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Era inquieta.
Non le succedeva spesso, e non le era mai successo da quando aveva iniziato il suo soggiorno in quel posto con le pareti ovattate.
Goldy di Ferro era inquieta.
Giocherellava con le dita sulla cartelletta gialla di cartoncino, le unghie una volta lunghe ora tagliate per evitare che diventassero armi improprie. Scorreva con la punta dell’indice destro sulle lettere che vi erano stampate sopra in rosso, come se stesse scrivendo lei, col suo sangue, le parole:
ISTITUTO PSICHIATRICO CHICAGO-READ
SCHEDA PAZIENTE
N°159/C ---------KURT RUDOLPH HELFMAN
ATTENZIONE: MATERIALE GIUDIZIARIO COPERTO DAL SEGRETO ISTRUTTORIO E DALLA LEGGE SULLA PRIVACY. VIETATA LA VISIONE AL PERSONALE NON AUTORIZZATO.
Era inquieta. Metteva in moto le sue cellule cerebrali, per ricordarsi quello che sapeva di psicologia, quel che le aveva fruttato la lode all’Università “La Sapienza” di Roma con votazione di Centodieci e Lode, Dignità di Pubblicazione della Tesi e Bacio Accademico.
Avresti potuto fare di meglio… le aveva detto, per l’occasione, il suo povero nonno. Lui gli aveva sorriso, e al culmine della gioia aveva baciato sulla guancia il pover’uomo che era saggio ma non certo colto, si era fermato alla quinta elementare e non poteva sapere che quello era il meglio, e che solo i futuri capi di stato avevano ottenuto simili risultati all’esame finale dell’università più prestigiosa d’Italia e, forse, del mondo.
E ora, la genietta della famiglia Muso era inquieta, oltre che rinchiusa.
Fammi uscire, Roy… ti prego, se non mi avrai al tuo fianco potresti trovarti in GUAI SERI…
Kurt Helfman. Uno schizofrenico paranoico con disturbi della personalità sessuale, sadico, pedofilo e anche con tendenze necrofile. Un brutto affare.
E c’era di peggio: era un feticista.
Il che significava che teneva dei “ricordini” delle sue vittime. Le parti anatomiche, certo, quelle se le mangiava per un rituale di espiazione della colpa e “interiorizzazione” della purezza e dell’innocenza delle sue giovani vittime.
Quindi, l’apparecchiatura video trovata nell’ambiente dove stuprava ed uccideva le sue vittime era un’incongruenza… lei l’aveva pensato fin dal principio, e quando il giorno prima la Polizia di Chicago e i Marshals avevano scoperto che cosa stava a significare, e gliel’avevano fatto sapere tramite Jeff Sheperd, il suo cervello si era messo a macinare idee passate e ricordi confusi.
Finché Goldy di Ferro non aveva ricordato.
Perché lei sapeva che Kurt Helfman dava via a qualcuno le registrazioni delle sue performances bestiali. Lo aveva sempre saputo, solo che se l’era dimenticato.
Lo sapeva da circa due anni. Da quando era ancora una temibile e potente mafiosa, e qualcuno era venuto a chiederle collaborazione, o per meglio dire: assistenza, protezione e complicità, per un traffico di pornografia minorile.
Per quello era inquieta.
Non si capacitava di come avesse potuto scordare una cosa così grave ed importante, ma era cosciente che le droghe, la sua prima di cui si faceva saltuariamente ma sempre nei momenti di crisi, e quelle di cui la imbottivano lì e adesso. Per un giorno intero aveva fatto finta di prendere le sue medicine, salvo poi gettarle nel cesso, e solo alla fine aveva ritrovato la necessaria prontezza mentale.
Doveva farlo sapere a qualcuno. Immediatamente.
Ragiona. Se chiami Roy ADESSO, e per caso la linea è controllata dai federali, lo incastri. Lo fai finire dentro per connivenza, e NON LO VEDRAI MAI PIÙ.
Posso sempre…
Un’idea su chi chiamare ce l’aveva. Restava da vedere se chi rispondeva sarebbe stato contento di sentirla. E se le reazioni sarebbero state appropriate.
Si alzò ed andò a bussare alla porta di metallo chiusa della sua celletta.