-VENTUNESIMA SINOSSI: RALLY VINCENT E KYLE McKNIGHT-

            Le undici e quarantacinque del mattino, di un giovedì invernale nella Città del Vento. Si trattava di maestrale, impetuoso e freddo, che soffiava sul vetro dell’unica finestra del suo studiolo grandi gocce di pioggia ghiacciata, mentre il cielo era una cupa distesa grigia ed uniforme. Era uno di quei giorni in cui la luce del sole fa capolino all’alba ma non diventa mai più intensa di così, resta in agonia fino al pomeriggio e poi muore nel tramonto e nella notte; uno di quei giorni in cui i lampioni sulle strade rimangono accesi ventiquattro ore su ventiquattro, in cui, se cammini sul marciapiede, oltre a bagnarti come un pulcino, hai la matematica certezza che ti passerà accanto una volante della polizia o un’autopompa dei vigili del fuoco o un’ambulanza, a sirene spiegate e a tutta velocità, ed allora verrai travolto da un’ondata improvvisa di fanghiglia gelata schizzata dalla strada. Uno di quei giorni che, il giorno dopo, resti a letto con la febbre.

            Kyle McKnight si era tolto ormai da un bel po’ la tenuta che portava quella notte, ed aveva indossato una tuta da ginnastica e delle scarpe leggere da Trekking, tanto per stare comodo, perché sarà pure stato la Mantide, un guerriero implacabile per cui la pioggia non era che un ambiente di combattimento come un altro, anche se era sempre quello che detestava di più, però con quell’abbigliamento non avrebbe resistito dieci secondi, fuori casa. Aveva lasciato la sua Norinco 77-B con fondina e tutto sul comodino accanto al letto, ed ora teneva con se soltanto la piccola fodera con la compattissima Baikal; stava scendendo le scale, una ad una, con le gambe che gli facevano giacomo-giacomo, dopo aver finito di scaricare, smontare, pulire, lubrificare, rimontare e controllare lo stato di funzionamento del fucile Bull-Pup Ruger-Muzzelite che aveva portato con se la notte scorsa, e dopo averlo riposto nella rastrelliera. Si era occupato anche della mitraglietta Calico M-960 di Rally, che ora giaceva nella sua scatola, nell’armadietto in cui Rally teneva le armi che usava più spesso, e non più nella gigantesca armeria blindata annessa al poligono di tiro privato ricavato nel seminterrato della casa, due piani sotto terra.

            Si era fatto la doccia, una lunga doccia calda, si era asciugato accuratamente, e si era cambiato d’abito. Anche Rally si era fatta la doccia, prima di lui. L’avevano fatta separatamente, quella volta. Di solito entravano nella cabina della doccia assieme, si lavavano e si asciugavano a vicenda. A volte era un gioco erotico, e sotto il getto dell’acqua calda finivano per fare l’amore, altre volte era solo un altro profondo momento di comunione, come quando, a letto, nudi, si stringevano l’un l’altra fino a farsi male, e si addormentavano così, avvinghiati, nel disperato tentativo di annullarsi l’uno dentro l’altra e diventare una cosa sola, così da evitare tutti gli eventuali pericoli futuri, ogni rischio, ogni incertezza, e possedersi a vicenda, totalmente, per l’eternità. Ma quella volta non era stato niente del genere. La doccia era tornata alla sua originale funzione di lavare, i loro corpi e le loro anime, ed era diventato un momento intimo, intimistico forse, un momento di riflessione interna su ciò che era accaduto quella notte precedente, un momento di purificazione. Quella notte, dopo che la sparatoria era finita, erano stati portati tutti all’ospedale, e solo da un paio d’ore erano riusciti a tornare a casa. Lì non gli era sembrato vero di andarsi ad infilare chi sotto la doccia, chi nella vasca da bagno del piano terra, a turno, ma restandoci per tutto il tempo che i loro corpi avevano reputato necessario. Si sentivano come se fossero stati stuprati, con un bisogno mortale di lavarsi, di purificare i loro corpi e le loro menti, di sciacquarsi via la notte precedente, che non aveva visto altro che morte, morte, e ancora morte.

            La morte, pensò Kyle. Ci aveva pensato per tutto il tempo, in ospedale, poi sotto la doccia, ed era convinto che ci avesse pensato anche Rally. Ed era sempre, fermamente convinto, che la morte fosse ben più di un evento che conclude la vita, la morte era un’entità, così come la Natura era una bellissima dea, che viveva da qualche parte oltre il loro mondo, seduta ad osservare la terra e i suoi esseri umani, ristabilendo di quando in quando gli equilibri che loro puntualmente mandavano all’aria, per il resto immersa nella quiete più estrema ed eterna, turbata dalle vicende dell’umanità quanto lo potrebbe essere un adolescente che si sieda per ore a guardare una colonia di formiche.

            La Morte, pensava ancora Kyle, era un’entità che poteva essere tra loro, e non aveva affatto il volto di Ingmar Bergman avvolto in un pastrano nero ed armato di falce. No, come la Natura, anche la Morte era una bellissima donna, dalla pelle candida e dai lunghi capelli neri, che andava in giro facendosi vedere solo dai suoi prescelti, indossando un vestito stretto, che mettesse in mostra tutte le sue curve procaci, per rendersi desiderabile. E difatti la Morte riusciva troppo spesso a risultare desiderabile: c’era chi la cercava per se, c’era chi cercava di appropriarsene per togliere la vita agli altri, per bramosia di potere, per mestiere, semplicemente per pazzia.

            Anche lui, da quando stava con Rally, aveva dato la morte. Aveva ucciso, tanti uomini, e non se n’era pentito affatto, almeno finora. Quindi aveva vissuto l’esperienza diretta. Sapeva che la Morte teneva sempre un paio di neri occhiali da sole ultimo modello, anche quando la notte era più fitta, e le sue labbra truccate con un filo di rossetto color sangue erano sempre chiuse, perché lei non poteva mostrare che i suoi occhi erano solo un mare nero che si illuminava a suo piacimento, quando lei arrivava per qualcuno, e non poteva mostrare che i suoi denti erano tutti canini, appuntiti ed affilati come stiletti, e la sua lunga lingua era biforcuta e verde come quella di un varano, spessa come quella di una mucca, lunga quanto un serpente. La Morte portava sempre lunghi guanti neri come quelli di Marlene Dietrich ne L’Angelo Azzurro, in modo che nessuno scoprisse, finché non fosse stato troppo tardi, che il suo tocco, che lei col suo bell’aspetto rendeva desiderabile fino all’estasi, era in realtà bruciante come il piombo fuso, pesante come un macigno di granito, appiccicoso come la pece, inesorabile come il male… e, Il Male, pensò Kyle. Quello stesso Male che molto spesso della Morte era maestro, accompagnatore ed amante, quello stesso Male che troppo spesso aiutava in maniera determinante la Morte a compiersi. Il Male vero. Il Male di chi taglia cocaina col veleno per topi; il Male di chi incendia una chiesa frequentata da afro-americani nel profondo Sud; il Male di chi stupra e mutila una bambina di dieci anni sul letto dei genitori dopo averle ucciso la famiglia nel sonno con un’accetta; il Male che aveva condannato a morte sei milioni di ebrei nei Lagers nazisti e che ogni giorno faceva morire decine di palestinesi nella loro terra occupata; il Male responsabile dei massacri commessi dalle truppe americane in Vietnam, e degli indicibili crimini dei Khmer Rossi in Cambogia; il Male che, l’Undici Settembre di quello stesso anno, aveva spezzato le vite di tanti innocenti, nelle Torri Gemelle a New York e nel Pentagono a Washington, e quello stesso Male che ora rischiava, per reazione, di portare la nazione più potente del mondo ad uccidere altre migliaia di innocenti coi bombardamenti in una delle nazioni più povere del mondo.

            Kyle McKnight arrivò al salotto ch’era ormai allo stremo delle forze. Lì il caminetto era acceso, la TV era sintonizzata su un canale via cavo che non trasmetteva niente di interessante in particolare ma il cui parlottio emanava un’aura di sicurezza. Rally era seduta sul divano, Minnie May e Misty Brown sulle poltrone, sul tavolo di cristallo aspettava un vassoio con delle tazze di cioccolata calda con panna montata e qualche dolcetto, e Amy, la piccola ermellina albina di lui, era accucciata al caldo sotto di esso, sopra il morbido tappeto.

            Anche Rally aveva l’aria stravolta; Minnie May era invece nervosa, entrando Kyle vide che le mani le tremavano, e non poteva certo darle torto, visto quello che, gli aveva raccontato, le era accaduto a meno di dieci metri di distanza; non è una bella esperienza essere lì da testimoni mentre uno squadrone della morte governativo giustizia sommariamente un giovane di colore, un sospetto disarmato e ormai arreso. Anche Misty Brown non era affatto quieta, era spaventata e si vedeva, sebbene quella notte fosse rimasta al sicuro a casa.

            Tutti sentivano il bisogno di farsi qualche ora di sonno. Ma prima dovevano parlare. Kyle andò a sedersi accanto a Rally, che immediatamente gli crollò addosso, posandogli la testa su una spalla e le braccia intorno al collo.

            « Kyle…», mormorò lei, con una punta di pianto incipiente nella voce. « Ti amo così tanto…».

            « Shht, shhht…». Lui l’accarezzò dolcemente. Non accadeva spesso che fosse lui a dover tranquillizzare lei, di solito era esattamente il contrario. « Ti adoro, Rally, ti amo… ti amo…».

            Si allungò verso il tavolino di cristallo, prese una tazza di cioccolata e gliela porse, ne prese una per se, e bevvero assieme. Dopo, Rally parve riprendere il suo solito ruolo. Evidentemente era soltanto molto stanca. Un momento di smarrimento può venire a chiunque, Kyle di certo non si illudeva.

            Bevvero anche Misty e May. La cioccolata l’aveva preparata proprio la Piccola Reginetta, come lui chiamava Misty Brown, e dopo anche loro due parvero rilassarsi, scaldate e corroborate. Kyle prese un altro sorso e posò la tazza; la cioccolata aveva un ottimo retrogusto di Brandy. E brava Misty, pensò Kyle. Gliel’aveva detto lui tempo addietro, visto che sua madre la faceva spesso in quel modo, ma forse anche Misty in fondo già lo sapeva, o lo immaginava: quando uno è stanco sia nel corpo che nella mente, non c’è nulla di meglio di una bella cioccolata calda, panna e Brandy.

            « Non erano agenti governativi normali…!». A rompere il silenzio fu Rally, dopo un secondo, posando sul tavolino la sua tazza.

            « Ci puoi giurare che non lo erano!», gemette di rimando Minnie May. « Te lo dico io che cos’erano, Rally! Squadroni della morte dei Servizi Segreti, ecco che cos’erano! Hanno ucciso tutti quei ragazzi, e se avessero potuto, se non ci fossero stati Kincaid e Coleman e tutti quegli altri agenti, avrebbero ucciso anche noi, per sbarazzarsi dei testimoni! Bush è un figlio di puttana, un bastardo assassino, ecco la verità, ha istituito le unità paramilitari segrete per ripulire il Paese…».

Ora May sembrava seriamente sull’orlo di una crisi di nervi, era paonazza e stava dando fondo a tutte le sue paranoie; Rally non poteva certo negare che il Presidente in carica fosse un grandissimo pezzo di merda, comunque, anzi. Alzò una mano:

            « May…! Puoi accantonare le paranoie per un istante? Basiamoci sui fatti!».

            « Volete i fatti?». Kyle replicò con una smorfia. « Eccoveli qui, i fatti: quei tizi avevano delle carabine M4-A1 con lanciagranate e dei sistemi di supporto leggero calibro 12 della C-MORE Systems, roba sperimentale in dotazione sul campo in Afghanistan. I fatti? É gente del Governo!».

            « Io l’ho detto!», riprese Minnie May. « Io l’ho detto, usano armi da guerra non convenzionali contro la popolazione civile, all’interno del Paese, e…».

            « May!». Senza dire altro, con un gesto rapido Kyle spinse verso di lei la tazza di cioccolata. Minnie May la afferrò con mani tremanti, se la portò alla bocca e ne bevve un lungo sorso, nonostante fosse ancora bollente. Almeno, dopo, sarebbe rimasta zitta per un po’.

            « Io ho riconosciuto la loro pistola», mormorò Rally. « Quando sono uscita dalle Toilettes, due di loro mi hanno tenuto sotto tiro per un istante…!».

            Kyle si voltò di scatto a guardarla. Rally conosceva quello sguardo, sapeva che reazione poteva avere Kyle ad una simile notizia. Probabilmente sarebbe sceso in strada, avrebbe cercato uno per uno i membri di quella unità speciale e li avrebbe gambizzati tutti solo perché due di loro avevano osato tenere sotto tiro la sua Dea. Doveva riportarlo sul piano della razionalità, e lo fece:

            « Erano delle FN Five-Seven, con mirino laser. Hai presente?».

            « Calibro Cinque punto Otto per Quarantadue millimetri». Kyle annuì. « Munizione perforante catalogata NATO SS-190. Pistola Five-Seven semiautomatica in azione mista fabbricata in Belgio, caricatori da venti colpi. È la stessa cartuccia della mitraglietta P90». Bevve un altro sorso di cioccolata. « Conferma che non sono un’unità convenzionale, e che non sono civili. La FN fabbrica il sistema d’arma “Cinque Punto Sette” che comprende la mitraglietta P90, la pistola Five-Seven e la cartuccia SS-190, ed è loro politica non venderlo ai civili. Sul loro sito Internet specificano che soltanto armieri referenziati, enti di polizia e militari possono fare richiesta d’acquisto e sperare che venga accolta. E specificano anche che la lista degli acquirenti negli Stati Uniti è disponibile su richiesta per referenziati». Ancora un istante di pausa. Kyle squadrò Rally con i suoi begli occhi viola, il suo sguardo fece venire voglia alla bella cacciatrice di taglie di afferrarlo e stringerselo alle tette come un orsacchiotto. « Tu sei referenziata, Rally, hai un’armeria specializzata. La FN ha una sede negli Stati Uniti, nel South Carolina. Potremmo iniziare da lì».

            « Iniziare da lì cosa?». Rally si scosse dall’attimo di smarrimento ed inarcò le sopracciglia.

            « Mandare loro una raccomandata o una E-Mail per chiedere la lista dei loro clienti americani che hanno acquistato il sistema “Cinque Punto Sette”, in tutto o in parte…». Kyle abbozzò un sorrisetto. « Sarebbe il primo passo per cercare di scoprire chi è quella gente. E il prossimo passo per risolvere il caso. Giusto?».

            « Non c’è più nessun caso, Kyle!». Rally scosse la testa. « Pensavo di essere stata abbastanza chiara, con Goldy. E se non sbaglio, sei stato mortalmente chiaro anche tu!».

            « Io stavo mentendo, Rally». Kyle abbozzò un sorrisetto. «…così come stavi mentendo tu!».

            Rally non fu in grado di rispondere. Il sorriso di Kyle si fece più disteso, dolce:

            « Sono d’accordo anch’io a concederci qualche giorno di riposo, per far calmare le acque e per mettere Goldy sulle spine. Tanto lo sai bene che neanche lei lascerà perdere, in fondo, per lei la cosa è personale. Con tutti quei piantoni attorno, Goldy sarà al sicuro quanto basta in ospedale. E lasciamo pure che le roda il culo per un po’, che almeno impari che non ha nessun titolo per dirigere il gioco. Ma, Rally, ti prego, non cercare di mentirmi. Non puoi, io ormai ti conosco troppo bene. So che non puoi avere pace se la Kerosine è in giro, che sia Goldy a farla girare o qualcun altro. E se tu non molli, allora non mollo nemmeno io…!».

            Nel salottino cadde un pesante attimo di silenzio. Minnie May e Misty Brown rimasero impietrite sulle poltrone, le mani strette ad artigliare i braccioli, gli occhi spalancati a fissare Rally e Kyle che, ancora una volta, si erano isolati dal mondo, come se non esistesse nessun altro.

            « Ehi…», piagnucolò Minnie May, all’improvviso, e il suo lamento fu così acuto da far alzare la testa e le orecchiette guardinghe ad Amy, la minuscola ermellina albina di Kyle, che fino ad allora se n’era rimasta accoccolata per i fatti suoi sulla Moquette. « Ehi, no… aspettate un momento, mi state dicendo che volete continuare? Di più, mi state dicendo che volete scoprire chi è quella gente? Gli squadroni della morte del Governo? No, no, questo non si fa, no, per favore, noci uccideranno tuttivi prego…».

            Rally non ebbe bisogno di parlare, si limitò a rivolgere uno sguardo a Misty Brown. La ragazza si alzò dalla sua poltrona ed aiutò Minnie May ad alzarsi a sua volta; May tremava, il suo viso era paonazzo e grandi lacrimoni le rigavano il viso, aveva gli occhi rossi e gonfi.

            Rally e Kyle rimasero in silenzio, seduti uno accanto all’altra, a guardare Misty Brown che, a gesti e parole gentili, conduceva May fuori dal Parloir, lungo il corridoio che portava all’ingresso, e poi a destra, un altro corridoio stretto deviatola quello principale in cui si trovavano un bagno, la porta blindata che dava sulla rampa di scale per scendere nel seminterrato, e tre camere da letto in fila, quelle di Misty e May, e quella normalmente tenuta vuota, usata per gli ospiti. Restarono fermi e zitti, ad ascoltare i passi delle ragazze che si allontanavano, quelli regolari di Misty e quelli lenti e strascicati di May, come se stesse zoppicando, i suoi gemiti e i sussurri dell’altra ragazza che cercava di consolarla, ed infine la porta di una camera da letto che si apriva e si chiudeva.

            « Stress post-traumatico», giudicò Kyle, infine, e con un lungo sorso vuotò quel che rimaneva della sua tazza di cioccolata col Brandy. « Combat Shock Syndrome. È stato riscontrato per la prima volta nei soldati italiani reduci dai bombardamenti e dalla guerra di trincea, nel primo conflitto mondiale. È più comune di quel che sembri, tra i militari in zona di guerra, tra gli agenti di polizia che si ritrovano ad affrontare disordini civili, sommosse, operazioni anti-terrorismo. E non è uno scherzo, Rally. Temo che non potremo contare su Minnie May per un po’…!».

            « Già…!». Rally annuì, mesta. « Dovessero servirci degli esplosivi, tu te la caveresti?».

            « Non bene quanto May. Posso usare granate di ogni genere, ma non chiedermi di modificarle, non mi arrischio a farlo, e nemmeno May dovrebbe, s’è per questo. So preparare cariche esplosive, zaini esplosivi, qualsiasi tipo di detonatore o comando a distanza. So disinnescare, se la cosa non è troppo complicata, e so minare una zona, ma non chiedermi poi di sminarla. Sono i rudimenti del Corso per Demolizioni dell’esercito. Non vado più in là».

            « Dovremo chiedere aiuto a Ken, allora?».

            « Perché?». Kyle squadrò Rally con un sorrisetto. « Hai idea che ci saranno da fare i botti?».

            « Beh, visto come stanno le cose, quantomeno non lo posso escludere».

            « Non abbiamo mai fatto saltare in aria niente, Rally. Fino ad ora, almeno».

            « E quel covo di pedofili, in ottobre, dove lo metti?».

            « Oh, quello era già minato, sarebbe esploso comunque».

            « Già». Ora con espressione dolce, Rally fissò i suoi profondi occhi azzurri nei bei pozzi d’anima viola ch’erano le iridi di Kyle. « E se non fosse stato per te, piccolo mio...».

            « Non pensarci, Rally». Kyle tagliò corto, ricambiò lo sguardo. « È passata. I bambini sono liberi… si, sono in orfanotrofio, ma almeno sono qui in America. Qualsiasi destino li attenda ora, è mille volte migliore di quello che li aspettava quando siamo entrati lì, o nei loro paesi d’origine. E quei porci sono tutti morti, adesso».

            « Quasi tutti morti», sibilò Rally, abbassando lo sguardo. Un’ombra oscurò il suo volto, improvvisa, come in un fumetto o un cartone animato giapponese. Kyle scosse la testa.

            « Dimmi la verità, Rally, ti prego: lui non ti ha chiamata come ti ha detto, vero?».

            « No. Il Minotauro non è venuto a chiedere il suo tributo di sangue, ancora».

            « Cosa farai se… verrà?».

            « Immagino che sarò costretta a obbedirgli. Non verrà a chiedermi di commettere dei crimini per lui senza avere qualcosa di veramente forte in mano per ricattarmi».

            « Parli di me?».

            « È quello che mi ha detto quel giorno, si. Ma potresti essere tu, May, Misty, mio padre…». Rally scosse la testa, tornando ad afflosciarsi su Kyle, che le accarezzò i capelli, dolcemente.

            Optarono entrambi per un istante di pace; la TV era ancora accesa, fino ad allora il suo parlottio a basso volume era stato rassicurante, ma ora c’era il telegiornale. Non seguirono tutto il discorso dello Anchorman di mezza età, capirono solo che si parlava di Casa Bianca, di Undici Settembre e di Afghanistan. Apparve poi il primo piano del Presidente degli Stati Uniti, e Kyle scosse la testa, cercando di fissare senza ridere quella faccia da stupido, che dal collo in giù mostrava di essere attaccata ad un corpo che indossava uno Smoking quando avrebbe dovuto indossare pantaloni di fustagno e cappello da Cow-Boy.

            « We’ll smoke him out of his caves…», iniziò a dire loro George Walker Bush attraverso lo schermo, un dito alzato a sottolineare la campalità delle parole nel suo strascicato accento texano.

            Rally si mosse rapidamente, afferrò il telecomando che si trovava sul tavolino di cristallo e spense il televisore. A Kyle sembrò di averla appena vista estrarre la pistola e sparare.

            « Alle prossime presidenziali, Kyle non votare per quella testa di cazzo…!». Rally gettò il telecomando sul divano ed indicò il televisore spento. « Te lo chiedo in nome del nostro amore…!».

            « Non l’avrei votato comunque». Kyle si alzò, con movimenti lenti, si stiracchiò, chiuse gli occhi che gli lacrimarono, e quando li riaprì, Rally li vide rossi e acquosi, e notò delle grosse borse sotto le palpebre inferiori. Anche lei era così malridotta, a quell’ora?

            « Ho bisogno di dormire un paio d’ore…», gemette lui.

            « Io ho bisogno di poggiar la testa sul tuo petto e dormire per il resto del giorno», rispose lei.

            Kyle annuì. Aveva anche lui bisogno di spogliarsi e stringersi a lei, sentirla calda e salda come un’ancora di salvezza a cui avrebbe sempre potuto rivolgersi. Lui non era niente senza di lei, niente, ed entrambi lo sapevano. Rally era tutto il suo mondo. Entrambi sapevano già che quella volta non avrebbero fatto l’amore. Troppa morte avevano vissuto, quella notte. Avevano soltanto bisogno l’uno dell’altra, di stringersi e baciarsi fino a farsi male, di fondersi in una cosa sola, per poter finalmente riposare in pace, porto franco l’uno per l’altra contro tutto il male che c’era fuori dalla porta della loro camera da letto. E Kyle lo disse, spremendosi altre due lacrime dagli occhi:

            « Io ho sparato, stanotte, Rally. Ho ucciso due tizi di quella banda. L’ho fatto per coprire degli amici, Kincaid e i suoi. Ma se ci fossi stata tu, in pericolo, avrei vuotato tutto il caricatore…».

            « Kyle… anch’io ho sparato e ho ucciso un uomo…», replicò Rally, alzandosi dal divano.

            « Ma non è la stessa cosa, Rally. Quando hai sparato tu eravamo noi due ad essere in pericolo diretto. Ed anche allora, come fai sempre, tu hai cercato di rendere inoffensivo quel tipo senza ucciderlo. Io… io ho ucciso per Goldy, Rally. Ho sparato, e ho ucciso, perché ero perché Goldy ci aveva tirati con se al guinzaglio laggiù. Io mi sento male, Rally».

            Rally non rispose. Gli rivolse solo un sorriso dolce, che arrivò fresco e benefico come una pioggia settembrina sul grande incendio di dolore che erano il cuore e l’anima di Kyle McKnight.        Poi Rally gli prese la mano, e lo portò con se su per le scale, verso la loro camera da letto.

COROLLARIO

            « Ben svegliato…!».

            La voce di Felix Lamansky arrivò ad Edwin Spunkmeyer ovattata e lontana, come se avesse avuto le orecchie tappate da un paio di cuffie di feltro. Spunkmeyer aprì gli occhi, e dovette sbatterli un paio di volte perché la patina di liquido che gli copriva il campo visivo sparisse.

            Era coricato su qualcosa di lungo e morbido. Un divano, a giudicare dalla forma che si sentiva sotto la schiena, e dalla consistenza della spalliera a cui era appoggiato. Alzò la testa, o quantomeno ci provò, e la fitta di dolore che gli attanagliò le meningi, strizzandogli il cranio da tutti i lati e da dietro i bulbi oculari come un brufolo per poi risalire su verso la parte alta della testa, lo convinsero a desistere. Tornò giù e chiuse gli occhi, ed un sibilo basso ma insistente gli invase le orecchie. Si sentiva il cuore in gola.

            « Dove cazzo siamo…?», riuscì appena a gorgogliare.

            « Al QG», rispose Lamansky. Quartier Generale. Merda. « Ti ci ho dovuto portare a forza. Abbiamo perso quasi tutti, giù al Milton Lee. Fuggendo in barca abbiamo avuto un piccolo imprevisto che ti ha lasciato, come dire… un po’ rintronato!».

            Spunkmeyer restò in silenzio per un istante, prima di spalancare gli occhi e fissare Lamansky, con un’espressione furiosa ora dipinta in volto:

            « Hai sparato con quelle tue due pistole del cazzo a due centimetri dalle mie orecchie! Potevi farmi diventare sordo, grandissimo figlio di puttana!».

            « Rilassati, bello, quando ti ho detto di usare il lanciabombe mi hai sentito, no?».

            Spunkmeyer parve rilassarsi. Tornò a chiudere gli occhi, con un sospiro:

            « Come è andata a finire…?».

            « Al solito. Hai abbattuto uno Huey e affondato una motovedetta».

            « Avremmo anche potuto fare meno casino. Ora li avremo addosso tutti».

            « Lo so, amico. È di questo che dobbiamo parlare».

            Dopo un paio di respiri profondi, Edwin Spunkmeyer finalmente riaprì gli occhi. Identificò immediatamente il posto in cui si trovavano, l’aveva visto più volte, era un salottino di poco conto al piano terra della villa. Non c’era molto, il pavimento era piastrellato e neanche il lampadario al soffitto era granché, rispetto allo sfarzo del resto dell’edificio. Il divano su cui era coricato era un pezzo d’antiquariato conservato male, che a Spunkmeyer aveva spesso dato l’impressione di essere pure completamente marcio. Inoltre c’erano un vecchio tavolino di legno, sui cui ora erano posate due grosse tazze di porcellana ed un paio di piccole buste argentate, e la vecchia poltrona sfatta su cui sedeva Felix Lamansky. C’era un caminetto, alla sua sinistra, che era acceso ed emanava un calore che alla lunga si faceva quasi soffocante, anche per l’inverno del nord degli Stati Uniti, e che emanava quasi più luce del vecchio, sporco lampadario. C’era una sola porta, un vecchio affare di legno in fondo alla stanza, dava sulla sala ricreativa, che a sua volta aveva uscita solo sulla sala riunioni ricavata dai vari ripostigli ed alloggi per la servitù che si trovavano al piano terra della villa prima che la Signorina, dopo averla acquistata, la ristrutturasse completamente per i suoi scopi. Era un posto tutto sommato caldo e tranquillo, che si trovava lì dov’era già prima della ristrutturazione e non ne era stato toccato salvo le modifiche essenziali a renderlo agibile, e a Spunkmeyer dava l’impressione, ora, che la Signorina l’avesse conservato proprio per il motivo per cui ora lui si trovava lì: come rifugio per far passare la sbornia a chi ha esagerato la notte precedente.

            Chiuse di nuovo gli occhi, trattenne il respiro, e diede un colpo di reni, ritrovandosi di colpo a sedere sul divano. S’inclinò subito in avanti, mille stelle di dolore che gli esplodevano dietro gli occhi chiusi dalla testa rintronata, e un senso di forte nausea che gli stringeva lo stomaco, strizzandoglielo come una morsa, come la presa di un forte pugno che si chiude a schiacciare una lattina di birra vuota, mentre il fischio che gli passava da un orecchio all’altro si faceva più acuto.

            « Tieni, socio, questi aiutano…!». Lamansky spinse verso di lui una delle tazze di porcellana ed una delle bustine argentate. La tazza era piena di caffè, nero, fumante, il cui solo odore fu un toccasana per lo stomaco di Spunkmeyer, mentre la busta argentata, col marchio della 3M ed indicazioni mediche stampate sopra, era una confezione di ghiaccio istantaneo, una di quelle cose chimiche per il pronto soccorso che diventano fredde dandogli una botta. Spunkmeyer allungò prima la mano sinistra, tremante, a prendere quella, la sbatté con forza contro il bordo del tavolo e se l’appoggiò alla fronte, ricavandone un’immediata sensazione di sollievo. Poi portò la destra ad afferrare la tazza di caffè, e ne prese un lungo sorso, seguito da un profondo sospiro.

            « Va meglio, adesso?», fece Lamansky.

            « Come un forte doposbronza», rispose, secco, Spunkmeyer. « Di cosa dobbiamo parlare?».

            « Della Signorina. Quella è pazza da legare, amico».

            « Me n’ero già accorto da solo, grazie…», mugugnò ancora Spunkmeyer, prendendo un altro sorso di caffè e premendosi più forte contro la fronte il sacchetto di ghiaccio istantaneo.

            « Perdio, PIANTALA!», tuonò Lamansky.

            Spunkmeyer alzò su di lui soltanto gli occhi, e Lamansky scosse la testa, con un sibilo:

            « Fino ad ora è stato come un gioco. Abbiamo sentito una bella fighetta appena maggiorenne che è piena di soldi e vuole sbarazzarsi di una mafiosa. E noi abbiamo detto okay, e ci siamo detti, ehi, magari ce la ammolla anche, e poi, che cazzo, in fondo vuole fare secca una mafiosa, un rifiuto umano. Ci siamo?».

            Ancora nessuna risposta. E Lamansky proseguì:

            « Abbiamo iniziato a metterci sul chi vive quando ha messo su tutto questo, un laboratorio di produzione di droga chimica, ci siamo messi sul chi vive quando ci ha fatto reclutare dei mercenari che ha ridotto a delle marionette con quella sua merda mentre ha lasciato noi ancora capaci di intendere e di volere, e l’allarme è suonato definitivamente quando ci ha fatto uccidere diciotto sbirri la sera dell’Immacolata. In fondo, voglio dire, erano sbirri e non era la prima volta che lo facevamo, ma, insomma, che cazzo…!».

            Ancora non ottenne risposta, e ancora proseguì:

            « Ma ieri notte, Edwin? Ieri notte? Te lo dico io che cosa è successo ieri notte, amico: è successo che è andata troppo oltre. Questa storia di fare secca la rossa è una fissazione. E poi tutto quello che ha messo in piedi è sproporzionato!». Lamansky si alzò e spalancò le braccia, come a voler indicare tutto ciò che lo circondava. « Questo è un impero criminale, è un’organizzazione terroristica, non un fottuto piano di assassinio!».

            « Non te n’eri ancora accorto?», replicò Spunkmeyer con una risatina. « Quella vive per fare secca Goldy di Ferro, non avrà pace fino a quel momento, ed è disposta ad usare qualunque mezzo. E a lei non interessa soltanto ucciderla, lei vuole trascinarla nel fango, farla soffrire, umiliarla, ridurla ad una nullità, ad uno scarafaggio che striscia sul tappeto, prima di schiacciarla!».

            « E secondo te perché?».

            « Non lo so. Forse per qualcosa che le ha fatto». Dopo un istante di silenzio, Spunkmeyer prese un altro sorso di caffè. « Che cosa vorresti farci, comunque? Dovremmo tirarci indietro? Ci farebbe uccidere, o quantomeno potrebbe provarci. Quella è pazza abbastanza».

            « O potremmo semplicemente parlarle!». Lamansky scosse la testa. « C’è una ragione se siamo circondati da marionette fatte di droga e noi invece siamo sani. Noi siamo i veri professionisti e lei si fida di noi. Se noi le chiedessimo di cambiare linea, facendolo passare come un consiglio professionale, lei potrebbe accettarlo. Dopotutto, se proprio vuole morta la rossa, che ci vuole? Basta appostarsi a cinquecento metri con un mirino, o entrarle in casa!».

            « Vuoi correre il rischio?».

            « Dispostissimo. Perché?».

            « Perché ho idea che lo correrai molto presto. E te ne saresti già accorto da solo, se non avessi il vizio di alzare la voce come un fottuto politico!».

            Il familiare, improvviso Crack! alle spalle fece voltare di scatto Felix Lamansky, ghiacciato come un pezzo di legno lasciato fuori dalla porta in una nottata dicembrina nel Midwest. Era una strana sensazione: rapidità di movimenti, scioltezza, nel contempo però si sentiva rigido, il cuore congelato nel petto e il sangue nelle vene, le gambe ridotte a due puntelli metallici conficcati a terra.

            La porta in fondo al piccolo salotto si era aperta. E sull’uscio, come sempre vestita di bianco in un elegantissimo abito bianco, stava la Signorina. I capelli neri le ricadevano fluidi sulle spalle, gli occhi castani erano stretti in uno sguardo penetrante e cattivo. Dietro di loro, vestiti con tute da ginnastica uguali, e le braccia conserte al petto, c’erano due dei suoi mercenari drogati.

            Oh, merda, pensò Lamansky, mi sa che sono fottuto!

            « Buongiorno, signor Lamansky…!», sibilò la Signorina, facendo un passo avanti, immediatamente seguita dai due mercenari. « Ben svegliato, signor Spunkmeyer. Tutto bene, vi siete goduti il caffè? Forse ci ho fatto mettere troppo cloruro di etile?».

            Il viso di Felix Lamansky mutò istantaneamente in una maschera di stupore. Fissò interrogativo la Signorina, per due lunghi secondi, prima di sentire un tonfo alle sue spalle, provenire dal divano, che lo costrinse a voltarsi, e vide Spunkmeyer crollare di nuovo con la testa sul bracciolo del vecchio arnese d’antiquariato, boccheggiando, lottando per tenere gli occhi aperti.

            « Il signor Spunkmeyer è debilitato, ed in più lei, signor Lamansky, è più grosso…!», sibilò ancora la Signorina, cattiva, guardando l’elegante orologio con cassa in titanio che portava al polso. « Nel suo caso, il cloruro dovrebbe fare effetto tra cinque, quattro…».

            Felix Lamansky fu avvolto dalla nebbia. In maniera istantanea. Sbatté gli occhi per due volte, rapidamente, mentre le gambe iniziavano a cedergli. Si sentì cullato su qualcosa di morbido, all’improvviso, mentre la testa gli si reclinava sul petto, in realtà era piombato di nuovo a sedere sulla poltrona, privo di forze. La Signorina fece un gesto con ambedue le mani, e i due mercenari si mossero, portandosi uno accanto a Lamansky, l’altro accanto a Spunkmeyer. Lamansky alzò lo sguardo verso quello che gli si era posto di fianco, e che ora gli teneva una mano sul collo, mentre con l’altra stava armeggiando in una tasca della tuta. Gli occhi, stanchi, annebbiati, si spostarono quindi su Spunkmeyer, che sembrava dormire adesso. L’altro mercenario, in piedi accanto al divano, già teneva tra le dita della mano destra una piccola siringa per intramuscolare, con un ago lungo e sottile, e piena di un liquido di colore indefinito. Non osò spostare di nuovo lo sguardo verso la sua destra, quando sentì, distintamente, che il mercenario accanto a lui stava togliendo un tappino di plastica da qualcosa. Mentre la nebbia si faceva più fitta, Lamansky ebbe il tempo di sentire le parole della Signorina, alle sue spalle:

            « Mi meraviglia la sua resistenza, signor Lamansky…! Sa, non ho potuto fare a meno di ascoltare la vostra conversazione, e devo dire che lei ha sbagliato in pieno la sua valutazione, signor Lamansky. Voi finora eravate stati lasciati puliti perché avevo bisogno della vostra lucidità di valutazione… ma adesso la missione è andata a puttane, e questo significa che devo prendere in mano le cose per conto mio!».

            Lamansky sussultò, quando un ago gli venne introdotto nel collo. Con la vista che diventava sempre più un velo nero, riuscì a malapena a vedere l’altro mercenario chinarsi su Spunkmeyer, supino sul divano, tenendo nella destra la siringa, l’ago gocciolante di un liquido verde puntato verso il suo collo. Poi non vide più niente, sentì solo la Signorina:

            « Il piano era semplice, signor Lamansky: Goldy di Ferro va allo scambio, Goldy di Ferro muore, Goldy di Ferro si prende la colpa. Ma a quanto pare non siete stati in grado di compiere questa semplicissima equazione, perciò mi vedo costretto a fare da sola. Questo significa che voi prenderete ordini da me e soltanto da me, d’ora in poi…».

            Le parole della Signorina si fecero distorte e gracchianti, come quando, Lamansky era stato abbastanza vicino per sentirla, aveva chiamato Goldy di Ferro al telefono a casa del poliziotto con cui abitava camuffandosi la voce con quello strano giocattolo da cinque dollari. Sussultò ancora, quando il liquido della siringa gli fu pompato nel collo, lo sentì entrare caldo, rovente, bruciargli nella vena proprio lì, parallela alla gola… poi il velo grigio che gli copriva lo sguardo fu squarciato da un’accecante luce bianca e gialla, e tutto andò in Shutdown.

            La Signorina rimase a guardarli in silenzio, lì, crollati al primo assaggio di Cloruro di Etile e Kerosine, senza aver opposto una resistenza accettabile. Scosse la testa, senza fare nulla per nascondere il suo schifo di fronte a tanta mediocrità. Poi infilò una mano dentro il suo vestito e ne estrasse un telefono cellulare. Richiamò un numero che aveva in memoria, e non dovette aspettare molto, prima che una voce maschile, lontana, rispondesse:

            « Pronto…?».

            La Signorina l’avrebbe riconosciuta tra mille. Era una voce gonfia, con la R sdrucciola, strascicata. Una voce roca di un uomo di mezza età con la bocca piena di pasta al sugo.

            « Mi stia a sentire bene, Cortellesi…», ringhiò lei, sentendosi il sangue ribollire nelle vene e salirle al cervello al solo udire quella voce così irritante.

            Non ebbe tempo di finire la frase. Dall’altro capo del telefono provennero dei suoni gutturali, viscidi, che le fecero allontanare il cellulare dalle orecchie con un’espressione di disgusto dipinta in volto. Il figlio di puttana giù a Las Vegas aveva risputato nel piatto quello che aveva in bocca, e l’audio le era arrivato così chiaro che per lei era stato come essere lì di fronte a godersi lo spettacolo. Tornò a ringhiare piena di astio nel telefono:

            « Cristo benedetto, Cortellesi, lei è un indecente grasso maiale figlio di puttana!».

            Dal telefono provennero soltanto dei rumori gutturali, come dei grugniti, e qualche grasso colpo di tosse, per un altro paio di secondi, prima che la voce tornasse, e stavolta era tremante, e non perché qualcosa gli era andato di traverso:

            « Signorina…».

            « Ooooh, per cortesia, Cortellesi, me lo risparmi!», berciò lei al cellulare. « Adesso lei si prende il primo aereo e viene dritto qui. Ho bisogno di lei quaggiù, ed immagino che lei sappia che non può venirmi a mancare nel momento del bisogno, a meno che, certo, lei non preferisca che sia io a venirla a prendere, e mi creda, se mi ci costringerà, non ne sarà felice!».

            « Ma…». Ancora la voce, spaventata, gutturale, grassa e biascicante dall’altro capo dell’America. La Signorina ebbe appena un sorrisetto, immaginando il figlio di puttana col cuore in gola dall’altra parte del telefono e dall’altra parte del Paese. « Ma perché… io non posso muovermi da Las Vegas, non è possibile… e poi, perché mi necessita?».

            « Perché Goldy di Ferro è ancora viva, grasso porco…!», ringhiò la Signorina, col sangue che le ribolliva sempre di più nelle vene. «…e questo è un pericolo anche per lei, perciò se lei non sarà qui entro domani mattina, farò in modo che sia Goldy a venirla a cercare!».

            Pestò violentemente col pollice destro sul pulsante per chiudere la comunicazione, prima che il grugnito del maiale della Città del Peccato tornasse a nausearla, e si rivolse ai due mercenari con cui era entrata; quelli stavano ancora in piedi nelle loro posizioni, accanto alla poltrona e al divano su cui Felix Lamansky ed Edwin Spunkmeyer giacevano scompostamente, respirando con pesanti gorgoglii, schiumando dalle labbra. I mercenari, dopo essersi sbarazzati delle siringhe con cui avevano iniettato loro la Kerosine buttandole nel caminetto acceso, avevano ben pensato di infilare loro in bocca degli arnesi di gomma, perché la schiuma uscisse liberamente dalle labbra aperte e non li soffocasse. Ancora una volta, la Signorina ne fu disgustata. Scosse la testa ed indicò Lamansky e Spunkmeyer:

            « Passiamo al Piano B, signori, voglio questi due in piedi il prima possibile. Mi serviranno come guardaspalle!». Poi, dopo un attimo di silenzio, strinse i denti e gli occhi in un’espressione maligna, ed emise un sibilo cattivo, da cobra all’attacco: « Voglio esserci. Voglio guardarla in faccia… voglio che Goldy di Ferro mi guardi negli occhi, prima di morire!».