DUE:
IL COLORE DEL SANGUE (Droplets of Red)
--- Martedì, 11 Dicembre 2001 ---
-DECIMA SINOSSI: MARK KINCAID-
La Procura Federale, a Chicago, era ospitata all’ultimo piano dell’edificio federale Metcalfe-Klucznynski-Dirksen, un grattacielo in cristallo, torreggiante sulla Downtown, in puro stile americano. All’interno, la temperatura era di almeno dieci, dodici gradi più alta di quella esterna, grazie all’impianto di condizionamento, e a Mark Kincaid, che entrò dalla porta principale la mattina di martedì alle nove meno un quarto, imbacuccato in un grosso Trench, parve di essere un pesce surgelato infilato a scongelarsi all’istante in un forno a microonde. Passò sotto il Metal-Detector all’entrata, e l’apparecchio suonò.
A guardia dell’apparecchio c’erano due uomini che indossavano l’uniforme dell’Ufficio dello Sceriffo della Contea di Cook; a dir la verità, la contea di Cook incorporava tutta l’area metropolitana di Chicago, e lo sceriffo della contea era il capo della polizia, che esercitava la sua autorità tramite un commissario capo e rispondeva direttamente al sindaco della metropoli; ma lo sceriffo aveva anche un suo “ufficio” personale, con un corpo di un paio di centinaia di vice-sceriffi, che portavano lo stesso distintivo a stella degli agenti della Polizia Metropolitana, cambiando solo il colore dell’uniforme, da azzurro – nera a nera, e i simboli su di essa; gli uomini dell’Ufficio dello Sceriffo della Contea di Cook avevano compiti essenzialmente amministrativi, ed inoltre fornivano servizio di sicurezza ad alcuni punti fondamentali: l’edificio federale, ad esempio, i tribunali, l’edificio del comune e le carceri locali per detenuti in transito. All’edificio federale c’era uno di loro anche al bancone della Reception, poco più avanti, ed altri sparsi per i vari piani.
I due uomini a guardia del Metal-Detector lo conoscevano, e sapevano che girava armato: lo lasciarono passare con un cenno di saluto senza che lui dovesse neppure disturbarsi a mostrare il suo tesserino color ocra della Procura Federale. Un saluto veloce gli rivolse anche l’uomo al bancone della Reception, Kincaid ricambiò e si fiondò ad uno dei cinque ascensori posti in fondo alla Hall, l’ascensore espresso, ritrovandosi da solo nella cabina e diretto a tutta velocità verso l’ultimo piano.
Ci arrivò in trenta secondi; la sezione che ospitava la Procura Federale del Nord Illinois era poco più che un agglomerato di stanze, al cui centro si trovava una grande sala divisa in Box di lavoro e stracarica d’impiegati; all’ingresso, appena oltre una porta a vetri che si apriva automaticamente, c’era una graziosa biondina con addosso l’uniforme nera dell’Ufficio dello Sceriffo della Contea di Cook, che lo salutò all’entrata con un amabile sorriso e, quando lui l’aveva appena superata, parve all’istante ricordarsi di qualcosa e pigolò:
« Oh… signore, ci sono due uomini nel suo ufficio che l’attendono…!».
« Di chi si tratta?». Kincaid girò di scatto la testa.
« Due agenti federali, dell’FBI». La bionda si strinse nelle spalle. « Direttamente da Washington. Ho controllato i documenti e li ho fatti accomodare, c’è Dale con loro».
Kincaid annuì, fece un cenno di saluto e si diresse verso il suo ufficio; attraversò un corridoio, posto sulla destra rispetto alla sala di lavoro divisa in Box, separato da essa tramite una parete di vetro, ed arrivò nella zona degli uffici separati, non più di una decina. Il suo era l’ultimo, quello più in fondo, vi si accedeva tramite una grande porta in legno massiccio, oltre la quale si trovava un’ampia anticamera e una postazione di lavoro per una segretaria. Ma Kincaid non aveva voluto una segretaria, ed ora l’anticamera era diventata la postazione di lavoro di Courtney Granger.
Kincaid si riteneva fortunato ad aver convinto la bella donna di colore, nonché geniale investigatrice, a lasciare lo United States Marshals Service assieme a lui e ad entrare alla Procura Federale. Ora lei era il suo investigatore capo; coordinava le fasi di istruttoria sul campo. Non era un lavoro molto movimentato, per la maggior parte dei casi, ma era comunque un impiego impegnativo, che richiedeva costanza e impegno, coraggio e nervi saldi in molti casi, ed una sottile intelligenza. Tutte capacità che Courtney Granger, in tanti anni di servizio sotto di lui come Deputy Marshal, aveva dimostrato appieno di possedere.
L’anticamera consisteva in una postazione di lavoro in un angolo, ed un salottino improvvisato con delle poltrone e un tavolino dall’altra parte. Alla sua scrivania, bella e scintillante come sempre, col viso pulito privo di trucco e i capelli raccolti in uno Chignon dietro la testa, Courtney Granger stava lavorando alacremente col suo computer. A guardarne le forme statuarie e la bellezza principesca, misto a quel “che” di esotico che per ogni uomo bianco hanno le belle donne di colore, per l’ennesima volta a Kincaid girò la testa. C’era qualcosa che non andava, in lui, e lo sapeva. Lei, Courtney, era una promessa sposa che aveva perso il suo uomo soltanto a luglio, pochi mesi prima, e lui viveva, sapeva di dover vivere, nel ricordo dell’esplosione che gli aveva portato via la sua giovane moglie incinta, e il suo figlio di pochi anni. Fece qualche passo avanti con un sospiro.
Courtney Granger si alzò; indossava un paio di Jeans ed un pull-over azzurro, aveva il suo tesserino color ocra appeso alla cintura, così come vi aveva appesa una fondina di cuoio per la pistola d’ordinanza, che era una regolamentare semiautomatica SIG-Sauer P228 calibro Nove Parabellum, dalle dimensioni abbastanza compatte, d’ordinanza standard per la stragrande maggioranza delle Agenzie Federali, ad eccezione dello United States Marshals Service che aveva le Glock calibro Dieci Millimetri. Era una buona arma, senza dubbio, più che adatta allo scopo, ma non adatta a Kincaid, che era un uomo grosso, di corporatura paragonabile, se non addirittura maggiore, a quella di Bean Bandit, il grosso Road Buster: poco meno di un metro e novanta in altezza e la corporatura di un giocatore da football. Per questo si portava dietro un’arma più adatta di una qualsiasi “Wondernine” a quei badili che chiamava confidenzialmente “mani”: era una pistola semi-automatica proveniente dalla sua collezione privata, una Tanfoglio Combat. Era un’arma di fabbricazione italiana, importata negli Stati Uniti dalla ditta European American Armoury, e per questo era distribuita sul mercato americano anche col nome di “EAA Witness”. Si trattava in pratica di un clone della CZ-75, molto migliorato rispetto all’originale in quanto a robustezza e praticità, ed era un oggetto di fattura eccezionalmente buona. La Tanfoglio Combat era una pistola massiccia, non più lunga di una CZ-75 originale, ma abbondantemente più grossa. Funzionava in azione singola ed era munita di una leva abbatti-cane, era fatta in acciaio inossidabile e lega leggera, era solida e robusta, ed aveva un Design molto aggressivo, strettamente militare. Prendeva caricatori da undici cartucce, e sparava la potente munizione calibro 10mm-Auto che Kincaid apprezzava avendola avuta al fianco per anni di servizio nei Marshals nelle Glock 20 di dotazione. La Tanfoglio Combat era assolutamente perfetta per lui, ed aveva più volume di fuoco di qualsiasi arma di servizio. Ed era affidabile e veloce, cosa non da poco.
« Salve, capo…!» salutò lei. « Dentro ci sono due tipi della DEA. Ti aspettano».
« Si, Josie giù all’ingresso me l’ha già detto…». Dopo un istante di silenzio, Kincaid inarcò un sopracciglio: « Che impressione ti hanno fatto?».
« Non mi piacciono!». Courtney Granger scosse la testa con decisione.
Kincaid si strinse nelle spalle, ed entrò nel suo ufficio attraverso la seconda, più modesta porticina in fondo all’anticamera.
L’ufficio del Procuratore Federale Mark Timothy Kincaid era esattamente come ci si potrebbe immaginare l’ufficio di un grosso avvocato: due pareti su quattro erano occupate da grandi, eleganti librerie in legno stracariche di tomi di letteratura classica, ma soprattutto di legge e giurisprudenza, oppure da altri mobili, sempre nello stesso elegante stile e sempre in legno, divisi per sportelli tutti accuratamente chiusi a chiave, e che fungevano da schedari. Un’altra parete, meno formale, ospitava caminetto in marmo dal sapore antico, che in un moderno edificio in cristallo come il Metcalfe-Klucznynski-Dirksen stonava quanto un pugno in un occhio, da quadri alle pareti e da mensole che tenevano in esposizione fotografie, trofei, ed altri oggetti personali rappresentativi della vita di Kincaid, come l’attestato della sua laurea e quello degli anni di servizio compiuti presso lo United States Marshals Service; su quella stessa parete, accanto al camino visibilmente posticcio ed ovviamente inutilizzabile, stava un mobile a vetrina chiuso a chiave, con vetri blindati, in cui erano in esposizione alcune armi da fuoco moderne. La parete di fondo era invece in puro cristallo, e si aveva una visione completa dell’esterno dell’edificio. In fondo alla stanza c’era l’elegante scrivania di Kincaid, completa di un pratico piano di lavoro su di un lato che dava al mobile una conformazione ad L e su cui era posato un secondo computer, oltre a quello principale che aveva di solito di fronte a se; dietro di lui, vicino alla parete di cristallo, su un’asta dorata era appesa, afflosciata su se stessa, la bandiera a stelle e strisce degli Stati Uniti d’America.
La giornata era tipicamente invernale, scura, il cielo era una cappa di dense nubi che minacciavano neve sempre più ad ogni minuto che passava; il vento era forte, e il freddo intenso. Il riscaldamento lì dentro era a palla, e le luci al neon sul soffitto accese. Kincaid si tolse con nonchalance il cappotto, lo appese all’attaccapanni accanto alla porta, e si diresse verso la scrivania.
« Buongiorno, signori…!» salutò, con fare fermo.
Su due comode poltroncine davanti alla sua scrivania, erano seduti due uomini; entrambi indossavano completi grigi, tipici da agente federale cinematografico, completi di lunghi Trench dello stesso colore che non si erano tolti. In piedi dietro di loro c’era un giovane di colore, palestrato, con i capelli crespi molto corti e la divisa nera dell’Ufficio dello Sceriffo della Contea di Cook; era il genere di ragazzo che piaceva alle donne, e Kincaid si domandò, scoprendo che il pensiero stesso lo rodeva, se era il genere di ragazzo che poteva piacere a Courtney Granger. Lo aveva visto un paio di volte girarle attorno, e la sua mente razionale si era meravigliata di scoprire che c’era un’altra parte di lui, una parte sconosciuta o da tempo dimenticata, che provava uno strano nodo allo stomaco, un cerchio alla testa e un soffio al cuore, e che avrebbe veramente voluto sbattere al muro quel piccolo cazzone impertinente. Gli si rivolse con malcelata irritazione:
« Puoi andare, Dale, grazie…!».
Tutti i pensieri sparirono quando il ragazzo in uniforme infilò la porta dell’ufficio e uscì chiudendosela alle spalle, lasciandolo solo con i due uomini. In silenzio, Kincaid andò a sedersi sulla seggiolina ergonomica dietro la sua scrivania, mise le mani in grembo e fissò i due con un sorrisetto strano.
Quello seduto sulla destra, e quello che sembrava più importante, era un nero. Un grosso nero, dalla pelle molto scura, in maniera quasi fumettistica, e visibilmente sopra i quaranta. Era completamente glabro e calvo: niente capelli, niente sopracciglia né ciglia, ed era grosso, o quantomeno era stato fisicamente ben dotato; le parole “ex militare” gli attraversarono il pensiero come un fulmine.
Quello sulla sinistra era invece un bianco magrolino. Aveva il viso emaciato, un’incipiente calvizie, e un paio di occhialetti ovali sul naso, del tipo che si usano solamente per leggere. Anche lui aveva scritto in faccia le parole “ex militare”, e non dimostrava di essere affatto più giovane del nero seduto accanto a lui, anzi, probabilmente avevano la stessa età, ma questo bianco magrolino dimostrava certamente molti anni in più di quelli che avesse in realtà; Kincaid giudicò che la vita che faceva, o che aveva fatto, lo doveva aver provato al punto da spezzarlo… ma non da piegarlo, visto che era lì di fronte a lui, e, come il suo collega di colore, ricambiava il suo sorrisetto strano con uno sguardo di fermezza altezzosa.
Il nero era completamente calvo, il bianco stava per diventarlo; Kincaid compativa i calvi. Anche i suoi capelli, fino a qualche tempo prima, erano stati sulla strada giusta in quel processo autodistruttivo. Ora però si erano ravvivati, erano ricci e lucenti, lui li teneva corti ma erano belli, e molti uomini della sua età avrebbero ucciso per dei capelli così.
Kincaid ruppe il silenzio mostrando i palmi delle mani, senza che questo gli facesse sparire dalla faccia la strana espressione divertita:
« Buongiorno, signori… possiamo cominciare?».
Serissimo, l’uomo di colore tirò fuori da una tasca del suo Trench un porta-documenti e l’aprì, mostrando il distintivo dorato e blu a forma di scudo, e la tessera bianca e azzurra, del Federal Bureau of Investigations. Il bianco mingherlino accanto a lui lo imitò all’istante.
« Agente Speciale in Capo Emilian Deveaux, FBI, Divisione Crimine Organizzato di Quantico». L’uomo di colore si presentò in maniera breve e perentoria, prima di riporre i suoi documenti, immediatamente imitato dal suo collega bianco, che presentò immediatamente dopo con parole altrettanto veloci e perentorie: « Il mio collega è l’Agente Speciale Herbert Yourcenar, della Sezione Diritti Civili del quartier generale di Washington DC».
« E… il motivo della vostra visita?». Kincaid ripeté il gesto con le mani di poco prima. Stava prendendo i due federali alla leggera, volontariamente. Si aspettava una visita simile, sicuramente collegata alla sparatoria di quel sabato notte, la fallita operazione della DEA che ormai i giornalisti in tutto il mondo avevano ribattezzato “Il Massacro dell’Immacolata Concezione”. Il fatto che ora avesse due agenti dell’FBI di fronte, e per giunta provenienti direttamente da Washington, era un materializzarsi delle paure espresse immediatamente dopo la sparatoria da Roy Coleman, e in parte condivise anche da lui. Ora tutto stava ad aspettare e vedere fino a che punto si sarebbero spinti. Qual’era il loro obiettivo.
Il nero di nome Deveaux guardò la targhetta di metallo posata sulla scrivania, di fronte a se. C’era scritto –PROCURATORE FEDERALE CAPO – MARK TIMOTHY KINCAID-. Inarcò le sopracciglia:
« Lei è il Procuratore Federale Capo del Nord Illinois, giusto?».
No, brutto stronzo, pensò Kincaid. Sono il Grande Puffo.
I l loro atteggiamento controbatteva il suo, colpo su colpo. Il loro portamento era talmente arrogante da fargli venir voglia di saltare dall’altra parte della scrivania e spaccare loro la faccia.
« Allora, forse dovrà dare un’occhiata a questa…!». L’Agente Speciale Herbert Yourcenar infilò a sua volta una mano sotto il Trench e ne tirò fuori una busta da lettere bianca, che lasciò sul piano della scrivania di fronte a Kincaid.
Lui la prese e se la rigirò: aveva soltanto un simbolo sul dorso, il simbolo del Dipartimento della Giustizia degli Stati Uniti d’America. L’aprì frettolosamente, ne tirò fuori una lettera, in cartoncino, carta intestata con ancora il simbolo del Dipartimento della Giustizia, in calce un timbro ed una firma. La rabbia si impossessò di lui man mano che proseguiva nella lettura del testo, diligentemente battuto a macchina.
« A partire da questo istante, per ordine diretto del Segretario alla Giustizia, le indagini sulla sparatoria avvenuta sabato scorso contro un gruppo di trafficanti di droga e in cui hanno perso la vita diciotto agenti delle forze dell’ordine passano sotto la nostra esclusiva competenza!» comunicò Emilian Deveaux, col tono piatto e perentorio di un ministro ottocentesco che imponga le condizioni per la pace al rappresentante di un paese sconfitto in guerra. « Le autorità locali e statali già coinvolte, e i distaccamenti di zona delle agenzie federali, sono sollevate dall’incarico fino a nuovo ordine e devono consegnarci immediatamente tutto il materiale raccolto fino ad ora riguardo agli avvenimenti».
Un istante di silenzio. Kincaid alzò lo sguardo dalla lettera e fissò Deveaux e Yourcenar, e i suoi occhi erano due fessure rabbiose, la bocca storta, la smorfia di sufficienza era sparita ed ora nel suo volto c’era rabbia. All’inizio aveva sperato di poterli contrastare, pensando che venissero, come facevano spesso con le polizie locali, sventolando i loro distintivi ed avocando a se il caso… ma c’era una lettera firmata dal Segretario alla Giustizia in persona, tra le sue mani, e questo colpo singolo al muro che si stava costruendo attorno era bastato a farlo crollare.
« Confidiamo di avere tutto il materiale entro ventiquattro ore» continuò Emilian Deveaux, col suo solito tono piatto, al tempo accomodante e perentorio. Tirò fuori da una tasca del suo Trench un biglietto da visita, davvero una cosuccia elegante in cartoncino rilegato, e lo posò di fronte a Kincaid, sulla scrivania. « Vi diamo il tempo di fare le vostre verifiche che sicuramente farete. Potete trovarci a quest’indirizzo. Fino ad allora, arrivederci!».
Al segnale convenuto, come due automi, Deveaux e Yourcenar si alzarono contemporaneamente, girarono i tacchi e tagliarono la corda, molto più efficacemente di quanto avrebbero probabilmente fatto se fosse stato lui stesso a sbatterli fuori, cosa che Kincaid aveva sin dall’inizio effettivamente sentito il bisogno viscerale e atavico di fare.
Kincaid non aveva nemmeno avuto il modo di alzarsi. Diede un’altra occhiata alla lettera e si lasciò andare sulla sua poltroncina; si sentiva stanco e sconfitto, come se l’avessero preso a calci nelle costole per due ore. Stancamente, allungò una mano verso il telefono multi-funzione posato sulla sua scrivania, premette il tasto per il Viva-Voce e quello dell’interfono:
« Courtney, vieni dentro».
Un istante dopo, Courtney Granger fece ingresso nel suo ufficio, chiudendosi la porta alle spalle. L’espressione che Kincaid aveva in volto eliminava il bisogno di fare domande, e del resto anche lei sembrava abbastanza irritata; si avvicinò lentamente a lui, che ancora una volta non poté non notarne, con un tuffo al cuore, il viso perfettamente armonico, il corpo perfetto e il portamento fiero, come quello di una principessa Masai.
Courtney Granger cadde a sedere su una poltroncina davanti alla scrivania, dove prima era stato seduto Herbert Yourcenar, e si portò le mani in grembo. Fissò Kincaid con uno sguardo amico, in contrasto con l’espressione abbattuta che aveva lui.
« Aspetta che indovino…» fece lei. « Ci tolgono il caso, giusto?».
Senza dire una parola, Kincaid le passò la lettera. Lei la lesse velocemente, alzò di nuovo gli occhi su di lui, dubbiosa:
« Sei sicuro che sia autentica, capo?».
« Oh, puoi stare ben certa che controllerò!». Kincaid annuì vistosamente. « Ma non è su questo che ho i miei dubbi. Ho paura che la cosa sia infinitamente più grossa di quel che temevamo…!».
« E adesso?» chiese di nuovo Courtney Granger. « Cosa facciamo?».
« Facciamo i nostri controlli, avvisiamo Roy Coleman». Kincaid fece un gesto con la mano. « E gli consegniamo quello che vogliono. Ma ce ne teniamo delle copie. E poi, non ho nessuna intenzione di lasciarla vinta a quei figli di puttana. Troverò il modo di scoprire quello che scopriranno loro. O quello che faranno, e se l’intenzione del Dipartimento della Giustizia è di insabbiare tutto, puoi stare ben certa che il Chicago Tribune e la CNN saranno i primi a saperlo!».
« Mark Kincaid deve sempre vincere, giusto?» fece la bella donna di colore, mentre un ghigno le si apriva in viso.
« Ci puoi giurare!» rispose lui, a denti stretti.