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Quando finalmente Roy Coleman arrivò alla porta di casa sua, erano le cinque del pomeriggio.

Si stavano muovendo all’incirca dalle otto di mattina; tanto l’incontro con Dorian Kerrigan e il Giovane Cowboy al Chicago-Read era loro costato, oltre ovviamente agli “incidenti” accorsi contemporaneamente a Rally, May e Kyle, e di conseguenza a Mark Kincaid.

E poi il procuratore Collins… il procuratore Collins! Dio, ora Coleman si scopriva ad odiare quell’uomo, ad odiarlo quanto, a suo tempo, aveva odiato l’ora Per Sempre Amatissima Goldy.

A proposito, Goldy era sempre ferma dietro di lui, e dietro di lei c’era Sheperd. E vicino a Sheperd, in piedi nel cortile, un agente del Servizio Scorte della Procura Distrettuale che si fingeva un giardiniere e che aveva una pistola nascosta nella tasca della salopette di jeans che indossava, la carabina compatta OlyArms K23-B in dotazione infilata in un cilindro di metallo attaccato alla moto-falciatrice che stava distrattamente manovrando, e che sarebbe dovuto servire per contenere altri attrezzi agricoli.

Di fronte alla casa, ovviamente, non c’erano auto: la Porsche di Coleman, oltre ad un furgone Ford Transit della polizia, molto spazioso nonché blindato, erano chiusi nell’ampio garage, e dall’esterno la casa doveva apparire tranquilla, magari deserta, comunque non svelare parvenze di movimento.

Aprì loro la porta un agente del Servizio Scorte della Procura, in abiti civili, con la pistola d’ordinanza in una fondina a tracolla. Almeno quello si era risparmiato la scenetta, pensò Coleman: oltre a quello e al falso giardiniere nascosto fuori, c’erano altri due agenti del Servizio Scorte in casa con lui, e quelli, ad ogni ora, avevano addosso il giubbotto antiproiettile standard e la carabina K23-B a tracolla. Coleman aveva “distaccato” per quella personalissima operazione di protezione dodici agenti del Servizio Scorte della Procura Distrettuale, scegliendo quelli che conosceva di persona e che gli erano amici; e, dato che aveva un mandato federale per prendere sotto custodia Goldy in qualità di testimone, non aveva nemmeno dovuto rendere conto ai suoi superiori (e ne aveva, nonostante tutti quanti si comportassero con lui, e lui stesso si comportasse, come se non ne avesse, e nonostante lo stesso suo più diretto superiore, il Bureau Chief, cioè Comandante di Distaccamento, del “suo” Tredicesimo Distretto della Zona Nord, suo grande amico da tempi ormai immemorabili, nonché debitore verso Coleman di favori da qui all’eternità, gli lasciasse la più totale libertà d’azione). I dodici agenti facevano turni di otto ore, il che significava che solo quattro di loro passavano la notte in quella casa: tutti e quattro al piano terra, due dei quali sistemati nella camera degli ospiti, vicino alle scale per salire al primo (ed ultimo) piano della casetta, gli altri due sui divani, più vicini alle porte da cui potevano fare ingresso degli eventuali assassini… sistemazioni “ipotetiche”, perché gli agenti che facevano il turno di notte erano lì per RESTARE SVEGLI, ovviamente

L’agente del Servizio Scorte rivolse un cenno veloce col capo al falso giardiniere, che rispose scuotendo piano la testa e guardando la casa dall’altra parte della strada; quindi lasciò entrare Coleman, Goldy e Sheperd, e chiuse loro la porta alle spalle.

Sheperd emise un sospiro. Si chiese che cosa avessero intenzione di mettersi a fare, ora, Coleman e Goldy, sapendo di avere, oltre a lui e quattro agenti di scorta attorno, anche una casa dall’altra parte della strada piena zeppa di U.S. Marshals agli ordini di Victor Ferretti e Courtney Granger, che si alternavano ora con massacranti turni di dodici ore: avrebbero dovuto essere tre turni di otto, uno dei quali ricoperto da Kincaid

Coleman tirò fuori da una tasca dei pantaloni una piccola chiave. Dette una delicata spintarella alla schiena di Goldy, che dovette appoggiarsi per un istante faccia al muro, mentre il capitano di polizia le liberava dalle manette i polsi immobilizzati dietro la schiena.

Poi, quando fu di nuovo libera di muovere le mani, si girò.

« Benvenuta nella mia umile dimora, angelo…!» sorrise Coleman.

Goldy scattò in avanti; era sempre un po’ inquietante nei suoi movimenti, anche in quelli che non desideravano far del male. Per questo l’agente in borghese del Servizio Centrale Scorte fece un passo avanti quando Goldy abbracciò stretto Coleman e lo baciò profondamente sulla bocca.

Sheperd lo fermò mettendogli una mano sulla spalla sinistra e scosse la testa, guardando comunque la coppietta con uno sguardo di vivissima disapprovazione.

Coleman costrinse Goldy a staccarsi, seppure a malavoglia, ma cercò di non essere violento: la respinse semplicemente posandole una mano sulla pancia, e quando lei s’interruppe e lo osservò con sguardo interrogativo, lui si limitò a stringere le labbra ed indicare i suoi colleghi con un veloce cenno del capo. Quindi tagliò corto:

« Di sopra. Ci sono le stanze da letto, è… più sicuro stare il più lontano possibile dalle entrate…!».

Si allontanarono, l’uno di fianco all’altra.

Coleman fingeva di guidarla semplicemente, ma né Sheperd, né l’agente del Servizio Scorte poterono fare a meno di notare che lui e Goldy si tenevano mano nella mano.

« Brutto coglione…» mormorò l’agente del Servizio Centrale Scorte, quando Coleman e la sua “donna” furono ormai “fuori portata”.

Sheperd gli rivolse uno sguardo di fuoco, ma l’agente, un omone che pareva non tenere in nessuna considerazione le buone maniere o il rapporto con i superiori, scosse la testa:

« Lei dica pure quello che vuole, tenente Sheperd, ma per me, un poliziotto che si comporta così con una mafiosa è un coglione!».

« Ecco, bravo. Però ti prego di tenere le tue opinioni per te!» Sheperd diede una pacca sulla spalla all’agente « Io telo. Se il capitano mi cerca, tu digli che sto lavorando sulla Nick. Lui capirà».

L’agente annuì, e gli aprì la porta; lo guardò uscire in giardino e gli chiuse la porta alle spalle senza aspettare che arrivasse all’auto.

- - -

Goldy non lasciò neppure il tempo a Coleman di posare i bagagli di lei vicino all’armadio: gli diede una spinta, facendolo cadere sul letto della camera in cui lui l’aveva sistemata; e, quando lui si girò sulla schiena, Goldy si coricò di fianco a lui e gli prese la faccia tra le mani per farlo stare fermo, con durezza.

« Basta che tu mi dica una parola, Roy, una sola…» sospirò, annusando l’odore del dopobarba di lui, pronta a baciarlo « Ed io farò di te lo sbirro più ricco e più potente di questo paese, e in maniera talmente legale che, a confronto, la Hall dell’hotel Ritz-Carlton sembrerà un nido di scarafaggi!».

« Goldy…» mormorò lui, cercando di alzarsi.

Goldy lo tenne fermo, con forza; Goldy era molto forte, nonostante le apparenze.

« Non è proprio questa, la parola che volevo sentire… ma andrà bene comunque, dopotutto!».

Lo baciò sulla bocca, profondamente, svuotandolo di ogni energia. In breve, a Coleman passò ogni volontà di alzarsi da quel letto.

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« Kyle… c’è… qualcosa per te…» mormorò Misty Brown, non appena Kyle fu rientrato in casa, al seguito di Rally e May.

Le altre due ragazze erano stanchissime, e non capirono immediatamente le parole di Misty a Kyle; inoltre, tutti erano desiderosi di una Privacy che la folla di poliziotti ed agenti della Scientifica che si indaffaravano di fronte a casa di Rally per effettuare accertamenti sulla sparatoria di quella mattina non parevano intenzionati a dar loro.

Kyle si girò stancamente verso Misty Brown, che stava chiudendo la porta, salutata con un cenno del capo da un agente in uniforme, e la ragazza annuì:

« Si, c’è un pacco… l’ha portato un corriere, è indirizzato a te, pensa che gli sbirri non volevano neanche farlo entrare…».

« Oh, stupendo…» sospirò Kyle, facendo per appoggiarsi al muro « Sai che voglia ho di firmare fogli…».

« Ma si può sapere di cosa state parlando?» chiese Rally, con voce fievole, seduta su una poltrona in soggiorno.

« Devono essere i fogli dell’università…» rispose Kyle, mentre la raggiungeva a piccoli passi « Ho mandato il mio certificato di diploma all’Università dell’Illinois… ho intenzione di prendere un master breve in Applicazione della Legge!».

« Ah, la laurea dei poliziotti…!» ridacchiò Rally, mentre Kyle si sedeva di fianco a lui.

« Be’, a dire la verità…» dallo sgabuzzino, provenne la voce di Misty « Non sembrano dei fogli…».

Kyle e Rally alzarono la testa, e videro Misty Brown arrivare verso di loro, a piccoli passi.

Il pacco era più che altro una scatola di cartone rinforzato con i segni della Fed-Ex, con manici e buchi rotondi. Sotto il logo della ditta di Corrieri Espresso, un rettangolo rosso circondava le parole in grandi caratteri scarlatti “Animali Vivi”.

Kyle si alzò di scatto, emettendo un grido stridulo che fece sobbalzare Rally ed attirò l’attenzione di May, che stava uscendo dalla Toilette.

Kyle corse verso Misty Brown e le strappò letteralmente la scatola di mano.

« Oh, Gesù…» Kyle parlava col groppo in gola. « Oh, Gesù, Gesù, piccola Amy, pensavo che ti avrebbero tenuto in quel canile della contea per sempre…!».

« Piccola… Amy…?». Rally inarcò un sopracciglio.

Kyle posò la scatola sul tavolino di cristallo che stava vicino al divano del salotto, e la aprì nervosamente, infilandoci subito dentro le mani ed ottenendo in risposta una specie di squittio che assomigliava ad un guaito canino.

« Dio, Dio…». Kyle gongolava.

« Kyle… ma che c’è in quella gabbietta?». Rally si alzò, e guardò Kyle tirare fuori dalla scatola un animale che sembrava una grossa volpe dal pelo totalmente bianco, con grandi occhi marroni.

« Amy! Ciao, piccola!» gioì Kyle. Teneva l’animale talmente vicino al viso che si beccò una leccata in piena faccia, ed anche così non smise di tenerlo tra le braccia. Lo strinse più forte, non così tanto da fargli male, però, e gli diede anche un grosso bacio:

« Oh, Gesù, ti riempirei di baci, dolcezza!».

« È un amore!» pigolò Misty Brown.

« Quella…» May fece un passo avanti « Quella sarebbe… Amy?».

« Si, è il mio ermellino» Kyle mostrò a Rally e May l’animaletto « Amy, saluta Rally e May, su…!».

L’ermellino emise di nuovo quel guaito simile allo squittio di un grosso roditore. Pareva immensamente felice.

« È una femmina, ha nove mesi appena… ed è albina, come vedete. Una cosa rarissima per un ermellino. È un esemplare splendido, ed è la dolcezza incarnata!» Kyle si avvicinò ancora a Rally e May, tenendo gongolante l’animale con due mani, dolcemente « L’ho presa con me in gennaio. Era rimasta intrappolata in una tagliola; quei figli di puttana li cacciano per le pellicce, lo sapete…».

« Che bastardi!» ringhiò Misty Brown.

« Si…? Be’, con me l’hanno presa in culo alla grande. L’ho fatta curare e l’ho tenuta con me… solo, quando, in luglio… be’, insomma, la contea lo diede in affidamento al Canile Municipale. Devo ringraziare il Marshal Kincaid, se non l’hanno ucciso, anche perché non potevano rendermelo prima. Hanno voluto vaccinarlo, iscriverlo all’anagrafe della Animal Regulation e regolarizzarlo in tutti i sensi. Questo deve essere un regalino di Kincaid!».

Portò dolcemente una mano sotto il collo dell’ermellino; l’animale aveva una catenina dorata, con un’evidentissima targhetta quadrata che portava delle incisioni: su una faccia stava scritto MI CHIAMO AMY; sull’altra APPARTENGO A KYLE MCKNIGHT. Seguiva il numero di telefono di casa di Rally.

Kyle si chinò e posò con delicatezza l’animale sul tappeto i moquette. Il piccolo ermellino albino Amy fece qualche passo avanti, fino ai piedi di Rally; alzò la testolina, e squittì all’indirizzo della fidanzata del suo padroncino. Quindi si acciambellò tra la pelosa moquette e rimase così.

« Deve essere molto stanca per via del viaggio…». Kyle fissò il suo animaletto domestico. « Di solito è così vivace… quei bastardi, mandarla per corriere…».

« Perché non me ne hai parlato prima…?» chiese Rally.

« Non lo so… a dir la verità, non mi perdono di averla dimenticata per così tanto tempo. Io l’ho salvata, ed ho intenzione di tenerla con me per tutta la vita». Kyle si alzò e si guardò attorno: « L’ho educata a comportarsi come un gatto domestico. Dovremo trovare una lettiera con della sabbia ed un paio di ciotole… mangerebbe carne, ma in verità, dopo un paio di settimane a casa mia, ha iniziato a trangugiare qualsiasi avanzo. Sembra strano… ma piaceva anche a mio padre…».

Pronunciò queste ultime parole con un percettibilissimo groppo in gola.

Rally si avvicinò a lui scavalcando con attenzione il dormiente ermellino e lo abbracciò, facendo in modo che lui posasse la testa sui suoi floridi seni.

« Io non reggo più, Rally!» soffiò lui. « Dobbiamo farla finita con quei bastardi!».

Rally annuì, accarezzandogli la testa.