-TREDICESIMA SINOSSI: EMILIAN DEVEAUX E HERBERT YOURCENAR-
Il fruscio delle pagine nella stanza buia, illuminata solo dalle fiamme che ardevano nel camino, rivelò ad Herbert Yourcenar la posizione di Emilian Deveaux senza che ci fosse il bisogno di accendere la luce. Yourcenar fece un passo avanti, chiudendosi la porta alle spalle, e la voce grossa, baritona, del suo collega, lo ammonì:
« Accendi la luce e ti sparo».
« Datti una calmata, Emil. Tanto lo sai che non te la rovino mica, la tua lettura davanti al caminetto».
Emilian Deveaux, seduto su una comoda poltrona rivestita in Alcantara di fronte al caminetto acceso, girò la testa solo per un istante a dare un’occhiata al suo collega che si avvicinava:
« Il tuo problema, Herb, è che sei un bianco. Anche sotto le armi, sei sempre rimasto un bianco con problemi da bianco. A casa mia, quand’avevo sedici anni, la corrente elettrica non c’era. Mia nonna mi faceva studiare alla luce del caminetto».
« Sono sinceramente desolato per i tuoi problemi d’infanzia, Emil», fece Yourcenar, « Ma io qui rischio di inciampare nel tappeto. Il Governo non me lo paga mica, l’infortunio…!».
« Piantala», tagliò corto Deveaux, e tornò a concentrarsi sulla sua lettura.
A piccoli passi cauti, Herbert Yourcenar si avvicinò alla poltrona di Deveaux, evitando i mobili.
Si trovavano in una stanza adibita a studio, in quella che era stata la casa di un ricco professionista, e che adesso veniva utilizzata come “Casa Sicura” per le operazioni del Governo Federale. Era una graziosa villetta a due piani in granito e mattoni rossi, con un ampio giardino attorno, recintata da un muro in pietra e col vialetto d’ingresso sbarrato da un cancello in ferro battuto. Era sul lungolago, per la precisione nel quartiere più esclusivo del lungolago, a pochi isolati di distanza dal Campus dell’Università di Chicago, e tutto il quartiere era composto di ville costruite in quella foggia, tutte col loro bel giardino e col loro muro di cinta e il loro cancello.
Lo studio era sobrio ed elegante, tappeti sul Parquet, una scrivania ed altri mobili in mogano, grandi librerie stracariche di tomi, poltrone e sedie da lavoro rivestite in Alcantara, e il caminetto in marmo. C’era anche un bel lampadario in cristallo, ed il riscaldamento centralizzato a propano, tutto a spese del Governo Federale degli Stati Uniti d’America. Ma Emilian Deveaux preferiva la luce e il calore del caminetto. Rischiando di causare un incendio, in una stanza con tutta quella carta e tutti quei tessuti dappertutto.
Quello che una volta era stato il padrone della casa, uno stimato e ricco commercialista, dieci anni prima era stato arrestato e sottoposto alla confisca di tutti i suoi beni per aver fatto parte di una famiglia mafiosa con un ruolo molto importante, quello di contabile dei proventi del traffico di stupefacenti e del Racket della prostituzione che la famiglia gestiva. Era stato condannato a trenta anni di carcere, ma al momento dell’arresto aveva già cinquantacinque anni ed era malato di cuore, quindi Yourcenar dubitava che sarebbe vissuto abbastanza da uscire di galera e chiedere di rientrare in possesso della sua abitazione.
Emilian Deveaux stava sfogliando degli incartamenti di color giallo che teneva sulle ginocchia. Erano marcati in modo diverso: Polizia di Chicago, DEA, Procura Federale del Nord Illinois… erano gli incartamenti relativi al “Massacro dell’Immacolata Concezione” che si erano fatti consegnare dalle Agenzie coinvolte nella disastrosa azione antidroga del sabato precedente e nelle prime indagini. Deveaux passava lo sguardo sui fogli a volo d’uccello, muovendo la testa da un lato all’altro e spostando fogli da una parte all’altra ad una velocità incredibile.
« Cazzate… cazzate… cazzate…» mormorava, spostando sistematicamente i fogli da una parte all’altra dopo averli appena guardati. « Tutte cazzate!», concluse infine, dopo un minuto buono di quell’incessante tiritera; chiuse tutti gli incartamenti, li ammucchiò uno sull’altro e con una mossa rapida della mano destra li gettò nel caminetto acceso; la carta iniziò a bruciare immediatamente, il fuoco si fece sensibilmente più intenso, caldo e luminoso.
« Hai già un piano?» gli chiese Yourcenar, inarcando le sopracciglia.
Deveaux si alzò, la sua pelle nerissima, gli abiti scuri che indossava e la sua stazza lo confusero parzialmente con la penombra che regnava nello studiolo:
« Tanto per cominciare, sappiamo che Rudolph Whitman è stato fatto secco alla maniera della mafia di Chicago. Sappiamo che la Kerosine è di nuovo in circolazione, o sta per esserlo, e sappiamo che questo si deve al fatto che manca qualcosa dalla libreria di Rudolph Whitman».
« La tesi del Master di Gloria Muso…!». Yourcenar annuì « Fortuna nostra che Whitman teneva un inventario molto accurato della sua libreria, altrimenti staremmo ancora qui a chiederci se l’avessero interrogato o se fossimo di fronte ad un ritorno alla grande di Goldy di Ferro!».
« È un’ipotesi che non possiamo scartare del tutto, comunque». Deveaux scosse la testa. « Certo, se lei volesse rimettere in giro la Kerosine, non avrebbe bisogno di andare a ricercare la formula a casa di un vecchio professore. Quand’anche fosse, non avrebbe bisogno di ucciderlo. Ma non possiamo tralasciare il fatto che quella troia è furba come una fottuta volpe. Potrebbe essere un depistaggio. Quindi, da stasera stessa, la teniamo sotto controllo ventiquattr’ore su ventiquattro. Che dietro a tutto ci sia lei, o qualche suo vecchio amico mafioso intenzionato a fargli la pelle, avendo sott’occhio lei prima o poi ci troveremo la soluzione in mano».
« E fino ad allora?» azzardò Yourcenar.
Deveaux l’ignorò; si diresse verso la porta ed uscì dall’ufficio. Yourcenar rimase per un istante ad ascoltare i passi del collega che attraversava il corridoio oltre la porta e scendeva le scale fino al piano terra, quindi girò i tacchi e lo seguì.
Lo studiolo, che di norma era riservato all’incaricato a capo dell’operazione durante le permanenze di Teams di agenti federali in quella casa, si trovava al piano superiore, dove erano dislocate anche le camere da letto ed un paio di bagni. Il piano terra ospitava una cucina con annessa sala da pranzo e salottino con la TV, una camera da letto per gli ospiti che raramente veniva usata, ed un ampio salone che successivi lavori di ricondizionamento dell’edificio avevano adattato alle necessità degli agenti federali, isolandolo dalla Hall tramite un muro ed una porta blindata apribile solo tramite scheda elettronica e trasformandolo in una grande postazione comune di lavoro; sul soffitto, dove una volta c’erano lussuosi lampadari, ora campeggiavano compatte ma ben più luminose luci al neon; sui muri, dove una volta facevano sfoggio quadri di bella fattura, ora si trovavano carte topografiche della città e della zona circostante, fotografie, tabelloni che riportavano la situazione operativa, immagini scattate da satelliti-spia ed altre amenità di questo genere; nella stanza, una volta arredata da pregiati mobili italiani, ora si ammucchiavano mobiletti per ufficio, in legno compensato bianco o in metallo nero, seggiole ergonomiche con le rotelle, il tutto ingombro di carte, Computers portatili aperti e costantemente accesi, collegati a complicate unità esterne o a cavi che scomparivano in grosse prese nel muro per connetterli a chissà quale rete.
Dulcis in Fundo, dove una volta c’era stato un lussuoso caminetto simile a quello nello studio, ora si trovava una rastrelliera per armi da fuoco, che ospitava, perfettamente ordinate in fila, una decina di carabine d’assalto Colt M4-A1; si trattava di versioni compatte del fucile d’assalto militare M-16, e, nello specifico, la M4-A1 era un modello avanzato, concepito per le Forze Speciali riservato soltanto alle vendite militari, rispetto alla semplice carabina conosciuta come “Colt M-4” e venduta alle polizie di tutta l’America e di tutto il mondo. Come la M-4, la carabina M4-A1 era in pratica uno M16-A2 rimpicciolito, con un calciolo telescopico, un’astina e una canna più corte; come lo M16-A2 e la carabina M-4, la M4-A1 sparava munizioni calibro 5’56x45mm-NATO, prendendo caricatori di tipo STANAG da venti o trenta colpi, e persino i caricatori a barattolo MGW e Beta-C da settanta o centocinquanta colpi. Qui però finivano le analogie: a differenza dell’M16-A2 e della carabina M-4, la Colt M4-A1 non sparava in raffiche controllate da tre colpi ma in fuoco completamente automatico, quando il selettore del tiro era posto su “Raffica”; a differenza dell’M16-A2 e dell’M-4, la M4-A1 non aveva una maniglia di trasporto, sostituita da una slitta Weaver, su cui potevano essere montati accessori di mira di ogni tipo, e su tutte le M4-A1 della rastrelliera erano montate delle ottiche elettroniche Standard per scopi militari, le Trijicon ACOG. A differenza dell’M16-A2 e dell’M-4, la M4-A1 aveva un copricanna chiamato RIS, Rail Interface System, in pratica formato da quattro slitte, ai due lati, sopra e sotto, per l’aggancio di tutti gli accessori di cui le Forze Speciali non possono fare a meno. E su tutte quelle M4-A1 gli accessori abbondavano, a cominciare dai designatori di bersaglio AN-PEQ4, dei congegni elettronici neri di forma rettangolare installati sulla parte superiore dei guardamani RIS, di tutte le carabine, che integravano fianco a fianco un illuminatore tattico tramite una piccola ma potente lampada ad incandescenza ed un mirino laser ad intensità regolabile, che poteva essere sia visibile che impostato in modalità IR, in modo che il raggio si vedesse solo tramite l’uso di occhiali per la visione notturna; anche nella parte inferiore dei guardamani RIS di tutte le carabine abbondavano gli Optionals, questi sicuramente più letali delle ottiche o dei mirini laser: alcuni avevano degli M-203, tubi lanciagranate che sparavano bombe da Quaranta Millimetri, altri ancora avevano dei C-MORE modello XM26-LSS, compattissimi fucili ad anima liscia con caricamento a maniglia laterale ed una capacità totale di otto cartucce calibro 12 in caricatori amovibili, che risultavano utilissimi come arma di rincalzo, o per sfondare porte.
Tra le varie armi sulla rastrelliera, spiccava come un’anguria in uno scaffale di mele l’ultima della fila. Era una mitragliatrice leggera di fabbricazione belga, modello FN “Minimi”, che, con la denominazione di M249-SAW, era normalmente in uso ormai da più di dieci anni presso le Forze Armate degli Stati Uniti; in tutto non era più lunga di un comune fucile d’assalto, aveva un calcio molto stabile, ed un cavalletto ripiegabile; sparava le munizioni del calibro 5’56mm, alimentandosi da un nastro che, per una maggiore portabilità dell’arma, si inseriva in una cassettina in metallo leggero agganciata sotto l’arma tra il ponticello del grilletto e il guardamani.
Yourcenar e Deveaux arrivarono nella sala di lavoro fianco a fianco; la porta era aperta, come sempre quando tutti gli agenti si trovavano nella casa. Al lavoro nella sala, Deveaux ne vide cinque. Gli altri tre, suppose, dovevano essere al bagno, o a bere un caffè, o a prendere una boccata d’aria nel cortile; diede un’occhiata all’orologio a quadrante digitale appeso al muro, sulla parete in fondo, vicino ad una libreria stracarica di incartamenti. Erano le cinque del pomeriggio.
« Dove si trova il Soggetto?» chiese Deveaux, seccamente, al nulla.
Una giovane donna abbastanza attraente, vestita in modo pratico, l’unica donna in tutto il Team, alzò la testa solo per un istante dal Notebook su cui lavorava:
« Non si è mai mossa da casa di quel poliziotto, Coleman».
« Chi abbiamo su di lei? Federali locali?». Deveaux inarcò le sopracciglia; era evidente che nessuno della sua squadra si trovava fuori dalla villetta, a sorvegliare Goldy di Ferro, ma nel contempo la consegna del Dipartimento era tassativa, nessuno oltre a loro doveva essere coinvolto.
« Hanno mandato una squadra di rincalzo da Fort Bragg». La giovane agente scosse la testa. « Sono alloggiati nelle stanze d’albergo che abbiamo prenotato come copertura, fanno turni di sorveglianza di sei ore per tutte le ventiquattro. Si dividono in tre unità per ogni turno». Dopo un istante di pausa, con un sorrisetto solare, la giovane agente tamburellò sul suo portatile con due dita: « Sono in contatto costante con tutte le unità».
« Chi comanda la squadra di rincalzo?» chiese Yourcenar.
« Kaplan», rispose quella. « I vice – capisquadra sono Eisner e Ramesh».
Emilian Deveaux annuì; era gente che conosceva, giovani soldati fidati ed abili nel loro mestiere:
« Ottimo lavoro, Nielsen. Tra mezz’ora fatti dare il cambio da Johnston e fammi avere il rapporto delle squadre di sorveglianza. Poi riposa».
La giovane attraente di nome Nielsen annuì; poi s’alzò, si stiracchiò leggermente ed avvisò il collega alla postazione di lavoro alla sua sinistra, indaffaratissimo a sua volta su un Notebook:
« Vado a prendere un caffè. Ne vuoi?».
Il collega annuì senza alzare la testa dallo schermo del suo portatile. La Nielsen uscì dalla stanza, passando accanto a Deveaux e Yourcenar, che notarono l’unica nota stonata nel suo pratico abitino giallo, cioè la fondina nera alla cintura, simile a quella che tutti loro portavano, da cui sporgeva il calcio verdastro di una pistola semiautomatica, simile a quelle che tutti loro portavano.
Dopo qualche istante, Yourcenar si congedò, e Deveaux lo seguì dopo aver dato un’occhiata alla lavagnetta con lo schema operativo appesa al muro.