandwich con pane in cassetta; si trattava di un elegante locale in stile Liberty, che strideva un po’ col resto dell’edificio ma poteva anche essere considerato la perla dentro l’ostrica: pavimenti in piastrelle di granito, decorazioni alle pareti, grandi lampadari di vetro, tavoli e sedie molto Chic, personale in uniforme bianca. Il locale principale era quello del bar, c’erano un grande bancone ovale col solito allestimento di bevande anche alcoliche e panini, e seggiole e tavolini rotondi dappertutto attorno, anche se per la maggior parte raggruppate attorno agli angoli in cui erano installati i televisori. Più in la, delle porte conducevano alle sale separate, che erano quelle del ristorante. Kincaid, accompagnato da Courtney Granger e dai due poliziotti, si diresse senza esitazione verso la terza.
E la terza sala, forse perché era quella con la migliore vista sullo splendido parco sul retro dell’edificio, era sempre la più gremita. Era calda e piacevole, già a quell’ora c’era molta gente, seppur non raggiungeva ancora il pienone, e il chiacchiericcio circostante dava a Kincaid una bella sensazione di non essere solo al mondo, come invece spesso si sentiva quando tornava a casa, la sua bella casa familiare a due piani con la facciata completamente rifatta; lì c’era la sensazione di vita in compagnia, quasi di vita familiare, quella sensazione che era stata parte della sua esistenza fino a qualche anno prima, quando l’esplosione di una carica di PETN collegata all’accensione della sua familiare l’aveva spazzata via in un botto sordo e una palla di fuoco alta verso il cielo, disintegrandogli la facciata anteriore della casa, il vialetto d’ingresso e il prato, vaporizzando sua moglie e i suoi due figli, uno di tre anni e l’altro non ancora nato.
Al solo pensiero, si sentì mancare. Fu un istante, accanto a lui la calda stretta di Courtney Granger gli impedì di afflosciarsi al suolo.
« Tutto bene, Capo?», pigolò ancora lei, preoccupata.
« Oh, si, nessun problema…!», mentì lui. « Lo sbalzo di temperatura, tutto qui».
Proseguì col suo seguito verso il tavolo più defilato, in fondo alla sala, nell’angolo; Roger Bowman li aspettava di già, seduto a capotavola. Il tavolo era già apparecchiato per cinque. Nel vederli arrivare, Bowman si limitò a rivolgere loro un rapido cenno della mano. Era un uomo di colore di circa quarant’anni, come Roy Coleman, ed era grosso, ma non quanto Kincaid; i capelli erano crespi e corti, neri ma spruzzati di grigio, in una pettinatura “quadrata” che cercava di conciliare i riccioli naturali con l’acconciatura standard dell’esercito in cui Bowman aveva prestato servizio per dieci anni prima di entrare all’FBI. Aveva anche un gran paio di baffi, neri pure quelli, e spruzzati di grigio. Indossava un completo marrone, sobrio ma molto quotidiano, e portava appeso al taschino della giacca, bene in vista, il tesserino del Federal Bureau of Investigations, la fondina con la pistola SIG-Sauer d’ordinanza s’intravedeva invece agganciata alla cintura.
Kincaid gli si sedette accanto, e Courtney Granger seguì; Shepherd e Coleman si accomodarono dall’altra parte. Bowman li squadrò con aria cordiale:
« Mi sono permesso di ordinare per tutti… c’è un’ottima orata, con delle sublimi patate arrosto, all’europea. Sempre che agli agenti, qui, vada bene…». Rivolse un’occhiata a Coleman e Shepherd, che portavano i distintivi a stella della Polizia Metropolitana di Chicago bene in vista, infilati ai taschini della giacca, così come Kincaid e Courtney Granger avevano spillati in vista alla cintura o al bavero della giacca i loro tesserini della Procura Federale; dopo l’attentato compiuto da Timothy McVeigh nel 1996 all’edificio federale di Oklahoma City, era regola ferrea, nel Federal Building di Chicago come in quelli del resto d’America, che tutti dovessero sempre portare a vista i propri segni identificativi. Al bancone della Reception al piano terra, oltre il controllo col Metal-Detector, c’era un banchetto in cui i civili, che per qualsiasi motivo accedevano al grattacielo federale, venivano sottoposti a controllo dei documenti d’identità, registrati sul computer, e muniti di uno speciale Pass da “Visitatore”, che dovevano portare sempre bene in vista per tutta la durata della loro permanenza e restituire all’uscita.
« Nessun problema per me», rispose brevemente Coleman, scuotendo la testa.
« Idem come sopra», fece eco Jeff Shepherd.
« Perfetto…!». Bowman sorrise e si rivolse a Kincaid: « Allora, vogliamo arrivare a noi?».
« Eccome se vogliamo arrivarci». Kincaid annuì con aria grave. « Se hai qualcosa da dirmi, è meglio se cominci subito. E sia chiaro che il pranzo lo paghi tu».
Il sorriso di Bowman si fece più largo. Scosse la testa brevemente, prima di cominciare:
« La gente di ieri notte, quella Squadra Speciale che vi ha messo i bastoni tra le ruote… ora, io non so cosa stavate facendo al Milton Lee Olive Park, e non m’interessa, mi fido di te e so che agisci sempre per il meglio, ma… se è la stessa gente che è venuta nel tuo ufficio qualche giorno fa, ti dirò quello che so, ma non è molto…!».
Kincaid inarcò le sopracciglia. Bowman abbassò la voce e spiegò:
« Io non ho idea di chi sia quella gente. Sono venuti con delle credenziali dell’FBI ed una lettera del Dipartimento della Giustizia, le ho controllate, ed era tutto autentico. Solo che ce l’avevano scritto in faccia che non erano del Bureau, mi spiego? I nomi con cui si sono presentati a me sono gli stessi con cui si sono presentati a voi, o almeno così mi risulta. Avevano degli ordini, che io ho eseguito».
« Che genere di ordini…?», sibilò Kincaid, per non farsi sentire più che per rabbia.
« Tutto quello che avevamo sul Massacro dell’Immacolata Concezione. Volevano che glielo consegnassi, e l’ho fatto. Avevano una lista di tutti gli altri funzionari locali e federali che avevano lavorato al caso, e degli agenti della DEA che avevano seguito la faccenda prima della sparatoria. Mi hanno fatto una lista di persone. Volevano che gli confermassi qualcosa. Non ho capito bene che cosa, forse volevano sapere che cosa avevano in mano gli altri. Io non lo sapevo. Alla fine se ne sono andati. Più in là ho scoperto che, oltre che da te, sono passati alla DEA e alla Polizia Metropolitana ed hanno fatto man bassa di tutto: fascicoli, prove fisiche, rapporti… tutto. Nessuno ha più un cazzo di niente su quella sparatoria».
« Non promette niente di buono…». Kincaid scosse piano la testa. « Io devo scoprire chi sono quei due. Sarà pericoloso, lo so, ma mi serve saperlo. Noi, qui, abbiamo per le mani un caso potenzialmente esplosivo, ne dipendono delle vite umane. Tu puoi aiutarmi in qualche modo?».
« Non ho molto per aiutarti, amico». Bowman fece una smorfia. « Non a questo punto. Mi sono segnato i loro nomi, ho provato a fare una ricerca, ma…». Scosse la testa, stringendo le labbra.
« Sto facendo una ricerca anch’io», precisò Courtney Granger. « Ma finora, nisba».
« Senti». Kincaid abbassò lo sguardo per un istante di silenzio sul piano del tavolo, poi tornò a fissare Bowman. « Anche per il poco che stai facendo, ti ringrazio. Comunque, in questi giorni… da quando sono apparsi questi tizi, intendo… qualcosa ti ha dato l’idea di essere sorvegliato?».
« Nulla di esplicito, in realtà, ma non mi stupirebbe…!», rispose Bowman, con un sorriso.
Parlare per understatements e mantenere un aplomb maledettamente britannico era una caratteristica di Bowman, e Kincaid si chiedeva spesso dove avesse imparato quel modo di fare. Comunque, il fatto che li avesse chiamati lì, alla Caféteria, anziché parlargli direttamente al telefono, era un indizio più che evidente dei suoi sospetti. E Mark Kincaid sapeva per esperienza che i sospetti di Roger Bowman erano raramente infondati. Restava comunque il fatto che quel suo modo di fare riusciva ad essere a volte maledettamente fuori luogo, ed irritante.
Roger Bowman alzò leggermente la testa, come a volerli scavalcare tutti con lo sguardo, e il suo sorriso si fece ancora più ampio:
« Oh, vedo che arriva il nostro pranzo. Posso augurarvi buon appetito, signori…?».