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Finalmente, Goldy stava uscendo dalla sua cella dell’Istituto Psichiatrico Chicago-Read.

Aveva addosso i suoi vestiti, ma ancora quelle odiose catene che le assicuravano assieme mani e piedi per impedirle movimenti ampi. Era scortata da quattro agenti della sicurezza che erano stati a non più di due metri da lei fin da quando la Creatura degli Incubi aveva sparato al dottor Dandridge, e che anche ora non erano precisamente gentili e cordiali con lei.

Immediatamente nel corridoio, alla sinistra della porta, c’erano Roy Coleman e Jeff Sheperd, con addosso dei giubbotti antiproiettile del Servizio Centrale Scorte e fucili a pompa Mossberg in braccio. Dietro di loro, praticamente in fondo al corridoio, tre agenti del Servizio Scorte della Procura Distrettuale con le carabine K23-B con calcio telescopico. Poteva inoltre sentire, in lontananza, la voce del direttore Ferguson che litigava con qualcuno.

Coleman le sorrideva. Lei stava per ricambiare, quando lo vide con la coda dell’occhio arrivare dall’altra parte del corridoio, verso di loro, a passo sostenuto.

Forse nessuno a parte Goldy lo notò, perché aveva addosso un’uniforme della Sicurezza, ma Goldy si rese perfettamente conto che aveva a tracolla un fucile semi-automatico con caricatore maggiorato e si stava infilando in testa un passamontagna.

« ROY!» urlò.

Se proprio Goldy aveva in comune qualcosa col giovane Kyle McKnight, questa forse era l’eccezionale capacità di vivere la realtà attorno a se come qualcosa di diverso, di altro, di scomporla e di reinterpretarla a seconda del momento, a seconda di come poteva “calzarle”. Per questo, mentre si gettava a terra cercando di raggiungere le gambe di Roy Coleman per tirar giù anche lui, la realtà attorno a lei si trasformò nella scena di un film di cui lei era protagonista; un film con le scene clou al rallentatore e mute, con la musica di sottofondo tanto alta da sovrastare i suoni in una geniale invenzione registica, magari The End di Jim Morrison come in Apocalypse Now di Francis Ford Coppola.

L’uomo con il passamontagna e l’uniforme della sicurezza alzò il fucile Mini-14 ed aprì il fuoco, tirando il grilletto velocemente così da sparare vere e proprie sventagliate da cinque o sei colpi alla volta.

La prima raffica falciò tre degli uomini della sicurezza che la stavano conducendo fuori dalla cella; così, libera, Goldy riuscì a lanciarsi su Coleman e a portarlo a terra in maniera piuttosto rude, con la schiena contro il muro, ma facendogli perdere la presa sul fucile a pompa.

Un quarto ufficiale della sicurezza estrasse dalla fondina una pistola SIG-Sauer, ma una seconda sventagliata da quattro colpi calibro 5’56-NATO lo mise a riposo per sempre; uno dei quattro proiettili si conficcò nel muro, mancando il bersaglio, a pochi millimetri da Jeff Sheperd, che istintivamente si gettò a terra e sparò un colpo di fucile a pompa alla cieca, tra l’altro appena in tempo, nella sua caduta verso il terreno: se avesse sparato solo un decimo di secondo dopo, la rosata di pallettoni in espansione avrebbe colpito anche Goldy.

Invece andò perfettamente a segno; una decina di pallettoni centrò le gambe dell’uomo armato, che iniziò ad urlare disumanamente quando le gambe gli si piegarono all’indietro in una maniera totalmente innaturale.

Mentre cadeva all’indietro ed urlava, l’uomo col passamontagna tirò per l’ultima volta in grilletto, non inconsciamente ma sicuramente con meno controllo dell’arma. Svuotò il caricatore.

A quel punto si erano messi a sparare anche gli agenti del Servizio Centrale Scorte; centrarono il loro bersaglio, ma il loro bersaglio centrò anche uno di loro, alla testa, inesorabilmente, facendolo cadere a terra permanentemente nello stesso momento in cui cadeva lui.

Alle spalle degli agenti del Servizio Scorte, un colpo d’arma da fuoco.

L’uomo col passamontagna a terra ebbe un sussulto. Poi più niente.

Dorian Kerrigan rinfoderò la pistola, scavalcò prima i due agenti della Procura armati di mitragliette, poi Coleman e Sheperd che si stavano adoperando per tirar su Goldy, e i cadaveri..

Corse verso il corpo dell’uomo che aveva sparato. Ne sollevò la testa e gli sfilò il passamontagna.

« Oh, Gesù…» distolse lo sguardo dopo un istante, un’espressione di sorpresa e rabbia dipinta in viso. « Oddio, ragazzo, perché tu…?».

Coleman e Sheperd riuscirono a tirare in piedi Goldy. Stavano armeggiando sulle catene che la costringevano per renderle i movimenti più liberi, in quella situazione d’emergenza, quando sentirono Dorian Kerrigan urlare con tutto il fiato che aveva in corpo:

« Goldy! EHI, SIGNORINA GOLDY DI FERRO!».

Lei si girò di scatto, e vide che Kerrigan stava sollevando il corpo dell’uomo col passamontagna perché lei vedesse ora il suo volto scoperto. Era il giovane Cowboy, il novellino, il ragazzo che l’aveva incatenata quando era uscita nel cortine a parlare con Kyle McKnight.

Kerrigan lasciò con dolcezza il corpo a terra e si alzò, un’espressione di rabbia dipinta in volto, ed armeggiò quasi impercettibilmente con la fondina chiusa in cuoio nero appesa al cinturone:

« Lo sai perché hanno dato l’incarico a lui, Goldy? Lo sai il perché, eh? Perché pensavano che io avrei fallito di nuovo, come ieri notte… CREDI CHE SIA FELICE CHE LUI SIA MORTO AL POSTO MIO?».

« Oh, Gesù…» mormorò uno degli agenti del Servizio Scorte della Procura. Lui e il suo collega corsero a pararsi davanti a Goldy, con le armi alzate.

« Be’, non succederà!».

Kerrigan estrasse la sua SIG-Sauer P226, la pistola semiautomatica d’ordinanza, impugnandola in maniera molto professionale con entrambe le mani; era la stessa arma con cui, quella notte, aveva cercato di ucciderla, finendo invece per togliere la vita a Mason Dandridge.

Gli agenti del Servizio Scorte alzarono le loro carabine, coi calci telescopici aperti ed appoggiati alla clavicola, come robot programmati per muoversi contemporaneamente ed eseguire in maniera totalmente uguale le stesse azioni, senza la minima differenza.

Kerrigan fletté le ginocchia e sparò due volte in un secondo. Era un tiratore dannatamente abile, giudicò Coleman: Centrò entrambi gli agenti del Servizio Scorte all’inguine, appena sopra i genitali, in un punto non protetto dal giubbotto antiproiettile. Gli agenti si accasciarono in maniera uguale, lamentandosi allo stesso modo per due secondi prima di morire. Dei due, uno solo riuscì a sparare una raffica da quattro colpi, mancando il bersaglio di un metro e mezzo perché era già stato colpito dal proiettile quando tirò il grilletto della sua carabina.

Coleman rispose al fuoco istintivamente, tirando una volta sola il grilletto del suo fucile a pompa.

Kerrigan, come se avesse finito solo il giorno prima un addestramento da incursore dell’esercito, evitò la rosata di pallettoni con una mossa da maestro: si gettò a sinistra, appoggiandosi alla parete con la spalla, e tirò il grilletto quattro volte.

Due proiettili centrarono al petto Coleman. Due proiettili centrarono al petto Sheperd.

I due agenti caddero a terra quasi allo stesso modo, spinti all’indietro dalla forza cinetica dei proiettili calibro Nove Parabellum. Goldy si ritrovò all’improvviso da sola, in piedi nel corridoio deserto, tra cadaveri e uomini che si contorcevano a terra, con Dorian Kerrigan, il suo carnefice designato, in piedi di fronte a lei con una pistola spianata.

Davvero un maestro pensò lei col volto contratto in un’espressione di sfida Li ha colpiti alla parte superiore del petto, sapendo di non avere possibilità di forare i giubbotti antiproiettile. È come se li avesse colpiti al torace con una mazza. Gli ha svuotato i polmoni. Gli ha fatto mancare l’aria.

« Non succederà, Gloria Muso!». Kerrigan fece un passo avanti.

Dietro Goldy, una grossa sagoma umana si lanciò in avanti, uscendo da dietro l’angolo e ritrovandosi in piedi in perfetta posizione di tiro, con una pistola stretta con entrambe le mani, puntata contro un bersaglio oltre Goldy. Kerrigan spostò il tiro della sua SIG-Sauer contro il nuovo bersaglio, e Goldy si lanciò all’indietro, appoggiandosi al muro.

Coleman prese un respiro profondo, girò la testa, e riconobbe il Marshal Mark Kincaid, con la sua Glock 20 da Dieci Millimetri puntata contro Dorian Kerrigan.

Due pistole tuonarono contemporaneamente. Coleman aprì la bocca per parlare, ma i suoi polmoni erano ancora mezzi vuoti, e non riuscì ad emettere alcun suono.

Ora Kincaid stava cadendo all’indietro; teneva la sua Glock con una mano sola, la destra, l’altra venata da rivoli di sangue che parevano cadere dalla spalla… e c’era effettivamente una enorme lacerazione nella giacca del Marshal.

Alzando la testa per quanto gli permettevano le sue energie ancora molto basse, la migliore prospettiva la ebbe però Jeff Sheperd: riuscì a guardare solo dopo gli spari, ma vide Dorian Kerrigan sedersi a terra, vicino al cadavere del Cowboy Novellino, con la schiena al muro, su cui lasciò una lunga traccia rossa. Aveva mollato la SIG-Sauer, che gli pendeva dal cinturone tramite la cordicella elastica assicurata per un capo al calcio dell’arma, e teneva entrambe le mani strette attorno alla gola, con le dita incrociate da cui zampillava abbondantemente del denso liquido rosso. Kerrigan aprì la bocca per respirare; emise un gorgoglio, fu colto da un accesso di tosse e sputò un fiotto di sangue. Quindi cadde a sedere per terra e si accasciò su se stesso. E rimase così.

Goldy afferrò saldamente Coleman da sotto le braccia e lo sollevò con delicatezza.

« Jeff…?» il capitano riuscì a parlare tra colpi di tosse e gorgoglii. « Stai…».

Sheperd annuì stancamente, e cercò di alzarsi facendo leva sulle braccia.

A terra, Kincaid girò la testa verso sinistra; guardò la sua spalla lacerata ed iniziò a mugolare.