ANTEFATTO:
IL MASSACRO DELL’IMMACOLATA CONCEZIONE
(The Immaculate Conception massacre)
Era sabato, 8 Dicembre 2001. O, almeno, quella data era indicata in rosso sul calendario appeso al muro, dove la cosa che più colpiva l’occhio non era l’alternarsi dei colori nero e rosso per i feriali e i festivi della lista dei giorni del mese, ma Jodi Ann Paterson, la Playmate dell’anno precedente, che sgambava seminuda appoggiata ad un letto sullo sfondo di quello che sembrava uno Chalet di montagna, e, del resto, in fondo, sotto la lista dei giorni, c’era il simbolo del coniglietto bianco di Playboy, e appunto il nome della rivista nelle classiche lettere bianche.
L’attenzione dell’uomo di colore, tuttavia, non era attratta tanto dalla bellezza nuda sul muro, oltre la scrivania di fronte a cui lui era seduto, ma alla persona che era seduta appunto dietro quella scrivania, proprio di fronte a lui.
Non me lo sarei mai aspettato, pensò, portando le mani in grembo. Tanti anni di servizio…
« Signor Gilmore? Vogliamo tornare a noi?».
La vocina squillante della persona di fronte a lui lo scosse dai suoi pensieri. L’uomo di colore, di nome Gilmore, si dipinse un ghigno sul viso e si sforzò di riprendere a parlare:
« Oh, beh… certo, signorina… ma lei capisce che quello che lei tratta è una merce molto scottante, al giorno d’oggi… specialmente visti gli ultimi sviluppi…!».
La signorina comodamente seduta su una poltroncina girevole dietro una vecchia e sgombra scrivania in legno tarlato strinse gli occhi a due penetranti fessure scure, squadrando l’uomo di colore accomodato di fronte a lei.
La sua pelle era di un nero notturno; i suoi capelli corti e crespi, proprio come si addice ad un nero; nonostante ciò, era accuratamente rasato, assolutamente non pareva trascurato nell’immagine né nel fisico, anzi era perfettamente rasato, snello e dalle spalle larghe, segno di un’attività fisica costante, inoltre indossava un bellissimo completo bianco e blu che sembrava tagliato apposta in una sartoria coi controcazzi. Lei era abituata all’eleganza e al lusso, o, meglio dire, lo era stata fino ad un certo punto della sua vita, e riconosceva lo stile. E quell’uomo ne aveva, tanto da mascherare quasi del tutto la sua occupazione reale, quella di proprietario in prima persona delle raffinerie di droga e dei laboratori per la fabbricazione degli stupefacenti chimici più importanti di tutto il Midwest.
« E poi…». L’uomo di colore, di nome Gilmore, abbozzò un altro sorrisetto. «…chi mi assicura che non stia cercando di fregarmi?».
La signorina non replicò. Restò in silenzio per cinque lunghi secondi, a fissare glaciale il nero sornione di fronte a lei, poi girò la testa verso sinistra e fece un cenno:
« Signor Lamansky…!».
In piedi alla sua sinistra, c’era un uomo che cercava di apparire ben vestito, indossando una squallida confezione da Nordstrom Rack; era un uomo alto, e ben piazzato, che sembrava aver passato una vita intenta a sfruttare al massimo le possibilità del suo fisico, ciononostante era arrivato alla fatidica mezza età, e il viso rovinato, lo sguardo stanco e i capelli brizzolati sempre più radi lo dimostravano ampiamente.
L’uomo di nome Lamansky si chinò a prendere qualcosa sotto la scrivania, e il nero, Gilmore, ebbe non poco motivo di innervosirsi, perché l’ampia scrivania, che era a forma di L, era coperta, e da davanti non ci si poteva vedere sotto. Vagò con lo sguardo ad ispezionare la stanza, che non era grandissima, e per lo più era spoglia: dietro di lui c’era una porticina in legno, davanti a lui la scrivania ad L, per il resto non c’era proprio niente, a parte un’altra porticina, in fondo, tutt’alla sua destra.
« È nervoso, signor Gilmore?».
La voce maschile di fronte a lui lo fece trasalire. Aveva parlato un tizio che stava alla destra della signorina, un tipo giovane, coi capelli biondi a spazzola, vestito sportivo, e visibilmente palestrato, che a Gilmore aveva dato subito l’impressione dell’ex militare.
« Io…?». Gilmore rispose di scatto, colto di sorpresa, e si schiarì subito la voce, resosi conto del tono stridulo, da gallina tirata per il collo, con cui aveva risposto. Parlò di nuovo, con un sospiro, cercando di mascherare la sua tensione anche se sapeva di essersi ormai scoperto: « Io… si, sono un po’ nervoso. Non erano questi i patti, signori, se avessi saputo che si trattava di questo avrei preso accordi diversi per quest’incontro…!».
Il biondo fece per replicare, ma la signorina lo zittì semplicemente alzando la mano sinistra; portò la destra a massaggiarsi i lunghi capelli neri, prima di parlare a sua volta:
« Deve scusare il signor Spunkmeyer, caro Gilmore, ma è semplicemente più forte di lui». Poggiò quindi i gomiti sul piano della scrivania e si allungò, il bel viso rivolto verso di lui, ancora a fissarlo, occhi negli occhi, e sibilò, con tono deciso ed incisivo: « Si, signor Gilmore, si tratta di merce rischiosa… ma è anche merce fruttuosa, signore caro, e noi, in questo momento, siamo gli unici che possiamo rifabbricarla, rimetterla in circolazione, e, mi dica, signor Gilmore, quando questo avverrà, lei vuole essere sul carro dei vincitori o su quello dei perdenti?».
Gilmore inghiottì a vuoto; avrebbe voluto rispondere, ma in quel preciso istante l’uomo di nome Lamansky, il tipo di mezza età, posò sulla scrivania, proprio di fronte a lui, una piccola boccetta, senza etichette, chiusa con un tappo di gomma e piena fino all’orlo di un liquido trasparente. Gilmore si ritrovò a fissare la boccetta, stralunato, con la bocca aperta e quasi incapace di respirare. La mano sinistra che allungò verso la boccetta non gli sembrò nemmeno essere la sua, finché non sentì il freddo del vetro contro le dita, e allora chiuse la mano a pugno sul piccolo oggetto, tirandolo a se come se facesse fatica. La signorina si dipinse un ghigno in viso:
« Ora, signor Gilmore, se vuole può controllare… le consiglio di non annusare troppo a fondo, però, perché potrebbe subirne gli effetti…!».
« Oh, signorina, non si preoccupi!». Gilmore parve tornare immediatamente in se; con un sorriso sicuro, s’infilò la boccetta in una tasca interna della giacca. « Ci penserà chi di dovere a controllare…!».
La Signorina e i suoi due guardaspalle, Lamansky e Spunkmeyer, non batterono ciglio; stava accadendo tutto molto in fretta, esattamente come del resto si erano immaginati. Gilmore si alzò di scatto, portando entrambe le mani dietro la schiena, e quando arrivò a fare un passo indietro stava spianando verso di loro una pistola semiautomatica; tutti e tre riconobbero una SIG-Sauer P228 di dotazione federale.
« DEA!» berciò Gilmore, tirando su col pollice destro il cane della pistola d’ordinanza per dare maggiore enfasi alla sua intimazione. « Non vi azzardate a muovervi!».
La porticina di legno alle sue spalle si aprì con un CRASH! come a fargli eco, ed altri otto uomini entrarono nella stanza sparpagliandosi “a ventaglio”, tutti in borghese e muniti di giubbotti antiproiettile neri che portavano in bella vista a lettere bianche la sigla della Drug Enforcement Administration, l’Agenzia Federale Antidroga del Governo degli Stati Uniti d’America. Erano armati di fucili a pompa e di pistole in fondina, uno anche di una carabina M4. Nel giro di cinque secondi, gli uomini si disposero a semicerchio tutt’intorno alla scrivania, con le armi spianate contro la Signorina e i suoi due guardaspalle, Lamansky ed Spunkmeyer.
« Siete in arresto per produzione e traffico di sostanze stupefacenti!» dichiarò con enfasi Gilmore, apparentemente senza la minima intenzione di schiodarsi da quella posizione o abbassare la sua arma. « Avete il diritto di…».
Non finì la frase. Non la finì mai, perché uno schianto alla sua destra lo fece girare di scatto, distogliendo anche l’attenzione dei suoi colleghi.
L’altra porticina si era spalancata, così come quella in fondo alla stanza. Solo che da questa facevano capolino due uomini, vestiti sportivi; uno imbracciava una mitraglietta UZI, fabbricata dalla ditta israeliana IMI e munita di caricatore da trentadue colpi calibro 9x19mm-Parabellum, l’altro aveva un fucile d’assalto finlandese Valmet M-62, che sparava le pesanti munizioni intermedie del calibro 7’62x39mm, alimentandosi da un caricatore ricurvo da trenta colpi che era esattamente uguale a quello del Kalashnikov russo.
Fu un istante. Fuori dalla vista degli agenti della DEA, Lamansky e Spunkmeyer scattarono. Spunkmeyer estrasse una pistola semiautomatica nera di fabbricazione Sud-Coreana, una Daewoo DP-51 calibro 9x19mm-Parabellum, mentre Lamansky aveva in una speciale doppia fodera ascellare ben due grosse “pistole d’assalto” semiautomatiche Armitage Scarab, anch’essa in Nove Millimetri, oltre ad una grossa Smith&Wesson M-4506, semiautomatica cromata calibro 45-ACP; estrasse contemporaneamente dalle sue fondine ascellari gemelle le due “pistole d’assalto”, spianandole di fronte a se, contro gli agenti federali.
L’uomo che dalla porticina sulla destra della stanza faceva capolino con l’UZI si spostò di lato, e alle sue spalle ne comparvero altri tre, muniti di fucili Valmet e mitragliette.
Il via alle danze lo diede Spunkmeyer: appoggiò la canna della Daewoo alla tempia sinistra dell’uomo di colore di nome Gilmore, e prima ancora che quello se ne accorgesse, premette il grilletto. In contemporanea con la detonazione dello sparo, Gilmore inclinò di scatto la testa tutta sull’altro lato, mentre da un enorme cratere che stava dove una volta c’era il suo orecchio destro fuoriusciva il contenuto della sua scatola cranica.
Nello stesso istante, Lamansky spianò le sue due pistole contro le teste di due altri agenti della DEA e sparò con entrambe le armi contemporaneamente.
Il cadavere di Gilmore non era ancora caduto, che gli uomini usciti dalla stanza adiacente a quell’ufficio aprirono il fuoco in automatico sugli agenti della DEA. Erano passati due secondi da quando la loro porta si era aperta.
Gli agenti federali non poterono abbozzare altra reazione se non quella di iniziare ad urlare di dolore e di disperazione, quando i pesanti proiettili calibro 7’62mm e .9mm li tempestarono, quelli più potenti passando attraverso i loro giubbotti antiproiettile come fossero stati di burro. Il fuoco durò altri cinque secondi, fu intenso e letale, e dopo, a terra non ci furono altro che sei cadaveri martoriati, mentre Lamansky e Spunkmeyer rinfoderavano le loro pistole e dalla stanza adiacente all’ufficio, più spaziosa di quel che sembrava, uscivano poco a poco altri quindici uomini, tutti armati nello stesso modo. Uno di loro si avvicinò a passare delle armi a Spunkmeyer e Lamansky: per Lamansky, una mitraglietta israeliana UZI, per Spunkmeyer un panciuto lanciabombe americano DefTec-FedLabs, che sparava granate da Quaranta Millimetri.
Ci fu qualche lungo istante di silenzio, prima che la Signorina prendesse la parola, e quando lo fece fu chiara e pacata, decisa nel parlare con la sua vocetta giovanile e innocente:
« Perfetto, signori, direi che finora è andato tutto quanto come era stato pianificato. Come certo immaginerete, lì fuori potrebbero essercene degli altri, ma direi che avevamo previsto anche questo, giusto? Mettiamo in atto la seconda fase del piano, adesso…!».
Ciò detto, con incredibile Nonchalance ed agilità, appoggiando una mano sul piano della scrivania ad L la saltò, atterrando in piedi sulla pozza di sangue che sgorgava dai corpi degli agenti federali e che si faceva sempre più ampia. Con grazia, camminò lentamente verso la porticina da cui i suoi uomini erano entrati, lasciandosi dietro una serie di impronte scarlatte di scarpette da donna. Lamansky e Spunkmeyer la seguirono a ruota, e tutti gli uomini pesantemente armati del loro seguito vennero immediatamente dopo.
Quello che tramite la porticina dava sull’ufficio era un vero e proprio camerone, enorme, con piastrelle bianche per terra e pareti di lamiera, come era normale visto che si trovavano in un capannone industriale. La poca luce che illuminava l’ambiente veniva da qualche lercia finestra posta molto in alto, praticamente sotto al tetto metallico arcuato; nel camerone non c’era proprio niente i passi della Signorina e degli uomini del suo seguito echeggiavano nel vuoto… solo, al centro del grande ambiente vuoto, un grosso, largo tombino circolare, di metallo dorato.
L’uomo di nome Spunkmeyer la precedette a passi veloci; col lanciagranate a tracolla, adesso teneva nella mano destra un lungo arnese di metallo, del tipo usato dagli operai comunali addetti alla manutenzione delle fogne per aprire i boccaporti. Spunkmeyer si inginocchiò davanti al tombino chiuso ed iniziò ad armeggiarvi con l’arnese.
La Signorina si voltò a guardarsi alle spalle: l’uomo di nome Lamansky era direttamente dietro di lei, adesso, e dietro di lui c’erano tutti gli altri. Due di loro, con le armi a tracolla, portavano a braccia il corpo dell’uomo di colore di nome Gilmore, dalla cui testa fracassata gocciolavano sul pavimento grezzo in cemento levigato del capannone grossi grumi di materia cerebrale, schegge d’osso e sangue. La Signorina trovava lo spettacolo assolutamente favoloso.
« Vi siete accertati che ce l’abbia in tasca?», pigolò. La risposta fu dell’uomo di nome Lamansky: annuì, freddo, muto, e la Signorina pigolò ancora: « Facciamo in modo che venga ritrovato, d’accordo?».
« Fatto!». La voce di Spunkmeyer attirò la sua attenzione. La Signorina si voltò verso di lui, di scatto, e lo guardò mentre tirava verso di sé il tombino, facendo leva col grosso attrezzo metallico. L’ambiente fu invaso all’istante da una zaffata di odore mefitico.
« Cristo…», mormorò Lamansky, distogliendo lo sguardo un istante.
« È una fogna, che ti aspettavi?», replicò Spunkmeyer, con un sorrisetto; posò a terra l’attrezzo, portò una mano dietro la schiena e cavò da una tasca posteriore due cilindri di plastica rossa.
La Signorina s’avvicinò a guardare in basso: non vide niente, finché Spunkmeyer non colpì sul fondo i due bengala, che si accesero con un soffio rabbioso, quasi accecandola con un lampo istantaneo di luce rossa fiammeggiante. Spunkmeyer li gettò dentro il tombino, ed allora la Signorina poté vedere. Di sotto c’era una galleria rivestita di mattoni rossi, che apparivano luridi, malsani, ricoperti di licheni e di muffa. Dal tombino partiva una scaletta metallica agganciata al muro, che portava di sotto, ad un camminamento in cemento grezzo, grigio, anch’esso lurido ed infestato da forme di vita parassitiche, che correva parallelamente ad un fiumiciattolo di liquami verdi. L’odore era più nauseabondo che mai.
Spunkmeyer fece un cenno con una mano verso qualcuno alle spalle della Signorina, e Lamansky si fece avanti, col fucile a tracolla ed una grossa sacca di tela nera in mano. Ne cavò con una sequenza di gesti rapidi una maschera antigas, un elmetto giallo da minatore con una torcia elettrica montata sulla sommità, ed altri quattro bengala, che porse a Spunkmeyer. La Signorina sorrise, nonostante la puzza sempre più nauseabonda che proveniva da sotto il tombino spalancato. Era tutto rapido, preciso, romanzesco, forse cinematografico o fumettistico, comunque perfetto. L’intera sequenza di ciò che stava accadendo quella sera era già stata provata e riprovata, decine di volte, sotto i suoi occhi attenti, nelle settimane precedenti.
Spunkmeyer si calò l’elmetto in testa, l’assicurò con le cinghie, accese la torcia, poi si mise la maschera anti-gas e si calò giù nel tombino, con i bengala nella mano sinistra, mentre Lamansky distribuiva a tutti, anche alla Signorina, maschere antigas ed elmetti con lumicino elettrico. A lei, l’aiutò anche ad infilarseli; una volta pronta, la Signorina guardò in basso, verso il tombino aperto; di sotto, Spunkmeyer accese i bengala e li lanciò in direzioni diverse, ottenendo al terzo lancio una protesta acuta e feroce, lo squittio di un gruppo di topi che si allontanò nell’ombra, zampettando rumorosamente.
La Signorina si gettò con foga nel tombino aperto, abbracciando la scala eccitata e nervosa, e la discese lasciandosi scivolare, lasciando che le mani le bruciassero sul metallo. Atterrò coi tacchi sul cemento con un TAC! forte. La maschera anti-gas non le faceva sentire più la puzza, e nonostante avesse un campo visivo molto ridotto per via della visiera, tutto, nel suo lerciume, lì sotto, era così vivo, perfetto, come l’aveva immaginato per settimane, per mesi.
Felix Lamansky seguì, poi, pian piano, tutti gli altri. In successione rapida, le armi a tracolla, anche loro si lasciarono scivolare giù, aggrappandosi soltanto ai tubi di sostegno della lercia scala di metallo, da perfetti professionisti. Solo quando fu il turno degli ultimi due, che portavano il fardello del cadavere di Gilmore, la Signorina sentì, molto attutito, lontano, il rumore delle pale di un elicottero, e vide un fuggevole fascio di luce inondare il capannone sopra di lei, accompagnato da una voce lontana, amplificata, leggermente metallica:
« VOI! ALL’INTERNO DEL CAPANNONE! QUÍ È LA D.E.A.! USCITE DISARMATI E CON LE MANI IN ALTO! AVETE TRENTA SECONDI!».
Lamansky le fece cenno di restare indietro, poi alzò la testa verso gli ultimi due, anonimizzato dalla maschera anti-gas come tutti gli altri, ed annuì. I due di sopra mollarono la presa, e il cadavere di Gilmore cadde di sotto, con un tonfo, spappolandosi ulteriormente all’impatto col cemento, ai piedi di Lamansky, ai piedi della scaletta di metallo, ai piedi della Signorina, che emise un gemito di felicità per la perfezione con cui tutto stava procedendo. Lamansky s’inginocchiò accanto al cadavere senza fare una piega, mentre anche gli ultimi due scendevano a raggiungerli; trasse un paio di manette da una tasca della giacca, ed ammanettò il corpo ai piedi della scaletta.
Una mano toccò la spalla destra della Signorina, costringendola a voltarsi; era Spunkmeyer, lo riconobbe dall’abbigliamento. Le fece un cenno con la testa, poi si avviò, in avanti, lungo la galleria. Era lunga e buia, anche alla luce dei caschi, non se ne vedeva la fine, ma nemmeno si potevano vedere delle deviazioni, o niente che li potesse far cadere nei liquami. Piena di eccitazione, la Signorina lo seguì trotterellando, e si voltò solo un istante, per vedere Lamansky e tutti gli altri alle sue spalle.
Avevano appena percorso venti metri, quando alle loro spalle, lontano, sopra di loro, si sentì uno schianto metallico. La Signorina chiuse gli occhi, immaginando un’auto-blinda nera che sfondava una delle saracinesche del capannone per lasciar entrare una squadra speciale, agenti in corazze leggere ed elmetti neri che imbracciavano carabine munite di torce elettriche, e si disponevano a ventaglio nell’ampio ambiente principale. Quanto ci avrebbero messo a notare il tombino aperto?
Non molto secondo il piano. La Signorina era sempre più eccitata. Alzò la testa verso Spunkmeyer.
Lui camminava in avanti, il lanciagranate a tracolla tenuto con una sola mano, la testa dritta in maniera che la luce del suo casco illuminasse in avanti il più possibile. Cacciò una mano in tasca, la Signorina lo osservò mentre traeva un oggetto cilindrico, corto e argentato, con un pulsante rosso sulla sommità.
« Fuoco in buca…!», sussurrò Spunkmeyer, la voce già bassa resa ancora più flebile dalla tenuta stagna della maschera anti-gas. E il suo dito pollice destro schiacciò il pulsante fino in fondo.
La Signorina scoppiò a ridere, quando il mondo attorno a loro tremò, con un boato assordante. Le pareti e il tetto in mattoni rossi del tunnel si agitarono per cinque, lunghissimi secondi, come in un terremoto. Tutti si fermarono, acquattandosi alla parete, tutti sapevano che non era così. Tutti tranne lei. Lei cadde in ginocchio sul cemento lurido, mentre una densa polverina rossa le cadeva addosso, sui capelli, sui vestiti, sulla maschera anti-gas che le proteggeva il volto. Le gambe le tremavano già da un bel po’. Il botto le aveva fatte cedere. Da fuori, da sopra, venne un altro botto. Stavolta la galleria non tremò. Poi seguirono le grida.
La Signorina rispose ridendo fragorosamente.