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« …due… uno… e… GO!».

Il botto della deflagrazione della carica d’esplosivo modellabile, alle diciannove e cinquantotto precise, non fu forte come Kyle si era immaginato, e neanche fu così disastrosa. Vide soltanto un lampo concentrarsi sulla parte superiore dell’ordigno, che prima parve iniziare a sciogliersi per poi scomparire del tutto, poi una serie di crepe a raggiera si aprirono sul soffitto a partire dal punto in cui l’ordigno era stato attaccato.

Meno di un secondo dopo, con un rumore sordo e sollevando una grossa nuvola di cemento polverizzato, il pavimento dell’ufficio sopra di loro collassò in grossi pezzi di materiale sul pavimento di quel sotterraneo, a due metri da Kyle e Mr.V.

Sopra di loro, a meno di un metro di distanza, ora, c’era un largo squarcio circolare largo circa due metri. Mr.V prese l’iniziativa, afferrando la scala che aveva vicino e spostandola vicino al bordo dello squarcio. Kyle lo seguì, a passo svelto, certo di sfruttare la nuvola di polvere causata dall’esplosione come copertura.

Da quando la carica di esplosivo modellabile era esplosa, erano passati due secondi. Dal piano superiore, si udì un botto sordo.

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« …due… uno… e… GO!».

C’erano cinque piccoli panetti quadrati di esplosivo plastico del tipo PE-4, ciascuno delle dimensioni di una pallina da golf, attaccati alla porta metallica: due in corrispondenza dei cardini e cioè in alto e in basso a destra, due alle altre estremità e cioè in alto e in basso a sinistra, ed uno al centro; i cinque panetti erano collegati tra loro da vari giri di cavo sottile, simile a filo elettrico, blu a righe gialle: si trattava di Primacord, cavo detonante, conosciuto anche come miccia elettrica detonante, perché fa le funzioni della miccia nelle moderne bombe e cariche esplosive ma non si innesca con una fiamma e si lascia a consumare pian piano, in realtà viene attraversata e “bruciata” all’interno da una scarica d’elettricità, anche a bassa tensione purché ad alto amperaggio, che può raggiungere gli esplosivi praticamente alla velocità della luce ed innescarli in tutta sicurezza.

Due metri di cavo detonante Primacord partivano poi dalla carica centrale e finivano in un piccolo cilindro di metallo sormontato da un pulsante rosso; un detonatore, nelle mani di Minnie May Hopkins, che era appoggiata al muro, sul lato sinistro della rampa di scale, il compatto fucile a pompa Techno-Arms MAG-7 a tracolla. Alla sua sinistra c’era Ken Tokizawa, che teneva imbracciato e pronto al fuoco il panciuto lanciagranate semiautomatico Sage SL-6.

Prevedendo una situazione di combattimento a distanze ravvicinate, Ken Tokizawa aveva caricato il tamburo da sei colpi del lanciabombe con diversi tipi di ogive; ora, la prima che avrebbe sparato era una granata a concussione, una Flash-Bang, assolutamente non letale e comunissima tra i reparti speciali di tutto il mondo, usata per preparare irruzioni in luoghi fortemente ostili: sia infatti che sia a forma di granata a mano o “mimetizzata” da disco da Hockey, o che sia un’ogiva sparata da un lanciabombe, una granata Flash-Bang, quando esplode, non libera altro che un’accecante bagliore, misurato in circa cinquemila Candele, e un’esplosione assordante, l’equivalente in Decibel dell’ascoltare da tre metri di distanza un Jet in fase di decollo. È una granata che non è mai letale, e molto raramente infligge danni permanenti: ma chiunque si trovi in un ambiente quando questa esplode, viene automaticamente incapacitato a combattere, temporaneamente accecato dal bagliore e temporaneamente assordato dal boato dell’esplosione, che spesso manda in frantumi anche eventuali vetri nell’area circostante. Si può sperimentare anche perdita d’equilibrio e cadere a terra, ma la situazione non cambia: se ti esplode una Flash-Bang vicino, sei fuori gioco per un po’. Giusto il tempo per permettere ai “buoni” di aprirti un buco in fronte.

Minnie May premette il pulsante del detonatore. Ci fu un BANG! fortissimo, e, con una nuvola di fumo, la porta scomparve dalla loro vista.

Minnie May mollò il detonatore ed imbracciò il piccolo MAG-7. Ken Tokizawa, col lanciagranate già in braccio, la precedette.

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Tutti i pensieri di lussuria e di morte che affollavano la mente di Fedor Dudcevsky scomparvero all’istante, squassati dal botto. Alla sua destra si sviluppò immediatamente un’enorme nuvola marrone di cemento polverizzato, e Dudcevsky abbassò istintivamente la mano dal pene eretto che ancora stringeva; non riusciva ad immaginare niente di più inutile, adesso.

Un secondo esatto dopo, un’altra esplosione. Il russo girò di scatto la testa e vide la libreria di legno che nascondeva la porta d’accesso al sotterraneo segreto disintegrarsi, sotto il peso della stessa porta di metallo che cadeva all’interno della stanza. Alzò istintivamente verso quella direzione la sua pistola Tokarev, ma già s’intravedeva sporgere dallo spazio lasciato libero dalla porta una grossa canna, larga e nera, che fece immediatamente fuoco.

Un oggetto giallo spiovve in maniera stranamente lenta all’interno della stanza, atterrando sul tavolo a cui era seduto Sonny con un rumoroso TAC!

Rally emise un mugolio di sforzo, si diede una rapida spinta coi reni, e cadde a terra di lato portandosi dietro la sedia a cui era legata.

Anche Sonny s’alzò di scatto, tentando di allontanarsi dal tavolo… ma ormai lui e Dudcevsky erano proprio davanti all’oggetto ogivale giallo che giaceva sul piano di legno. Ce l’avevano di fronte, e lo guardavano fisso mentre girava su se stesso, roteando come una monetina sul tavolo.

Il Flash-Bang esplose. A meno di trenta centimetri da esso, sullo stesso tavolo, il televisore esplose “per simpatia”. Né Fedor Dudcevsky né l’uomo di nome Sonny ne sentirono veramente il rumore, soltanto un fischio acutissimo esplose nelle loro orecchie, nella testa di entrambi, e tutto il mondo s’accese di luce, inghiottito da un’enorme nuvola color giallo paglierino, del colore che ha il sole nei fumetti e nei cartoni animati.

A terra, Rally sentì le orecchie fischiare un po’ anche a lei, ma aveva avuto la fortuna di buttarsi a terra quindi il Flash-Bang non le era esploso proprio dietro la testa… e poi non ne aveva fissato la luce. Al contrario di Dudcevsky e dell’uomo che si faceva chiamare Sonny, comunque, continuava a sentire, seppure tutto ciò che sentiva aveva un fastidioso fischio in sottofondo… le era già successo quand’era bambina, quando la sua passione per le armi era diventata conoscenza comune anche tra i suoi dispettosi compagni di scuola, alle medie, ed uno di loro, alla ricreazione, un giorno, le aveva puntato alla testa una pistola giocattolo a fulminanti ed aveva sparato. Le orecchie le avevano fischiato tutto il giorno, ed aveva avuto un leggero capogiro per un po’, ma non aveva perso l’udito. Ecco, ora si sentiva esattamente così. Udì un urlo acutissimo, alle sue spalle, quello di Sonny, che strillava come se gli avessero cavato gli occhi, e vide Dudcevsky, arrancare all’indietro con le braccia tese in avanti, sbattendo le palpebre, col pene che gli si ammosciava fino a divenire una grottesca proboscide sporgente dalla patta aperta dei suoi Jeans.

Poi, udì gli spari. Chiuse gli occhi ed incassò la testa in mezzo alle spalle, cercando di tenerla più bassa possibile, in attesa della fine.

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Kyle sorse dal foro nel pavimento, come Nettuno dalle onde; Rally non lo vide, ma fu questa l’impressione che diede a Ken Tokizawa, in piedi sulla porta sfondata dall’altra parte della stanza col lanciagranate spianato. Lo vide salire su per i pioli della scala mentre la nuvola di polvere sollevata dall’esplosione dell’esplosivo modellabile si diradava, lo vide salire, con l’elmetto calcato in testa e la visiera abbassata a protezione del viso, il fucile d’assalto Norinco CQ spianato di fronte a se, calcio ben fisso contro la clavicola destra, mano destra sull’impugnatura e mano sinistra sul copricanna, mirini allineati, perfetta posizione di tiro, il pollice destro che spostava il selettore del tiro dell’arma sulla posizione di Fuoco Automatico.

Il primo bersaglio di Kyle fu ovviamente quello più vicino: puntò l’arma contro Sonny, che caracollava cieco vicino al tavolo, ed accarezzò il grilletto, facendo partire una raffica da quattro colpi che andò completamente a segno sul bersaglio grosso. L’uomo che si faceva chiamare Sonny fu scaraventato all’indietro, contro il muro, come se avesse ricevuto un forte pugno al petto; senza emettere un mugolio, rimase per un secondo appiccicato contro la parete, quindi scivolò a terra privo di vita, lasciando sull’intonaco bianco una lunga striscia scarlatta.

La porticina del bagno, quella di legno accanto alla porta metallica che Ken Tokizawa e Minnie May avevano sfondato col plastico, s’aprì di scatto, e Kyle spostò istintivamente il tiro del suo fucile d’assalto. Vide un uomo di fattezze nordiche alzarsi di scatto da un WC, con un’espressione di stupore dipinta in volto e le brache calate.

A Kyle non importava che fosse spaesato, né che qualcosa di marrone gli colasse visibilmente, e in maniera abbastanza disgustosa, giù per le cosce. Più dell’attacco di diarrea di quell’uomo, importava la AB-10 che aveva in pugno.

Kyle tirò il grilletto, anzi, appena lo accarezzò. Partì un’altra raffica di quattro colpi, che si abbatté con letale precisione sul petto dell’uomo di nome Sven, facendogli esplodere dalla schiena una nuvola rossa, prima che il corpo collassasse come un sacco di patate sul pavimento malamente rivestito in legno del piccolo bagno.

Kyle spostò il tiro del fucile verso Fedor Dudcevsky, che barcollava cieco e sordo a circa un metro di distanza dal tavolo, con una pistola di tipo Tokarev malamente stretta nella mano destra, la bocca semiaperta nel tentativo di emettere un grido. Poi vide Rally, a terra, ancora ammanettata alla sedia, la camicia azzurra dell’uniforme da poliziotta completamente aperta, e vide poi il pene di Dudcevsky, che sporgeva dai pantaloni come un verme viscido e codardo che esca dalla sua tana nel tronco d’un albero marcio; gli ci volle un istante per capire, e una rabbia sorda gli esplose nella mente.

Kyle McKnight premette fino in fondo il grilletto del suo fucile d’assalto Norinco CQ, svuotando in molto meno di un secondo i restanti dodici colpi calibro 5’56mm-NATO inseriti nel caricatore da venti colpi, scaricando l’arma sul grosso russo, e muovendo l’arma dal basso verso l’alto.

Al grosso russo, l’inguine esplose per primo; il pene smosciato volò via roteando nell’aria come un razzo, lasciandosi dietro una scia di sangue. Dudcevsky avrebbe urlato, ma non lo fece perché, nel giro di un altro mezzo secondo, gli esplosero la pancia, il petto, ed infine la testa. Il corpo collassò a terra inerte. Era finita.

Kyle saltò in avanti, finendo in ginocchio sul pavimento, con un atterraggio perfetto. Con la mano sinistra azionò una leva sotto il fucile, rilasciando il caricatore da venti colpi vuoto che cadde a terra con suono metallico; con la stessa mano afferrò un caricatore ricurvo da trenta colpi da una tasca del giubbotto antiproiettile, lo inserì nel fucile e rilasciò l’otturatore rimasto aperto, camerando un proiettile e preparando nuovamente l’arma per il fuoco.

L’intera azione era durata cinque secondi. Kyle si alzò e corse verso Rally.

Rally alzò la testa ed aprì gli occhi, e a quel punto Kyle la stava già stringendo, più delle manette che la incollavano alla sedia, e le stava baciando le labbra. Era rassicurante, ma c’era qualcosa che lei sapeva e che loro invece ignoravano.

« Kyle…» mormorò la giovane e bella cacciatrice di taglie. « Kyle, liberami, per favore…!».

« McKnight!» gridò alle spalle del ragazzo la voce di Mr.V. « Muoviti!».

Kyle parve riprendere il controllo di se stesso. Posò il fucile d’assalto solo per un attimo, armeggiò sul corsetto operativo fino a trovare un piccolo grimaldello che usò per aprire le manette e i ceppi che tenevano Rally bloccata in quella posizione innaturale.

La porta d’ingresso della stanza fu sfondata dall’esterno. Fece ingresso un tipo vestito con un elegante completo bianco, che impugnava due TEC-9. Kyle tornò ad imbracciare il suo fucile d’assalto, ma a quel punto la mitraglietta Socimi 821-SMG di Mr.V aveva già vomitato sul suo nuovo bersaglio una veloce raffica da sei colpi, letteralmente sbattendolo di nuovo fuori dalla stanza, col torace crivellato.

Rally si precipitò a recuperare le sue due pistole, rinfoderò la LaFrance “Nova” nella fondina alla caviglia e controllò che la CZ-75 fosse carica e pronta al fuoco, la rinfoderò. Chiuse per un istante gli occhi e li riaprì di scatto, per riprendersi dal trambusto.

« Rally…?».

La voce di Kyle al suo fianco le fece ritrovare un po’ di presenza di spirito. Si voltò a guardarlo, sorridente, e lo accarezzò con dolcezza con la mano sinistra, per quanto le permettesse l’elmetto che il suo giovane amato aveva calcato in testa:

« No, amore… non l’ha fatto. Non gliel’ho permesso…!». Lo squadrò come se fosse stato un giovane Adone, ed in effetti Rally lo considerava proprio così. « Come siete arrivati…?».

« Attraverso le fogne…». Kyle scosse la testa. Avrebbe voluto abbracciarla, stringerla a se, ma sapeva che non era il momento. « Hanno costruito un sotterraneo segreto, qui sotto, Rally. C’erano delle stanze con dei letti, una camerata chiusa a chiave… e dei bambini, Rally. Per loro…». Trattenne a stento un singhiozzo disperato.

« Bastardi…». Rally tornò a posare lo sguardo, uno sguardo carico d’ira e di risentimento, sul cadavere martoriato di Fedor Dudcevsky, quasi potesse scaricare su di lui tutte le colpe del gruppo di perversi conosciuto come Network; e notò l’oggetto che sembrava un telecomando, quello che lui le aveva mostrato tempo prima. Gli era caduto dalla tasca destra della giacca, e giaceva vicino alla pistola Tokarev in una enorme polla di sangue.

« Dobbiamo andarcene da qui, Kyle…!» decretò la cacciatrice di taglie. « L’edificio è minato!».

« POLIZIA! FERMI TUTTI! LE ARMI A TERRA!».

« NO! È gente nostra!».

Kyle e Rally si voltarono di scatto a guardare verso la porta aperta, che dava verso l’uscita da quella stanza. Vicino al corpo dell’uomo in bianco appena abbattuto da Mr.V c’era un agente della SWAT cittadina, in tenuta da incursione, che imbracciava una carabina G36-K. Dietro di lui, in borghese, con un grosso giubbotto antiproiettile nero e un’arma d’assalto in braccio, c’era Roy Coleman.

Dovevano aver fatto irruzione contemporaneamente a loro, pensò Kyle. E, col trambusto, non s’erano sentiti gli uni con gli altri. Chiese al capitano:

« Com’è la situazione, la fuori…?».

« Un bagno di sangue…!». Coleman scosse la testa. « Nessun prigioniero. Quando siamo entrati c’erano già un sacco di corpi a terra, dei gruppi che si combattevano tra loro… poi hanno iniziato a sparare a noi. Evidentemente avevano ricevuto l’ordine di non farsi prendere vivi…!». Dopo un istante di riflessione, si dipinse una smorfia di irritazione quasi paterna in volto: « E voi, piuttosto? Non potevate fare a meno di incasinarci la vita?».

« Lasciate perdere!» sbottò Rally, prima che qualcuno potesse controbattere. « Bisogna andarcene da qui. Il capannone è minato?».

« Che cosa?». Un’espressione di stupore si dipinse sul volto di Coleman.

« Me l’ha detto lui! Fedor Dudcevsky!». Indicò il cadavere steso a terra, soprattutto l’oggetto tubolare che vi giaceva vicino. « Hanno usato l’isolamento termico e acustico per creare un doppio fondo tra le pareti, da riempire di esplosivo. Una volta finita la sparatoria, il piano era di andarsene e far saltare in aria tutto. Per cancellare ogni traccia!».

« Beh, ora lui non lo può più fare, giusto…?». Dietro di lei, Mr.V inarcò un sopracciglio.

« Ma guardatevi attorno!». Rally aprì le braccia, con fare concitato. « Vedete il cadavere di Grigorij Radinov, da qualche parte? Non c’è! E questo figlio di puttana mi ha detto che non c’è perché è da qualche parte, abbastanza vicino da far saltare in aria il capannone con un altro telecomando se le cose fossero andate male per loro!».

« E perché ti avrebbe detto tutto questo…?». Roy Coleman inarcò un sopracciglio come aveva fatto prima Mr.V, abbastanza scettico.

« Insomma, pensi che ti mentirei riguardo ad una cosa del genere?». Esasperata, Rally indicò se stessa. « Me l’ha detto perché era sicuro di potermi stuprare, una volta fuori, e magari poi buttarmi nel lago!».

Coleman rimase in silenzio, pensoso, per un lunghissimo secondo, prima di fare un cenno con la testa all’operatore della SWAT accanto a lui. Quello mise a tracolla la sua carabina automatica, da una tasca del suo corsetto operativo estrasse un piccolo coltello da sopravvivenza, ne fece scattare fuori la lama, si avvicinò al muro e iniziò ad incidere quattro tagli precisi e veloci sul rivestimento isolante bianco. Poi v’infilò sotto la lama, fece leva, e un pezzo quadrato di rivestimento si staccò dal muro. Successivamente, Coleman potè vedere l’operatore della SWAT fare un passo indietro, gli occhi fissi sulla nuda parete che aveva appena scoperto.

« Signore…». L’agente della squadra speciale inghiottì a vuoto.

Il pezzo di rivestimento isolante era venuto via molto facilmente, troppo facilmente per essere stato normalmente fissato alla parete con cemento o colla per costruzioni edili. Dietro di esso, era perfettamente visibile un doppiofondo creato nella parete; come se avesse tolto l’intonaco da un muro scoprendo le file di mattoni rossi che lo componevano, ora l’agente stava di fronte ad una serie di piccoli panetti marroncini, sottili, uno sull’altro, uno accanto all’altro, come se le pareti interne del capannone fossero effettivamente fatte di quel materiale.

« Merda…». Con un ringhio dipinto in viso, Coleman si appoggiò allo stipite della porta. Fece un cenno con la testa all’agente della squadra speciale: « Manda tutti fuori. Subito!».

L’agente della SWAT fu più che felice di correre fuori dall’ufficio. Poi, fu il loro turno.

Kyle e Rally erano sulla porta di quel piccolo ufficio, quando Coleman si parò loro davanti, squadrando loro due, e tutti gli altri elementi del loro team, con aria di rimprovero. Fissava le loro armi automatiche e le loro tenute da irruzione, poi posò lo sguardo su Rally e squadrò da capo a piedi la sua divisa da poliziotta, con espressione ancora più arrabbiata.

Rally cercò di dipingersi un sorrisetto, le guance che le diventavano leggermente rosse come ad una bambina sorpresa sul fatto mentre compiva una marachella. Si strinse leggermente nelle spalle.

Dopo ancora un secondo, Coleman scosse la testa con aria esasperata e diede una pacca sulla spalla destra di Rally, come a volerla spingere fuori da quel posto.

« Andiamo…!» sospirò.

Kyle e Rally furono i primi ad uscire dall’ufficio; ciò che si trovarono di fronte era abbastanza disturbante, corpi stesi per terra attorno a barricate erette sommariamente e a quel che restava di tre berline Mercedes, grosse polle di sangue e un innumerevole numero di bossoli scintillanti per terra.

Rally allungò una mano. Kyle la prese e la strinse con forza.

Poi, i due fidanzati si misero a correre.