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« Giuro che se me lo ritrovo in mezzo alla strada un’altra volta gli apro la testa, Rally».
« Geeze, Kyle, l’abbiamo preso. Che problema c’è?».
Kyle si sedette al piccolo tavolo rotondo al centro della saletta da pranzo attigua alla cucina:
« Che problema c’è? Oh, niente, a parte la dovizia di particolari del nostro comune amico Kincaid. Avrei preferito non conoscere per filo e per segno la mente di Kurt Helfman».
Rally si accomodò di fronte a lui, che aveva appena portato in tavola il vassoio della colazione:
« Kyle… è dentro. E noi abbiamo la taglia. Possiamo accantonare tutta la maledetta storia, e…».
« Posso chiederti una cosa, Rally? Tu ti scordi sempre nell’arco di ventiquattr’ore di quelli che acciuffi? Anche se si tratta di… di assassini pedofili che hai preso per caso?».
Lei lo fissò. Occhi azzurri come il cielo, sui suoi, profondi mari di mistero dalle iridi color viola:
« Kyle, se ripensassi ogni giorno a tutto quello che hanno fatto quelli che ho inseguito, finirei rinchiusa in una cella con le pareti imbottite».
Un attimo di silenzio. Kyle scrutò in quei due profondi pozzi azzurri, e lei sospirò:
« Ogni giorno, Kyle. Non c’è dannato giorno che non me ne torni in mente almeno uno!».
Allungò una mano sul tavolo, e Kyle gliela prese. Strinsero.
« È anche per questo che ho bisogno di te, Kyle. Non ce la faccio più, da sola. Ho idea che abbandonerei, se…».
« Se potessi, Rally. Ma non ce la fai, non è così? Rally, quello è il tuo destino, è la tua missione. Però adesso ci sono io a darti una mano».
« Kyle, sai che questo… non posso accettarlo. Tu sei troppo importante, troppo per rischiare la vita!».
« E tu? Credi di non esserlo? Rally! Se devo tirare le cuoia deve essere con te, vicino a te e per te!».
Si guardarono ancora, fissi. Si sarebbero alzati in piedi e baciati, se alle loro spalle non fosse entrata in cucina Minnie May, di scatto.
La fissarono. Pareva incredibilmente trafelata. Le mani erano alte, come se gli stessero puntando una pistola… o come se avesse una dichiarazione importante da fare.
« Il notiziario…» riuscì soltanto a dire. « Dovete guardare il notiziario…!».
Quindi raggiunse di scatto il tavolino, afferrò il telecomando della TV che era posta in fondo alla stanza e la accese, sintonizzandola sulla WCIW, una rete locale di Chicago affiliata alla C-NBC.
Immediatamente, sullo schermo, apparve una bionda fasciata in un vestito rosso, col corpo nascosto da una scrivania blu, su sfondo idem blu. Risaltava, la sorridente Anchorwoman:
« Ci colleghiamo ora col Tredicesimo Distretto Metro North, dove Britney Waters sta per incontrare l’ufficiale di polizia responsabile della cattura di Kurt Rudolph Helfman!».
L’immagine sullo schermo cambiò di colpo: il moderno edificio del Tredicesimo Distretto Metro North. In background, una striscia blu in sovrimpressione attraversata da lettere bianche:
LIVE FROM 13° PRECINCT METRO NORTH- CHICAGO POLICE DEPARTMENT
BRITNEY WATERS
La giornalista Britney Waters era inquadrata di spalle; anche lei bionda e fasciata in un vestito rosso. Probabilmente un trucco per rendere le giornaliste più appariscenti e concentrare l’attenzione dei telespettatori. Si muoveva verso la doppia porta a vetri blindati dell’edificio, da cui stava uscendo un uomo barbuto, in borghese, con un distintivo appeso al bavero della giacca.
In background, la solita striscia blu con lettere bianche in sovrimpressione:
DET. CAPTAIN ROY COLEMAN- CHICAGO POLICE DEPARTMENT
Voce squillante della giornalista:
« Capitano Coleman, vuole rilasciare una dichiarazione a caldo sulla morte di Kurt Helfman?».
Primo piano della telecamera sul volto di Roy Coleman, come sempre il volto di un uomo stressato, preoccupato e molto incazzato:
« No comment, assolutamente no comment!».
« Questo “No Comment” è la posizione ufficiale del Dipartimento, capitano?».
Nell’inquadratura entra un giovane poliziotto in borghese, completo sobrio bianco e rosso, distintivo alla cintura, che si para di fronte a Coleman per proteggerlo dalle telecamere:
« Ehi, avete sentito cosa ha detto il capitano? No Comment, le indagini su questa morte non competono alla Polizia Metropolitana di Chicago, e noi siamo gli ultimi che…».
Voce irritata della giornalista:
« Potrebbero i telespettatori sapere lei chi è, scusi?».
« Tenente Jeffery Sheperd, assistente del capitano Coleman, matricola 7549, la vada a riferire al suo caporedattore quando le chiederanno chi le ha fatto fare un giro in cella di sicurezza!».
Sentito il grado di Jeff Sheperd, la giornalista pare riprendere interesse, almeno a giudicare dal tono della voce che torna squillante:
« Tenente Sheperd, lei era presente durante l’arresto di Helfman? Secondo fonti ben informate all’interno dell’Istituto Psichiatrico Chicago-Read, Helfman è stato ucciso con otto colpi d’arma da fuoco alla testa, è ovvio che si tratti di un omicidio…!».
Nel contempo, riappare la striscia blu con le lettere bianche in background:
DET. LIEUTENANT JEFFERY SHEPERD- CHICAGO POLICE DEPARTMENT
« Senta, senta, mi stia a sentire, e dite questo ai telespettatori, perché questa è la legge: l’Istituto Psichiatrico Chicago-Read è una struttura federale, in mano al Dipartimento della Giustizia e all’Amministrazione Federale delle Strutture Correzionali. Ogni reato commesso all’interno dell’Istituto Chicago-Read, come all’interno di ogni struttura detentiva, ricade sotto la giurisdizione del Dipartimento della Giustizia: saranno loro a decidere quale agenzia federale dovrà occuparsi del caso, se l’FBI, i Marshals o altre agenzie investigative federali. Comunque fosse, detto questo mi pare chiaro che l’Istituto Chicago-Read è fuori dalla nostra giurisdizione, al massimo potrebbe interessarsene la Polizia di Stato dell’Illinois. E adesso lasciateci fare il nostro maledetto lavoro!».
I due poliziotti passano oltre, attraversando anche una folta calca di altri giornalisti e reporters, e scompaiono dall’inquadratura; riappaiono due secondi dopo, inquadrati mentre salgono, Sheperd alla guida e Coleman di fianco a lui, su un’auto-civetta marroncina che si allontana immediatamente.
Kyle prese il telecomando di mano a May e spense il televisore:
« Gesù… voglio dire, non che il mondo ne sentirà la mancanza, ma…».
Il telefono squillò.
May si precipitò dietro l’angolo cucina, dove si trovava l’apparecchio più vicino, un Cordless (come tutti gli altri tre installati in casa) incastrato in una guida al muro. Lo sollevò e rispose:
« Casa Vincent!».
Nelle sue orecchie, voce da uomo:
« May? Dammi Rally, per cortesia!».
May fece qualche passo di corsa e porse il Cordless a Rally:
« Aileen Vincent!».
« Rally, sono Mark Kincaid. Senti, bisognerebbe parlare un istante!».
Rally prese un respiro profondo, roteando gli occhi:
« Ho visto al telegiornale…».
« Io sono qui al Chicago-Read, Rally. Mi hanno affidato il caso una mezz’ora fa perché sono l’ufficiale che lo ha seguito quando è fuggito la prima volta, ed ero presente all’arresto. Rally, qui siamo nella merda…».
« Un attimo, scusa, non sento bene…» Rally posò il Cordless sul tavolo e premette un pulsante per attivare il piccolo microfono Viva-Voce posto sul retro dell’apparecchio: « Ecco, ora va meglio…».
« Qui è un casino, Rally. Hanno fatto un lavoro sporco e rapido. Lo hanno sventrato e gli hanno tagliato la gola. Sembrerebbe che abbiano usato un bisturi, perché, almeno secondo quelli della scientifica, a prima vista è stato qualcosa di davvero affilato…!».
« Tracce, indizi…?». Rally sentì la sua stessa voce provenire da qualche punto lontano all’interno della sua testa, nei recessi profondi della sua mente.
« Niente». La voce di Kincaid dall’altro capo del telefono tradiva irritazione e frustrazione « E non solo, Rally! È il classico delitto della camera chiusa: il computer di sicurezza del Read non ha registrato apertura di porte in quest’area dell’edificio per tutta la notte dopo l’ultimo giro d’ispezione degli infermieri. Solo un altro medico, il dottor Ackeridge, è passato di qui a fare il solito giro di controllo, ma ha soltanto aperto le finestrelle per guardare dentro, e a sentir lui i pazienti dormivano tutti, visto che avevano abbastanza roba in vena da sballare altre tre Woodstock di fila. Del resto, non abbiamo prove che ci inducano a sospettare di lui…».
Ci fu un attimo di silenzio. Rally prese un altro sospiro profondo e cadde a sedere, si premette due dita sulle palpebre chiuse, come per mandar via un incipiente mal di testa. La voce di Kincaid tornò dopo un istante, come venata di dispiacere per aver portato cattive notizie:
« Beh, Rally… volevo solo che lo sapessi. Questo si tratta di un omicidio su commissione, ne ha tutte le caratteristiche. Che siano stati i parenti di qualcuna delle sue vittime ad ingaggiare un interno dell’ospedale o che invece ci sia altro sotto, controlleremo… certo, nelle galere e nei manicomi succede che i detenuti si uccidano tra loro, ma non così…».
« Lo so, Mark, lo so…». Rally scosse la testa, sospirando, esasperata. « Solo… abbi cura di te, d’accordo…?».
« Altrettanto, Rally… e non crucciarti, amica mia. Lo so, l’omicidio di un serial killer pedofilo in simili circostanze è strano e puzza di insabbiamento. Ma prenderemo chi è stato, Rally. Non dubitarne…!».
Un istante dopo la comunicazione si interruppe. Come una mano pietosa che chiuda gli occhi di un morto e gli stenda un velo sul viso, la destra di Misty Brown spense il dispositivo Viva-Voce dell’apparecchio ed interruppe il verso cadenzato della linea caduta.
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La spia lampeggiava.
Significava una cosa sola: lavoro.
Bean Bandit accese il monitor del PC Compaq già collegato ad Internet, ed aspettò per qualche secondo che il programma Outlook Express si aprisse mostrando che c’era una E-Mail per lui.
Ma non al solito indirizzo, quello intestato alla sua nuova identità, Logan Bean: all’indirizzo di lavoro. Il testo della E-Mail, proveniente dall’indirizzo della sua procuratrice, recitava soltanto:
UFFICIO POSTALE PELMINGTON PAWKES. CASSETTA 224, A NOME DI LOGAN BEAN.
Perfetto. Solita procedura. Niente di strano.
Ora abitava in un ampio appartamento di duecento metri quadri all’ultimo piano di una condominio residenziale di lusso, nei quartieri alti. Era pieno di gente snob, con la puzza sotto il naso che si chiedeva lui chi fosse, e perché andasse vestito come andava vestito.
Così aveva pagato cinquantamila dollari a Becky Farrah per far spargere la voce che si trattasse niente popò di meno che di uno dei procuratori più importanti del mondo, abituato a trattare ingaggi di rock star come Michael Jackson (“E non è nemmeno il suo pezzo da novanta, immaginatevi!” aveva sentito dire, un giorno, ad un’anziana sua vicina che discuteva riguardo a lui con un capannello di altri ricchissimi inquilini del palazzo).
Poteva permettersi tutti gli sfoggi del lusso: non riusciva a contare quanti soldi avesse da parte. Ad esempio c’era una nuova auto, una Ferrari Testarossa importata direttamente dall’Italia; e ce n’era un’altra, una Lamborghini Diablo nera come la notte col motore modificato che poteva toccare i trecento chilometri orari; di gran lunga la miglior macchina che avesse mai usato.
Mise addosso il suo giubbotto blindato e la fascia in Kevlar, ed in una tasca interna un coltello a serramanico Microtech del tipo in dotazione ai Reparti Speciali, con manico in plastica e lama in carbonio. Se ne portava sempre dietro uno. Le vecchie abitudini erano dure a morire.
Per lo stesso motivo, ovviamente, tirò fuori dal suo garage privato, al piano interrato del condominio, la sua classica auto, la sua Buff GT altamente customizzata; rivolse un rapido cenno di saluto alla guardia giurata che stava nella guardiola con sbarra all’imboccatura del tunnel d’uscita e si fiondò nel suo mondo: la strada.
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L’ufficio postale del quartiere di Pelmington Pawkes si trovava a quasi mezz’ora di macchina, almeno dovendo passare in mezzo a tutto quel traffico.
Il giorno che smetto di fare “consegne”, posso guadagnare come tassista! pensò Bandit, con un sorrisetto.
Parcheggiò la Buff GT e fu costretto a metterci l’allarme, perché Pelmington Pawkes era appena fuori dai quartieri alti e non proprio quel che si dice “un’oasi di tranquillità”. Si evinceva anche dalle porte e dalle vetrate dell’Ufficio Postale, che erano blindate. C’era un Metal Detector all’entrata che, come previsto, non rilevò il coltello Microtech in plastica e carbonio. Bandit dovette fare la fila, non troppo lunga, giusto due persone, al banco delle chiavi delle cassette di sicurezza. Poi mostrò la sua carta d’identità, falsa ma assolutamente autentica nel contempo, e sorrise all’impiegata:
« Cassetta 224, Logan Bean, per piacere!».
L’impiegata, una trentacinquenne non particolarmente bella né del tutto repellente, osservò il documento in maniera sospettosa per quattro lunghi secondi, prima di passargli da sotto la feritoia del séparé di vetro blindato una piccola chiave di plastica e dirgli con voce piatta:
« Se svuota la cassetta può lasciare la chiave nella serratura, altrimenti è tenuto a riportarla qui».
« Non lascerò niente!» sorrise Bandit, cordiale e rassicurante.
Le cassette postali si trovavano in fila di fianco allo sportello dell’anonima trentacinquenne. La 224 era una delle più grandi, e quando Bandit la aprì vi trovò esattamente quello che sapeva doveva esserci: una valigetta ventiquattrore e una busta da lettere sigillata, senza francobolli né scritte.
Prese il tutto, lasciando la chiave infilata nella cassetta come aveva detto la piatta impiegata, e uscì senza particolare fretta dall’ufficio postale. Tornò in auto, posò la ventiquattrore sul sedile del passeggero ed aprì la busta. Dentro c’era un foglio di carta per macchina da scrivere, su cui erano stampate le sue istruzioni:
ORE 12:55, McDONALD’S A TRE PIANI TRA SEDICESIMA STRADA SUD E HERRERA AVENUE. ORDINA UN BIG MAC ED UNA PORZIONE DI PATATINE GRANDI CON UNA BIBITA A PIACERE, E VAI A SEDERTI AL TERZO PIANO, TAVOLINO 141.
RICEVERAI IL RESTO SUL POSTO.
SEI VIVAMENTE RACCOMANDATO DI ESSERE PUNTUALISSIMO.
Clienti malfidati… così potrei anche offendermi!
Nella busta da lettere c’era anche un cartellino pubblicitario della McDonald’s che indicava il percorso da seguire per arrivare al suo obiettivo. Cristo. Comunque se lo cacciò in una tasca del giubbotto, quindi attivò l’accendisigaro e, quando fu pronto, lo usò per dar fuoco alla busta e alla lettera, facendone cadere i resti nel portacenere della Buff GT. L’odore che si sprigionò dalla carta gli fece venire in mente quello di tante altre lettere di istruzioni come quella: battute al computer, stampate con stampanti Epson o Canon, a getto d’inchiostro o al laser… le variazioni erano minime ma ormai cominciava a riconoscerle.
Aprì per un istante la ventiquattrore e ci diede un’occhiata. Conteneva una busta gialla sigillata, del tipo molto grande usato per spedire videocassette o robe simili, gonfia perché strapiena di qualcosa su cui Bandit non aveva la minima intenzione di indagare… e, in una tasca chiusa con una zip, tre mazzetti di banconote da mille dollari. In tutto, cinquantamila dollari: come era costume, il cinquanta per cento del prezzo per il lavoro. Richiuse la ventiquattrore, come sempre senza chiedersi niente riguardo a quello che stava trasportando, chi fossero i mittenti e chi i destinatari, e chi potesse pagargli centomila dollari per quel trasporto, che di sicuro, dato il prezzo pagato a lui, avrebbe fruttato a chi riceveva il pacco milioni.
No, niente droga. Lui non trasportava droga, c’era quella stronza coi capelli tinti in giro a trasportare droga, ma lui non la trasportava più. E poi, la busta non era abbastanza grande per contenere droga, a meno che non fosse Extasy o qualche altra merda chimica in pillole… ma in tal caso l’avrebbe scoperto, e gliel’avrebbe fatta pagare.
Avviò il motore della Buff GT e si mosse.
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Se Pelmington Pawkes era ad alto rischio di furto della sua Buff GT (almeno paragonato ai quartieri alti dove ora Bandit abitava), la zona tra la Sedicesima Sud ed Herrera era un inferno. C’era un autosilo custodito, a due isolati di distanza, dove Bandit dovette lasciare la sua Buff GT, con l’allarme inserito comunque, per recarsi dove doveva andare. I cinquantamila dollari d’anticipo li lasciò sull’auto, sotto il sedile del passeggero.
In compenso, il McDonald’s a quell’ora era strapieno come sempre. Arrivò puntualissimo, ma aspettò per ben un quarto d’ora in fila al banco delle ordinazioni che arrivasse il suo turno. Non c’era problema di perdere il cliente, comunque, perché non appena entrò notò immediatamente il tizio con cui doveva avere un contatto: tuta da jogging rossa con la giacchetta aperta sopra una camicia di jeans, occhiali da sole Ray-Ban, scarpe da tennis Nike e un giornale, il Chicago Tribune, sottobraccio assieme ad una scatola di scarpe da donna. Gesù, poteva anche portare un cartello grosso così con la scritta Sto aspettando il Road Buster attaccato al collo, se voleva passare più inosservato.
Ordinò quello che gli era stato detto, e come bibita optò per una Coca-Cola fresca; avrebbe anche preso una birra, ma doveva guidare, e le birre al McDonald’s erano semplicemente enormi. Quindi salì al terzo piano del locale, dove trovò immediatamente il suo tavolino, uno squallido posto per due in un angolo. Bandit andò a sedersi e bevve solo un sorso di Coca-Cola, osservando con la coda dell’occhio la rampa di scale.
L’uomo con la tuta rossa spuntò dal piano inferiore un minuto dopo, e fece per avvicinarsi ad uno dei camerieri, quando Bandit sorrise tra se e se, si alzò e gli rivolse dei vistosi cenni con la mano, che nessuno comunque parve notare.
L’uomo con la tuta rossa, che aveva in mano un bicchiere di plastica colmo di birra ed una confezione di patatine fritte, con la scatola da scarpe e una copia del Chicago Tribune sottobraccio all’ascella destra, camminò verso di lui a passo svelto.
Si sedettero l’uno di fronte all’altro. L’uomo in tuta posò le sue cose sul tavolino e si dipinse sul viso una smorfia severa:
« Dicono tutti che non sei uno stronzo, Road Buster. Perché cazzo…!».
« Perché così la prossima volta impari ad essere meno vistoso». Bean Bandit si accigliò di scatto, risultando all’istante molto più minaccioso di quanto quel buffone non potesse mai sognarsi di apparire. « Se devi portare una pistola con una tuta da ginnastica, mettiti un marsupio sportivo, non una maledetta camicia di jeans. Vestito così… o sei un poliziotto o sei uno che i tuoi capi licenzieranno molto presto».
Silenzio. L’uomo avvampò, guardò fisso ancora per un istante Bandit, da sopra gli occhiali da sole, quindi gli porse sopra il tavolo la scatola da scarpe e la aprì. Un panno copriva qualcosa.
« Dici che piaceranno alla tua ragazza?». Il tizio si esibì in un sorrisetto..
Bandit scostò un lembo del panno, solo per un istante scoprendo le mazzette di banconote rimanenti del suo compenso. Annuì, anche lui con una smorfia:
« Oh, si. Sono perfette!».
Chiuse la scatola, posò la ventiquattrore per terra, sotto il tavolino e la spinse verso l’uomo in tuta con la punta del piede. Quello la prese, se la posò sulle ginocchia e la aprì. Ci infilò le mani dentro, presumibilmente per controllare che ci fosse tutto e che la busta che costituiva la “merce” fosse intatta. Quindi ci infilò la sua copia del Chicago Tribune, richiuse il tutto e si alzò, riprendendosi in modo poco sicuro le sue patatine e la sua bibita:
« Be’, augurale un buon compleanno da parte mia, allora!».
« Oh, non mancherò!» sorrise Bandit.
Seguì con lo sguardo il tizio che se ne andava, quindi decise che era ora di consumare il suo pranzo.
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Quell’uomo, invece, gettò le patatine fritte in una pattumiera appena fuori dal McDonald’s, tenendo per se solo la Coca-Cola, e si infilò in una vecchia berlina Buick parcheggiata immediatamente fuori dal locale.
Una volta sull’auto si guardò attorno fuori dai finestrini, per essere sicuro che in giro non ci fossero poliziotti o gente che lo sorvegliava, quindi tirò fuori dalla ventiquattrore la busta gialla e la aprì.
C’erano tutti. I quindici Mini-Disc c’erano tutti quanti, dal primo all’ultimo, intatti. E c’era anche la lista con i titoli e la durata dei filmati che vi erano incisi, sui Mini-Disc. La lista non era in codice, ma era un foglio molto piccolo, e per di più stampato su carta da giornale: i poliziotti non potevano perquisirlo senza arrestarlo, e nel caso fosse stato arrestato non avrebbe avuto problemi ad ingoiarla. I Mini-Disc rappresentavano comunque un peso, e bello grosso anche.
Mise in moto e partì ad una velocità sufficiente a non attirare l’attenzione della polizia.