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Già da tempo il convoglio composto da un paio di auto-civette e da un furgoncino si era lasciato alle spalle il caos metropolitano della Downtown della Windy City, e da un po’ le strade che percorreva erano placide, periferiche, costellate di vegetazione interrotta soltanto da qualche lussuosa casa isolata. Una deviazione sulla destra, in una stradina asfaltate un po’ più stretta ma molto meglio curata del solito li portò a scoprire un cartello nero che risaltava un mezzo alla vegetazione, decorato dai simboli del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, dal simbolo dello Stato dell’Illinois e dalla dicitura in lettere bianche:

OSPEDALE PSICHIATRICO DI STATO CHICAGO-READ

A venti metri da loro, una siepe alta almeno sei metri ai lati e vegetazione poco oltre, stava un maestoso cancello in ferro battuto, ad arco, che si aprì automaticamente al loro passaggio. Tutto sembrava tranquillissimo, poco più di una scampagnata in una zona di campagna in cui per un errore del destino sorgeva una clinica per malati di mente, se non fosse stato per un altro cartello, che ancora era appeso al cancello:

ATTENZIONE!

STATE FACENDO INGRESSO IN UNA STRUTTURA DI DETENZIONE TERAPEUTICA FEDERALE DI MASSIMA SICUREZZA.

OGNI VIOLAZIONE DEL PROTOCOLLO FEDERALE SULLE STRUTTURE CORREZIONALI COMPIUTA ALL’INTERNO DI QUESTO PERIMETRO SARÀ PUNITA A NORMA DI LEGGE

Il tutto sembrava abbastanza tranquillo, in mezzo alla natura non era udibile il ronzio dei reticolati elettrici e dei sensori di movimento nascosti dalla vegetazione. Il convoglio passò oltre.

Il cortile interno anteriore era molto gradevole, una larga strada finemente ciottolata con prato ben curato ai lati che portava a quella che sembrava uno sfarzoso edificio in stile anni trenta, come le palazzine principali nei Campus di università d’alto bordo come Oxford o Cambridge. Delle aiuole simili a spartitraffico ospitavano dei cartelli indicatori neri con frecce e lettere bianche: BRACCIO A, BRACCIO B, BRACCIO C, PARCHEGGIO, DIREZIONE e così via Di si poteva iniziare ad avere un’idea di quello che era quel posto, una struttura organizzatissima in cui gli psicopatici pericolosi venivano tenuti buoni con iniezioni di Torazina e Serenase e rinchiusi in celle di sette metri per sette comprensive di bagno con pareti imbottite di dieci strati di ovatta bianca, finestre blindate a specchio (perché gli internati potessero guardare fuori, ma da fuori non si potesse osservare l’interno delle celle), e doppie porte di sicurezza in metallo, con feritoia, targhetta col nome dell’attuale “occupante” e lucina di sicurezza.Il posto era, insomma, quello che si dice claustrofobico, almeno per quanto riguarda la parte interna. Il posto adatto a non piacere a Roy Coleman, anche se non era la prima volta che vi si recava. Il convoglio si era fermato di fronte all’edificio principale, ed ora stavano iniziando ad accorrere dei sorveglianti verso di loro.

L’Istituto Psichiatrico Chicago-Read era pur sempre un ospedale, seppure per psicopatici pericolosi; la maggior parte dei sorveglianti che vi lavoravano, quindi, erano dipendenti della struttura stessa. Venivano chiamati Counselors, e si trattava più che altro di infermieri con la corporatura di un giocatore da football americano; la loro uniforme consisteva in stivaletti neri, pantaloni neri, camicia bianca con tesserino di riconoscimento spillato al taschino sul petto, e tutto il loro armamentario consisteva in un manganello PR-24 del tipo comunemente in uso alla polizia e in un bomboletta di spray urticante Mace. Tuttavia, Coleman lo sapeva, essendo una struttura detentiva, c’era anche un nucleo di guardie dell’Amministrazione Penitenziaria di Stato, agenti di custodia bel belli nelle loro divise con camicia color caki e pantaloni neri con striscia gialla e stivaletti neri; questi occupavano alcuni uffici in amministrazione e delle guardiole blindate nei punti chiave dell’edificio, cioè alle entrate – uscite e all’imbocco di quelli che venivano chiamati Bracci, come in prigione, le ale in cui era diviso l’estesissimo edificio di sei piani più due interrati, un Braccio per ogni tipo diverso di “patologia”; queste guardie avevano armi da fuoco, portavano al cinturone pistole semiautomatiche in fondina ed avevano anche altri tipi d’arma, perlopiù fucili a pompa calibro 12 e carabine semiautomatiche di grosso calibro munite di mirino di precisione, oltre che tutta una serie di tromboncini da agganciare alla canna di tali armi lunghe per sparare granate a gas per il controllo delle sommosse.

Il capitano di polizia Roy Coleman provò l’impulso di cercare un pacchetto di sigarette sotto la giacca, nel taschino della camicia, ma si rese subito conto che la camicia era sotto il grosso giubbotto antiproiettile del tipo in dotazione al Servizio Centrale Scorte. Aveva comunque una mano infilata sotto la giacca, e di fianco a lui il Deputy Marshal Victor Ferretti fece una smorfia:

« Vizio duro a passare, eh?».

« Abitudine dura a passare. Ho smesso di fumare da un anno e mezzo».

« E questo… anno e mezzo coincide con qualcosa di particolare, capitano Coleman?».

« Fatti fottere, Ferretti, d’accordo?».

Ferretti mise a tracolla il suo fucile semiautomatico Bushmaster M17-S di dotazione degli U.S. Marshals. Indossava una giacca a vento azzurra con il simbolo dei Marshals sul petto e la dicitura sulla schiena, sopra il giubbotto antiproiettile e il pullover, e non aveva torto: a fine ottobre, nel nord dell’Illinois cominciava a fare freddo.

Coleman infilò una mano attraverso il finestrino aperto dello sportello destro del cellulare blindato degli U.S. Marshals, ed afferrò un incartamento giallo dal cruscotto; nello stesso momento, sei agenti del Servizio Scorte della Procura Distrettuale di Chicago, in tuta nera, stivali e giubbotti antiproiettile; erano stretti attorno ad un individuo in tuta arancione, e quasi tutti tenevano le mani al petto, a molestare la cinghia con cui tenevano a tracolla delle compattissime carabine automatiche OlyArms K23-B calibro 5’56x45mm-NATO, grandi quanto mitragliette e munite di calcio telescopico.

L’uomo in mezzo a loro indossava calzature nere senza lacci e guanti neri di protezione. La tuta arancione era intera, da meccanico, e portava la scritta PRIGIONIERO sulla schiena e sul petto. In testa aveva calcato un passamontagna, e i polsi gli erano stati legati davanti al corpo con degli schiavettoni, ragion per cui portava i guanti: tendeva a ruotare i polsi, e gli schiavettoni potevano ferirlo. Sotto gli schiavettoni, tramite un moschettone, era attaccata una catena lunga un metro e venti che si assicurava, all’altro capo, con due enormi anelli d’acciaio che gli bloccavano le caviglie: un’ingegnosa soluzione per impedire al prigioniero di mettersi a correre.

Coleman tirò un sospiro di sollievo. Alzò lo sguardo all’ultimo piano del palazzo che si trovava di fronte a loro, quindi si mise a camminare. Ferretti e gli altri poliziotti che portavano il prigioniero lo seguirono fino in fondo al parcheggio, alla porta dell’edificio principale, dove già lo aspettavano due uomini di mezza età.

Uno di loro, più basso, tarchiato, quasi totalmente calvo (somiglia a Dennis Franz di NYPD Blue, pensò Coleman) portava l’uniforme color caki degli agenti di custodia armati, al petto sulla destra una stella del Dipartimento delle Strutture Correzionali ed una targhetta argentata che probabilmente portava il suo nome, alla sinistra spillato un tesserino plastificato del Chicago-Read, con tanto di foto, che lo identificava. Alla vita, un cinturone con manganello allungabile con stimolatore elettrico sulla punta, fodere porta-caricatori ed una fondina chiusa da cui spuntava solo una cordicella elastica che andava ad agganciarsi al cinturone, dietro la schiena. In mano teneva una grossa radio ricetrasmittente.

Alla sua sinistra stava un tizio più alto, di colore, con addosso un elegante completo blu scuro con camicia bianca, senza cravatta, di Giorgio Armani. Questo era totalmente calvo, aveva due baffoni che si piegavano attorno alla bocca, fino agli angoli, e portava un paio di occhiali da vista con lenti fotocromatiche, che si scurivano o schiarivano a seconda dell’intensità della luce che ricevevano.

« Oh, capitano Coleman…» l’uomo di colore trotterellò verso di loro e tese la mano a Coleman « Sono lieto di conoscerla, finalmente. Sono il dottor Balthasar Ferguson, direttore di questo istituto. Il signore laggiù è Dorian Kerrigan, il nostro capo della sicurezza!».

Fermo di fronte alla porta, Kerrigan salutò alzando la radio ed abbozzando un saluto militare con quella. Coleman strinse la mano a Ferguson strinse gli occhi:

« Viene ad accogliere i suoi ospiti di persona ogni santa volta o questa è una piacevole eccezione?».

« Oh…» Ferguson si irrigidì « Ovviamente, stavolta si tratta di un individuo potenzialmente molto pericoloso, e…».

« Questo individuo potenzialmente molto pericoloso, Ferguson, non è ancora stato processato, il che significa che non sappiamo ancora se gli verrà concessa l’infermità mentale e se resterà qui. Si risparmi lo scodinzolamento per quando li otterrà davvero, i fondi per la sua custodia. Nel frattempo lo faccia portare nella sua cella e mi ci faccia accompagnare!».

« Mi ci faccia accompagnare… dove?».

« Lo sa, dove!».

- - -

« Capisco le esigenze investigative, capitano Coleman, ma… cinque minuti, non di più. È sotto Serenase, e non credo che potrebbe rispondere alle sue domande».

« Cinque minuti, si… chiuda la porta e la feritoia. Busso io quando voglio uscire. E non si faccia venire in mente di origliare!».

« Io? Non mi permetterei mai…».

« Non è giornata, Kerrigan. Meno di quattro ore fa stavo seguendo quel figlio di puttana giù per l’Ottava strada e schivavo le sue pallottole, quindi se rompe le palle è la volta che passa grossi cazzi, è chiaro?».

« Oh, sisi calmi, capitano…».

« Io sono calmo, Kerrigan. Altrimenti ti avrei già spaccato il muso».

« Ehi!» Kerrigan, che aveva già parzialmente aperto la porta blindata della cella, vi si appoggiò sopra, parandosi di fronte a Coleman e corrugando la fronte in un’espressione minacciosa « Allora cerchi rogne, sbirro?».

« Mi sa che sei tu che le cerchi. Busso io quando devo uscire. E tu fatti gli affari tuoi, Kerrigan!».

Coleman entrò nella cella e si chiuse la pesante porta blindata in metallo alle spalle.

La stanza era perfettamente illuminata, nonostante le luci al neon sul tetto fossero spente: la finestra blindata in vetro riflettente, assolutamente non apribile, dava sul cortile posteriore dell’Istituto, quello con prato all’inglese, siepi, alberi e panchine in legno.

In fondo alla stanza, piacevolmente imbottita di ovatta anche sul pavimento, c’era una porticina bianca, in quel momento aperta, che dava su una piccola toilette, idem imbottita: un water, un lavandino ed una doccia, tutto in materiale infrangibile, perfino la doccia era posta in modo che i “pazienti” non ci si potessero impiccare. Nella toilette non c’era nessuno.

Alla sinistra di Coleman, una piccola brandina con rete in plastica rigida, e un materasso alto dieci centimetri, con qualche coperta bianca che portava su, in lettere marroncine, il nome dell’Istituto Psichiatrico Chicago-Read e il numero della cella, questo per facilitare le cose a quelli della lavanderia.

Le lenzuola erano gonfie. Coleman si inginocchiò accanto al letto e ne scostò un lembo, all’altezza del cuscino.

La bella donna coi capelli rossi era pancia all’insù. Struccata era molto più bella, ponderò Coleman. Gli occhi chiusi, i capelli che scendevano lungo le spalle e risaltavano con la tuta bianca leggera che portava, quella del tipo fatto indossare alle “pazienti”, con scritte in azzurro, anziché rossa con le scritte in nero come quelle degli uomini.

Allungò una mano per toccarle la fronte, per accarezzarla, e la bocca di lei si mosse:

« Cambia dopobarba, capitano. Gesù Cristo, ho sentito il tuo odore fin dal fondo del corridoio e all’inizio ho pensato che fosse il tipo della cella accanto col cervello fuso dal Crack che si fa addosso di tutto ogni santa volta!».

Coleman abbozzò un sorrisetto, ed infine la accarezzò:

« Che stai facendo?».

« Faccio finta di essere morta. Alla gente di qui piacciono queste pazzie, è una scusa come un’altra per darmi una dose di Serenase e compilare rapporti riguardo alla mia incapacità di intendere e di volere, così non mi possono portare in tribunale e si beccano i fondi per il mio Trattamento Psichiatrico Obbligatorio. In compenso, in vita mia non ho mai dormito così bene come dormo qui»

lei girò la testa verso Coleman ed aprì finalmente gli occhi: « Sei stato mitico al Grand Jury, capitano Coleman. Incapacità di intendere e di volere dovuta all’abuso di droghe. È una scusa un po’ fiacca per far passare per pazza una capomafia, ti pare?».

« Non ti avrei mai lasciata finire su un lettino con un ago nel braccio. Non avrei potuto…».

« Ma me lo merito!».

« Non ho detto che non te lo meriti, sai che la penso così. Ho detto che non posso lasciarti morire. Ti amo, Goldy!».

La rossa lo guardò con una strana smorfia tenera dipinta in volto.

Il processo a Gloria Muso, detta Goldy di Ferro, si era tenuto a metà del mese di settembre, in un contesto che, con un’America sconvolta per l’attentato terroristico dell’Undici Settembre che l’aveva colpita al cuore e nei suoi simboli più importanti, non aveva suscitato granchè clamore.

Durante il processo, era venuta fuori praticamente tutta la storia personale di Goldy, che gli avvocati della difesa, anche un po’ clandestinamente assistiti da Coleman, avevano romanzato pochissimo, quel tanto che bastava però per raggiungere il loro traguardo.

Gloria Muso, nata in Sicilia e trapiantata negli Stati Uniti da giovanissima, era la rampolla di una delle poche famiglie “scampate”, se pur vedendo considerevolmente ridotti la loro influenza e il loro volume d’affari, alle indagini federali che avevano stroncato la Pizza Connection. Sarebbe diventata una “capomafia standard”, forse… forse

I suoi genitori non avevano mai voluto scalare la vetta dell’organizzazione. Suo nonno, Don Giuliano Muso, aveva tenuto sino all’ultimo le redini della famiglia, che aveva imperato su Chicago e sull’Illinois praticamente da sempre. Padrino anomalo, Don Giuliano Muso aveva rifiutato di arricchirsi col traffico di droga o con altre attività che, diceva lui, “causerebbero solo sofferenze ai derelitti”; aveva invece trasformato la famiglia in una modesta impresa che si “limitava” ad allungare i suoi tentacoli in affari legali come l’edilizia o la borsa, investendo capitali sporchi importati dall’Italia che, però, prontamente fruttavano. Don Giuliano era anche un uomo di buon cuore: ben lungi dall’aver mai ordinato l’esecuzione di qualcuno, anzi artefice del ritiro di molti contratti posti dalla mafia sulle teste di agenti di polizia o funzionari federali, memore della povertà patita in gioventù, aveva sempre investito le plusvalenze in donazioni ai quartieri poveri e agli istituti di assistenza sociale e di carità, pubblici e privati. Nel frattempo, la giovane Goldy faceva la spola tra gli Stati Uniti e l’Italia: nel Bel Paese, e più precisamente alla prestigiosa università “La Sapienza” di Roma, si era laureata in psicologia, ottenendo però ben presto un’ampia conoscenza di tutte le scienze della mente, incluse la psicanalisi e la psichiatria, e negli Stati Uniti era diventata un’autentica esperta della farmacopea psicologica, psicanalitica e psichiatrica, raggiungendo una preparazione farmaceutica enciclopedica su tutti i tipi di droghe, di sostanze stupefacenti, e su tutti i farmaci usati nelle cure psichiatriche o che comunque avessero un effetto psicotropo o sulla mente.

Ma Mario Sica, un pezzo molto grosso dell’organizzazione di cui Don Giuliano Muso era a capo, aveva deciso di non lasciare che le cose continuassero a lungo così. Prima, in un incidente simulato, aveva ucciso l’intera famiglia di Goldy, incluso il giovane fratello Roberto, di sette anni appena, che lei adorava. Poi, aveva anche fatto uccidere con un’overdose di sonniferi Don Giuliano, nella clinica in cui si era ricoverato. Con la complicità dell’intero consiglio della famiglia, o di quel che ne restava, si era poi lanciato nella criminalità più rampante ed aggressiva.

Forse era stato solo spinto dalla sete di guadagno e di potere, o forse da interessi esterni, di qualche suo contatto molto potente di qualche altra famiglia mafiosa. Ma non si sarebbe mai saputo con certezza, né le cose erano durate molto, visto che Mario Sica era morto stecchito.

Goldy, infatti, distrutta dal dolore per la perdita dell’intera famiglia, ma dotata di intelligenza ed astuzia molto superiori alla media, e di un’intraprendenza invidiabile, non ci aveva messo molto, con l’assistenza di alcuni picciotti rimasti fedeli al nome Muso, a scoprire la verità. Riarsa dai sentimenti di vendetta, poi, aveva sintetizzato una droga psicotropa con cui annullare la volontà di chiunque, per spingere ignare marionette a commettere atti anche di inusitata ferocia. La base di questa droga era un progetto militare americano degli anni ’70, di cui Goldy era venuta a conoscenza quando era entrata in un istituto governativo, dopo la laurea, per studiare la farmacologia psichiatrica, ma in realtà in fase dibattimentale qualcuno aveva fatto in modo di stendere un velo su questo particolare. Fatto stava che Goldy aveva usato quella droga per vendicarsi, ed in breve tempo Mario Sica e i membri traditori del consiglio erano morti, uccisi da persone a loro molto vicine, nessuno dei quali era poi vissuto abbastanza per dare la propria versione dei fatti, essendosi tutti tolti la vita poco dopo.

Tutto questo era abbastanza truculento, controproducente per la difesa, e di per se avrebbe fatto condannare Goldy a morte, ma i consulenti di parte avevano eseguito le loro analisi e i loro test, che invece i periti dell’accusa e del tribunale non avevano potuto confutare con certezza, in base ai quali la difesa non aveva dovuto faticare molto per convincere la giuria che Goldy di Ferro, dapprima burattinaia di un vendicativo piano di sangue e morte grazie alla sua droga psicotropa, aveva presto iniziato a soffrire di crisi di rimorso che l’avevano portata ad assumere, sempre più spesso ed in quantità sempre maggiori, la sua stessa droga per sostenersi nei momenti critici. In pratica, del suo stesso veleno lei era diventata dipendente; a dire il vero, per la natura stessa della droga era difficile che proprio lei, la burattinaia, ne divenisse schiava, ma in realtà l’animo di Goldy era buono, o almeno questa era la tesi che aveva fatto passare il collegio della difesa, e quando si trattava di prendere decisioni che comportavano inevitabilmente spargimento di sangue, l’altrimenti fortissima personalità di Goldy crollava, fino a costringerla ad assumere la sua stessa droga per auto-suggestionarsi, auto-ipnotizzarsi chimicamente, e spingersi a fare cose che altrimenti non sarebbe mai riuscita a fare. In seno a questa linea di difesa, le testimonianze di Roy Coleman, di Mark Kincaid e di diversi agenti della Polizia Metropolitana di Chicago e di funzionari dello United States Marshals Service, nonché di Aileen Vincent e dei suoi compagni>, erano state, per alcuni volontariamente e per altri di sicuro meno, cruciali> nel determinare che, al momento della sua cattura, prima di essere ferita e disarmata da Kiefer Alistair McKnight, mentre minacciava i funzionari di Pubblica Sicurezza con una pistola ed una fiala contenente un prodotto tossico, cioè la sua stessa droga, esattamente quella stessa droga lei l’aveva in circolo>. Era, fatta, drogata, quasi per tutto il tempo quando aveva organizzato il suo “gioco”.

Riprova del fatto che i suoi crimini più efferati li aveva commessi sotto l’influenza di tale sostanza era che, quando si trattava di condurre affari, di usare la razionalità, Goldy si asteneva dal consumo della sua droga, ed allora era lucida, razionale, e affatto malvagia. Erano state trovate delle prove, infatti, a carico dell’ormai defunto Vice-Segretario alla Difesa degli Stati Uniti d’America, nonché corrotto trafficante d’armi in seno all’organizzazione criminale conosciuta come Consorzio, Thomas Elkins, che del resto accertavano come Goldy di Ferro si fosse opposta, durante le riunioni del Consiglio di quell’organizzazione, a praticamente tutti i crimini violenti commessi o fatti commettere dal Consorzio con l’intento di facilitare le loro attività. Opposta, e messa in minoranza nel Consiglio, unica voce a sostenere ancora un modo “pulito” di condurre la criminalità, il modo tanto caro a Don Giuliano Muso.

Dopo ventiquattro ore di camera di consiglio, Gloria Muso era stata dichiarata NGRI (Not Guilty by Reason of Insanity, ovvero Non Colpevole perché Mentalmente Incapace). La giuria aveva infatti stabilito che Goldy di Ferro era una personalità intimamente buona, cosa che di certo non costituiva una malattia, ma che l’aveva portata, per conservare la sua posizione all’interno delle varie organizzazioni criminali di cui era stata ai vertici, ed in ultima sintesi per conservare la sua incolumità, a prendere gravi decisioni che comportavano la perpetrazione di crimini gravi sotto l’influenza di un farmaco psicotropo che annullava temporaneamente la capacità d’intendere e di volere; ne era riprova il fatto che Goldy, di persona, aveva commesso pochissimi fatti di sangue, e praticamente tutti sotto l’effetto della sua droga. Per il resto, altri fatti gravi erano stati commessi da suoi “subordinati”, od altri appartenenti alle organizzazioni di cui essa aveva fatto parte, che a loro volta per la maggior parte erano sotto l’influenza della stessa droga di Goldy e che comunque per la maggior parte erano già morti quando il processo fu celebrato.

Certo, Goldy era bisessuale, e, certo, la sua condotta sessuale si era improntata sul dominio dei Partners, sia maschili che femminili, e talvolta sulla riduzione in schiavitù di minori. Ma l’omosessualità e la bisessualità non erano più considerate “malattia mentale” né dall’OMS né da alcuna associazione di psichiatria nel mondo sin dal lontano 1970, e raccogliendo le giuste deposizioni, alla giuria non era stato difficile neanche stavolta stabilire che Goldy non aveva mai perpetrato atti sessuali con minori, e che tutti i rapporti sessuali che aveva avuto quando non era sotto l’influenza della sua droga, omosessuali o eterosessuali che fossero, non erano mai stati di tipo violento.

La decisione della giuria fu che Goldy fosse certamente recuperabile, e la corte stabilì che venisse ricoverata in un istituto curativo ma di detenzione ai livelli massimi di sicurezza, e che seguisse terapie atte a disintossicarsi da qualsiasi sostanza stupefacente, oltre che ai test necessari per determinare se la sua capacità d’intendere e di volere fosse o potesse essere minata da altre patologie oltre la tossicodipendenza, e che si investigasse se l’uso prolungato della droga le aveva causato danni permanenti: una volta guarita sarebbe stata rimessa in libertà, “pulita” e riabilitata, ma il suo livello di pericolosità sociale sarebbe rimasto “estremamente alto”, finché fosse rimasta prona ad assumere di nuovo qualsiasi tipo di sostanza psicotropa, essendo stato dimostrato quanto facilmente la sua capacità di intendere e di volere, specialmente in momenti di stress, potesse essere facilmente annullata da sostanze stupefacenti, e quanto facilmente queste potessero indurla a comportamenti criminali.

Era una sentenza che già faceva giurisprudenza, in un sistema legale “consuetudinario” quale quello degli Stati Uniti. Roy Coleman era tuttora combattuto tra la gioia di aver salvato la donna di cui si era innamorato e la paura che una tale sentenza si rivelasse un’arma a doppio taglio, pronta ad essere tirata fuori in aule di tribunale dappertutto nel paese da cavillosi azzeccagarbugli per salvare dalla giusta punizione altri criminali pericolosi.

Ma forse, tutto questo non contava. Perché ora Goldy era , di fronte a lui, supina sul letto, sorridente, che si teneva su col gomito sinistro piantato sul cuscino e la mano sotto il mento. Era stupenda come sempre, ed erotica come non si sarebbe mai immaginata di essere

« Bacino…» mugugnò lei, come se fosse stata la cosa più naturale del mondo.

Le loro bocche si avvicinarono e si unirono, dolcemente, delicatamente. Restarono attaccati per quasi un minuto. Lunghissimo. Quando si staccarono, Goldy si issò a sedere sul letto:

« Che ci fai, qui? È passato l’orario di visita!».

« Ci ho portato un tipo che abbiamo fermato in centro città… almeno, Rally lo ha fermato».

« Rally…» Goldy guardò il vuoto per un istante « Chi è ‘sto genio?».

« Kurt Rudolph Helfman. L’assassino dello Zefiro!».

« Quello dei bambini?» Goldy tornò di scatto alla realtà, spalancando i bellissimi occhi verdi. « Quel gran figlio di puttana?».

« Quello, si. È schizzato forte davvero, lui. Ti piacerebbe dare un’occhiata alla sua cartella clinica? Posso fartela avere, se vuoi…».

« Non sarebbe male poter dare un’occhiata ad uno così. Ma si, fammela mandare su»

Goldy si alzò e fece i pochi passi che la separavano dalla finestra blindata. Si appoggiò al vetro e chiuse piano gli occhi, sospirando.

« Voglio uscire, Roy…» mugugnò, lamentosa.

« Uscirai, Goldy. I dottori dicono che… reagisci alle terapie…».

« Mi stanno drogando, Roy. Io non ho bisogno di queste terapie. Dovrei disintossicarmi, non diventare dipendente da qualche altra schifezza. Mi danno pillole per dormire e pillole per stare sveglia, e una volta alla settimana quel porco di Ackeridge mi convoca nella sua saletta e mi fa ripetere a memoria la lezioncina, e non smette di guardarmi le tette, lo stronzo!».

« Cosa?». Coleman spalancò gli occhi.

« Insomma, io sono una psicologa, cazzo! Le ho studiate queste cose, capisco a fiuto che una terapia del genere non funzionerebbe mai con uno psicopatico vero, qui sono indietro di decenni, oppure semplicemente non hanno nessuna intenzione di curarli, i loro pazienti. Questa non è una casa di cura criminale, è una prigione per pazzi assassini, niente di più!».

« No, io intendevo… sul fatto che ti fissa le tette…». Coleman inghiottì a vuoto.

« Roy! Stai diventando geloso?» Goldy tornò da lui e lo abbracciò « Lo sai, no, che se il buon dottore Brian Ackeridge prova soltanto a toccarmi sarei comunque capace di staccargli l’uccello e ficcarglielo in gola, che ci sia o no quella testa di cazzo di Kerrigan a proteggerlo!».

Le loro bocche si unirono ancora.

Tre tonfi sordi, uno dopo l’altro. La voce di Kerrigan, dall’altra parte della porta blindata:

« Cinque minuti, capitano Coleman! Tutto bene?».

Si staccarono di scatto. Coleman esclamò:

« Si, sto uscendo. Apri la porta!».

Goldy tornò al suo letto. Mentre la porta si apriva, Coleman si chinò su di lei e le sorrise:

« Ti amo…!».

Le baciò le labbra a fior di pelle prima che la porta si aprisse del tutto e Kerrigan facesse capolino. Quindi, Goldy rimase a guardarlo mentre usciva, e la porta si chiudeva alle sue spalle.