-SECONDA SINOSSI: ROY COLEMAN E MARK KINCAID-

            La sua auto di rappresentanza, una berlina Chevrolet nera di servizio come le forze di polizia e federali ne usavano tante in lungo e in largo per gli Stati Uniti, si fermò di fronte alle transenne blu giusto il tempo di permettere all’agente in uniforme di spostarne una per lasciarlo entrare sulla scena del crimine, salvo poi rimetterla al suo posto quando l’auto fu passata oltre.

            C’erano tantissime auto-pattuglie, tutt’intorno, solo a pochi metri: non solo bianche con la striscia azzurra e le lettere rosse sulle fiancate, ma anche completamente nere, con la dicitura sulle fiancate CHICAGO POLICE in grossi caratteri bianchi: erano le auto-pattuglie dei Servizi Speciali, e poi c’era una lunga fila di ambulanze bianche e di veicoli neri dell’Ufficio del Coroner della Contea di Cook, e un paio di furgoncini della scientifica, e diverse auto-civetta. E poi, ovviamente, c’erano altre berline Chevrolet nere come la sua, e fuoristrada neri GMC.

            Mark Timothy Kincaid, circa dieci anni di esperienza di servizio presso lo United States Marshals Service, Procuratore Federale per il Nord Illinois, parcheggiò la sua berlina sul lato sinistro della strada e, una volta tirato il freno a mano e spento il motore, rimase fermo per un istante a bordo dell’auto a guardare fuori, la masnada di uomini che si aggiravano da una parte all’altra come tante formiche al lavoro, prima di decidersi a smontare. Uscì dall’auto, s’aggiustò il colletto del giubbotto di renna, indossato sopra un Pull-Over grigio e soprattutto sopra la fondina ascellare in cui riposava la sua pistola semiautomatica, una grossa Tanfoglio Combat, che prendeva caricatori da undici colpi calibro 10mm-Auto. Un mese e mezzo da Vice-Procuratore. Due settimane appena da Procuratore Capo. Kincaid stava bestemmiando mentalmente tutti i santi del calendario per avergli fatto iniziare la carriera in quel modo.

            « Che vita di stenti e privazioni, eh…?» gli fece eco una voce conosciuta alle spalle.

            Kincaid si girò lentamente. Roy Coleman era dietro di lui, una brutta smorfia in viso.

            « Non avrei potuto evitarlo comunque». Kincaid scosse ancora la testa, e si avviò a piccoli passi verso  quel che restava del capannone. « Il mandato per questa stronzata l’ho chiesto io».

            « Tu?».

            « Già. La DEA ha presentato il caso a me, e io ho chiesto il mandato al giudice. È così che funziona. Solo che, a dir la verità, non c’erano granché elementi, solo la testimonianza di un agente infiltrato. Così, quando si verrà a sapere, mi prenderò la mia dose di inculata. Hai delle novità?».

            « Non molte». Coleman fece un cenno con la mano. « I figli di puttana se la sono squagliata attraverso un tombino. C’era una scaletta che portava ad un tunnel fognario, da lì possono essere usciti indisturbati da qualsiasi tombino nel raggio di venti isolati. Sono circa mille!».

            Si stavano avvicinando alla porticina aperta del capannone, facendo lo slalom tra veicoli d’emergenza fermi e uomini in borghese o in varie uniformi che s’arrabattavano da una parte e dall’altra. Una improvvisa folata di vento freddo li investì entrambi, costringendoli a fermarsi dietro un fuoristrada nero per chiudersi i cappotti.

            « È un bel casino, Roy…», sospirò Kincaid. « Quelli della DEA si pareranno il culo. È per questo che sono così sicuro che la prenderò nel sedere anch’io».

            « Credi che non lo sappia? Solo che io non voglio che questo accada».

            « Non ci sperare troppo», concluse Kincaid, più freddo del vento che soffiava da nord.

            Immediatamente di fronte a quel che restava capannone, era parcheggiata una lunga fila di camioncini neri dell’Ufficio del Coroner della Contea di Cook, e, poco in disparte, un furgoncino con le insegne della polizia Scientifica attorno al quale facevano già capannello alcuni uomini intenti a togliersi le tute da lavoro usa-e-getta bianche col logo della Scientifica sulla schiena e sul petto; dalla porta aperta, iniziavano già a sfilare gli uomini con le giacchette nere dell’ufficio del Coroner, che portavano su barelle metalliche i sacchi di plastica nera per cadaveri; anche dov’erano loro adesso, fino a poche ore prima era stato un inferno di corpi crivellati, maciullati e carbonizzati, e di lamiere in fiamme, ma quello era già stato tutto rimosso da ore, ormai, giusto il tanto di permettere alle squadre di soccorso di iniziare a scavare alla ricerca di eventuali superstiti.       Oltrepassarono la fila di veicoli e si avvicinarono alla porticina aperta e alla sfilata di uomini del Coroner; Kincaid fermò i due che spingevano la prima barella della fila mostrando loro il distintivo, e lentamente, con tutto il rispetto dovuto, si chinò sul sacco di plastica nera per aprirne lentamente la chiusura lampo; mostrò soltanto una testa, il volto di un uomo di colore contratto ed irrigidito permanentemente in un’espressione di stupore, ed una gigantesca ferita d’uscita su un lato della testa che era stata nascosta alla vista con un grosso tampone bianco.

            « Cazzo…!», sibilò, distogliendo lo sguardo di scatto, stringendo gli occhi.

            « Lo conosci…?». Coleman inarcò le sopracciglia.

            « Agente speciale William Gilmore, DEA. Dieci anni di servizio all’Antidroga, dei quali sette come agente infiltrato o in operazioni sotto copertura. È stato lui a venirmi ad illustrare il caso. Ci conosciamo… ci conoscevamo da quasi dieci anni. A livello professionale. E siccome in sette anni da infiltrato non ha mai sbagliato un colpo, gli ho creduto e ho chiesto il mandato. Se già era un casino dall’inizio, figuriamoci adesso che non può testimoniare». Richiuse la Zip del sacco nero con un gesto rapido: « Com’è che ridotto come gli altri?».

            « Era dabbasso, ammanettato alla base della scaletta del tombino. Quelli della Scientifica non possono stabilire se sia stato ammazzato proprio , con tutto il lerciume che c’è lì sotto, ma se vuoi i miei due centesimi, quello era lì perché lo trovassimo!».

            « Capitano Coleman…?» chiamò una voce maschile alle loro spalle.

            Coleman si voltò; lo aveva chiamato un giovane di colore, che ancora indossava per metà la tuta da lavoro bianca della Scientifica, e un tesserino con foto spillato al petto sugli abiti civili sotto. Aveva un oggettino in mano, e si presentò tendendolo verso di lui come un prezioso cammeo:

            « Abbiamo trovato questo sul corpo dell’uomo di colore… dell’agente Gilmore, intendo… e sembrerebbe un qualche tipo di sostanza stupefacente…!».

            Coleman allungò lentamente la mano destra e prese con due dita ciò che l’agente dell’unità Scientifica gli stava tendendo. Si trattava di una bustina di plastica trasparente del tipo Zip-Loc, normalmente usata dalla polizia per la conservazione degli elementi probatori: era già chiusa, e contrassegnata dalla regolare etichetta bianca, rossa e nera che diceva perentoriamente MATERIALE PROBATORIO –VIETATO MANOMETTERE, e le parti bianche erano compilate a penna, segno che l’oggetto che vi era contenuto era già stato catalogato nel registro delle prove raccolte. L’oggetto era una boccetta di vetro, chiusa con un tappino di plastica ermetico, come le dosi singole di soluzioni farmaceutiche iniettabili, che conteneva un liquido leggermente torbido.

            « È qualcosa che mi sembra di avere già visto…» mormorò Coleman, alzando la busta per guardare in controluce il contenuto della boccetta. « Tu che ne pensi?».

            « Campione gratuito. Qualcosa che quelli hanno dato a Gilmore come dimostrazione della merce. Una volta avuto in mano questo, Gilmore aveva tutte le prove tangibili che gli servivano, e ha fatto scattare la trappola. E allora la trappola è scattata per lui».

            « Tombola!». Coleman passò la boccetta a Kincaid. « Se c’era un motivo per cui volevano che lo trovassimo, dieci a uno che è qui dentro!».

            « Già, lo penso anch’io. Sapere cos’è ‘sta roba ci darà un grosso vantaggio». Kincaid restituì cautamente la bustina all’agente della Scientifica. « In quanto tempo potete farmi avere un’analisi completa di questo?».

            « Non… ne ho idea, signore… i nostri tecnici sono un po’ impegnati, in questo periodo».

            « Beh, la Food and Drugs Administration ha una sede distaccata qui a Chicago, con un buon laboratorio», tagliò corto Coleman. Si riferiva all’Ente Federale di Controllo sui Generi Alimentari e Farmaceutici. « Hanno anche una banca dati sulle caratteristiche di tutte le droghe conosciute. Voglio quella roba alla FDA entro stamattina, e voglio un rapporto completo domattina, intesi?».

            Il giovane agente della Scientifica annuì e tornò dai suoi colleghi, con la bustina contenente la boccetta tra le mani, e Kincaid squadrò Coleman con un’espressione interrogativa.

            « È merda chimica, Mark». Coleman scosse la testa, senza attendere la domanda. « Quel genere di merda chimica che io non voglio in giro per la mia città…!».

            Kincaid prese un respiro per replicare, ma a quel punto Coleman aveva già tirato avanti, avventurandosi tra le macerie del capannone esploso. Dopo un istante, Kincaid gli andò dietro.

COROLLARIO

            La Signorina abbozzò un sorrisetto, togliendosi gli occhiali da sole. Li portava sempre, anche in giornate invernali ed uggiose come quella, perché le davano un tono, cosa di cui aveva assolutamente bisogno per incutere il timore necessario. Doveva sembrare importante, trasudare più importanza di quanto non comunicassero i suoi soldi. E i suoi tirapiedi.

            Con Lamansky e Spunkmeyer ai suoi lati, la sua bassa statura e la sua giovane età erano ancora più evidenti. Quel giorno, come sempre, era vestita in maniera molto elegante, aveva addosso uno splendido Tailleur bianco con una camicetta nera sotto, ed un cappotto di pelliccia addosso per proteggersi dal freddo; i capelli scuri, lunghi e sciolti, le ricadevano sulle spalle e sulla schiena, e gli occhiali da sole le conferivano un’aria molto intrigante, senza contare che lei era una gran bella ragazza e sapeva di esserlo, e cercava di esercitare un certo fascino sui suoi interlocutori; era conscia del fatto di provocare certe reazioni in uomini di molto più grandi di lei, non aveva idea se anche i suoi due mercenari Spunkmeyer e Lamansky si stessero facendo venire in mente strane idee sulla sua cosina, ma non aveva realmente intenzione di dar loro molta corda; che a loro bastassero i suoi soldi, e se volevano fottere, che si trovassero qualche puttana, del resto li pagava abbastanza perché se ne potessero permettere centinaia. Ma, del resto, l’uso del suo fascino giovanile sugli uomini per piegarli al suo volere era qualcosa che aveva ben imparato dalla sua maestra.

            Il che le fece venire ancora una volta l’acquolina in bocca al pensiero della vendetta. Un piatto da gustare freddo, molto gustoso per chi sa aspettare, ancora di più per chi è stato costretto ad attenderlo fin troppo.

            « Signorina…?». La voce di Lamansky la scosse dai suoi pensieri; roteò gli occhi, accorgendosi, come appena scossasi da un sogno, di essere rimasta chissà per quanto tempo ferma, appoggiata alla fiancata di un fuoristrada Mitsubishi nero come la notte, a guardare davanti a se, la bella radura paradisiaca di prati d’erba fresca ed alta, e poche sparute querce qua e la, che sorgeva, estendendosi per acri interi, al centro di un’area boscosa di conifere molto fitta; al centro di questa grande radura, un lungo edificio di due piani di colore rosso, era ciò che lei stava guardando.

            Come lei sapeva, come Lamansky e Spunkmeyer accanto a lei sapevano, quell’ampia area recintata che si estendeva per vari acri al centro di una vasta zona boscosa era stata, una volta, una grande azienda finalizzata all’allevamento dei bovini. Quando, all’inizio degli anni ’90, era andata fallita, il terreno era stato abbandonato; non era stato difficile, per gli attuali occupanti, prenderne possesso in maniera pulita e tranquilla.

            « Niente, Felix…». La Signorina scosse la testa. « Pensavo, soltanto».

            « I tempi di lavoro non la soddisfano, Signorina…?» azzardò Felix Lamansky.

            « Non è questo…». Lei scosse di nuovo la testa. « Ma tanto non importa. Non c’è nessun accordo al riguardo e non ce ne saranno mai, questi figli di puttana sono tutti nelle mie mani!». Cambiò espressione in un secondo, il suo viso si contrasse lunaticamente in una smorfia dura mentre si girava dall’altra parte: « Edwin, metti in modo il fuoristrada. Ce ne andiamo a fare un giro!».

            Spunkmeyer annuì ed eseguì l’ordine. Mentre il cofano del fuoristrada iniziava a tremare leggermente e il motore al suo interno rombava, prima di salire a bordo sui sedili posteriori, la Signorina si ritrovò a guardare verso l’orizzonte già arrossato del primo pomeriggio di quella giornata invernale con occhi stretti, sguardo rabbioso e denti stretti, come a voler fissare il futuro con ira e sfida.

            « Lo giuro su Dio…» sibilò, scuotendo la testa. « Pagherai fino all’ultima goccia…».