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Attento a quello che desideri.

Potrebbe realizzarsi.

Il corridoio del quinto piano dell’Ala G dell’Istituto Psichiatrico Chicago-Read era, adesso, illuminata solo da una fievole lucina rossa ogni cinque passi di distanza. Le lucine di sicurezza.

Non che, comunque, per il resto del giorno quel posto fosse molto più luminoso: c’erano le luci al neon, perché l’Ala G si trovava nell’edificio 3 del Chicago-Read, alla destra della Y, esattamente dall’altra parte del complesso rispetto a dove si trovava Goldy di Ferro; ma questo perché Goldy era si considerata “psicopatica pericolosa”, ma non era una Serial Killer come gli ospiti di quell’edificio. Per questo non c’erano le finestre

Lui, che camminava per quel palazzo, non avrebbe avuto nessun motivo di esserci. Lavorava nell’altro edificio, tuttavia col camice bianco addosso, le mani sprofondate nelle tasche del camice e la tessera magnetica spillata al bavero della lunga veste bianca da medico poteva andare un po’ dove gli pareva all’interno dell’Istituto Chicago-Read.

Le sue mani erano guantate, sottili guanti da chirurgo, usa e getta, in lattice. Nella profonda tasca destra del camice, il dottore aveva un bisturi. Con le dita della destra accarezzava la ruvidità dell’impugnatura anatomica e antisdrucciolo dello strumento chirurgico, di marca Letraset, con punta più che acuminata e lama affilatissima, il tutto rivestito in diamante.

Il suo problema, ponderava il dottore, era che lui effettivamente non era un assassino… perlomeno, non un assassino di professione, e comunque non gli era mai capitato di dover uccidere di persona, anche se poi molti di quelli (e quelle) con cui si era divertito erano poi stati uccisi dal Network. No, lui condivideva soltanto una… passione, una inclinazione con quelli che volevano che Kurt Rudolph Helfman sparisse dalla faccia della terra prima che gli venisse in mente di parlare a qualcuno di quanto la sua attività da psicopatico assassino era legata al Network.

Una passione ritenuta dai più malsana e criminale, ma che grazie al Network trovava segretamente sfogo, sia “virtualmente” che nella pratica, e a prezzi tanto bassi che, se quelli ad un certo punto venivano a dargli un incarico e lo dotavano di una Keycard elettronica clonata che poteva aprire tutte le porte del Chicago-Read senza che il computer Mainframe del sistema di sicurezza potesse registrarne il codice, e gli dicevano di ammazzare un tizio che aveva occasionalmente lavorato per loro in cambio di copertura, be’… non poteva dire di no.

Superò la guardiola mostrando la sua tessera. L’ufficiale della sicurezza non guardò neppure, intento com’era a sfogliare un vecchio numero di Hustler; si limitò a premere un pulsante rosso nella consolle della guardiola, e la grata metallica che chiudeva l’imboccatura del corridoio dell’Ala G si aprì con un clangore metallico, automaticamente.

Quando lui entrò, gli si chiuse alle spalle. Niente di strano, era così dappertutto nel Chicago-Read. Ciabattò piano fino in fondo al corridoio, a cinquanta metri dalla guardiola, per di più immerso nel buio come prima. Di fronte a lui, si aprivano due biforcazioni: il corridoio formava una perfetta T.

Interno 901. Kurt Rudolph Helfman. Destra.

Tastò il tessuto del camice per assicurarsi che la Keycard elettronica fosse nella tasca destra. Se non stringeva abbastanza, gli sembrava rischiasse addirittura di perderla. Girò a destra e camminò avanti, controllando i numeri di cella su ambo i lati della diramazione del corridoio. I suoi passi riecheggiavano nell’Ala deserta…

Eccolo.

Si fermò. Fissò la targhetta amovibile infilata nella sua guida sulla porta blindata.

Interno 901. Kurt Rudolph Helfman.

901

KURT RUDOLPH HELFMAN (00974-1152)

MEDICO CURANTE: DOTTOR MASON DANDRIDGE

NUMERO CARTELLA: 00974-1152-9908

Respirò a fondo.

Muoviti. Calma e sangue freddo.

Iddio

Infilò una mano nella tasca destra del camice, tirò fuori la Keycard elettronica, la strofinò per qualche istante sul camice per ripulire le impronte digitali che poteva avervi lasciato precedentemente, quindi la passò nella fessura posta sulla porta, sopra la maniglia.

Momento della verità.

Ogni tessera di identificazione di ogni addetto del Chicago-Read aveva una banda magnetica per quelle funzioni: aprire le porte, accedere ad aree riservate, e via dicendo. Il tutto era controllato da un sistema d’allarme che registrava ogni ingresso, l’ora e l’identità dell’utilizzatore, giacché ogni banda magnetica era codificata per essere riconosciuta dal computer del sistema di sicurezza. Se il computer non riconosceva il codice, la porta non si apriva e suonava l’allarme.

TLAK!

Porta aperta. Figli di puttana.

Cacciò di nuovo la tessera magnetica nella tasca del camice, ed entrò nella cella, passo felpato.

Girati a sinistra. Fuori il bisturi.

Iddio

Respirando quasi affannosamente, tirò fuori dalla tasca destra del camice il bisturi, tenendolo col pollice e l’indice soltanto della mano destra. Le ruotò, e se lo ritrovò immediatamente in pugno, la lama rivolta verso il basso.

Come secondo le istruzioni.

Fece due passi avanti, verso il letto.

La testa di Kurt Rudolph Helfman era posata sul cuscino. Il dottor Ackeridge portò il bisturi giù, lungo il lenzuolo, fin dove era gonfio, e…

Merda

Chiuse gli occhi, e…

SCRAAAACH!

…con una mossa repentina, abbassò la lama finché trovò cedevolezza nel tessuto dell’inguine, poi con un rapido movimento l’alzò sino a toccare con la lama il duro osso dello sterno. Quando l’estrasse, ci fu un POP! orrido di sangue e tessuti lacerati. Senza ancora guardare, alzò di nuovo la lama, e solo allora aprì gli occhi, lo sguardo fisso sul volto, e non sul corpo, della sua vittima.

Gli occhi di Kurt Rudolph Helfman erano sbarrati, le pupille dilatate, le iridi vuote, privi di vita, in uno sguardo ultimo di terrore, come se si fosse svegliato guardando in faccia la morte in camice bianco venuta a prenderlo. La bocca era leggermente aperta, ed un rivolo di sangue gli colava giù da un angolo delle labbra.

Con lentezza estrema, respirando molto lentamente, portò la mano destra tremante al suo volto, per appoggiare come misura precauzionale la lama del bisturi sotto l’orecchio destro di Helfman. Un istante dopo, allungò due dita della sinistra verso il suo collo.

Non ci fu bisogno di controllare. Il pedofilo ed assassino seriale emise un singulto, inarcando appena il collo. Brian Ackeridge ritirò la mano sinistra, chiuse gli occhi e, muovendo con uno scatto da destra verso sinistra la mano che teneva il bisturi, gli tagliò la gola.

Non aprì gli occhi. Non lo fece. Non ancora.

Tenendo il bisturi sempre di fronte a se, per evitare di sporcarsi, infilò la mano sinistra nella tasca del camice e ne tirò fuori un sacchetto di plastica con chiusura ermetica, del tipo usato anche dalla polizia per la raccolta degli elementi probatori sulle scene del crimine. Teneva la lama davanti a se per evitare di sporcarsi con il sangue gocciolante del pedofilo assassino, che ormai doveva essere defunto a sua volta, come tutte le sue giovani vittime; e, quando infilò nella bustina il bisturi, lo fece tenendolo per la lama, facendo attenzione a non tagliarsi ma anche che non si lacerasse la busta. Poi passò ai guanti: se li tolse con lentezza, prima togliendosi quello sporco, della mano destra che aveva usato il bisturi assassino, con quello pulito, della mano sinistra, per poi levarsi l’altro prendendolo con cautela, con due dita, dal fondo. Cacciò tutto a sua volta nella bustina, che richiuse e si cacciò in tasca.

Si girò immediatamente verso la porta, evitando qualunque contatto visivo col cadavere martoriato del pedofilo serial killer, e uscì a passo svelto dalla celletta, chiudendosi la porta alle spalle.

Ora aveva istruzioni precise: bruciare i guanti di lattice, per precauzione il camice che aveva addosso… e la Keycard clonata, ovviamente; disperdere il bisturi bossoli fuori dal centro abitato, in qualche punto da cui potesse sparire facilmente senza essere più ritrovato, quali canali di scolo delle reti fognarie o dell’irrigazione, o in alternativa pulirlo con detergenti chimici che avrebbero distrutto ogni traccia di DNA rilevabile da qualsiasi analisi scientifica o che avrebbero falsato ogni tentativo di ricerca di tracce di sangue tramite la sostanza chiamata Luminol, quindi sterilizzarlo e mimetizzarlo tra gli attrezzi chirurgici di una qualsiasi delle varie infermerie dell’Ospedale Psichiatrico. Doveva comunque tenerlo per un po’, per mostrarlo al suo contatto, l’indomani, che avrebbe così avuto la prova del lavoro e gli avrebbe consegnato in cambio la merce.

Mentre usciva dall’Ala G, senza nemmeno degnare di uno sguardo l’agente della sicurezza che gli aprì la grata d’ingresso.

D’altro canto, la guardia di sicurezza non lo guardò in faccia, non guardò il suo tesserino, non annotò sul registro la sua identità, la sua matricola, l’ora d’entrata e quella d’uscita.

Non lo aveva fatto nemmeno prima.